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II.
Oggi mi sono accorto che anche i cimiteri sono fatti per i vivi.
Questo del Verano, poi, addirittura una città ridotta. I poveri, peggio che a
pianterreno; i ricchi, palazzine di vario stile, giardinetto intorno, cappella
dentro; e coltiva quello un giardiniere vivo e pagato, e officia in questa un
prete vivo e pagato.
Per esser giusti, ecco due posti usurpati ai morti di professione, nel loro
stesso domicilio.
Vi sono poi strade, piazze, viali, vicoli e vicoletti, ai quali farebbero bene a
porre un nome, perché i visitatori vi si potessero meglio orientare: il nome del
morto più autorevole: Via (o vicolo) Tizio; Viale (o
piazza) Cajo.
Quando sarò anch'io dei vostri, Momo, se ci riuniamo qualche notte in assemblea,
vedrai che farò questa e altre proposte, sia per l'affermazione, sia per la
tutela dei nostri diritti e della nostra dignità. Che te ne pare, intanto,
stasera, di queste mie riflessioni? Con questo po' di vita che mi resta, non mi
sento più di qua, caro Momo, dacché tu sei morto; e vorrei spenderlo, questo po'
di resto, per darvi come posso, qualche sollazzo. Ma scommetto che ora tu mi
dici al solito che queste mie riflessioni non sono originali.
Bada ch'era davvero curiosa (ora te lo voglio dire), che tutto quello che mi
scappava di bocca in tua presenza tu pretendevi d'averlo letto in qualche libro,
del quale spesso dicevi di non rammentarti né il titolo né l'autore.
Io di me non presumo troppo: non leggo mai nulla, tranne qualche libro antico,
di tanto in tanto. So - questo è vero - che, se mi picchio un po' su la fronte,
sento, perdio, che vi sta di casa un cervello; ma ignorante, sì; più di me è
difficile trovarne un altro. Visto però che spesso i men savii sono coloro che
si persuadono saper più, e fanno intanto le più scervellate pazzie; dovrei
vergognarmene, non me ne vergogno.
Torniamo alla città ridotta.
Tua moglie ha commesso, secondo me, una di quelle sciocchezze, che non ho saputo
mai tollerare in silenzio. Giudicane tu: si è impegnata nella spesa
insostenibile d'una sepoltura privilegiata e temporanea per te.
Giacer morto in una tomba gentilizia o nel campo dei poveri o, nuda spoglia, ai
piedi d'un albero o in fondo al mare o dove che sia, non è tutt'uno? Ugo Foscolo
dice prima di sì, e poi di no, per certe sue nobili ragioni sociali e civili. Tu
forse la pensi come Ugo Foscolo. Io no. Più vado avanti, io, e più odio la
società e la civiltà. Ma lasciamo questo discorso. Fosse almeno una tomba fissa!
Nossignori. Approfittando che nel Verano c'è pure l'est locanda, tua
moglie ha preso a pigione per te uno di quei grottini detti loculi: venticinque
lire per tre mesi, e poi dieci lire in più per ogni mese, dopo i tre.
Ora, capirai, questa spesa a mano a mano crescente, di qui a sette, otto mesi,
tua moglie non potrà più, certo, sostenerla. E allora che avverrà?
Ma ella spera, dice, in uno sgombero. Mi spiego. Sai che nel cimitero, qualche
volta, avvengono pure gli sgomberi, precisamente come in città? Sì. I morti
sgomberano. O per dir meglio, i vivi superstiti, andando via da Roma, poniamo,
per domiciliarsi in un'altra città, coi bauli e gli altri arredi di casa si
portano via anche i loro morti, dei quali svendono la casa vecchia per
comperarne loro una nuova nell'altro cimitero.
Che sciocco! le dico a te codeste cose, che ci stai e devi saperle. Ma io questa
la imparo adesso, fresca fresca.
Ora, intendi? tua moglie spera in una di queste certo non frequenti occasioni.
Io penso però che ella conta su tante cose che le verranno certo a fallire; e
prima, che con tutta quella sua bravura nel parlar francese le debba durare
tanto affetto e tal pensiero per te (ti chiedo licenza di dubitarne); e poi, che
possa far tanti risparmi da accumulare quanto basti a comperar questa tomba,
diciamo così, di seconda mano. E la pigione del loculo, in tutto questo tempo,
chi la paga? Capisco che la pagherò io, - mi par di sentirmelo gridare da una
vocina dentro la cassaforte qui accanto - ma ciò non toglie che non sia una
segnalata pazzia.
E giacché siamo a questi discorsi angustiosi, intratteniamocene ancora un po'.
Sai che sono metodico e meticoloso e che soglio tener conto di tutto. Sto
facendo la nota delle spese mensili e ci sono anche quelle che ho fatte per te.
Vogliamo parlare un po' d'interessi come prima?
Ho cercato di far tutto, Momino mio (trasporto funebre, sotterramento,
eccetera), con decenza, salvando quella modestia che tu hai tanto raccomandato
nel tuo testamento. Ma mi sono accorto che a Roma quasi quasi costa più il
morire che il vivere, che pur costa tanto, e tu lo sai. Se te la facessi vedere,
questa noticina presentatami jeri dall'agente della nuova Società di pompe
funebri, ti metteresti le mani ai capelli. Eppure, prezzi di concorrenza, bada!
Ma quello che m'ha fatto groppo è stato il pretino unto e bisunto della
parrocchia qua di San Rocco, che ha voluto venti lire per spruzzarti un po'
d'acqua su la bara e belarti un requiem... Ah, quando muojo io, niente!
Già, al fuoco! È più spiccio e più pulito. Ognuno però la pensa a modo suo; e,
pure da morti, abbiamo la debolezza di volerci in un modo, anziché in un altro.
Basta.
Interessi.
