|
|
15. La tragedia d'un personaggio (1911)
«Corriere della Sera», 19
ottobre 1911, poi in "La trappola", Treves 1915.
|
|
|
Analisi
Anna Lanzetta: “La tragedia di un personaggio” di Luigi Pirandello.
da Tellusfolio.it
link alla pagina originale
http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=/index.php&cmd=v&id=5743
15 maggio 2008
Quest'ultima domenica sono entrato nello scrittojo, per l'udienza, un po' più
tardi del solito, così inizia la giornata di uno scrittore che si accinge
con garbo e con pazienza a dare forma a chi nella vita è soltanto un’ombra vaga,
vagante tra i meandri dell’essere alla ricerca di una maschera da indossare per
un giorno ed essere autentico fin quando tutto svanisce per il giudizio di un
critico che si intestardisce affannosamente a smontarci pezzo per pezzo, per
capirci, scoprirci, definirci e che finisce solo per frantumarci in un giudizio
che non ci appartiene. “Questa è la vita”, rincorriamo la nostra ombra e nel
momento in cui crediamo di averla presa diventa altro perché altro siamo
diventati noi, altro siamo nel giudizio degli altri; un gioco di parole per
capire che non abbiamo un’identità capace di definirci nella quotidianità; tale
è il dottor Fileno, protagonista del racconto, che vuole a tutti i costi essere
personaggio per non finire nel dimenticatoio della vita ed essere ricordato,
essere eternato, egli che sa che l’unico capace di ciò è lo scrittore, non uno
scrittore qualsiasi che non accontenta le sue attese ma uno scrittore capace di
dire ciò che egli è stato, ciò che è e che tale resterà nel corso della storia;
troppe pretese per chi è solo ombra e che, diventato già personaggio, non può
ritornare a esserlo sotto un’altra veste; legge inesorabile della vita, un filo
sottile che collega il pastore errante di Leopardi alla fissità dei personaggi
di Verga, |
|
alla poesia sofferta e dolorosa di
Montale; uno stato di estraneità, di incomunicabilità, di impossibilità di
conoscersi, di relazionarsi e di definirsi dell’uomo del Novecento; un tentativo
di autoconoscenza che si frantuma di fronte alla realtà poco attenta ai bisogni
e alle attese dell’uomo che vede frantumarsi il suo credo come nebbia al vento,
svanire una speranza; che si trascina a fatica in una realtà in cui i suoi sogni
quotidianamente si vanificano; dove cambiamenti improvvisi frantumano ideologie
e creano ansia per ciò che è e per ciò che sarà; in cui lo stesso individuo
appare grottesco come i personaggi di Grosz, o si carica di autoironia come i
personaggi di Svevo, o si eleva a esteta come D’Annunzio, o si separa dal mondo
come Pascoli, o si lega alle piccole cose come Gozzano, o perde fiducia come
poeta - che piange -.
La “tragedia” è sfilare in una società che ci impone
una maschera che camuffa la parte più autentica di noi , quella che non
riusciamo a mostrare, quella che gli altri non vogliono vedere, in quel “male di
vivere” che spesso, troppo spesso diventa diniego di un credo e di speranza; di
una cultura che non sempre risponde alle attese di chi vuole da essa essere
rappresentato con i propri bisogni e le proprie idee, di chi chiede che continui
il processo educativo tra passato e futuro sul sottile filo di un presente che
funga da filtro; il dottor Fileno, a ragione cercava una penna, non una
qualsiasi ma uno scrittore capace di rappresentarlo nella maniera più autentica
perché tale dovrebbe essere la verità senza orpelli e senza finzioni. “La
tragedia di un personaggio” si pone come testo chiave per comprendere il nostro
Novecento e oltre, un misto di scrittura e filosofia che ancora una volta pone
Pirandello in linea con Leopardi e che alla luce della relatività lo affianca a
Picasso nella rappresentazione di un volto mutevole, nel pensiero di chi lo
giudica, mutevole nel tempo e nello spazio; un’immagine dell’uomo, fortemente
espressiva sia nella linea e nel colore che nella parola e nel concetto-forma,
ambedue linguaggi capaci di interloquire profondamente e in simbiosi con il
lettore e l’osservatore e di suscitare inquietudine, quesiti, attese; un invito
a farci riflettere, a capire noi stessi e gli altri specialmente ora che le
problematiche universali ci invitano a essere diversi sul piano umano, a non
