Novelle per un anno - 1922 - L'uomo solo
1. L'uomo solo
Si riunivano all'aperto, ora che la stagione lo permetteva,
attorno a un tavolinetto del caffè sotto gli alberi di via
Veneto.
Venivano prima i Groa, padre e figlio. E tanta era la loro
solitudine che, pur così vicini, parevano l'uno dall'altro
lontanissimi. Appena seduti, sprofondavano in un silenzio
smemorato, che li allontanava anche da tutto, così che se
qualche cosa cadeva loro per caso sotto gli occhi, dovevano
strizzare un po' le palpebre per guardarla. Venivano alla
fine insieme gli altri due: Filippo Romelli e Carlo Spina.
Il Romelli era vedovo da cinque mesi; lo Spina, scapolo.
Mariano Groa era diviso dalla moglie da circa un anno e
s'era tenuto con sé l'unico figliuolo, Torellino, già
studente di liceo, smilzo, tutto naso, dai lividi occhietti
infossati e un po' loschi.
Là attorno al tavolino, dopo i saluti, raramente scambiavano
tra loro qualche parola. Sorseggiavano una piccola Pilsen,
succhiavano qualche sciroppo con un cannuccio di paglia, e
stavano a guardare, a guardar tutte le donne che passavano
per via, sole, a coppie, o accompagnate dai mariti: spose,
giovinette, giovani madri coi loro bambini; e quelle che
scendevano dalla tranvia, dirette a Villa Borghese, e quelle
che ne tornavano in carrozza, e le forestiere che entravano
al grande albergo dirimpetto o ne uscivano, a piedi, in
automobile.
Non staccavano gli occhi da una che per attaccarli subito a
un'altra, e la seguivano con lo sguardo, studiandone ogni
mossa o fissandone qualche tratto, il seno, i fianchi, la
gola, le rosee braccia trasparenti dai merletti delle
maniche: storditi, inebriati da tutto quel brulichio, da
tutto quel fremito di vita, da tanta varietà d'aspetti e di
colori e di espressioni, e tenuti in un'ansia angosciosa di
confusi sentimenti e pensieri e rimpianti e desiderii, ora
per uno sguardo fuggevole, ora per un sorriso lieve di
compiacenza che riuscivano a cogliere da questa o da quella,
tra il frastuono delle vetture e il passerajo fitto,
continuo che veniva dalle prossime ville.
Sentivano tutti e quattro, ciascuno a suo modo, il bisogno
cocente della donna, di quel bene che nella vita può dar
solo la donna, che tante di quelle donne già davano col loro
amore, con la loro presenza, con le loro cure, e forse
senz'esserne ricompensate a dovere dagli uomini ingrati.
Appena questo dubbio sorgeva in essi per l'aria triste di
qualcuna, i loro sguardi s'affrettavano a esprimere un
intenso accoramento o un'acerba condanna o una pietosa
adorazione. E quelle giovinette? Chi sa com'eran disposte e
pronte a dar la gioja del loro corpo! E dovevano invece
sciuparsi in un'attesa forse vana tra finte ritrosie in
pubblico e chi sa che smanie in segreto.
Ciascuno, con quel quadro fascinoso davanti, pensando alla
propria casa senza donna, vuota, squallida, muta, compreso
da una profonda amarezza, sospirava.
Filippo Romelli, il vedovo, piccolino di statura, pulito, in
quel suo abito nero da lutto ancora senza una grinza,
preciso in tutti i lineamenti fini, d'omettino bello
vezzeggiato dalla moglie, si recava tutte le domeniche al
camposanto a portar fiori alla sua morta, e più degli altri
due sentiva l'orrore della propria casa attufata dai
ricordi, dove ogni oggetto, nell'ombra e nel silenzio,
pareva stesse ancora ad aspettare colei che non vi poteva
più far ritorno, colei che lo accoglieva ogni volta con
tanta festa e lo curava e lo lisciava e gli ripeteva con gli
occhi ridenti come e quanto fosse contenta d'esser sua.
In tutte le donne che vedeva passare per via lui badava ora
a sorprender la grazia di qualche mossa che gli richiamasse
viva l'immagine della sua donna, non com'era ultimamente, ma
qual era stata un tempo, quando gli aveva dato quella tal
gioja che quest'altra, ora, gli ridestava pungente nella
memoria; e subito serrava le labbra per l'impeto della
commozione che gli saliva amara alla gola, e socchiudeva un
po' gli occhi, come fanno al vento gli uccelli abbandonati
su un ramo.
