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Prima
pubblicazione: Corriere della Sera, 22 maggio 1912, poi in La trappola, Treves 1915. |
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Teatro -
Diana e la tuda
- 1925/1927
ANALISI E COMMENTO
di Carlo Z. da Venezia
Inviataci via email dall'autore
La
struttura e la trama de La trappola sono ridotte all'osso; il lettore si
ritrova sostanzialmente investito da un flusso di rabbia e nichilismo feroci, a
tratti quasi deliranti, purtuttavia rimanendo inalterato e chiaro il messaggio
di cui si fanno portavoce. E non è un caso se proprio ne la trappola, uno
sviluppo narrativo tradizionalmente inteso sia quasi del tutto assente, poiché,
a ben vedere, tale assenza ricalca la visione che vi emerge dell'esistenza; di
un flusso inarrestabile e continuo che non si lascia catturare in alcuna forma –
Dove per forma si intende una qualsiasi credenza, ruolo o identità assunte da un
individuo. Se una qualche forma esiste, essa, così innaturalmente e
artificiosamente uguale a se' stessa nel tempo; si profila subito come elemento
di finzione, estranea e aliena al flusso mobile e perpetuamente cangiante della
vita: la forma diventa dunque per l'individuo che l'assume una prigione che lo
separa dalla vita, coagulandolo in una condizione di morte esistenziale. Gli
uomini vengono perciò definiti alla stregua di morti che si accoppiano per dare
alla luce piccoli morti; e la donna, i moti di accensione sensuale che ella
provoca nell'uomo, non sarebbero altro che trappole, strumenti per rifornire di
sempre nuove prede l'ingorda spirale senza fondo della morte.
“Voi pregiate
sopra ogni cosa e non vi stancate mai di lodare la costanza dei sentimenti e la
coerenza del carattere. E perché? […] Perché siete vigliacchi, perché avete
paura di voi stessi, cioè di perdere – mutando – la realtà che vi siete data, e
di riconoscere, quindi, che essa non era altro che una vostra illusione, che
dunque non esiste alcuna realtà, se non quella che ci diamo noi.
Ma che vuol
dire, domando io, darsi una realtà, se non fissarsi in un sentimento,
rapprendersi, irrigidirsi, incrostarsi in esso? E dunque, arrestare in noi il
perpetuo movimento vitale, far di noi tanti piccoli e miseri stagni in attesa di
putrefazione, mentre la vita è flusso continuo, incandescente e indistinto.
Vedi, è
questo il pensiero che mi sconvolge e mi rende feroce!
La vita è il
vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si incrosta e
assume forma.
Ogni forma è
la morte.”
Questi passi,
estratti dalla parte intermedia del racconto, permettono retrospettivamente di
intendere al meglio il visionario gioco di allusioni che accoglie il lettore
all'apertura della novella; in cui l'esistenza viene fatta comparire nelle vesti
allegoriche della notte, nera e senza fondo come il Nulla, unica verità; e in
cui le forme che gli uomini si addossano vengono accostate metaforicamente al
lume tremolante di una candela, luce di verità esili e artificiali, che
vorrebbero tanto imitare la luce del Sole; richiamo simbolico a quella Verità
oggettiva di cui l'uomo è alla ricerca da, invano, dalla notte dei tempi.
“Il bujo, il
silenzio, vi atterriscono. E accendete la candela. Ma vi par triste, eh? Triste
quella luce di candela. Perché non è quella la luce che ci vuole per voi. Il
sole! Il sole! Chiedete angosciosamente il sole, voialtri! Perché le illusioni
non sorgono più spontanee con una luce artificiale, procacciata da voi stessi
con mano tremante.
Come la mano,
trema tutta la vostra realtà. Vi si scopre fittizia e inconsistente. […] E tutti
i vostri sensi vigilano tesi con ispasimo, nella paura che sotto a questa
realtà, di cui scoprite la vana inconsistenza, un'altra realtà non vi si riveli,
oscura, orribile: la vera.”
Questi pensieri
provengono dalla coscienza di quello che si potrebbe definire come il
protagonista de La trappola; Fabrizio, un uomo con l'abitudine di
isolarsi nel buio di una stanza per far finta di non esistere. In passato, egli
aveva avuto modo di interagire con la sua vicina di casa, la quale veniva
regolarmente in visita da lui per prestare aiuto e cure al suo padre moribondo.
Si tratta di una donna sposata a un uomo che non è ancora riuscito a darle un
figlio; e che, per riparare a questa mancanza del marito, si è letteralmente
servita di Fabrizio.
Un giorno,
mentre questi siede al buio come al suo solito, ella si introduce furtivamente
nella sua stanza per tendergli “la trappola”. La donna finge di andargli
addosso e di non sapere che lui fosse lì, dunque inscena uno svenimento in modo
da muoverlo a pietà, e infine, dopo averlo così intenerito, ci fa all'amore.
“Mi riscosse,
alla fine, la sua risata. Una risata diabolica. L'ho qua ancora, negli orecchi!
Rise, rise, scappando, la malvagia! Rise della trappola che mi aveva teso […].
