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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "L'UOMO SOLO"
Pubblicata nel 1922, la raccolta L'uomo solo costituisce il quarto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1899 ed il
1914. |
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13.
La trappola (1912)
«Corriere della Sera», 22
maggio 1912, poi in "La trappola", Treves 1915.
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No, no, come rassegnarmi? E perché? Se
avessi qualche dovere verso altri, forse sì. Ma non ne ho! E allora perché?
Stammi a sentire. Tu non puoi darmi torto. Nessuno, ragionando così in astratto,
può darmi torto. Quello che sento io, senti anche tu, e sentono tutti.
Perché avete tanta paura di svegliarvi la notte? Perché per voi la forza alle
ragioni della vita viene dalla luce del giorno. Dalle illusioni della luce.
Il bujo, il silenzio, vi atterriscono. E accendete la candela. Ma vi par triste,
eh? triste quella luce di candela. Perché non è quella la luce che ci vuole per
voi. Il sole! il sole! Chiedete angosciosamente il sole, voialtri! Perché le
illusioni non sorgono più spontanee con una luce artificiale, procacciata da voi
stessi con mano tremante.
Come la mano, trema tutta la vostra realtà. Vi si scopre fittizia e
inconsistente. Artificiale come quella luce di candela. E tutti i vostri sensi
vigilano tesi con ispasimo, nella paura che sotto a questa realtà, di cui
scoprite la vana inconsistenza, un'altra realtà non vi si riveli, oscura,
orribile: la vera. Un alito... che cos'è? Che cos'è questo scricchiolio?
E, sospesi nell'orrore di quell'ignota attesa, tra brividi e sudorini, ecco
davanti a voi in quella luce vedete nella camera muoversi con aspetto e andatura
spettrale le vostre illusioni del giorno. Guardatele bene; hanno le vostre
stesse occhiaje enfiate e acquose, e la giallezza della vostra insonnia, e anche
i vostri dolori artritici. Sì, il rodio sordo dei tofi alle giunture delle dita.
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E che vista, che vista assumono gli oggetti della camera! Sono come sospesi
anch'essi in una immobilità attonita, che v'inquieta.
Dormivate con essi lì attorno.
Ma essi non dormono. Stanno lì, così di giorno, come di notte.
La vostra mano li apre e li chiude, per ora. Domani li aprirà e chiuderà
un'altra mano. Chi sa quale altra mano... Ma per loro è lo stesso. Tengono
dentro, per ora, i vostri abiti, vuote spoglie appese, che hanno preso il grinzo,
le pieghe dei vostri ginocchi stanchi, dei vostri gomiti aguzzi. Domani terranno
appese le spoglie aggrinzite d'un altro. Lo specchio di quell'armadio ora
riflette la vostra immagine, e non ne serba traccia; non serberà traccia domani
di quella d'un altro.
Lo specchio, per sé, non vede. Lo specchio è come la verità.
Ti pare ch'io farnetichi? ch'io parli a mezz'aria? Va' là, che tu m'intendi; e
intendi anche più ch'io non dica, perché è molto difficile esprimere questo
sentimento oscuro che mi domina e mi sconvolge.
Tu sai come ho vissuto finora. Sai che ho provato sempre ribrezzo, orrore, di
farmi comunque una forma, di rapprendermi, di fissarmi anche momentaneamente in
essa.
Ho fatto sempre ridere i miei amici per le tante... come le chiamate?
alterazioni, già, alterazioni de' miei connotati. Ma avete potuto riderne,
perché non vi siete mai affondati a considerare il mio bisogno smanioso di
presentarmi a me stesso nello specchio con un aspetto diverso, di illudermi di
non esser sempre quell'uno, di vedermi un altro!
Ma sì! Che ho potuto alterare? Sono arrivato, è vero, anche a radermi il capo,
per vedermi calvo prima del tempo; e ora mi sono raso i baffi, lasciando la
barba; o viceversa; ora mi sono raso baffi e barba; o mi son lasciata crescer
questa ora in un modo, ora in un altro, a pizzo, spartita sul mento, a
collana...