Anche nella sua donna, negli ultimi tempi, aveva amato il
ricordo delle gioje passate, che non potevano più, ormai,
esser per lui. Nessuna donna più lo avrebbe amato, ora, per
se stesso. Aveva già quasi cinquant'anni.
Ah, per lui la sorte era stata veramente crudele! Vedersi
strappare la compagna in quel punto, alla soglia della
vecchiaja, quando ne aveva più bisogno, quando anche
l'amore, sempre irrequieto nella gioventù, cominciava a
pregiar soltanto la tranquillità del nido fedele! E ecco che
ora gli toccava a risentire l'irrequietezza di esso, fuori
tempo, e perciò ridicola e disperata.
Allo Spina, amico suo indivisibile da tanti anni, aveva
detto più volte:
- Verità sacrosanta, amico mio: l'uomo non può esser
tranquillo, se non s'è assicurate tre cose: il pane, la
casa, l'amore. Donne, tu ne trovi adesso; ti posso anche
ammettere che, quanto a questo, tu stai meglio di me, per
ora. Ma la gioventù, caro, è assai più breve della vecchiaja.
Lo scapolo gode in gioventù; ma poi soffre in vecchiaja.
L'ammogliato, al contrario. Ha più tempo di goder
l'ammogliato dunque, come vedi!
Sissignori. Bella risposta gli aveva dato la sorte! Lo
Spina, ora, vecchio scapolo, cominciava a soffrire del vuoto
della sua vita, in una camera d'affitto, tra mobili volgari,
neppur suoi; ma almeno poteva dire d'aver goduto a suo modo
in gioventù e d'aver voluto lui che fosse così sola e senza
conforto di cure amiche e senz'abitudine d'affetti la sua
vecchiaja. Ma lui!
Eppure, forse più crudele della sua era la sorte di Mariano
Groa. Bastava guardarlo, poveretto, per comprenderlo.
Lui, Romelli, pur così sconsolato com'era, trovava tuttavia
in sé la forza di pulirsi, d'aggiustarsi, perfino d'insegarsi
ancora i baffettini grigi; mentre quel povero Groa... Eccolo
là: panciuto, sciamannato, con una grinta da can mastino con
gli occhiali, ispido di una barba non rifatta chi sa da
quanti giorni, e con la giacca senza bottoni, il colletto
spiegazzato, giallo di sudore, la cravatta sudicia, annodata
di traverso.
Guardava le donne con occhiacci feroci, quasi se le volesse
mangiare.
E ogni tanto, fissandone qualcuna, ansimava, come se gli si
stringesse il naso; si scoteva, facendo scricchiolar la
sedia, e si metteva in un'altra positura non meno truce, col
pomo del bastone sotto il mento, affondato nella pappagorgia
lustra di sudore.
Sapeva da tant'anni che la moglie - vezzosa donnettina dal
nasino ritto, due fossette impertinenti alle guance e
occhietti vivi vivi, da furetto - lo tradiva. Alla fine, un
brutto giorno, era stato costretto ad accorgersene, e s'era
diviso da lei legalmente. Se n'era pentito subito dopo; ma
lei non aveva più voluto saperne, contenta delle duecento
lire al mese ch'egli le passava per mezzo del figliuolo, il
quale andava a visitarla ogni due giorni.
Il pover uomo era divorato dalla brama di riaverla. La amava
ancora come un pazzo, e senza lei non poteva più stare; non
aveva più requie!
Spesso, il figliuolo, che gli dormiva accanto, sentendolo
piangere o gemere con la faccia affondata nel guanciale, si
levava su un gomito e cercava di confortarlo amorosamente:
- Papà, papà...
Ma spesso anche Torellino si seccava a vederlo smaniare
così; e nei giorni che doveva recarsi a visitare la madre,
sbuffava ogni qual volta egli si metteva a suggerirgli tutto
quello che avrebbe desiderato le dicesse per intenerirla, lo
stato in cui si trovava, così senza cure, alla sua età; la
sua disperazione; il suo pianto; e che non poteva dormire, e
che non sapeva più reggere, né come fare.
Era un tormento per Torellino! E anche una vergogna che lo
sconcertava tutto e lo faceva sudar freddo. Tanto più che
poi quelle ambasciate non servivano a nulla, perché già più
volte la madre, irremovibile, gli aveva fatto rispondere che
non ne voleva nemmeno sentir parlare.
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E che altro tormento ogni qual volta ritornava da
quelle visite! Il padre lo aspettava a piè della
scala, ansante, la faccia infiammata e gli occhi
acuti e spasimosi, lustri di lagrime. Subito, appena
lo vedeva, lo assaliva di domande:
- Com'è? com'è? che t'ha detto? come l'hai trovata?