Sai che ancora un po' di quel che avevo, mi resta; sai che i bisogni miei sono
limitatissimi e che ormai nessun desiderio più m'invoglia di sperare; tranne
quello di morir presto, sperare che sia senza avvedermene.
Che si diceva? Ah, dico: che debbo farmene di questo poco che mi resta?
Lasciarlo, dopo morto, in opere di carità? Prima di tutto, chi sa come e dove
andrebbe a finire; poi, io non ho di queste tenerezze tardive per il prossimo in
generale. Il prossimo, io voglio sapere come si chiama.
Orbene, poiché certe cose si scrivono meglio che non si dicano a voce, ho
scritto a tua moglie che era mia ferma intenzione, e che anzi stimavo come
dovere, continuare a fare per la vedova dell'unico amico mio quel ch'ero solito
di fare per lui: contribuire, cioè, alle spese di casa.
Momo, prenditi questo decottino a digiuno. Sai come m'ha risposto tua moglie?
M'ha ringraziato, prima di tutto, come si può ringraziare un qualunque estraneo;
ma lasciamo andare; ha poi soggiunto che, per il momento, sì, dice, purtroppo si
vede costretta a non ricusare i miei graziosi favori, perché
avendo dischiavacciato lo stipetto, dove tu eri solito di riporre il
sudor delle tue fatiche, dice, non vi ha trovato che sole lire cinquanta,
con le quali evidentemente, dice, non è possibile pagar la pigione di casa che
scade il giorno quindici, saldare alcuni conti con parecchi fornitori di
commestibili e farsi un modesto abito da lutto di assoluta necessità.
Indovinerai dalle frasi che ti ho trascritte chi ha dettato a tua moglie questa
lettera: i graziosi favori, il dischiavacciato, il sudor delle
tue fatiche non possono uscire che dalla bocca di tuo cognato... cioè, no:
verrebbe a essere di te cognato di tua moglie, è vero il signor Postella,
insomma, il quale - te ne avverto di passata - ha preso definitivamente
domicilio in casa tua insieme con la sua metà, e dormono nella stessa
camera in cui sei morto, in cui dormivamo tu e io.
Andiamo avanti. La lettera mi annunziava, seguitando, alcuni disegni per
l'avvenire: che tua moglie, cioè, spera, o almeno desidera, di trovar da
lavorare in casa, o qualche dignitoso collocamento in una nobile famiglia, come
lettrice o istitutrice, mettendo a profitto, dice, i preziosi ammaestramenti
che tu le lasciasti in unica e cara eredità. Ma non ti dar pensiero
neanche di questo. Finché ci sono qua io, sta' pur sicuro che non ne farà di
nulla. Intanto la lettera terminava con questa frase: «E fiducialmente La
saluto!» - Fiducialmente! Dove va a pescarle le espressioni tuo cognato?
Bada che è buffo sul serio!
E a proposito del dischiavacciato: la chiave dello stipetto dove l'hai
lasciata? Non si è potuta trovare: e quel linguajo, lo vedi, ha dovuto ricorrere
al dischiavacciamento. Questi napoletani, quando parlano l'italiano...
Ma, chi sa! la troppa fretta d'aprire non gli avrà forse lasciato cercar bene e
trovare la chiave... Mi dispiace per lo stipetto, ch'era roba nostra in comune:
lo stipetto di mia madre, una santa reliquia per me. Basta. Parliamo d'altro.
Questa notte la mia giacca, posata su la poltrona a piè del letto, d'accordo col
lumino da notte relegato sul pavimento in un angolo della camera, s'è divertita
a farmi provare un soprassalto, combinandomi uno scherzetto d'ombra.
Dopo aver dormito un pezzo con la faccia al muro, nel voltarmi mi sono mezzo
svegliato e ho avuto la momentanea impressione che qualcuno fosse seduto su la
poltrona.
Ho subito pensato a te. Ma perché mi sono spaventato?
Ah se tu potessi veramente, anche come una fantasima, farti vedere da me, le
notti; venire qua comunque a tenermi compagnia!
Ma già, potendo, tu te n'andresti da tua moglie, ingrato! Ella però ti
chiuderebbe la porta in faccia, sai? o scapperebbe via dallo spavento. E allora
tu te ne verresti qua da me, per essere consolato; e io seduto come sono adesso
davanti al tavolino, e tu di fronte a me, converseremmo insieme, come ai bei
tempi... Ti farei trovare ogni sera una buona tazza di caffè e tu, caffeista,
giudicheresti se lo faccio meglio io, o tua moglie; la pipetta e il giornale.
Così te lo leggeresti da te il giornale; perché io, sai, non c'è verso: non ci
resisto; mi ci sono provato tre volte e ho dovuto smettere subito.
Mi sono confortato pensando che se io, vivo, posso farne a meno, a più forte
ragione potrai farne a meno tu, ormai, non è vero?
Dimmi di sì, ti prego.
Tornando questa mattina dal cimitero, mi son sentito chiamare per Via Nazionale:
- Signor Aversa! Signor Aversa!
Mi volto; il nipote del notajo Zanti, uno di quei giovanotti che tu (non so
perché) chiamavi discinti. Mi stringe la mano e mi dice:
- Quel povero signor Gerolamo! Che pena!
Chiudo gli occhi e sospiro. E il giovinotto:
- Dica, signor Tommaso, e la moglie... la vedova?
- Piange, poverina.
- Me l'immagino! Andrò oggi stesso a fare il mio dovere...
Molte visite di condoglianza riceverà tua moglie, Momino. E se fosse brutta e
vecchia? Nessuna.
Anche a costo di parer crudele, bisogna che io ti abitui a queste notizie. Con
l'andar del tempo, temo non debba dartene di assai peggiori. La vita è trista,
amico mio, e chi sa quali e quante amarezze ci riserba.
Mezzanotte. Dormi in pace.
III.
Che buffoni, amico mio, che buffoni!
