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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "L'UOMO SOLO"
Pubblicata nel 1922, la raccolta L'uomo solo costituisce il quarto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1899 ed il
1914. |
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12. Il coppo (1912)
«Rassegna contemporanea»,
giugno 1912, poi in "La trappola", Treves 1915.
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Che bevuto! No. Appena tre bicchieri.
Forse il vino lo eccitava più del solito, per l'animo in cui era dalla mattina,
e anche per ciò che aveva in mente di fare, quantunque non ne fosse ancora ben
sicuro.
Già da parecchio tempo aveva un certo pensiero segreto, come in agguato e pronto
a scattar fuori al momento opportuno.
Lo teneva riposto, quasi all'insaputa di tutti i suoi doveri che stavano come
irsute sentinelle a guardia del reclusorio della sua coscienza. Da circa venti
anni, egli vi stava carcerato, a scontare un delitto che, in fondo, non aveva
recato male se non a lui.
Ma sì! Chi aveva ucciso lui infine, se non se stesso? chi strozzato, se non la
propria vita?
E, per giunta, la galera. Da venti anni. Vi s'era chiuso, da sé; se li era
piantati a guardia da sé, con la bajonetta in canna, tutti quegl'irsuti doveri,
così che, non solo non gli lasciassero mai intravedere una probabile lontana via
di scampo, ma non lo lasciassero più nemmeno respirare.
Qualche bella ragazza gli aveva sorriso per via?
- All'erta, sentinellàaa!
- All'erta stòòò!
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Qualche amico gli aveva proposto di scappar via con lui in America?
- All'erta, sentinellàaa!
- All'erta stòòò!
E chi era più lui, adesso? Ecco qua: uno che faceva schifo, propriamente schifo,
a se stesso, se si paragonava a quello che avrebbe potuto e dovuto essere.
Un gran pittore! Sissignori: mica di quelli che dipingono per dipingere...
alberi e case... montagne e marine... fiumi, giardini e donne nude. Idee voleva
dipingere lui; idee vive, in vivi corpi di immagini. Come i grandi!
Bevuto... eh, un tantino sì, aveva bevuto. Ma tuttavia, parlava bene.
- Nardino, parli bene.
Nardino. Sua moglie lo chiamava così, Nardino. Perdio, ci voleva
coraggio! Un nome come il suo: Bernardo Morasco, divenuto in bocca a sua moglie
Nardino.
Ma, povera donna, così lo capiva lei... ino, ino... ino, ino...
E Bernardo Morasco, passando il ponte, da Ripetta al Lungotevere dei Mellini, si
rincalcò con una manata il cappellaccio su la folta chioma riccioluta, già
brizzolata, e piantò gli occhi sbarrati ilari parlanti in faccia a una povera
signora attempatella, che gli passava accanto, seguita da un barboncino nero,
lacrimoso, che reggeva in bocca un involto.
La signora sussultò dallo spavento e al barboncino cadde di bocca l'involto.
Il Morasco restò un momento mortificato e perplesso. Aveva forse detto qualche
cosa a quella signora? Oh Dio! Non aveva avuto la minima intenzione
d'offenderla. Parlava con sé; - di sua moglie, parlava... - povera donna anche
lei!
Si scrollò. Ma che povera donna, adesso! Sua moglie era ricca, i suoi quattro
figliuoli erano ricchi, adesso. Suo suocero era finalmente crepato. E così, dopo
vent'anni di galera, egli aveva finito di scontare la pena.
Vent'anni addietro, quando ne aveva venticinque, aveva rapito a un usurajo la
figliuola. Poverina, che pietà! Timida timida, pallida pallida e con la spalla
destra un tantino più alta dell'altra. Ma lui doveva pensare all'Arte; non alle
donne. Le donne, lui, non le aveva potute mai soffrire. Per quello che da una
donna poteva aver bisogno, quella poverina, anche quella poverina bastava. Ogni
tanto, con gli occhi chiusi, là e addio.