E a ogni risposta, arricciava il naso, chiudeva gli
occhi, divaricava le labbra, come se ricevesse
pugnalate.
- Ah, sì, tranquilla? Non dice niente? Ah, dice che
sta bene così? E tu, tu che le hai detto?
- Niente, io, papà...
Ah, niente, è vero? E si mordeva le mani dalla
rabbia; poi prorompeva:
- Eh sì! eh sì! Seguitate! Seguitate! È comodo...
Seguita così, tu pure, caro! Sfido... Che vi manca?
C'è il bue qua, che lavora per voi... Seguitate,
seguitate senza nessuna considerazione per me! Ma
non lo capisci, perdio, che io non posso più vivere
così? Che ho bisogno d'ajuto? Che io così muojo, non
lo capisci? Non lo capisci?
- Ma che ci posso fare io, papà? - si scrollava
Torellino, alla fine, esasperato.
- Niente! Niente! Seguita! - riprendeva lui,
ingozzando le lagrime. - Ma non ti pare almeno che
sia una nequizia farmi morire così? Perché, sai? io
muojo! Io vi lascio tutti e due in mezzo a una
strada, e la faccio finita! La faccio finita!
Si pentiva subito di queste sfuriate, e compensava
con carezze, con regali il figliuolo; lo avviziava;
gli prodigava le cure di una madre; e non badava a
sé, ai suoi abiti, alle sue scarpe, alla sua
biancheria, purché il figlio andasse ben vestito, di
tutto punto, e si presentasse alla mamma ogni due
giorni come un figurino.
S'inteneriva lui stesso di quella sua bontà, non
solo non rimeritata, ma neppur commiserata da
nessuno, calpestata anzi da tutti; si struggeva in
quella sua tenerezza; sentiva proprio che il cuore
gli si sfaceva in petto, strizzato dall'angoscia,
macerato dalla pena.
Aveva coscienza di non aver fatto mai, mai, il
minimo torto a quell'infame donna che lo aveva
trattato così!
Che ci poteva far lui se attorno al suo cuore tenero
e semplice, di bambino, era cresciuto tutto quel
corpaccio da maiale? Nato per la casa, per adorare
una donna sola nella vita, che gli volesse - non
molto! non molto! - un po' di bene, quanto compenso
le avrebbe saputo dare, per questo po' di bene!
Con gli occhi invetrati dalle lagrime a stento
contenute, ora stava a mirar per via ogni coppia di
sposi, che gli pareva andasse d'amore e d'accordo.
Si sarebbe buttato in ginocchio davanti a ogni
moglie onesta e saggia, che fosse il sorriso e la
benedizione d'una casa, che amasse teneramente il
suo sposo e curasse i suoi figliuoli.
A lui, giusto a lui doveva toccare una donna come
quella! Chi sa quante ce n'erano di buone, lì, tra
quelle che passavano per via; quante avrebbero fatto
la sua felicità, perché non chiedeva molto lui, un
po' d'affetto, poco!
Lo mendicava con quegli occhi, che parevano truci, a
tutte le donne che vedeva passare; ma non per averlo
da esse: da una sola, da quella, lui lo voleva,
poiché quella sola avrebbe potuto darglielo
onestamente, legato com'era dal vincolo del
matrimonio e con quel suo povero figliuolo accanto.
All'ombra dei grandi alberi della via, brulicava
quella sera con fremito più intenso la vita.
I due amici Spina e Romelli tardavano ancora a
venire.
L'aria, satura di tutte le fragranze delle ville
vicine, pareva grillasse d'un baglior d'oro, e tutti
i visi delle donne, sotto i cappelloni spavaldi,
sorridevano accesi da riflessi purpurei. Offrivano
con quel sorriso all'ammirazione e al desiderio
degli uomini il loro corpo disegnato nettamente
dagli abiti succinti.
Le rose d'una bottega di fiorajo lì presso, dietro
le spalle del Groa, esalavano un profumo così
voluttuoso, che il pover uomo ne aveva un greve
stordimento di ebbrezza, per cui già tutto quel
brulichio di vita assumeva innanzi a lui contorni
vaporosi di sogno, e gli destava quasi il dubbio
della irrealità di quanto vedeva, coi romori che gli
si attutivano agli orecchi, come se venissero da
lontano lontano, e non da tutto quel sogno lì
maraviglioso.
Alla fine, quegli altri due arrivarono. Discutevano
tra loro animatamente. Il piccolo Romelli, vestito
di nero, era nervoso, convulso; scattava a tratti
come per scosse elettriche, e lo Spina, accalorato,
cercava di calmarlo, di convincerlo.