Sono venuti stamane a trovarmi il signor Postella e quella montagna di carne
ch'egli ha il coraggio di chiamare la sua metà. Sono venuti a trovarmi
per chiarire, dice, la lettera che jeri mi scrisse tua moglie.
Capisci che fa tuo cognato? Prima scrive in quella razza di maniera, e poi viene
a chiarire.
Basta... L'intima e vera ragione della sua visita d'oggi però avrà pur bisogno,
vedrai, d'esser chiarita meglio da una seconda visita, domani.
Io almeno non ho saputo vederci chiaro abbastanza. M'è parso soltanto di dover
capire che il signor Postella intende di far doppio giuoco e ho voluto metter
subito le carte in tavola.
Veramente, prima l'ho lasciato dire e dire. Plinio insegna che le donnole,
innanzi che combattano con le serpi, si muniscono mangiando ruta. Io fo meglio:
mi munisco lasciando parlare il signor Postella; assorbisco il succo del suo
discorso; poi lo mordo col suo stesso veleno.
Ah, se avessi visto come si mostrava afflitto della lettera di tua moglie:
afflittissimo! E siccome non la finiva più, a un certo punto, per consolarlo,
gli ho detto:
- Senta, caro signor Postella, lei ha non so se la disgrazia o la fortuna di
possedere uno stile. Dote rara! se la guardi! Dica un po', è forse pentito di
quello che m'ha fatto scrivere jeri dalla moglie dell'amico mio?
Poveretto, non se l'aspettava. Ha battuto per lo meno cento volte di seguito le
palpebre, per quel tic nervoso che tu gli sai; poi col risolino scemo di
chi non vuol capire e finge di non aver capito:
- Come come?
La moglie non ha detto nulla, ma per lei ha scricchiolato la seggiola su cui
stava seduta.
- Sì, badi, - ho ripreso io, impassibile - non desidererei di meglio, signor
mio.
E allora è venuta fuori la spiegazione, durante la quale ho molto ammirato
Postella moglie, che pendeva dalle labbra del marito e approvava col capo quasi
a ogni parola, lanciandomi di tanto in tanto qualche sguardo, come per dirmi:
«Ma sente come parla bene?»
Io non so se quel baccellone di piano abbia mai posseduto un cervello; certo è
che ora, se lo ha, non lo tiene più in esercizio, tale e tanta fiducia ripone in
quello del marito, che è uno, sì, ma basta, secondo lei, per tutti e due, e ne
avanza.
Per farla breve, il signor Postella ha confermato d'averla scritta lui la
lettera; ma, beninteso! per espresso incarico di tua moglie, che nel dolore,
dice, al quale tuttavia è in preda, non sentendosi in grado, dice, di stenderla
lei, gliene suggerì i termini. Egli, il signor Postella, ne fu dolentissimo, ed
ecco, me ne dava una prova con la sua visita d'oggi. Dall'altro canto però ha
voluto scusar tua moglie, e che la scusassi anch'io considerando le delicate
ragioni, dice, che le avevano consigliato di farmi scrivere in quel modo.
E qui s'è chiarito un equivoco, o meglio, un malinteso. Tua moglie, nel leggere
la mia lettera - dove (promettendole che avrei continuato a far per lei quello
che facevo per te) io avevo usato la frase contribuire alle spese di casa
- ha capito, dice, ch'io volessi seguitare a vivere come per l'addietro, e cioè
più a casa tua, che in queste tre stanzette mie... Ma, nel dirmi questo, le
palpebre del signor Postella parevano addirittura impazzite sotto il mio sguardo
a mano a mano più sdegnoso e sprezzante.
Io non mi faccio ombra d'illusione su la natura dei sentimenti di tua moglie per
me: le antipatie sono reciproche. Ma non tua moglie, Momo, lui, lui, il signor
Postella ha temuto invece che fosse mia intenzione seguitare nel solito
andamento di vita, come se tu non fossi morto; guarda, ci metterei le mani sul
fuoco. E avrà persuaso tua moglie a scrivermi a quel modo, dandole a intendere
che la gente, altrimenti, avrebbe potuto malignare su lei e su me.
Si è assicurato così, che nessuno verrà più a molestarlo in casa di tua moglie.
Ma d'altra parte, poi, ha temuto che io, nel vedermi messo alla porta, per
risposta, avrei chiuso la bocca al mio sacchetto, e allora, capisci? è venuto
tutto sorridente a farmi scuse e cerimonie, che vorrebbero essere uncini per
tirarmi a pagare.
- Ma stia tranquillo, caro signor Postella! - gli ho detto. - Stia tranquillo e
rassicuri la signora, ch'io non verrò a disturbarla che assai di raro... - E
stavo per aggiungere: «Tanto per saperne dare qualche notizia a Momino».
Ma qui proteste calorosissime del signor Postella, alle quali ha stimato
opportuno di partecipare anche la moglie, ma con la mimica soltanto, quasi per
rafforzare e rendere più efficaci i gesti del piccolo marito, che d'ajuto di
parole non aveva bisogno.
Nelle ore pomeridiane di oggi, mi sono poi recato a casa tua, per intendermi con
tua moglie.
Che impressione, Momo, la tua casa senza di te! La nostra, la nostra casa,
Momino, senza di noi! Quei mobili nostri lì, subito dopo l'entratina, nella sala
da pranzo con la portafinestra che dà sul terrazzino... Quella vecchia tavola
massiccia, quadrata, che comperammo, Dio mio, trentadue anni fa in quella
rivendita di mobili, per così poco... A rivederla, Momino, adesso, sotto la
lampada a sospensione con quel berrettone rosso di cartavelina con cui l'ha
parata tua moglie per paralume (eleganze di donnette nuove, che, lo sai, mi
diedero subito ai nervi, appena tua moglie le portò; perché poi, tra l'altro,
bisognava accorgersi che erano una stonatura tra la ruvida semplicità d'una casa
patriarcale come la nostra) - basta, che dicevo? Ah, quella tavola, a
rivederla... Il tuo posto... Ci stava su Ragnetta, sai? E m'è parsa più magra,
povera bestiolina! Le ho grattato un po' la testa, come facevi tu, dietro le
orecchie. Nel mezzo della tavola, intanto, sul tappeto ho visto che c'era il
solito portafiori; e nel portafiori, garofani freschi. Non ho potuto fare a meno
di notarli, perché - capirai - in una casa da cui è uscito un morto appena otto
giorni fa... quei fiori freschi... - Ma forse erano dei vasi del terrazzino.