Ho giocato coi peli.
Gli occhi, il naso, la bocca, gli orecchi, il torso, le gambe, le braccia, le
mani, non ho potuto mica alterarli. Truccarmi, come un attore di teatro? Ne ho
avuto qualche volta la tentazione. Ma poi ho pensato che, sotto la maschera, il
mio corpo rimaneva sempre quello... e invecchiava!
Ho cercato di compensarmi con lo spirito. Ah, con lo spirito ho potuto giocar
meglio!
Voi pregiate sopra ogni cosa e non vi stancate mai di lodare la costanza dei
sentimenti e la coerenza del carattere. E perché? Ma sempre per la stessa
ragione! Perché siete vigliacchi, perché avete paura di voi stessi, cioè di
perdere - mutando - la realtà che vi siete data, e di riconoscere, quindi, che
essa non era altro che una vostra illusione, che dunque non esiste alcuna
realtà, se non quella che ci diamo noi.
Ma che vuol dire, domando io, darsi una realtà, se non fissarsi in un
sentimento, rapprendersi, irrigidirsi, incrostarsi in esso? E dunque, arrestare
in noi il perpetuo movimento vitale, far di noi tanti piccoli e miseri stagni in
attesa di putrefazione, mentre la vita è flusso continuo, incandescente e
indistinto.
Vedi, è questo il pensiero che mi sconvolge e mi rende feroce!
La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si
incrosta e assume forma.
Ogni forma è la morte.
Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si rapprendende in questo
flusso continuo, incandescente e indistinto, è la morte.
Noi tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal flusso che non s'arresta
mai, e fissati per la morte.
Dura ancora per un breve spazio di tempo il movimento di quel flusso in noi,
nella nostra forma separata, staccata e fissata; ma ecco, a poco a poco si
rallenta; il fuoco si raffredda; la forma si dissecca; finché il movimento non
cessa del tutto nella forma irrigidita.
Abbiamo finito di morire. E questo abbiamo chiamato vita!
Io mi sento preso in questa trappola della morte, che mi ha staccato dal flusso
della vita in cui scorrevo senza forma, e mi ha fissato nel tempo, in questo
tempo!
Perché in questo tempo?
Potevo scorrere ancora ed esser fissato più là, almeno, in un'altra forma, più
là... Sarebbe stato lo stesso, tu pensi? Eh sì, prima o poi... Ma sarei stato un
altro, più là, chi sa chi e chi sa come; intrappolato in un'altra sorte; avrei
veduto altre cose, o forse le stesse, ma sotto aspetti diversi, diversamente
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Tu non puoi immaginare l'odio che m'ispirano le cose che vedo, prese con me
nella trappola di questo mio tempo; tutte le cose che finiscono di morire con
me, a poco a poco! Odio e pietà! Ma più odio, forse, che pietà.
È vero, sì, caduto più là nella trappola, avrei allora odiato quell'altra forma,
come ora odio questa; avrei odiato quell'altro tempo, come ora questo, e tutte
le illusioni di vita, che noi morti d'ogni tempo ci fabbrichiamo con quel
po' di movimento e di calore che resta chiuso in noi, del flusso continuo che è
la vera vita e non s'arresta mai.
Siamo tanti morti affaccendati, che c'illudiamo di fabbricarci la vita.
Ci accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la
morte... Un altro essere in trappola!
- Qua, caro, qua; comincia a morire, caro, comincia a morire... Piangi, eh?
Piangi e sguizzi... Avresti voluto scorrere ancora? Sta' bonino, caro! Che vuoi
farci? Preso, co-a-gu-la-to, fissato... Durerà un pezzetto! Sta' bonino...
Ah, finché siamo piccini, finché il nostro corpo è tenero e cresce e non pesa,
non avvertiamo bene d'esser presi in trappola! Ma poi il corpo fa il groppo;
cominciamo a sentirne il peso; cominciamo a sentire che non possiamo più
muoverci come prima.