diventare nemici su un terreno comune come diceva Leopardi e a capire che la
mancanza di una forma ci investe tutti e che tutti, indipendentemente da ciò che
la vita ci ha riservato e che ci ha dato in eredità ne abbiamo bisogno per
sostenerci in quel solidarismo resistenziale di Leopardi di stampo pirandelliano
e oltre, e a capire che tutti abbiamo una maschera al di sotto della quale c’è
l’autentico principio dell’eguaglianza. In tale ottica, “La tragedia di un
personaggio” si pone come testo chiave per comprendere la poetica di Pirandello
e non solo, e il suo rapporto con l’uomo e con se stesso. È adombrata in questo
racconto la tragedia dell’individuo consapevole di non poter vivere la propria
identità se non diventando personaggio, attraverso la penna di un valente
scrittore, capace di penetrare nei meandri del suo animo e tracciarne quella
forma che lo definirà personaggio per sempre. Emerge il ruolo dello scrittore,
fondamentale, nel dare metaforicamente nella vita, la vita a chi non ce l’ha,
nel tentativo di farlo vivere: nel pensiero del lettore, nella critica feroce,
nel sorriso bonario di chi osserva compiaciuto tale costruzione che in fondo non
esiste mai di per se stessa, ma che si succede in fonogrammi che si
sovrappongono come il pensiero di chi giudica; non siamo forse “Uno, nessuno e
centomila”? non è forse la vita, in ogni situazione “Così è (se vi pare)”; nulla
sarà mai definito e questa è “La tragedia di un personaggio”; dirà Pirandello
consapevole del suo ruolo: voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga
e sottile indagine…
Anna Lanzetta
La tragedia d'un personaggio (1911)
È mia vecchia abitudine dare udienza,
ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle.
Cinque ore, dalle otto alle tredici.
M'accade quasi sempre di trovarmi in cattiva compagnia.
Non so perché, di solito accorre a queste mie udienze la gente più scontenta del
mondo, o afflitta da strani mali, o ingarbugliata in speciosissimi casi, con la
quale è veramente una pena trattare.
Io ascolto tutti con sopportazione; li interrogo con buona grazia; prendo nota
de' nomi e delle condizioni di ciascuno; tengo conto de' loro sentimenti e delle
loro aspirazioni. Ma bisogna anche aggiungere che per mia disgrazia non sono di
facile contentatura. Sopportazione, buona grazia, sì; ma esser gabbato non mi
piace. E voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga e sottile indagine.
Ora avviene che a certe mie domande più d'uno aombri e s'impunti e recalcitri
furiosamente, perché forse gli sembra ch'io provi gusto a scomporlo dalla
serietà con cui mi s'è presentato.
Con pazienza, con buona grazia m'ingegno di far vedere e toccar con mano, che la
mia domanda non è superflua, perché si fa presto a volerci in un modo o in un
altro; tutto sta poi se possiamo essere quali ci vogliamo. Ove quel potere
manchi, per forza questa volontà deve apparire ridicola e vana.
Non se ne vogliono persuadere.
E allora io, che in fondo sono di buon cuore, li compatisco. Ma è mai possibile
il compatimento di certe sventure, se non a patto che se ne rida?
Orbene, i personaggi delle mie novelle vanno sbandendo per il mondo, che io sono
uno scrittore crudelissimo e spietato. Ci vorrebbe un critico di buona volontà,
che facesse vedere quanto compatimento sia sotto a quel riso.
Ma dove sono oggi i critici di buona volontà?
È bene avvertire che alcuni personaggi, in queste udienze, balzano davanti agli
altri e s'impongono con tanta petulanza e prepotenza, ch'io mi vedo costretto
qualche volta a sbrigarmi di loro lì per lì.
Parecchi di questa lor furia poi si pentono amaramente e mi si raccomandano per
avere accomodato chi un difetto e chi un altro. Ma io sorrido e dico loro
pacatamente che scontino ora il loro peccato originale e aspettino ch'io abbia
tempo e modo di ritornare ad essi.
Tra quelli che rimangono indietro in attesa, sopraffatti, chi sospira, chi
s'oscura, chi si stanca e se ne va a picchiare alla porta di qualche altro
scrittore.
Mi è avvenuto non di rado di ritrovare nelle novelle di parecchi miei colleghi
certi personaggi, che prima s'erano presentati a me; come pure m'è avvenuto di
ravvisarne certi altri, i quali, non contenti del modo com'io li avevo trattati,
han voluto provare di fare altrove miglior figura.