Fatto sta, a ogni modo, che tua moglie ha potuto pensar di coglierli e di
metterli lì, sulla tavola, e non davanti al tuo ritratto sul cassettone.
Basta. Appena mi vide, uno scoppio di pianto. Io ho avuto come un singhiozzo
nella gola, e volentieri avrei dato un gran pugno in faccia al signor Postella
che, additandomela, quasi facesse la spiegazione d'un fenomeno in un
baraccone da fiera, ha esclamato:
- Così da otto giorni: non mangia, non dorme..
«E la lasci piangere, signor mio, finché ne ha la buona volontà!», m'è venuto
quasi di gridargli.
Ora, io non nego che possa esser vera la notizia del signor Postella; ma perché
ha voluto darmela? Ha forse avuto il sospetto ch'io non volessi credere? Dunque,
può non esser vero? Oh Dio, come sono spesso imbecilli le persone scaltre.
- Non posso farle coraggio, cara Giulia, perché sono più sconsolato di lei, - ho
detto a tua moglie. - Pianga, pianga pure, giacché Lei ha codesto benedetto dono
delle lagrime: Momo ne merita molte.
Ho sentito a questo punto un sospirone di tua cognata, che se ne stava con le
mani intrecciate sul ventre, e mi sono interrotto per guardarla. Ella ha
guardato invece, con que' suoi occhi bovini, il marito, come per domandargli se
aveva fatto male a sospirare e se stava in decretis.
- Perla d'uomo! - ha esclamato il signor Postella rispondendo allo sguardo della
moglie e scrollando il capo. - Perla d'uomo!
Di' grazie al signor Postella, Momino.
Non ho potuto dirglielo io, perché, non so, quella sua faccia, quei suoi modi mi
mettono un tal prurito nelle mani, che, se dovessi fargli una carezza sento che
lo schiaffeggerei voluttuosamente.
Egli se ne accorge e mi sorride.
Bella occupazione intanto, piangere e poter dire: «Non ho altro da fare!». Ho
pensato questo guardando tua moglie, mentre io, impedito dai sospiri e dalle
esclamazioni dei coniugi Postella, non potevo più parlare di te e non sapevo che
dire e rimanevo lì impacciato e stizzito. Fui sul punto d'alzarmi e andarmene
senza salutar nessuno; ma poi m'è sovvenuto lo scopo della visita, e ho detto
senz'altro:
- Sono venuto, Giulia, per dirle che la sua lettera di jeri mi ha recato molto
dispiacere. Questa mattina suo cognato, in casa mia, mi ha spiegato il malinteso
sorto a cagione d'una mia frase...
Il signor Postella, che aveva drizzato le orecchie, qui m'interruppe, battendo
le palpebre.
- Prego, prego...
- O parla lei, o parlo io! - gli ho intimato, brusco.
- Oh, ma... Parli lei...
- Dunque mi lasci dire. Prima di tutto, lei, cara Giulia, non doveva
ringraziarmi affatto, di nulla.
- Come no? - fece a questo punto tua moglie, senza levar gli occhi dal
fazzoletto.
- Proprio così, - le ho risposto io. - Son conti, Giulia, che ci faremo poi
insieme Momo e io, nel mondo di là. Lei sa che, tra me e lui, non ci fu mai né
tuo né mio. Non vedo la ragione d'un cambiamento, adesso. Momo per me non è
morto. Lasciamo questo discorso. Se poi a Lei fa dispiacere ch'io venga qualche
volta a pregarla di valersi di me in tutte le sue opportunità, me lo dica
francamente, che io...
- Ma che dice mai, signor Tommaso! - esclamò tua moglie, interrompendomi. -
Questa qui, lei lo sa bene, è casa sua; non è casa mia.
Mi venne fatto, non so perché, di guardare il signor Postella. Egli aprì subito
le braccia mostrandomi le palme delle mani e fece col capo una mossettina e
sorrise come per confermare le parole di tua moglie.
Faccia tosta! Mi sarei alzato; l'avrei preso per il bavero della giacca; gli
avrei detto: «È casa mia? ne conviene? mi faccia dunque il piacere di levarmisi
dai piedi!».
La moglie se ne stava quatta, musando, come una botta.
- È la casa di Momo, - ho risposto a Giulia infine, sillabando. - La casa di suo
marito, non è mia.
- Ma se tutto qua appartiene a lei...
- Scusi, tutta quanta la casa non l'ha forse lasciata a lei, suo marito?
- Momo, - mi rispose tua moglie - non poteva lasciarmi ciò che non gli
apparteneva.
- Come no? - ho esclamato io. - Ma che va pensare lei adesso?
- Vuole che non ci pensi? Ma si metta un po' al posto mio... Vede come sono
rimasta?
- Scusi, se lei non vuole tener conto di me, della casa che è sua, dell'ottima
compagnia che potranno tenerle tanto sua sorella quanto il suo signor cognato...
- Io la ringrazio, signor Tommaso, e me le dichiaro gratissima per tutta la
vita. Ma i suoi beneficii non posso più accettarli... Ci pensi, e m'intenderà...
Per ora non mi sento in grado di dirle altro... Ne riparleremo, se non le
dispiace, un'altra volta.