Ma ho la tentazione, in certi momenti, di correre a raggiungere quella malvagia
e di strozzarla prima che metta in trappola quell'infelice cavato così a
tradimento da me.”
La novella
dunque si conclude con le disincantate osservazioni di Fabrizio sui rantoli del
padre, e sui propri propositi di liberarlo dalla sofferenza uccidendolo, per poi
uccidersi subito dopo.
Gli unici snodi
della trama sembrano quindi essere il sesso e la sofferenza, due temi che non si
limitano a susseguirsi in stretta successione temporale (la scena dell'amplesso
è immediatamente seguita dall'agonia dell'anziano); ma legati, a un livello più
profondo, da una concezione che interpreta il sesso come una maledizione, una
trappola che, soddisfando provvisoriamente gli appetiti di un uomo,
costringerebbe poi un essere innocente a una vita di sofferenze e di
forme-prigione.
“Ci
accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la morte...Un
altro essere in trappola!
–
Qua, caro, qua; comincia a morire, caro, comincia a morire...Piangi,
eh? Piangi e sguizzi. […] Che vuoi farci? Preso, co-a-gu-la-to, fissato...Durerà
un pezzetto! Sta' bonino...”
GRUPPO DI STUDIO
Di
Pacap -
Pirandelloweb Gruppo Facebook
Breve nota introduttiva:
queste novelle sono divise in sequenze, titolate, a volte
con le parole dell’autore tra virgolette, evidenziate nelle diverse aree
semantiche principali, con termini e frasi chiave in grassetto, ed alcune note
che rimandano a parole, espressioni affini o uguali di altri testi dell’autore
stesso, novelle o commedie: per favorire una lettura e conoscenza più
approfondita dell’autore attingendo dall’autore stesso.
Precede una presentazione del tema della novella, davvero
telegrafica, desunta dal testo stesso utilizzando le parole dell’autore.
Novelle per un anno - 1922 - “L’uomo solo”
13. LA TRAPPOLA (1912)
“La trappola, per noi uomini, è in loro,
nelle donne”
1. “La forza alle ragioni della vita viene
dalle illusioni del giorno”
No, no, come rassegnarmi?
E perché? Se avessi qualche dovere verso altri, forse sì. Ma non ne ho!
E allora perché?
Stammi a sentire.
Tu non puoi
darmi torto. Nessuno, ragionando così in astratto, può darmi torto. Quello che
sento io, senti anche tu, e sentono tutti.
Perché avete tanta
paura di svegliarvi la notte? Perché per voi
la forza alle ragioni della vita viene dalla
luce del giorno. Dalle
illusioni
della luce.
Il bujo, il silenzio, vi atterriscono. E
accendete la candela. Ma vi par triste, eh? triste quella luce di candela.
Perché non è quella la luce che ci vuole per voi.
Il sole! il sole! Chiedete
angosciosamente il sole, voialtri!
Perché le illusioni non sorgono più spontanee con una luce
artificiale, procacciata da voi stessi con mano tremante.
Come la mano, trema tutta la vostra realtà.
Vi si scopre fittizia e inconsistente. Artificiale come quella luce di candela.
E tutti i vostri sensi vigilano tesi con ispasimo, nella paura che
sotto a questa realtà, di cui scoprite la vana inconsistenza,
un'altra realtà non vi si riveli, oscura, orribile: la
vera. Un alito... che cos'è? Che cos'è questo scricchiolio?
E, sospesi nell'orrore di quell'ignota
attesa, tra brividi e sudorini, ecco davanti a voi
in
quella luce vedete nella camera muoversi con aspetto e andatura
spettrale le vostre illusioni del giorno.
Guardatele bene; hanno le vostre stesse occhiaje enfiate e acquose, e la
giallezza della vostra insonnia, e anche i vostri dolori artritici. Sì, il rodio
sordo dei tofi
alle giunture delle dita.
E che vista, che vista assumono gli
oggetti della camera! Sono come sospesi anch'essi in una immobilità
attonita, che v'inquieta.
Dormivate con essi lì attorno.
Ma essi non dormono. Stanno lì, così di
giorno, come di notte.
La vostra mano li apre e li chiude, per ora.
Domani li aprirà e chiuderà un'altra mano. Chi sa quale altra mano... Ma per
loro è lo stesso. Tengono dentro, per ora, i vostri abiti, vuote spoglie appese,
che hanno preso il grinzo, le pieghe dei vostri ginocchi stanchi, dei vostri
gomiti aguzzi. Domani terranno appese le spoglie aggrinzite d'un altro. Lo
specchio di quell'armadio ora riflette la vostra immagine, e non ne serba
traccia; non serberà traccia domani di quella d'un altro.
Lo specchio, per sé, non vede. Lo
specchio è come la verità.
Ti pare ch'io farnetichi? ch'io parli a
mezz'aria? Va' là, che tu m'intendi; e intendi anche più ch'io non dica, perché
è molto difficile esprimere questo sentimento oscuro che mi domina e mi
sconvolge.
2. “Ho giocato coi peli.”