Non me ne lagno, perché solitamente di nuovi me ne vengon davanti due e tre per
settimana. E spesso la ressa è tanta, ch'io debbo dar retta a più d'uno
contemporaneamente. Se non che, a un certo punto, lo spirito così diviso e
frastornato si ricusa a quel doppio o triplo allevamento e grida esasperato che,
o uno alla volta, piano piano, riposatamente, o via nel limbo tutt'e tre!
Ricordo sempre con quanta remissione aspettò il suo turno un povero vecchietto
arrivatomi da lontano, un certo maestro Icilio Saporini, spatriato in America
nel 1849, alla caduta della Repubblica Romana, per aver musicato non so che inno
patriottico, e ritornato in Italia dopo quarantacinque anni, quasi ottantenne,
per morirvi. Cerimonioso, col suo vocino di zanzara, lasciava passar tutti
innanzi a sé. E finalmente un giorno ch'ero ancor convalescente d'una lunga
malattia, me lo vidi entrare in camera, umile umile, con un timido risolino su
le labbra:
- Se posso... Se non le dispiace...
Oh sì, caro vecchietto! Aveva scelto il momento più opportuno. E lo feci morire
subito subito in una novelletta intitolata Musica vecchia.
Quest'ultima domenica sono entrato nello scrittojo, per l'udienza, un po' più
tardi del solito.
Un lungo romanzo inviatomi in dono, e che aspettava da più d'un mese d'esser
letto, mi tenne sveglio fino alle tre del mattino per le tante considerazioni
che mi suggerì un personaggio di esso, l'unico vivo tra molte ombre vane.
Rappresentava un pover uomo, un certo dottor Fileno, che credeva d'aver trovato
il più efficace rimedio a ogni sorta di mali, una ricetta infallibile per
consolar se stesso e tutti gli uomini d'ogni pubblica o privata calamità.
Veramente, più che rimedio o ricetta, era un metodo, questo del dottor Fileno,
che consisteva nel leggere da mane a sera libri di storia e nel veder nella
storia anche il presente, cioè come già lontanissimo nel tempo e impostato negli
archivii del passato.
Con questo metodo s'era liberato d'ogni pena e d'ogni fastidio, e aveva trovato
- senza bisogno di morire - la pace: una pace austera e serena, soffusa di
quella certa mestizia senza rimpianto, che serberebbero ancora i cimiteri su la
faccia della terra, anche quando tutti gli uomini vi fossero morti.
Non si sognava neppure, il dottor Fileno, di trarre dal passato ammaestramenti
per il presente.
Sapeva che sarebbe stato tempo perduto, e da sciocchi; perché la storia è
composizione ideale d'elementi raccolti secondo la natura, le antipatie, le
simpatie, le aspirazioni, le opinioni degli storici, e che non è dunque
possibile far servire questa composizione ideale alla vita che si muove con
tutti i suoi elementi ancora scomposti e sparpagliati. E nemmeno si sognava di
trarre dal presente norme o previsioni per l'avvenire; anzi faceva proprio il
contrario: si poneva idealmente nell'avvenire per guardare il presente, e lo
vedeva come passato.
Gli era morta, per esempio, da pochi giorni una figliuola. Un amico era andato a
trovarlo per condolersi con lui della sciagura. Ebbene, lo aveva trovato già
così consolato, come se quella figliuola gli fosse morta da più che cent'anni.
La sua sciagura, ancor calda calda, l'aveva senz'altro allontanata nel tempo,
respinta e composta nel passato. Ma bisognava vedere da quale altezza e con
quanta dignità ne parlava!
In somma, di quel suo metodo il dottor Fileno s'era fatto come un cannocchiale
rivoltato. Lo apriva, ma non per mettersi a guardare verso l'avvenire, dove
sapeva che non avrebbe veduto niente; persuadeva l'anima a esser contenta di
mettersi a guardare dalla lente più grande, attraverso la piccola, appuntata al
presente, per modo che tutte le cose subito le apparissero piccole e lontane. E
attendeva da varii anni a comporre un libro, che avrebbe fatto epoca certamente:
La filosofia del lontano.