Sono rimasto stordito, Momino, come se mi avessero dato una gran legnata tra
capo e collo. Tua moglie s'è alzata, ed è scappata via per nascondermi un nuovo
scoppio di pianto.
Ho guardato il signor Postella, che mi ricambiò lo sguardo con aria di trionfo,
come se volesse dire: «Vede che i termini della lettera erano proprio di lei?».
Poi ha chiuso gli occhi ed ha aperto di nuovo le braccia, ma con un'altra
espressione, stringendosi nelle spalle, come per significare:
«È fatta così! Bisogna compatirla...»
Secondo sospirone di tua cognata.
Stavo per prendere il cappello e il parapioggia, quando il signor Postella con
la mano mi fece segno d'attendere, misteriosamente. Andò nella camera che è già
divenuta sua e, poco dopo, ritornò con una scatolina in mano, nella quale ho
veduto i tuoi tre anelli, l'orologio d'oro con la catena, due spille e la
tabacchiera d'argento.
- Signor Aversa, se per caso volesse qualche ricordo dell'amico...
- Oh, grazie, non s'incomodi! - mi sono affrettato a dirgli. - Caro signor
Postella, non ne ho bisogno.
- Intendo benissimo... Ma sa, siccome fa sempre piacere possedere qualche
oggetto appartenuto a una persona cara, credo che...
- Grazie, grazie, no: vada a riporli, signor Postella.
- Se lo fa per Giulia, - ha insistito tuo cognato - le faccio notare che,
essendo oggetti da uomo, credo che... Guardi, prenda l'orologio...
- Ma se non vuol nulla!... - si arrischiò di sospirare a questo punto Postella
moglie.
- Tu non t'immischiare! - le diede subito su la voce il marito. - Il signor
Tommaso lo fa per cerimonia. L'orologio solo, via... se lo prenda...
- Permetti? - riprese con timidezza la moglie. - Codesto orologio, Casimiro mio,
al povero Momo lo aveva regalato appunto il signor Tommaso, quando tornò dal suo
viaggio in Isvizzera...
- Ah sì? - fece il signor Postella rivolto a me, quasi con stupore, e mi parve
che l'istinto predace gli sfavillasse negli occhi. - Ah sì? Scusi, e allora mi
spieghi: sente che rumore fa?
E m'è toccato, Momino, di spiegargli il congegno del tuo orologio automatico: il
martelletto che balza col moto della persona e carica così la macchina senza
bisogno d'altra corda, ecc. ecc. Ti risparmio le frasi ammirative del signor
Postella.
L'orso sogna pere, Momino: e di qui a qualche mese (e forse meno) se per caso ti
venisse in mente di saper che ora è, va' a domandarlo a tuo cognato, va'.
Ti avverto intanto che è mezzanotte, col mio.
IV.
Come ti senti, Momino?
Di' la verità: tu ti devi sentir male. Abbiamo tratto oggi dal loculo N. 51 al
Pincetto la tua cassa per allogarla definitivamente in una modesta tomba che ti
ho fatto costruire a mie spese per rimediare al primo errore di tua moglie, e
che spettacolo, Momino! che spettacolo! L'ho ancora davanti agli occhi e non me
lo posso levare.
Dissero i portantini che non ne avevano veduto mai uno simile; e trattarono
quella tua cassa come una cosa molto pericolosa, non solo per loro, ma anche per
noi che assistevamo alla cerimonia, voglio dire tua moglie, io, e i coniugi
Postella che erano venuti con lei.
Pericolosa, Momino, perché, sai? quella tua cassa di zinco s'era tutta così
enormemente gonfiata e deformata, che da un momento all'altro, Dio liberi,
avrebbe potuto scoppiare.
I portantini spiegarono naturalmente il fenomeno, attribuendolo cioè a uno
straordinario sviluppo di gas. Ma dalla fretta con cui il signor Postella
accolse questa spiegazione per vincere lo sbigottimento da cui tutti a quella
vista fummo invasi, mi sorse all'improvviso il sospetto che, oscuramente, dalla
prima impressione di quella tua cassa così gonfiata un rimorso gli fosse nato,
che non al gas, ma a ben altro si dovesse attribuire la causa di quella tua
enorme gonfiatura.
E ti confesso che mi sentii rimordere anch'io Momino, per tutte le notizie che
t'ho date. Temetti veramente, che la presenza nostra ti potesse far dare da un
istante all'altro, a non star zitti, una così formidabile sbuffata, da
scagliarci addosso quella tua cassa squarciata in mille pezzi da ogni parte.
Ma queste notizie, amico mio, tu dovresti ormai sapere perché e con che cuore io
te le do; e non essere come gli altri che s'ostinano a non volere intendere
perché venga tanta crudele apparenza di riso a tutto ciò che mi scappa dalla
bocca. Come vuoi che faccia io, se mi diventa subito palese la frode che
chiunque voglia vivere, solo perché vive, deve pur patire dalle proprie
illusioni?
La frode è inevitabile, Momo, perché necessaria è l'illusione. Necessaria la
trappola che ciascuno deve, se vuol vivere, parare a se stesso. I più non
l'intendono. E tu hai un bel gridare: - Bada! bada! - Chi se l'è parata, appunto
perché se l'è parata, ci dà dentro, e poi si mette a piangere e a gridare ajuto.
Ora non ti pare che la crudeltà sia di questa beffa che fa a tutti la vita? E
intanto dicono ch'è mia, solo perché io l'ho preveduta. Ma posso mai fingere di
non capire, come tanti fanno, la vera ragione per cui quello ora piange e grida
ajuto, e mostrare d'esser cieco anch'io, quando l'ho preveduta?
Tu dici:
- L'hai preveduta, perché tu non senti nulla!
Ma come e che potrei vedere e prevedere veramente, se non sentissi nulla, Momino?