- Sì, due sorelle, due sorelle! Lasciate fare a me!
Ancora è presto. Ora sediamo.
Il Groa fece segno con gli occhi ai due di non
parlar di tali cose davanti al suo figliuolo; poi,
comprendendo che essi, così accesi com'erano, non
avrebbero saputo frenarsi, si volse a Torellino e lo
invitò a farsi una giratina lì a Villa Borghese.
Il ragazzo s'avviò, svogliato, sbuffando. Fatti
pochi passi, si voltò e vide che i tre, con le teste
riunite, confabulavano misteriosamente attorno al
tavolino; ma il padre scrollava il capo, diceva di
no, di no.
Lo Spina, certo, li tentava.
Quando, dopo una mezz'ora, Torellino ritornò, i due,
il Romelli e lo Spina, erano andati via. Il padre
era solo, ad attenderlo; in una solitudine
disperata; con un viso così alterato, con tanto
spasimo tetro negli occhi, che il figlio restò a
mirarlo, sgomento.
- Vogliamo andare, papà?
Il Groa parve non lo sentisse. Lo guatò. Serrò le
labbra con una smorfia di pianto, quasi infantile,
ed ebbe per tutta la persona uno scotimento di
singhiozzi soffocati.
Poi si alzò; prese il figlio per un braccio; glielo
strinse con tutta la forza, come se volesse
comunicargli con quella stretta qualcosa che non
poteva o non sapeva dire. E andarono, andarono verso
via di Porta Pinciana.
Torellino si sentiva trascinato verso la casa ove
abitava la madre. Ecco, vi sarebbero giunti tra
poco: era là in capo al secondo vicolo, ove ardeva
il fanale. E a mano a mano s'induriva contro il
braccio del padre, il quale, avvertendo la
resistenza, lo guardava ansioso, per intenerirlo.
«Oh Dio, oh Dio», pensava Torellino, «la solita
storia! Il solito tormento! Andar su, è vero?
Pregare la madre che s'arrendesse finalmente;
sentirsi dire di no ancora una volta? No, no.»
E, risoluto, davanti al vicolo, sotto il fanale,
s'impuntò e disse al padre:
- No, sai, papà? Io non salgo! Io non ci vado!
Il Groa guardò il figlio con occhi atroci.
- No? - fremette. - No?
E lo respinse da sé, piano, senza aggiungere altro.
Lasciato lì quieto in mezzo alla via deserta,
Torellino, dapprima un po' stordito, ebbe a un
tratto l'impressione che il padre si fosse per
sempre staccato da lui, quasi balzando d'improvviso
laggiù, lontano, e che per sempre si perdesse
confuso, estraneo tra i tanti estranei che andavano
per quella via in discesa. Allora si mosse a
seguirlo da lontano, costernato.
Lo seguì, senza farsi scorgere, giù per Capo le
Case, giù per via Due Macelli, per via Condotti, per
via Fontanella di Borghese, per piazza Nicosia...
Sboccando in via di Tordinona, si fermò.
Venivano fuori da un vicoletto bujo il Romelli e lo
Spina, e il padre s'univa ad essi. Il Romelli aveva
sugli occhi un fazzoletto listato di nero e
singhiozzava. Tutti e tre andavano ad appoggiarsi
alla spalletta del Lungotevere.
- Ma stupido! Perché? - gridava lo Spina, scotendo
per un braccio il Romelli. - Tanto carina! Tanto
graziosa!
E il Romelli, tra i singhiozzi:
- Impossibile! Impossibile! Tu non puoi
comprendere... Il pudore! La santità della casa!
Lo Spina allora si volgeva al padre.
Nella chiara sera di maggio, presso le acque del
fiume che pareva ritenessero ancora la luce del
giorno sparito, si distinguevano con precisione
tutti i gesti e anche i tratti del volto di quei tre
uomini agitati.
Lo Spina voleva ora convincere il padre del torto
del Romelli, che seguitava ad asciugarsi il volto in
disparte. Il padre stava a guardar lo Spina con
occhi sbarrati, feroci; all'improvviso lo afferrava
per il bavero della giacca, gli dava un poderoso
scrollone e lo mandava a schizzare lontano; poi,
balzando sul parapetto dell'argine gridava con le
braccia levate, enorme:
- Ecco, si fa così!
E giù, nel fiume. Un tonfo. Due gridi, e un terzo
grido, da lontano, più acuto, del figlio che non
poteva accorrere, con le gambe quasi stroncate dal
terrore.
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