Tu sai come ho vissuto finora. Sai che ho
provato sempre ribrezzo, orrore, di farmi comunque una forma, di rapprendermi,
di fissarmi anche momentaneamente in essa.
Ho fatto sempre ridere i miei amici per le
tante... come le chiamate? alterazioni, già, alterazioni de' miei
connotati. Ma avete potuto riderne, perché non vi siete mai affondati a
considerare il mio bisogno smanioso di presentarmi a me stesso nello specchio
con un aspetto diverso, di illudermi di non esser sempre quell'uno, di vedermi
un altro!
Ma sì! Che ho potuto alterare? Sono arrivato,
è vero, anche a radermi il capo, per vedermi calvo prima del tempo; e ora mi
sono raso i baffi, lasciando la barba; o viceversa; ora mi sono raso baffi e
barba; o mi son lasciata crescer questa ora in un modo, ora in un altro, a
pizzo, spartita sul mento, a collana...
Ho giocato coi peli.
Gli occhi, il naso, la bocca, gli orecchi, il
torso, le gambe, le braccia, le mani, non ho potuto mica alterarli. Truccarmi,
come un attore di teatro? Ne ho avuto qualche volta la tentazione. Ma poi ho
pensato che, sotto la maschera, il mio corpo rimaneva sempre quello... e
invecchiava!
Ho cercato di compensarmi con lo spirito. Ah,
con lo spirito ho potuto giocar meglio!
Voi pregiate sopra ogni cosa e non vi
stancate mai di lodare la costanza dei sentimenti e la coerenza del carattere.
E perché? Ma sempre per la stessa ragione! Perché siete
vigliacchi, perché avete paura di voi stessi, cioè di perdere
- mutando - la realtà che vi siete data, e di riconoscere, quindi, che essa
non era altro che una vostra illusione, che dunque non esiste alcuna realtà, se
non quella che ci diamo noi.
Ma che vuol dire, domando io, darsi una
realtà,
se non fissarsi in un sentimento, rapprendersi, irrigidirsi,
incrostarsi in esso? E dunque, arrestare in noi il perpetuo movimento vitale,
far di noi tanti piccoli e miseri stagni in attesa di putrefazione, mentre
la vita è flusso continuo,
incandescente e indistinto.
Vedi, è questo il pensiero che mi sconvolge e
mi rende feroce!
3. “La vita è il
vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco;
Ogni forma è la morte.”
La vita è il
vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la
terra che si incrosta e assume forma.
Ogni forma è la
morte
Tutto ciò che
si toglie dallo stato di fusione e si
rapprende in questo flusso
continuo, incandescente e indistinto,
è la morte.
Noi tutti siamo esseri presi in trappola,
staccati dal flusso che non s'arresta mai, e fissati per la morte.
Dura ancora per un breve spazio di tempo il
movimento di quel flusso in noi, nella nostra forma separata, staccata e
fissata; ma ecco, a poco a poco si rallenta; il fuoco si raffredda; la forma si
dissecca; finché il movimento non cessa del tutto nella forma irrigidita.
Abbiamo finito di morire. E questo abbiamo
chiamato vita!
Io mi sento
preso in questa trappola della morte, che mi ha
staccato dal flusso della vita in cui
scorrevo senza forma, e mi ha fissato
nel tempo, in questo tempo!
Perché in questo tempo?
Potevo scorrere
ancora ed esser fissato più là, almeno, in un'altra forma, più là...
Sarebbe stato lo stesso, tu pensi? Eh sì, prima o poi... Ma sarei stato un
altro, più là, chi sa chi e chi sa come; intrappolato in un'altra sorte;
avrei veduto altre cose, o forse le stesse, ma sotto aspetti diversi,
diversamente ordinate.
Tu non puoi immaginare l'odio che m'ispirano
le cose che vedo, prese con me nella
trappola di questo mio tempo; tutte le cose che finiscono di morire
con me, a poco a poco! Odio e pietà! Ma più odio, forse, che pietà.
È vero, sì, caduto più là nella
trappola, avrei allora odiato
quell'altra forma, come ora odio questa; avrei odiato quell'altro tempo,
come ora questo, e tutte le illusioni di vita,
che noi morti d'ogni tempo ci fabbrichiamo con quel po' di movimento e di
calore che resta chiuso in noi, del flusso continuo che è la vera vita e non
s'arresta mai.
Siamo tanti
morti affaccendati, che c'illudiamo di
fabbricarci la vita.
Ci accoppiamo, un morto e una morta, e
crediamo di dar la vita, e diamo la morte... Un altro essere in trappola!
- Qua, caro, qua; comincia a morire, caro,
comincia a morire... Piangi, eh? Piangi e sguizzi... Avresti voluto scorrere
ancora? Sta' bonino, caro! Che vuoi farci? Preso, co-a-gu-la-to, fissato...
Durerà un pezzetto! Sta' bonino...
Ah, finché
siamo piccini, finché il nostro corpo è tenero e cresce e non pesa, non
avvertiamo bene d'esser presi in trappola! Ma poi il corpo fa il
grosso; cominciamo a sentirne il peso; cominciamo a sentire che non possiamo più
muoverci come prima.