E come aver questo riso che par tanto crudele? Questa crudeltà di riso, anzi,
tanto più è sincera, quanto e dove più sembra voluta, perché appunto strazia
prima degli altri me stesso là dove esteriormente si scopre come un giuoco ch'io
voglia fare, crudele. Parlando a te così, per esempio, di tutte queste amarezze,
che dovrebbero esser tue, e sono invece mie.
Sai, poverina? era molto contenta però, oggi, tua moglie, e me lo diceva
ritornando dal Verano, di saperti collocato bene ora, secondo i tuoi meriti in
una tomba pulita, nuova e tutta per te.
L'ho accompagnata fino al portone di casa, poi, dopo il tramonto, mi sono recato
a passeggiare lungo la riva destra del Tevere oltre il recinto militare, in
prossimità del Poligono. E qua ho assistito a una scenetta commovente, o che
m'ha commosso per la speciale disposizione di spirito in cui mi trovavo.
Per la vasta pianura, che serve da campo d'esercitazione alle milizie, una
coppia di cavalli lasciati in libertà si spassavano a rincorrere un loro
puledretto vivacissimo, il quale, springando di qua e di là e facendo mille
sgambetti e giravolte, dimostrava di prender tanta allegrezza di quel giuoco. E
anche il padre e la madre pareva che da tutto quel grazioso tripudio del figlio
si sentissero d'un tratto ritornati giovani e in quel momento d'illusione si
obliassero. Ma poco dopo, d'un tratto, come se nella corsa un'ombra fosse
passata loro davanti, s'impuntarono, scossero più volte, sbruffando, la testa e,
stanchi e tardi, col collo basso andarono a sdrajarsi poco discosto. Invano il
figlio cercò di scuoterli, di aizzarli novamente alla corsa e al gioco; rimasero
lì serii e gravi, come sotto il peso d'una grande malinconia; e uno, che doveva
essere il padre, scrollando lentamente la testa alle tentazioni del puledrino,
mi parve che con quel gesto volesse significargli: «Figlio, tu non sai ciò che
t'aspetta...»
L'ombra già calata su la vasta pianura, faceva apparir fosco nell'ultima luce
Monte Mario col cimiero dei cupi cipressi ritti nel cielo denso di vapori
cinerulei, dai quali per uno squarcio in alto la luna assommava come una bolla.
Cattivo tempo, domani, Momino!
Eh, comincia a far freddo, e ho bisogno d'un soprabito nuovo e d'un nuovo
parapioggia.
Ho preso l'abitudine, sai? di stare ogni notte a guardare a lungo il cielo.
Penso: «Qualcosa di Momino forse sarà ancora per aria, sperduta qua in mezzo ai
nuovi misteriosi spettacoli che gli saranno aperti davanti».
Perché sono nell'idea che c'è chi muore maturo per un'altra vita e chi no, e che
quelli che non han saputo maturarsi su la terra siano condannati a tornarci,
finché non avranno trovata la via d'uscita.
Tu, per tanti rispetti, t'eri ben maturato per un'altra vita superiore; ma poi,
all'ultimo, volesti commettere la bestialità di prender moglie, e vedrai che ti
faranno tornare soltanto per questo.
Neanch'io, per dir la verità, mi sento maturo per un'altra vita. Ahimè, per
maturarmi bene, dovrei, con questo stomacuccio di taffetà che mi son fatto,
digerir tante cose, che non riesco neppure a mandar giù: quel tuo signor
Postella, per esempio!
Quanto mi piacerebbe, se ci facessero tornare tutti e due insieme! Sono sicuro
che, pur non avendo memoria della nostra vita anteriore, noi ci cercheremmo su
la terra e saremmo amici come prima.
Non rammento più dov'abbia letto d'una antica credenza detta del Grande Anno,
che la vita cioè debba riprodursi identica fin nei menomi particolari, dopo
trenta mil'anni, con gli stessi uomini, nelle medesime condizioni d'esistenza,
soggetti alla stessa sorte di prima, e non solo dotati dei sentimenti d'una
volta, ma anche vestiti degli stessi panni: riproduzione, insomma, perfetta.
Sarei propenso a immaginare tal credenza abbia avuto origine dal sogno di due
esseri felici; ma poi non riesco a spiegarmi perché essi abbiano voluto
assegnare un periodo così lungo al ritorno della loro felicità. Certo l'idea non
poteva venire in mente a un disgraziato; e forse a nessuno oggi al mondo farebbe
piacere la certezza che di qui a trenta mil'anni si ripeterà questa bella
fantocciata dell'esistenza nostra. Il forte è morire. Morto, credo che nessuno
vorrebbe rinascere. Che ne dici, Momino? Ah, tu già: ci hai qua tua moglie; me
ne dimenticavo. Bisogna sempre parlare per conto proprio, a questo mondaccio.
...Mentre scrivo, in un bicchier d'acqua sul tavolino è caduto un insetto
schifoso, esile, dalle ali piatte, a sei piedi, dei quali gli ultimi due lunghi,
finissimi, atti a springare. Mi diverto a vederlo nuotare come un disperato, e
osservo con ammirazione quanta fiducia esso serbi nell'agile virtù di que' due
suoi piedi. Morrà certo ostinandosi a credere che essi sono ben capaci di
springare anche sul liquido, ma che intanto qualcosina attaccata alle estremità
gl'impicci nel salto; difatti, riuscendo vano ogni sforzo, coi piè davanti,
nettandoli vivacemente, cerca distrigarsene.
Lo salvo, Momino, sì o no?
Se lo salvo, esso senza dubbio ne darà merito ai suoi piedi: affoghi dunque! E
se invece fosse una graziosa farfallina rassegnata a morire? L'avrei tratta
fuori da un pezzo, accuratamente... Oh carità umana corrotta dall'estetica!