La dote, che s'aspettava, non era però venuta. Quell'usurajo del suocero, dopo
il ratto, non s'era dato per vinto; e tutti allora si erano attesi da lui che,
fallito il colpo, abbandonasse quella disgraziata all'ira del padre e al
«disonor!». Buffoni! Come in un libretto d'opera. Lui? Ecco qua, invece, come
s'era ridotto lui, per non dare questa soddisfazione alla gente e a quell'infame
usurajo!
Non solo non aveva avuto mai una parola aspra per quella poverina, ma per non
far mancare il pane prima a lei, poi ai quattro figliuoli che gli erano nati -
via, sogni! via, arte! via, tutto!
Là, tordi, per tutti i negozianti di quadretti di genere: cavalieri
piumati e vestiti di seta che si battono a duello in cantina; cardinali parati
di tutto punto che giuocano a scacchi in un chiostro; ciociarette che fanno
all'amore in piazza di Spagna; butteri a cavallo dietro una staccionata;
tempietti di Vesta con tramonti al torlo d'uovo; rovine d'acquedotti in salsa di
pomodoro; poi, tutti i peggio fattacci di cronaca per le pagine a colori dei
giornali illustrati: tori in fuga e crolli di campanili, guardie di finanza e
contrabbandieri in lotta, salvataggi eroici e pugilati alla Camera dei
deputati...
Ci sputavano sopra, adesso, moglie e figliuoli, a queste sue belle fatiche, da
cui per tanti anni era venuto loro un così scarso pane! Gli toccava anche
questo, per giunta: la commiserazione derisoria di coloro per cui si era
sacrificato, martoriato, distrutto. Diventati ricchi, che rispetto più, che
considerazione potevano avere per uno che si era arrabattato a metter su sconci
pupazzi e caricature per lasciarli tant'anni quasi morti di fame?
Ah, ma, perdio, voleva aver l'orgoglio di sputare anche lui ora, a sua volta, su
quella ricchezza, e di provarne schifo; ora che non poteva più servirgli per
attuare quel sogno che gliel'aveva fatto un tempo desiderare. Era ricco anche
lui, allora, ricco d'anima e di sogni!
Che scherno, l'eredità del suocero, tutto quel denaro ora che il sentimento
della vita gli s'era indurito in quella realtà ispida, squallida, come in un
terreno sterpigno, pieno di cardi spinosi e di sassi aguzzi, nido di serpi e di
gufi! Su questo terreno, ora, la pioggia d'oro! Che consolazione! E chi gli dava
più la forza di strappare tutti quei cardi, di portar via tutti quei sassi, di
schiacciare la testa a tutti quei serpi, di dare la caccia a tutti quei gufi?
Chi gli dava più la forza di rompere quel terreno e rilavorarlo, perché vi
nascessero i fiori un tempo sognati? Ah, quali fiori più, se ne aveva perduto
finanche il seme! Là, i pennacchioli di quei cardi...
Tutto era ormai finito per lui.
Se n'era accorto bene, vagando quella mattina; libero finalmente, fuori della
sua carcere, poiché la moglie e i figliuoli non avevano più bisogno di lui.
Era uscito di casa, col fermo proposito di non ritornarvi mai più. Ma non sapeva
ancora che cosa avrebbe fatto, né dove sarebbe andato a finire.
Vagava, vagava; era stato sul Gianicolo, e aveva mangiato in una trattoria
lassù... e bevuto, sì, bevuto... più, più di tre bicchieri... la verità! Era
stato anche a Villa Borghese. Stanco, s'era sdrajato per più ore su l'erba d'un
prato, e... sì, forse per il vino... aveva anche pianto, sentendosi perduto come
in una lontananza infinita; e gli era parso di ricordarsi di tante cose, che
forse per lui non erano mai esistite.
La primavera, l'ebbrezza del primo tepore del sole su la tenera erba dei prati,
i primi fiorellini timidi e il canto degli uccelli. Quando mai, per lui, avevano
cantato così giojosamente gli uccelli?
Che strazio, in mezzo a quel primo verde, così vivido e fresco d'infanzia,
sentirsi grigi i capelli, arida la barba. Sapersi vecchio. Riconoscere che
nessun grido poteva più erompere a lui dall'anima, che avesse la gioja di quei
trilli, di quel cinguettio; nessun pensiero più, nessun sentimento nascere a lui
nella mente e nel cuore, che avessero la timidità gentile di quei primi
fiorellini, la freschezza di quella prima erba dei prati; riconoscere che tutta
quella delizia per le anime giovani, si convertiva per lui in una infinita
angoscia di rimpianto.