Durante la lettura del romanzo m'era apparso manifesto che l'autore, tutto
inteso ad annodare artificiosamente una delle trame più solite, non aveva saputo
assumere intera coscienza di questo personaggio, il quale, contenendo in sé,
esso solo, il germe d'una vera e propria creazione, era riuscito a un certo
punto a prender la mano all'autore e a stagliarsi per un lungo tratto con
vigoroso rilievo su i comunissimi casi narrati e rappresentati; poi,
all'improvviso, sformato e immiserito, s'era lasciato piegare e adattare alle
esigenze d'una falsa e sciocca soluzione.
Ero rimasto a lungo, nel silenzio della notte, con l'immagine di questo
personaggio davanti agli occhi, a fantasticare. Peccato! C'era tanta materia in
esso, da trarne fuori un capolavoro! Se l'autore non lo avesse così indegnamente
misconosciuto e trascurato, se avesse fatto di lui il centro della narrazione,
anche tutti quegli elementi artificiosi di cui s'era valso, si sarebbero forse
trasformati, sarebbero diventati subito vivi anch'essi. E una gran pena e un
gran dispetto s'erano impadroniti di me per quella vita miseramente mancata.
Ebbene, quella mattina, entrando tardi nello scrittojo, vi trovai un insolito
scompiglio, perché quel dottor Fileno s'era già cacciato in mezzo ai miei
personaggi aspettanti, i quali, adirati e indispettiti, gli erano saltati
addosso e cercavano di cacciarlo via, di strapparlo indietro.
- Ohé! - gridai. - Signori miei, che modo è codesto? Dottor Fileno, io ho già
sprecato con lei troppo tempo. Che vuole da me? Lei non m'appartiene. Mi lasci
attendere in pace adesso a' miei personaggi, e se ne vada.
Una così intensa e disperata angoscia si dipinse sul volto del dottor Fileno,
che subito tutti quegli altri (i miei personaggi che ancora stavano a
trattenerlo) impallidirono mortificati e si ritrassero.
- Non mi scacci, per carità, non mi scacci! Mi accordi cinque soli minuti
d'udienza, con sopportazione di questi signori, e si lasci persuadere, per
carità!
Perplesso e pur compreso di pietà, gli domandai: - Ma persuadere di che? Sono
persuasissimo che lei, caro dottore, meritava di capitare in migliori mani. Ma
che cosa vuole ch'io le faccia? Mi sono doluto già molto della sua sorte; ora
basta.
- Basta? Ah, no, perdio! - scattò il dottor Fileno con un fremito d'indignazione
per tutta la persona. - Lei dice così perché non son cosa sua! La sua
noncuranza, il suo disprezzo mi sarebbero, creda, assai meno crudeli, che
codesta passiva commiserazione, indegna d'un artista, mi scusi! Nessuno può
sapere meglio di lei, che noi siamo esseri vivi, più vivi di quelli che
respirano e vestono panni; forse meno reali, ma più veri! Si nasce alla vita in
tanti modi, caro signore; e lei sa bene che la natura si serve dello strumento
della fantasia umana per proseguire la sua opera di creazione. E chi nasce mercé
quest'attività creatrice che ha sede nello spirito dell'uomo, è ordinato da
natura a una vita di gran lunga superiore a quella di chi nasce dal grembo
mortale d'una donna. Chi nasce personaggio, chi ha l'avventura di nascere
personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più! Morrà
l'uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la creatura non muore
più! E per vivere eterna, non ha mica bisogno di straordinarie doti o di
compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho Panza! Mi dica lei chi era don
Abbondio! Eppure vivono eterni perché - vivi germi - ebbero la ventura di
trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire per
l'eternità.
- Ma sì, caro dottore: tutto questo sta bene,- gli dissi. - Ma non vedo ancora
che cosa ella possa volere da me.
- Ah no? non vede? - fece il dottor Fileno. - Ho forse sbagliato strada? Sono
caduto per caso nel mondo della Luna? Ma che razza di scrittore è lei, scusi? Ma
dunque sul serio lei non comprende l'orrore della tragedia mia? Avere il
privilegio inestimabile di esser nato personaggio, oggi come oggi, voglio dire
oggi che la vita materiale è così irta di vili difficoltà che ostacolano,
deformano, immiseriscono ogni esistenza; avere il privilegio di esser nato
personaggio vivo, ordinato dunque, anche nella mia piccolezza, all'immortalità,
e sissignore, esser caduto in quelle mani, esser condannato a perire
iniquamente, a soffocare in quel mondo d'artifizio, dove non posso né respirare
né dare un passo, perché è tutto finto, falso, combinato, arzigogolato! Parole e
carta! Carta e parole! Un uomo, se si trova avviluppato in condizioni di vita a
cui non possa o non sappia adattarsi, può scapparsene, fuggire; ma un povero
personaggio, no: è lì fissato, inchiodato a un martirio senza fine! Aria! aria!