Ecco, o insetto infelice, il salvataggio: caccio la punta di questa penna
nell'acqua, poi ti farò asciugare un po' al calore del lume e infine ti metterò
fuori della finestra. Ma l'acqua in cui sei caduto, se permetti, non la berrò. E
di qui a poco tu, attirato novamente dal lume, forse rientrerai nella stanza e
verrai a punzecchiarmi con la piccola proboscide velenosa. Ognuno fa il suo
mestiere nella vita: io, quello del galantuomo, e t'ho salvato. Addio!
Notte serena. Mi trattengo un po' alla finestra a contemplare le stelle
sfavillanti.
Zrì, di tratto in tratto. È un pipistrello invisibile, che svola curioso,
qui, davanti al vano luminoso aperto nel bujo della piazza deserta. Zrì:
e par che mi domandi: «Che fai?»
- Scrivo a un morto, amico pipistrello! E tu che fai? Che cosa è mai codesta tua
vita nottambula? Svoli, e non lo sai; come io, del resto, non so che cosa sia la
mia; io che pure so tante cose, le quali in fondo non mi hanno reso altro
servizio che quello di crescere innanzi a gli occhi miei, alla mia mente, il
mistero, ingrandendomelo con le cognizioni della pretesa scienza: bel servizio
davvero!
Che diresti tu, amico pipistrello, se a un tuo simile venisse in mente di
scoprire un apparecchio da aggiustarti sotto le ali per farti volare più alto e
più presto? Forse dapprima ti piacerebbe, ma, e poi?
Quel che importa non è volare più presto o più piano, più alto o più basso, ma
sapere perché si vola.
E perché dovrebbe affrettarsi la tartaruga condannata a vivere una lunghissima
vita?
Nelle nostre favole intanto chiamiamo tarda e pigra la tartaruga, la quale, per
aver tanto tempo davanti a sé, non si dà nessuna fretta, e chiamiamo pauroso il
coniglio che al primo vederci scappa via.
Ma se ai topi di campagna, ai grilli, alle lucertole, agli uccelli, noi
domandassimo notizia del coniglio, chi sa che cosa ci risponderebbero, non certo
però, che sia una bestia paurosa. O che forse pretenderebbero gli uomini che, al
loro cospetto, il coniglio si rizzasse su due piedi e movesse loro incontro per
farsi prendere e uccidere? Meno male che il coniglio non ci sente! meno male che
non ha testa da ragionare a modo nostro; altrimenti avrebbe fondamento di
credere che spesso tra gli uomini non debba correre molta differenza tra eroismo
e imbecillità.
E se per caso alla volpe, che ha la fama di savia, venisse in mente di comporre
favole in risposta a tutte quelle che da gran tempo gli uomini van mettendo
fuori calunniando le bestie; quanta materia non le offrirebbero queste scoperte
umane, pipistrello mio, e questa scienza umana.
Ma la volpe non ci si metterebbe, perché son sicuro che con la sua sagacia
intenderebbe che, se per modo d'esempio, un favolista fa parlare un asino come
un uomo sciocco, sciocco non è l'asino, ma asino è l'uomo.
Basta; chiudo la finestra, Momino: vado a letto.
Filosofia, eh? questa notte: un po' animalesca veramente, con quei cavalli a
principio, e poi con quell'insetto e ora il pipistrello e la tartaruga e il
coniglio e la volpe e l'asino e l'uomo...
V.
Comprendo che il tempo (quello almeno abbocconato in giorni e lunazioni e mesi
dai nostri calendarii) per te ormai è come nulla; ma io mi ero fatta l'illusione
che, per mio mezzo, un barlume di vita potesse inalbarti il bujo in cui sei
caduto, e la mia voce, che pure è grossa, venir come vocina di ragnatelo a
vellicare, non che altro, l'umido e nudo silenzio intorno a te.
Sono passati dieci mesi, Momo; te ne sei accorto? Ti ho lasciato al bujo dieci
mesi, senza scriverti un rigo... Ma sta' pur sicuro che non hai perduto nulla di
nuovo: il mondo è sempre porco a un modo e sciocco forse un po' peggio.
Non credere che t'abbia un solo istante dimenticato. Mi ha prima distratto dallo
scriverti ogni sera la ricerca d'un nuovo alloggio; poi ho pensato: «Ma davvero
non saprei adattarmi a vivere in queste tre stanzette? Perchè cerco una casa più
ampia? per vedermi forse crescere attorno la solitudine?». E quest'ultimo
pensiero mi ha gettato in preda a una tristezza indicibile.
Ah, per i vecchi che restano soli (e senza neanche la propria casa, aggiungi!)
gli ultimi giorni sono proprio intollerabili.
Mi ritorna viva nell'anima l'impressione che provavo da giovine nel vedere per
via qualche vecchio trascinare pesantemente le membra debellate dalla vita. Io
li seguivo un tratto, assorto, quei poveri vecchi, osservando ogni loro
movimento e le gambe magre, piegate, i piedi che pareva non potessero
spiccicarsi da terra, la schiena curva, le mani tremule, il collo proteso e
quasi schiacciato sotto un giogo disumano, di cui gli occhi risecchi, senza
ciglia, nel chiudersi, esprimevano il peso e la pena. E provavo una profonda
ambascia, ch'era insieme oscura costernazione e dispetto della vita, la quale si
spassa a ridurre in così miserando stato le sue povere creature.
Per tutti coloro a cui torna conto restare scapoli, la porta della vita dovrebbe
chiudersi su la soglia della vecchiaja, buono e tranquillo albergo soltanto per
i nonni, cioè per chi vi entra munito del dolce presidio dei nipoti. Gli scapoli
maturi dovrebbero interdirsene l'entrata, o entrarci appajati da fratelli,
com'era mia intenzione. Ma tu, nel meglio, mi tradisti; frutto del tradimento,
la tua morte affrettata: maggior danno però, forse, per me rimasto così solo e
abbandonato, che per te colpevole verso l'amico di tanta ingiustizia, per non
dire ingratitudine.