Io vedo, con ribrezzo, il mio spirito dibattersi in questa trappola, per non
fissarsi anch'esso nel corpo già leso dagli anni e appesito. Scaccio subito ogni
idea che tenda a raffermarsi in me; interrompo subito ogni atto che tenda a
divenire in me un'abitudine; non voglio doveri, non voglio affetti, non voglio
che lo spirito mi s'indurisca anch'esso in una crosta di concetti. Ma sento che
il corpo di giorno in giorno stenta vie più a seguire lo spirito irrequieto;
casca, casca, ha i ginocchi stanchi e le mani grevi... vuole il riposo! Glielo
darò.
No, no, non so, non voglio rassegnarmi a dare anch'io lo spettacolo miserando di
tutti i vecchi, che finiscono di morir lentamente. No. Ma prima... non so,
vorrei far qualche cosa d'enorme, d'inaudito, per dare uno sfogo a questa rabbia
che mi divora.
Vorrei, per lo meno... - vedi queste unghie? affondarle nella faccia d'ogni
femmina bella che passi per via, stuzzicando gli uomini, aizzosa.
Che stupide, miserabili e incoscienti creature sono tutte le femmine! Si parano,
s'infronzolano, volgono gli occhi ridenti di qua e di là, mostrano quanto più
possono le loro forme provocanti; e non pensano che sono nella trappola
anch'esse, fissate anch'esse per la morte, e che pur l'hanno in sé la trappola,
per quelli che verranno!
La trappola, per noi uomini, è in loro, nelle donne. Esse ci rimettono per un
momento nello stato di incandescenza, per cavar da noi un altro essere
condannato alla morte. Tanto fanno e tanto dicono, che alla fine ci fanno
cascare, ciechi, infocati e violenti, là nella loro trappola.
Anche me! Anche me! Ci hanno fatto cascare anche me! Ora, di recente. Sono
perciò così feroce.
Una trappola infame! Se l'avessi veduta... Una madonnina. Timida, umile. Appena
mi vedeva, chinava gli occhi e arrossiva. Perché sapeva che io, altrimenti, non
ci sarei mai cascato.
Veniva qua, per mettere in pratica una delle sette opere corporali di
misericordia: visitare gl'infermi. Per mio padre, veniva; non già per me; veniva
per aiutare la mia vecchia governante a curare, a ripulire il mio povero padre,
di là...
Stava qui, nel quartierino accanto, e s'era fatta amica della mia governante,
con la quale si lagnava del marito imbecille, che sempre la rimbrottava di non
esser buona a dargli un figliuolo.
Ma capisci com'è? Quando uno comincia a irrigidirsi, a non potersi più muovere
come prima, vuol vedersi attorno altri piccoli morti, teneri teneri, che si
muovano ancora, come si moveva lui quand'era tenero tenero; altri piccoli morti
che gli somiglino e facciano tutti quegli attucci che lui non può più fare.
È uno spasso lavar la faccia ai piccoli morti, che non sanno ancora d'esser
presi in trappola, e pettinarli e portarseli a spassino.
Dunque, veniva qua.
- Mi figuro, - diceva con gli occhi bassi, arrossendo, - mi figuro che strazio
dev'esser per lei, signor Fabrizio, vedere il padre da tanti anni in questo
stato!
- Sissignora, - le rispondevo io sgarbatamente, e le voltavo le spalle e me
n'andavo.
Sono sicuro, adesso, che appena voltavo le spalle per andarmene, lei rideva, tra
sé, mordendosi il labbro per trattenere la risata.
Io me n'andavo perché, mio malgrado, sentivo d'ammirar quella femmina, non già
per la sua bellezza (era bellissima, e tanto più seducente, quanto più mostrava
per modestia di non tenere in alcun pregio la sua bellezza); la ammiravo, perché
non dava al marito la soddisfazione di mettere in trappola un altro infelice.