Io vedo, con ribrezzo,
il mio spirito dibattersi in questa
trappola, per non fissarsi anch'esso
nel corpo già leso dagli anni e appesito. Scaccio subito ogni idea che tenda a
raffermarsi in me; interrompo subito ogni atto che tenda a divenire in me
un'abitudine; non voglio doveri, non voglio affetti, non voglio che lo
spirito mi s'indurisca anch'esso in una crosta di concetti. Ma sento che il
corpo di giorno in giorno stenta vie più a seguire lo spirito irrequieto; casca,
casca, ha i ginocchi stanchi e le mani grevi... vuole il riposo! Glielo darò.
No, no, non so, non voglio rassegnarmi a dare
anch'io lo spettacolo miserando di tutti i vecchi, che finiscono di morir
lentamente. No. Ma prima... non so, vorrei far qualche cosa d'enorme,
d'inaudito, per dare uno sfogo a questa rabbia che mi divora.
Vorrei, per lo meno... - vedi queste unghie?
affondarle nella faccia d'ogni femmina bella che passi per via, stuzzicando gli
uomini, aizzosa.
Che stupide, miserabili e incoscienti
creature sono tutte le femmine! Si parano, s'infronzolano,
volgono gli occhi ridenti di qua e di là, mostrano quanto più possono le loro
forme provocanti; e non pensano che sono nella trappola anch'esse, fissate
anch'esse per la morte, e che pur l'hanno in sé
la trappola, per quelli che verranno!
La trappola,
per noi uomini, è in loro, nelle donne.
Esse ci rimettono per un momento nello stato di
incandescenza, per cavar da noi un altro essere condannato alla morte. Tanto
fanno e tanto dicono, che alla fine ci fanno cascare, ciechi, infocati e
violenti, là nella loro trappola.
Anche me! Anche me! Ci hanno fatto cascare
anche me! Ora, di recente. Sono perciò così feroce.
4. “Una
trappola infame!”
Una
trappola infame! Se l'avessi veduta...
Una madonnina. Timida, umile.
Appena mi vedeva, chinava gli occhi e arrossiva. Perché sapeva che io,
altrimenti, non ci sarei mai cascato.
Veniva qua, per mettere in pratica una delle
sette opere corporali di misericordia: visitare gl'infermi. Per mio padre,
veniva; non già per me; veniva per aiutare la mia vecchia governante a curare, a
ripulire il mio povero padre, di là...
Stava qui, nel quartierino accanto, e s'era
fatta amica della mia governante, con la quale si lagnava del marito
imbecille, che sempre la rimbrottava di non esser buona a dargli un figliuolo.
Ma capisci com'è? Quando uno comincia a
irrigidirsi, a non potersi più muovere come prima, vuol vedersi attorno
altri
piccoli morti, teneri teneri, che si
muovano ancora, come si moveva lui quand'era tenero tenero; altri
piccoli morti che gli somiglino e facciano tutti quegli attucci che lui non può
più fare.
È uno spasso lavar la faccia ai piccoli
morti, che non sanno ancora d'esser presi in trappola, e pettinarli e portarseli
a spassino.
Dunque, veniva qua.
- Mi figuro, - diceva con gli occhi bassi,
arrossendo, - mi figuro che strazio dev'esser per lei, signor Fabrizio, vedere
il padre da tanti anni in questo stato!
- Sissignora, - le rispondevo io
sgarbatamente, e le voltavo le spalle e me n'andavo.
Sono sicuro, adesso, che appena voltavo le
spalle per andarmene, lei rideva, tra sé, mordendosi il labbro per trattenere la
risata.
Io me n'andavo perché, mio malgrado, sentivo
d'ammirar quella femmina, non già per la sua bellezza (era bellissima, e tanto
più seducente, quanto più mostrava per modestia di non tenere in alcun pregio la
sua bellezza); la ammiravo, perché non dava al marito la soddisfazione di
mettere in trappola un altro
infelice.
Credevo che fosse lei; e invece, no; non
mancava per lei; mancava per quell'imbecille. E lei lo sapeva, o almeno, se non
proprio la certezza, doveva averne il sospetto. Perciò rideva; di me, di me
rideva, di me che l'ammiravo per quella sua presunta incapacità. Rideva in
silenzio, nel suo cuore malvagio, e aspettava. Finché una sera...
Fu qua, in questa stanza.
Ero al bujo. Sai che mi piace veder morire il
giorno ai vetri d'una finestra e lasciarmi prendere e avviluppare a poco a poco
dalla tenebra, e pensare: - «Non ci sono più!» pensare: - «Se ci fosse uno in
questa stanza, si alzerebbe e accenderebbe un lume. Io non accendo il lume,
perché non ci sono più. Sono come le seggiole di questa stanza, come il
tavolino, le tende, l'armadio, il divano, che non hanno bisogno di lume e non
sanno e non vedono che io sono qua. Io voglio essere come loro, e non vedermi e
dimenticare di esser qua».
Dunque, ero al bujo. Ella entrò di là, in
punta di piedi, dalla camera di mio padre, ove aveva lasciato acceso un lumino
da notte, il cui barlume si soffuse appena appena nella tenebra quasi senza
diradarla, a traverso lo spiraglio dell'uscio.