Passata per sempre, la sua stagione. Inizio pagina

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Chi può dire, d'inverno, quale tra tanti alberi sia morto? Tutti pajono morti.
Ma, appena viene la primavera, prima uno, poi un altro, poi tanti insieme,
rifioriscono. Uno solo, che tutti gli altri finora avevano potuto credere come
loro, resta spoglio. Morto.
Era lui.
Fosco, angosciato, era uscito da Villa Borghese; aveva attraversato Piazza del
Popolo, imboccato via Ripetta; poi sentendosi per questa via soffocare, aveva
passato il ponte, e giù per il Lungotevere dei Mellini.
Mortificato ancora per lo sgarbo involontario fatto a quella signora dal
barboncino nero, incontrò là un mortorio che procedeva lento lento sotto gli
alberi rinverditi, con la banda in testa. Dio, come stonava quella banda! Meno
male che il morto non poteva più sentirla. E tutto quel codazzo
d'accompagnatori... Ah, la vita!
Ecco, si poteva felicemente definire così, la vita: l'accordo della grancassa
coi piattini. Nelle marce funebri, grancassa e piattini non suonano più
d'accordo. La grancassa rulla, a tratti, per conto suo, come se ci avesse i cani
in corpo; e i piattini, cing! e ciang! per conto loro.
Fatta questa bella riflessione e salutato il morto, riprese ad andare.
Quando fu al Ponte Margherita, si rifermò. Dove andava? Non si reggeva più su le
gambe dalla stanchezza. Perché aveva preso per via Ripetta? Ora, passando il
Ponte Margherita, si ritrovava di nuovo quasi di fronte a Villa Borghese. No,
via: avrebbe seguito da quest'altra parte il Lungotevere fino al nuovo ponte
Flaminio.
Ma perché? Che voleva fare, insomma? Niente... Andare, andare, finché c'era
luce.
Oltre ponte Flaminio finiva l'arginatura; ma il viale seguitava spazioso, alto
sul fiume, a scarpa su le sponde naturali, con una lunga staccionata per
parapetto. A un certo punto, Bernardo Morasco scorse un sentieruolo, che
scendeva tra la folta erba della scarpata giù alla sponda; passò sotto alla
staccionata e scese alla sponda, abbastanza larga lì e coperta anch'essa di
folta erba. Vi si sdrajò.
Le ultime fiamme del crepuscolo trasparivano dai cipressi di Monte Mario, lì
quasi dirimpetto, e davano alle cose che nell'ombra calante ritenevano ancora
per poco i colori come uno smalto soavissimo che a mano a mano s'incupiva vie
più, e riflessi di madreperla alle tranquille acque del fiume.
Il silenzio profondo, quasi attonito, era lì presso però, non rotto, ma per così
dire animato da un certo cupo tonfo cadenzato, a cui seguiva ogni volta uno
sgocciolio vivo.
Incuriosito, Bernardo Morasco si rizzò sul busto a guardare, e vide dalla sponda
allungarsi nel fiume come la punta d'una chiatta nera, terminata in una solida
asse, che reggeva due coppi, due specie di nasse di ferro giranti per la forza
stessa dell'acqua. Appena un coppo si tuffava, l'altro veniva fuori dalla parte
opposta, sgocciolante.
Non aveva mai veduto quell'arnese da pesca; non sapeva che fosse, né che
significasse; e rimase a lungo stupito e accigliato a mirarlo, compreso quasi da
un senso di mistero per quel lento moto cadenzato di quei due coppi là, che si
tuffavano uno dopo l'altro nell'acqua, per non prender che acqua.
L'inutilità di quel girare monotono d'un così grosso e cupo ordegno gli diede
una tristezza infinita.
Si riaccasciò su l'erba. Gli parve che tutto fosse vano nella vita come il
girare di quei due coppi nell'acqua. Guardò il cielo, in cui erano già spuntate
le prime stelle, ma pallide per l'imminente alba lunare.