Credevo che fosse lei; e invece, no; non mancava per lei; mancava per
quell'imbecille. E lei lo sapeva, o almeno, se non proprio la certezza, doveva
averne il sospetto. Perciò rideva; di me, di me rideva, di me che l'ammiravo per
quella sua presunta incapacità. Rideva in silenzio, nel suo cuore malvagio, e
aspettava. Finché una sera...
Fu qua, in questa stanza.
Ero al bujo. Sai che mi piace veder morire il giorno ai vetri d'una finestra e
lasciarmi prendere e avviluppare a poco a poco dalla tenebra, e pensare: - «Non
ci sono più!» pensare: - «Se ci fosse uno in questa stanza, si alzerebbe e
accenderebbe un lume. Io non accendo il lume, perché non ci sono più. Sono come
le seggiole di questa stanza, come il tavolino, le tende, l'armadio, il divano,
che non hanno bisogno di lume e non sanno e non vedono che io sono qua. Io
voglio essere come loro, e non vedermi e dimenticare di esser qua».
Dunque, ero al bujo. Ella entrò di là, in punta di piedi, dalla camera di mio
padre, ove aveva lasciato acceso un lumino da notte, il cui barlume si soffuse
appena appena nella tenebra quasi senza diradarla, a traverso lo spiraglio
dell'uscio.
Io non la vidi; non vidi che mi veniva addosso. Forse non mi vide neanche lei.
All'urto, gittò un grido; finse di svenire, tra le mie braccia, sul mio petto.
Chinai il viso; la mia guancia sfiorò la guancia di lei; sentii vicino l'ardore
della sua bocca anelante, e...
Mi riscosse, alla fine, la sua risata. Una risata diabolica. L'ho qua ancora,
negli orecchi! Rise, rise, scappando, la malvagia! Rise della trappola che mi
aveva teso con la sua modestia; rise della mia ferocia: e d'altro rise, che
seppi dopo.
È andata via, da tre mesi, col marito promosso professor di liceo in Sardegna.
Vengono a tempo certe promozioni.
Io non vedrò il mio rimorso. Non lo vedrò. Ma ho la tentazione, in certi
momenti, di correre a raggiungere quella malvagia e di strozzarla prima che
metta in trappola quell'infelice cavato così a tradimento da me.
Amico mio, sono contento di non aver conosciuto mia madre. Forse, se l'avessi
conosciuta, questo sentimento feroce non sarebbe nato in me. Ma dacché m'è nato,
sono contento di non aver conosciuto mia madre.
Vieni, vieni; entra qua con me, in quest'altra stanza. Guarda!
Questo è mio padre.
Da sette anni, sta lì. Non è più niente. Due occhi che piangono; una bocca che
mangia. Non parla, non ode, non si muove più. Mangia e piange. Mangia imboccato;
piange da solo; senza ragione; o forse perché c'è ancora qualche cosa in lui, un
ultimo resto che, pur avendo da settantasei anni principiato a morire, non vuole
ancora finire.
Non ti sembra atroce restar così, per un punto solo, ancora preso nella
trappola, senza potersi liberare?
Egli non può pensare a suo padre che lo fissò settantasei anni addietro per
questa morte, la quale tarda così spaventosamente a compirsi. Ma io, io posso
pensare a lui; e penso che sono un germe di quest'uomo che non si muove più; che
se sono intrappolato in questo tempo e non in un altro, lo debbo a lui!
Piange, vedi? Piange sempre così... e fa piangere anche me! Forse vuol essere
liberato. Lo libererò, qualche sera, insieme con me. Ora comincia a far freddo;
accenderemo, una di queste sere, un po' di fuoco... Se ne vuoi profittare...
No, eh? Mi ringrazii? Sì, sì, andiamo fuori, andiamo fuori, amico mio. Vedo che
tu hai bisogno di rivedere il sole, per via.
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