Io non la vidi; non vidi che mi veniva
addosso. Forse non mi vide neanche lei. All'urto, gittò un grido;
finse di svenire, tra le mie braccia,
sul mio petto. Chinai il viso; la mia guancia sfiorò la guancia di lei; sentii
vicino l'ardore della sua bocca anelante, e...
Mi riscosse, alla fine, la sua risata. Una
risata diabolica. L'ho qua ancora, negli orecchi! Rise, rise, scappando, la
malvagia! Rise della trappola che mi
aveva teso con la sua modestia; rise della mia ferocia: e d'altro rise, che
seppi dopo.
È andata via, da tre mesi, col marito
promosso professor di liceo in Sardegna.
Vengono a tempo certe promozioni.
Io non vedrò il mio rimorso. Non lo vedrò.
Ma ho la tentazione, in certi momenti, di correre a
raggiungere quella malvagia e di strozzarla prima che metta in
trappola quell'infelice cavato così
a tradimento da me.
5. “Questo è mio padre.”
Amico mio, sono contento di non aver
conosciuto mia madre. Forse, se l'avessi conosciuta, questo sentimento feroce
non sarebbe nato in me. Ma dacché m'è nato, sono contento di non aver conosciuto
mia madre.
Vieni, vieni; entra qua con me, in
quest'altra stanza. Guarda!
Questo è mio padre.
Da sette anni, sta lì.
Non è più niente. Due occhi che piangono; una bocca che mangia. Non parla, non
ode, non si muove più. Mangia e piange. Mangia imboccato; piange da solo; senza
ragione; o forse perché c'è ancora qualche cosa in lui, un ultimo resto che, pur
avendo da settantasei anni principiato a morire, non vuole ancora finire.
Non ti sembra atroce restar così, per un
punto solo, ancora preso nella trappola,
senza potersi liberare?
Egli non può pensare a suo padre che lo fissò
settantasei anni addietro per questa morte, la quale tarda così spaventosamente
a compirsi. Ma io, io posso pensare a lui; e penso che sono un germe
di quest'uomo che non si muove più; che se sono
intrappolato in questo tempo e non in un
altro, lo debbo a lui!
Piange, vedi? Piange sempre così... e fa
piangere anche me! Forse vuol essere liberato.
Lo libererò, qualche sera, insieme con me. Ora comincia a far freddo;
accenderemo, una di queste sere, un po' di fuoco... Se ne vuoi profittare...
No, eh? Mi ringrazii? Sì, sì, andiamo
fuori, andiamo fuori, amico mio.
Vedo che tu hai bisogno di rivedere
il sole, per via.
Ad essere stato preso in trappola
Paura della “forma” come “morte”
Deposito di acidi urici alle articolazioni
come lo specchio riflette l’immagine e cambia continuamente a seconda
dell’oggetto riflesso, così la verità, quella che
si può conoscere, non rimane fissa, non “è”, ma cambia continuamente per
ognuno di noi, “riflette” ognuno di noi.
Cfr
“Così è se vi pare”, Atto II, Scena III: LAUDISI (Andrà un
po' in giro per lo studio, sogghignando tra sé e tentennando il capo;
poi si fermerà davanti al grande specchio su la mensola del
camino, guarderà la propria immagine e parlerà con essa) Oh, eccoti
qua!
La saluterà con due dita;
strizzando furbescamente un occhio, e sghignerà.
Eh caro! - Chi è il pazzo di noi
due?
Alzerà una mano con l'indice
appuntato contro la sua immagine che, a sua volta, appunterà l'indice
contro di lui. Sghignerà ancora, poi:
Eh, lo so: io dico: "tu", e tu col
dito indichi me. - Va' là, che così a tu per tu, ci conosciamo bene noi
due! - Il guajo è che, come ti vedo io, non ti vedono gli altri!
E allora, caro mio, che diventi tu? Dico per me che, qua di fronte a te,
mi vedo e mi tocco - tu, - per come ti vedono gli altri - che diventi? -
Un fantasma, caro, un fantasma! - Eppure, vedi questi pazzi? Senza
badare al fantasma che portano con sé, in se stessi, vanno correndo,
pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! E credono che sia
una cosa diversa.
Cfr. La carriola, pag.3, seq.4.,: “quasi tutti lottano, si affannano per
farsi uno stato, per raggiungere una forma”
Cfr. La carriola, pag.3 seq.4.: “ogni forma è una morte”
Cfr. La carriola, pag.3 seq.4.: “ non si conoscono per morti e credono
di essere vivi”
solo alla fine ricompare l’interlocutore immaginario del protagonista,
una sorta di alter ego, di Piccolo Me che teme la notte, il buio e si
appiglia alle illusioni procacciate dal sole del giorno.
da
Liber Liber
No, no, come rassegnarmi? E perché? Se avessi qualche dovere verso altri, forse
sí. Ma non ne ho! E allora perché?
Stammi a sentire. Tu non puoi darmi torto. Nessuno, ragionando cosí in astratto,
può darmi torto. Quello che sento io, senti anche tu, e sentono tutti.