vita! Ma guardi... Fileno... mi ha messo nome Fileno... Le pare
sul serio che io mi possa chiamar Fileno? Imbecille, imbecille! Neppure il nome
ha saputo darmi! Io, Fileno! E poi, già, io, io, l'autore della Filosofia del
lontano, proprio io dovevo andare a finire in quel modo indegno per
sciogliere tutto quello stupido garbuglio di casi là! Dovevo sposarla io, è
vero? in seconde nozze quell'oca di Graziella, invece del notajo Negroni! Ma mi
faccia il piacere! Questi sono delitti, caro signore, delitti che si dovrebbero
scontare a lagrime di sangue! Ora, invece, che avverrà? Niente. Silenzio. O
forse qualche stroncatura in due o tre giornaletti. Forse qualche critico
esclamerà: «Quel povero dottor Fileno, peccato! Quello sì era un buon
personaggio!». E tutto finirà così. Condannato a morte, io, l'autore della
Filosofia del lontano, che quell'imbecille non ha trovato modo neanche di
farmi stampare a mie spese! Eh già, se no, sfido! come avrei potuto sposare in
seconde nozze quell'oca di Graziella? Ah, non mi faccia pensare! Su, su,
all'opera, all'opera, caro signore! Mi riscatti lei, subito subito! mi faccia
viver lei che ha compreso bene tutta la vita che è in me!
A questa proposta avventata furiosamente come conclusione del lunghissimo sfogo,
restai un pezzo a mirare in faccia il dottor Fileno.
- Si fa scrupolo? - mi domandò, scombujandosi. - Si fa scrupolo? Ma è legittimo,
legittimo, sa! È suo diritto sacrosanto riprendermi e darmi la vita che
quell'imbecille non ha saputo darmi. È suo e mio diritto, capisce?
- Sarà suo diritto, caro dottore, - risposi, - e sarà anche legittimo, come lei
crede. Ma queste cose, io non le faccio. Ed è inutile che insista. Non le
faccio. Provi a rivolgersi altrove.
- E a chi vuole che mi rivolga, se lei...
- Ma io non so! Provi. Forse non stenterà molto a trovarne qualcuno
perfettamente convinto della legittimità di codesto diritto. Se non che, mi
ascolti un po', caro dottor Fileno. È lei, sì o no, veramente l'autore della
Filosofia del lontano?
- E come no? - scattò il dottor Fileno, tirandosi un passo indietro e recandosi
le mani al petto. - Oserebbe metterlo in dubbio? Capisco, capisco! È sempre per
colpa di quel mio assassino! Ha dato appena appena e in succinto, di passata,
un'idea delle mie teorie, non supponendo neppure lontanamente tutto il partito
che c'era da trarre da quella mia scoperta del cannocchiale rivoltato!
Parai le mani per arrestarlo, sorridendo e dicendo:
- Va bene... va bene... ma, e lei, scusi?
- Io? come, io?
- Si lamenta del suo autore; ma ha saputo lei, caro dottore, trar partito
veramente della sua teoria? Ecco, volevo dirle proprio questo. Mi lasci dire. Se
Ella crede sul serio, come me, alla virtù della sua filosofia, perché non la
applica un po' al suo caso? Ella va cercando, oggi, tra noi, uno scrittore che
la consacri all'immortalità? Ma guardi a ciò che dicono di noi poveri
scrittorelli contemporanei tutti i critici più ragguardevoli. Siamo e non siamo,
caro dottore! E sottoponga, insieme con noi, al suo famoso cannocchiale
rivoltato i fatti più notevoli, le questioni più ardenti e le più mirabili opere
dei giorni nostri. Caro il mio dottore, ho gran paura ch'Ella non vedrà più
niente né nessuno. E dunque, via, si consoli, o piuttosto, si rassegni, e mi
lasci attendere a' miei poveri personaggi, i quali, saranno cattivi, saranno
scontrosi, ma non hanno almeno la sua stravagante ambizione. Inizio pagina

|