Si annunziava una serata di maggio deliziosa, e più nera e più amara si faceva a
mano a mano la malinconia di Bernardo Morasco. Ah, chi gli levava più dalle
spalle quei venti anni di galera, perché anche lui potesse godere di quella
delizia? Quand'anche fosse riuscito a rinnovarsi l'animo, cacciandone via tutti
i ricordi che ormai sempre gli avrebbero amareggiato lo scarso piacere di
vivere, come avrebbe potuto rinnovarsi il corpo già logoro? Come andar più con
quel corpo in cerca d'amore? Senza amore, senz'altro bene era passata per lui la
vita, che poteva, oh sì, poteva esser bella! E tra poco sarebbe finita... E
nessuna traccia sarebbe rimasta di lui, che pure aveva un tempo sognato d'avere
in sé la potenza di dare un'espressione nuova, un'espressione sua alle cose...
Ah, che! Vanità! Quel coppo che il fiume del tempo faceva girare, tuffare
nell'acqua, per non prendere che acqua...
Tutt'a un tratto, s'alzò. Appena in piedi, gli parve strano che si fosse alzato.
Avvertì che non si era alzato da sé, ma che era stato messo in piedi da una
spinta interiore, non sua, forse di quel pensiero riposto, come in agguato
dentro di lui, da tanti anni.
Era dunque venuto il momento?
Si guardò attorno. Non c'era nessuno. C'era il silenzio che, formidabilmente
sospeso, attendeva il fruscio dell'erba a un primo passo di lui verso il fiume.
E c'erano tutti quei fili d'erba, che sarebbero rimasti lì, tali e quali, sotto
il chiarore umido e blando della luna, anche dopo la sua scomparsa da quella
scena.
Bernardo Morasco si mosse per la sponda, ma solo quasi per curiosità di
osservare da vicino quello strano ordegno da pesca. Scese su la chiatta, in cui
stava confitto verticalmente un palo, presso i due coppi giranti.
Ecco: reggendosi a quel palo, egli avrebbe potuto spiccare un salto, balzar
dentro a uno di quei coppi, e farsi scodellare nel fiume.
Bello! Nuovo! Sì... E afferrò con tutt'e due le mani il palo, come per far la
prova; e, sorridendo convulso, aspettò che il coppo che or ora si tuffava di là
nell'acqua facesse il giro. Come venne fuori di qua, man mano alzandosi, mentre
quell'altro si tuffava, veramente fece un balzo e vi si cacciò dentro, con gli
occhi strizzati, i denti serrati, tutto il volto contratto nello spasimo
dell'orribile attesa.
Ma che? Il peso del suo corpo aveva arrestato il movimento? Rimaneva in bilico
dentro il coppo?
Riaprì gli occhi, stordito di quel caso, fremente, quasi ridente... Oh Dio, non
si moveva più?
Ma no, ecco, ecco... La forza del fiume vinceva... il coppo riprendeva a
girare... Perdio, no... aveva atteso troppo... quell'esitazione, quell'arresto
momentaneo dell'ordegno per il peso del suo corpo gli era già sembrato uno
scherzo, e quasi ne aveva riso... Ora, oh Dio, guardando in alto, mentre il
coppo si risollevava, vide come schiantarsi tutte le stelle del cielo; e
istintivamente, in un attimo, preso dal terrore, Bernardo Morasco stese un
braccio al palo, tutte e due le braccia, vi s'abbrancò con uno sforzo così
disperato, che alla fine sguizzò dal coppo in piedi su la chiatta.
Il coppo, con un tonfo violentissimo
per lo strappo, si rituffò schizzandogli una zaffata d'acqua addosso.
Rabbrividì e rise, quasi nitrì di nuovo, convulso, volgendo gli occhi in giro,
come se avesse fatto lui, ora, uno scherzo al fiume, alla luna, ai cipressi di
Monte Mario.
E l'incanto della notte gli apparve ritrovato, con le stelle ben ferme e
brillanti nel cielo, e quelle sponde e quella pace e quel silenzio.
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