Perché avete tanta paura di svegliarvi la notte? Perché per voi la forza alle
ragioni della vita viene dalla luce del giorno. Dalle illusioni della luce.
Il
bujo, il silenzio, vi atterriscono. E accendete la candela. Ma vi par triste,
eh? triste quella luce di candela. Perché non è quella la luce che ci vuole per
voi. Il sole! il sole! Chiedete angosciosamente il sole, voialtri! Perché le
illusioni non sorgono piú spontanee con una luce artificiale, procacciata da voi
stessi con mano tremante.
Come la mano, trema tutta la vostra realtà. Vi si scopre fittizia e
inconsistente. Artificiale come quella luce di candela. E tutti i vostri sensi
vigilano tesi con ispasimo, nella paura che sotto a questa realtà, di cui
scoprite la vana inconsistenza, un'altra realtà non vi si riveli, oscura,
orribile: la vera. Un alito... che cos'è? Che cos'è questo scricchiolio?
E,
sospesi nell'orrore di quell'ignota attesa, tra brividi e sudorini, ecco davanti
a voi in quella luce vedete nella camera muoversi con aspetto e andatura
spettrale le vostre illusioni del giorno. Guardatele bene; hanno le vostre
stesse occhiaje enfiate e acquose, e la giallezza della vostra insonnia, e anche
i vostri dolori artritici. Sí, il rodio sordo dei tofi alle giunture delle dita.
E
che vista, che vista assumono gli oggetti della camera! Sono come sospesi
anch'essi in una immobilità attonita, che v'inquieta.
Dormivate con essi lí attorno.
Ma
essi non dormono. Stanno lí, cosí di giorno, come di notte.
La
vostra mano li apre e li chiude, per ora. Domani li aprirà e chiuderà un'altra
mano. Chi sa quale altra mano... Ma per loro è lo stesso. Tengono dentro, per
ora, i vostri abiti, vuote spoglie appese, che hanno preso il grinzo, le pieghe
dei vostri ginocchi stanchi, dei vostri gomiti aguzzi. Domani terranno appese le
spoglie aggrinzite d'un altro. Lo specchio di quell'armadio ora riflette la
vostra immagine, e non ne serba traccia; non serberà traccia domani di quella
d'un altro.
Lo
specchio, per sé, non vede. Lo specchio è come la verità.
Ti
pare ch'io farnetichi? ch'io parli a mezz'aria? Va' là, che tu m'intendi; e
intendi anche piú ch'io non dica, perché è molto difficile esprimere questo
sentimento oscuro che mi domina e mi sconvolge.
Tu
sai come ho vissuto finora. Sai che ho provato sempre ribrezzo, orrore, di farmi
comunque una forma, di rapprendermi, di fissarmi anche momentaneamente in essa.
Ho
fatto sempre ridere i miei amici per le tante... come le chiamate? alterazioni,
già, alterazioni de' miei connotati. Ma avete potuto riderne, perché non vi
siete mai affondati a considerare il mio bisogno smanioso di presentarmi a me
stesso nello specchio con un aspetto diverso, di illudermi di non esser sempre
quell'uno, di vedermi un altro!
Ma
sí! Che ho potuto alterare? Sono arrivato, è vero, anche a radermi il capo, per
vedermi calvo prima del tempo; e ora mi sono raso i baffi, lasciando la barba; o
viceversa; ora mi sono raso baffi e barba; o mi son lasciata crescer questa ora
in un modo, ora in un altro, a pizzo, spartita sul mento, a collana...
Ho
giocato coi peli.
Gli occhi, il naso, la bocca, gli orecchi, il torso, le gambe, le braccia, le
mani, non ho potuto mica alterarli. Truccarmi, come un attore di teatro? Ne ho
avuto qualche volta la tentazione. Ma poi ho pensato che, sotto la maschera, il
mio corpo rimaneva sempre quello... e invecchiava!
Ho
cercato di compensarmi con lo spirito. Ah, con lo spirito ho potuto giocar
meglio!
Voi pregiate sopra ogni cosa e non vi stancate mai di lodare la costanza dei
sentimenti e la coerenza del carattere. E perché? Ma sempre per la stessa
ragione! Perché siete vigliacchi, perché avete paura di voi stessi, cioè di
perdere - mutando - la realtà che vi siete data, e di riconoscere, quindi, che
essa non era altro che una vostra illusione, che dunque non esiste alcuna
realtà, se non quella che ci diamo noi.
Ma
che vuol dire, domando io, darsi una realtà, se non fissarsi in un sentimento,
rapprendersi, irrigidirsi, incrostarsi in esso? E dunque, arrestare in noi il
perpetuo movimento vitale, far di noi tanti piccoli e miseri stagni in attesa di
putrefazione, mentre la vita è flusso continuo, incandescente e indistinto.
Vedi, è questo il pensiero che mi sconvolge e mi rende feroce!
La
vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si
incrosta e assume forma.
Ogni forma è la morte.
Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si rapprende, in questo flusso
continuo, incandescente e indistinto, è la morte.