Lasciami sfogare: ho traversato un periodo crudele. A un certo punto, ho fatto
le valige, e via!
Ho voluto rivedere i tre laghi e, con particolar desiderio, quello di Lugano
che, date le condizioni d'animo con cui avevo intrapreso il primo viaggio, al
tempo del tuo matrimonio, mi aveva fatto maggiore impressione.
Sono rimasto disilluso!
Eppure dicono che i vecchi non riescono a veder più le cose come sono, bensì
come le hanno altra volta vedute.
Più d'ogni altro mi ha fatto dispetto un certo gruppo d'alberi, di cui avevo
serbato memoria, che fossero altissimi e superbi. Li ho ritrovati all'incontro
quasi nani e storti, umili e polverosi: li ho guardati a lungo, non credendo a
gli occhi miei; ma erano ben dessi, senz'alcun dubbio, lì, al lor posto; e ho
sentito in fine come se essi avessero risposto così alla mia disillusione:
«Hai fatto male, vecchio, a ritornare! Eravamo per te alberi altissimi e
superbi; ma, vedi ora? Noi siamo stati sempre così, tristi e meschini...»
Senza i tuoi augurii, ho compito a Moltrasio sul lago di Como sessant'anni. In
un'umile trattoria ho alzato il bicchiere e borbottato:
- Tommaso, crepa presto!
Sono ritornato a Roma l'altro jeri.
E ora dovrei venire alle cose brutte per te; ma sento che non mi è possibile.
L'immagine di quella tua cassa gonfia m'occupa come un incubo lo spirito, e
penso che, se non è ancora scoppiata, scoppierebbe, se ti dicessi ciò che sta
per avvenire a casa tua.
Io non ci posso portare, amico mio, nessun rimedio.
T'ho detto che in principio fui distratto dallo scriverti dalla ricerca d'una
nuova casa; ma non te n'ho detto la vera ragione, come poi del mio viaggio
lassù.
Ti basti sapere che tua moglie voleva che mi riprendessi i mobili di mia
pertinenza, che sono ancora nella casa che fu nostra, e che, alla mia
assicurazione che non sapevo più che farmene né dove metterli e che perciò se li
tenesse pure considerandoli ormai come suoi, mi rimandò l'assegno mensile,
dicendomi di non averne più bisogno.
Pare difatti che suo cognato abbia intrapreso non so che negozio molto lucroso
su medicinali con un suo socio di Napoli, per cui la salute, amico mio,
diventerà sempre più preziosa; perché, con questo negozio, povero a chi la perde
e vorrà riacquistarla.
Tua moglie usufruirà indirettamente di questo negozio, perché quel socio di
Napoli pare che abbia un fratello, e pare che questo fratello, venuto a Roma per
concludere la società, la abbia conclusa includendovi, per conto suo, tua
moglie.
Sì, amico mio. Ella sposerà tra poco questo fratello del socio di Napoli. Ma io
non me ne sarei scappato in Isvizzera per un caso così ordinario, perdonami, e
così facilmente prevedibile, se...
Insomma, Momo, faccio conto che la tua cassa sia già scoppiata, e te lo dico.
Tua moglie, con l'ajuto del signor Postella, ha avuto il coraggio di farmi
intendere chiaramente che a un solo patto avrebbe respinto la profferta di
matrimonio di quel fratello del socio di Napoli. E sai a qual patto? A patto che
la sposassi io. Capisci? Io. Tua moglie. E sai perché? Per usare un ultimo
riguardo alla tua santa memoria.
Ebbene, Momo, credi ch'io me ne sia scappato in Isvizzera per indignazione? No,
Momo. Me ne sono scappato, perché stavo per cascarci. Sì, amico mio. Come un
imbecille. E se imbecille non ti basta, di', di' pure come vuoi. Mi piglio
tutto. Non ha altra ragione quest'interruzione di dieci mesi nella nostra
corrispondenza.
Fin dov'ero arrivato, fin dov'ero arrivato, amico mio! Ero arrivato fino al
punto d'accordarmi col pensiero che tu stesso, proprio tu mi persuadessi a
sposare tua moglie, con tante considerazioni che, sebbene fondate in un
proponimento disperato, tuttavia mi pareva di doverle riconoscere una più giusta
dell'altra, una più dell'altra assennata. Sì. Per te, e per lei, giuste e
assennate. Per te, in quanto dovesse riuscirti assai meno ingrato che la
sposassi io, tua moglie, anziché un estraneo, perché così tu potevi esser sicuro
di rimaner sempre terzo in ispirito nella famiglia, senz'essere mai dimenticato.
Per lei, in quanto, se da una parte non s'avvantaggiava lasciando di sposare uno
molto più giovane di me, dall'altra certamente ci avrebbe guadagnato la
sicurezza assoluta dell'esistenza, la tranquillità, il poter rimanere nella
propria casa, senz'abbassamento o mutamento di stato. E poi il piacere velenoso
per te di vedermi fare, anche più vecchio di te, quello per cui, in vita, tanto
ti condannai.
Ho potuto capire a tempo, per fortuna, tutto l'orrore della vita, amico mio, nei
riguardi di chi muore. E che un vero delitto è seguitare a dare ai morti notizie
della vita: di quella stessa vita, di cui dentro di noi fu composta la loro
realtà finché vissero, e che seguitando a durare nel nostro ricordo finché noi
viviamo, è naturale che ormai senza difesa e immeritamente debba esserne
straziata. Parlandoti della vita, potevo arrivare, come niente, povero Momino
mio, a concludere queste notizie del mondo con l'inviarti in un cartoncino
litografato la partecipazione delle mie nozze con tua moglie. Hai capito?
E dunque, basta, via. Finiamola.
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