Noi tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal flusso che non s'arresta
mai, e fissati per la morte.
Dura ancora per un breve spazio di tempo il movimento di quel flusso in noi,
nella nostra forma separata, staccata e fissata; ma ecco, a poco a poco si
rallenta; il fuoco si raffredda; la forma si dissecca; finché il movimento non
cessa del tutto nella forma irrigidita.
Abbiamo finito di morire. E questo abbiamo chiamato vita!
Io
mi sento preso in questa trappola della morte, che mi ha staccato dal flusso
della vita in cui scorrevo senza forma, e mi ha fissato nel tempo, in questo
tempo!
Perché in questo tempo?
Potevo scorrere ancora ed esser fissato piú là, almeno, in un'altra forma, piú
là... Sarebbe stato lo stesso, tu pensi? Eh sí, prima o poi... Ma sarei stato un
altro, piú là, chi sa chi e chi sa come; intrappolato in un'altra sorte; avrei
veduto altre cose, o forse le stesse, ma sotto aspetti diversi, diversamente
ordinate.
Tu
non puoi immaginare l'odio che m'ispirano le cose che vedo, prese con me nella
trappola di questo mio tempo; tutte le cose che finiscono di morire con me, a
poco a poco! Odio e pietà! Ma piú odio, forse, che pietà.
È
vero, sí, caduto piú là nella trappola, avrei allora odiato quell'altra forma,
come ora odio questa; avrei odiato quell'altro tempo, come ora questo, e tutte
le illusioni di vita, che noi morti d'ogni tempo ci fabbrichiamo con quel
po' di movimento e di calore che resta chiuso in noi, del flusso continuo che è
la vera vita e non s'arresta mai.
Siamo tanti morti affaccendati, che c'illudiamo di fabbricarci la vita.
Ci
accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la morte...
Un altro essere in trappola!
-
Qua, caro, qua; comincia a morire, caro, comincia a morire... Piangi, eh? Piangi
e sguizzi... Avresti voluto scorrere ancora? Sta' bonino, caro! Che vuoi farci?
Preso, co-a-gu-la-to, fissato... Durerà un pezzetto! Sta' bonino...
Ah, finché siamo piccini, finché il nostro corpo è tenero e cresce e non pesa,
non avvertiamo bene d'esser presi in trappola! Ma poi il corpo fa il groppo;
cominciamo a sentirne il peso; cominciamo a sentire che non possiamo piú
muoverci come prima.
Io
vedo, con ribrezzo, il mio spirito dibattersi in questa trappola, per non
fissarsi anch'esso nel corpo già leso dagli anni e appesito. Scaccio subito ogni
idea che tenda a raffermarsi in me; interrompo subito ogni atto che tenda a
divenire in me un'abitudine; non voglio doveri, non voglio affetti, non voglio
che lo spirito mi s'indurisca anch'esso in una crosta di concetti. Ma sento che
il corpo di giorno in giorno stenta vie piú a seguire lo spirito irrequieto;
casca, casca, ha i ginocchi stanchi e le mani grevi... vuole il riposo! Glielo
darò.
No, no, non so, non voglio rassegnarmi a dare anch'io lo spettacolo miserando di
tutti i vecchi, che finiscono di morir lentamente. No. Ma prima... non so,
vorrei far qualche cosa d'enorme, d'inaudito, per dare uno sfogo a questa rabbia
che mi divora.
Vorrei, per lo meno... - vedi queste unghie? affondarle nella faccia d'ogni
femmina bella che passi per via, stuzzicando gli uomini, aizzosa.
Che stupide, miserabili e incoscienti creature sono tutte le femmine! Si parano,
s'infronzolano, volgono gli occhi ridenti di qua e di là, mostrano quanto piú
possono le loro forme provocanti; e non pensano che sono nella trappola
anch'esse, fissate anch'esse per la morte, e che pur l'hanno in sé la trappola,
per quelli che verranno!
La
trappola, per noi uomini, è in loro, nelle donne. Esse ci rimettono per un
momento nello stato di incandescenza, per cavar da noi un altro essere
condannato alla morte. Tanto fanno e tanto dicono, che alla fine ci fanno
cascare, ciechi, infocati e violenti, là nella loro trappola.
Anche me! Anche me! Ci hanno fatto cascare anche me! Ora, di recente. Sono
perciò cosí feroce.
Una trappola infame! Se l'avessi veduta... Una madonnina. Timida, umile. Appena
mi vedeva, chinava gli occhi e arrossiva. Perché sapeva che io, altrimenti, non
ci sarei mai cascato.
Veniva qua, per mettere in pratica una delle sette opere corporali di
misericordia: visitare gl'infermi. Per mio padre, veniva; non già per me; veniva
per aiutare la mia vecchia governante a curare, a ripulire il mio povero padre,
di là...
Stava qui, nel quartierino accanto, e s'era fatta amica della mia governante,
con la quale si lagnava del marito imbecille, che sempre la rimbrottava di non
esser buona a dargli un figliuolo.
Ma
capisci com'è? Quando uno comincia a irrigidirsi, a non potersi piú muovere come
prima, vuol vedersi attorno altri piccoli morti, teneri teneri, che si muovano
ancora, come si moveva lui quand'era tenero tenero; altri piccoli morti che gli
somiglino e facciano tutti quegli attucci che lui non può piú fare.
È
uno spasso lavar la faccia ai piccoli morti, che non sanno ancora d'esser presi
in trappola, e pettinarli e portarseli a spassino.
Dunque, veniva qua.
-
Mi figuro, - diceva con gli occhi bassi, arrossendo, - mi figuro che strazio
dev'esser per lei, signor Fabrizio, vedere il padre da tanti anni in questo
stato!
-
Sissignora, - le rispondevo io sgarbatamente, e le voltavo le spalle e me
n'andavo.
Sono sicuro, adesso, che appena voltavo le spalle per andarmene, lei rideva, tra
sé, mordendosi il labbro per trattenere la risata.
Io
me n'andavo perché, mio malgrado, sentivo d'ammirar quella femmina, non già per
la sua bellezza (era bellissima, e tanto piú seducente, quanto piú mostrava per
modestia di non tenere in alcun pregio la sua bellezza); la ammiravo, perché non
dava al marito la soddisfazione di mettere in trappola un altro infelice.
Credevo che fosse lei; e invece, no; non mancava per lei; mancava per
quell'imbecille. E lei lo sapeva, o almeno, se non proprio la certezza, doveva
averne il sospetto. Perciò rideva; di me, di me rideva, di me che l'ammiravo per
quella sua presunta incapacità. Rideva in silenzio, nel suo cuore malvagio, e
aspettava. Finché una sera...
Fu
qua, in questa stanza.
Ero al bujo. Sai che mi piace veder morire il giorno ai vetri d'una finestra e
lasciarmi prendere e avviluppare a poco a poco dalla tenebra, e pensare: - «Non
ci sono piú!» pensare: - «Se ci fosse uno in questa stanza, si alzerebbe e
accenderebbe un lume. Io non accendo il lume, perché non ci sono piú. Sono come
le seggiole di questa stanza, come il tavolino, le tende, l'armadio, il divano,
che non hanno bisogno di lume e non sanno e non vedono che io sono qua. Io
voglio essere come loro, e non vedermi e dimenticare di esser qua».
Dunque, ero al bujo. Ella entrò di là, in punta di piedi, dalla camera di mio
padre, ove aveva lasciato acceso un lumino da notte, il cui barlume si soffuse
appena appena nella tenebra quasi senza diradarla, a traverso lo spiraglio
dell'uscio.
Io
non la vidi; non vidi che mi veniva addosso. Forse non mi vide neanche lei.
All'urto, gittò un grido; finse di svenire, tra le mie braccia, sul mio petto.
Chinai il viso; la mia guancia sfiorò la guancia di lei; sentii vicino l'ardore
della sua bocca anelante, e...
Mi
riscosse, alla fine, la sua risata. Una risata diabolica. L'ho qua ancora, negli
orecchi! Rise, rise, scappando, la malvagia! Rise della trappola che mi aveva
teso con la sua modestia; rise della mia ferocia: e d'altro rise, che seppi
dopo.
È
andata via, da tre mesi, col marito promosso professor di liceo in Sardegna.
Vengono a tempo certe promozioni.
Io
non vedrò il mio rimorso. Non lo vedrò. Ma ho la tentazione, in certi momenti,
di correre a raggiungere quella malvagia e di strozzarla prima che metta in
trappola quell'infelice cavato cosí a tradimento da me.
Amico mio, sono contento di non aver conosciuto mia madre. Forse, se l'avessi
conosciuta, questo sentimento feroce non sarebbe nato in me. Ma dacché m'è nato,
sono contento di non aver conosciuto mia madre.
Vieni, vieni; entra qua con me, in quest'altra stanza. Guarda!
Questo è mio padre.
Da
sette anni, sta lí. Non è piú niente. Due occhi che piangono; una bocca che
mangia. Non parla, non ode, non si muove piú. Mangia e piange. Mangia imboccato;
piange da solo; senza ragione; o forse perché c'è ancora qualche cosa in lui, un
ultimo resto che, pur avendo da settantasei anni principiato a morire, non vuole
ancora finire.
Non ti sembra atroce restar cosí, per un punto solo, ancora preso nella
trappola, senza potersi liberare?
Egli non può pensare a suo padre che lo fissò settantasei anni addietro per
questa morte, la quale tarda cosí spaventosamente a compirsi. Ma io, io posso
pensare a lui; e penso che sono un germe di quest'uomo che non si muove piú; che
se sono intrappolato in questo tempo e non in un altro, lo debbo a lui!
Piange, vedi? Piange sempre cosí... e fa piangere anche me! Forse vuol essere
liberato. Lo libererò, qualche sera, insieme con me. Ora comincia a far freddo;
accenderemo, una di queste sere, un po' di fuoco... Se ne vuoi profittare...
No, eh? Mi ringrazii? Sí, sí, andiamo fuori, andiamo fuori, amico mio. Vedo che
tu hai bisogno di rivedere il sole, per via.