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Così ora, con la stessa diffidenza, ma pur con la stessa rassegnazione, Tararà
recava il suo caso nell'ingranaggio della giustizia.
Per conto suo, sapeva che aveva spaccato la testa alla moglie con un colpo
d'accetta, perché, ritornato a casa fradicio e inzaccherato, una sera di sabato,
dalla campagna sotto il borgo di Montaperto nella quale lavorava tutta la
settimana da garzone, aveva trovato uno scandalo grosso nel vicolo dell'Arco di
Spoto, ove abitava, su le alture di San Gerlando.
Poche ore avanti, sua moglie era stata sorpresa in flagrante adulterio insieme
col cavaliere don Agatino Fiorìca.
La signora donna Graziella Fiorìca, moglie del cavaliere, con le dita piene
d'anelli, le gote tinte di uva turca, e tutta infiocchettata come una di quelle
mule che recano a suon di tamburo un carico di frumento alla chiesa, aveva
guidato lei stessa in persona il delegato di pubblica sicurezza Spanò e due
guardie di questura, là nel vicolo dell'Arco di Spoto, per la constatazione
dell'adulterio.
Il vicinato non aveva potuto nascondere a Tararà la sua disgrazia, perché la
moglie era stata trattenuta in arresto, col cavaliere, tutta la notte. La
mattina seguente Tararà, appena se la era vista ricomparire zitta zitta davanti
all'uscio di strada, prima che le vicine avessero tempo d'accorrere, le era
saltato addosso con l'accetta in pugno e le aveva spaccato la testa.
Chi sa che cosa stava a leggere adesso il signor cancelliere...
Terminata la lettura, il presidente fece alzare di nuovo l'imputato per
l'interrogatorio.
- Imputato Argentu, avete sentito di che siete accusato?
Tararà fece un atto appena appena con la mano e, col suo solito sorriso,
rispose:
- Eccellenza, per dire la verità, non ci ho fatto caso.
Il presidente allora lo redarguì con molta severità:
- Siete accusato d'aver assassinato con un colpo d'accetta, la mattina del 10
dicembre 1911, Rosaria Femminella, vostra moglie. Che avete a dire in vostra
discolpa? Rivolgetevi ai signori giurati e parlate chiaramente e col dovuto
rispetto alla giustizia.
Tararà si recò una mano al petto, per significare che non aveva la minima
intenzione di mancare di rispetto alla giustizia. Ma tutti, ormai, nell'aula,
avevano disposto l'animo all'ilarità e lo guardavano col sorriso preparato in
attesa d'una sua risposta. Tararà lo avvertì e rimase un pezzo sospeso e
smarrito.
- Su, dite, insomma, - lo esortò il presidente. - Dite ai signori giurati quel
che avete da dire.
Tararà si strinse nelle spalle e disse:
- Ecco, Eccellenza. Loro signori sono alletterati, e quello che sta scritto in
codeste carte, lo avranno capito. Io abito in campagna, Eccellenza. Ma se in
codeste carte sta scritto, che ho ammazzato mia moglie, è la verità. E non se ne
parla più.
Questa volta scoppiò a ridere, senza volerlo, anche il presidente.
- Non se ne parla più? Aspettate e sentirete, caro, se se ne parlerà...
- Intendo dire, Eccellenza, - spiegò Tararà, riponendosi la mano sul petto, -
intendo dire, che l'ho fatto, ecco; e basta. L'ho fatto... sì, Eccellenza, mi
rivolgo ai signori giurati, l'ho fatto propriamente, signori giurati, perché non
ne ho potuto far di meno, ecco; e basta.
- Serietà! serietà, signori! serietà! - si mise a gridare il presidente,
scrollando furiosamente il campanello. - Dove siamo? Qua siamo in una Corte di
giustizia! E si tratta di giudicare un uomo che ha ucciso! Se qualcuno si
attenta un'altra volta a ridere, farò sgombrare l'aula! E mi duole di dover
richiamare anche i signori giurati a considerare la gravità del loro compito!
Poi, rivolgendosi con fiero cipiglio all'imputato:
- Che intendete dire, voi, che non ne avete potuto far di meno?
Tararà, sbigottito in mezzo al violento silenzio sopravvenuto, rispose:
- Intendo dire, Eccellenza, che la colpa non è stata mia.
- Ma come non è stata vostra?
Il giovane avvocato, incaricato d'ufficio, credette a questo punto suo dovere
ribellarsi contro il tono aggressivo assunto dal presidente verso il
giudicabile.
- Perdoni, signor presidente, ma così finiremo d'imbalordire questo pover uomo!
Mi pare ch'egli abbia ragione di dire che la colpa non è stata sua, ma della
moglie che lo tradiva col cavalier Fiorìca. È chiaro!
- Signor avvocato, prego, - ripigliò, risentito, il presidente. - Lasciamo
parlare l'accusato. A voi, Tararà: intendete dir questo?
Tararà negò prima con un gesto del capo, poi con la voce:
- Nossignore, Eccellenza. La colpa non è stata neanche di quella povera
disgraziata. La colpa è stata della signora... della moglie del signor cavaliere
Fiorìca, che non ha voluto lasciare le cose quiete. Che c'entrava, signor
presidente, andare a fare uno scandalo così grande davanti alla porta di casa
mia, che finanche il selciato della strada, signor presidente, è diventato rosso
dalla vergogna a vedere un degno galantuomo, il cavaliere Fiorìca, che sappiamo
tutti che signore è, scovato lì, in maniche di camicia e coi calzoni in mano,
signor presidente, nella tana d'una sporca contadina? Dio solo sa, signor
presidente, quello che siamo costretti a fare per procurarci un tozzo di pane!
Tararà disse queste cose con le lagrime agli occhi e nella voce, scotendo le
mani innanzi al petto, con le dita intrecciate, mentre le risate scoppiavano
irrefrenabili in tutta l'aula e molti anche si torcevano in convulsione. Ma, pur
tra le risa, il presidente colse subito a volo la nuova posizione in cui
l'imputato veniva a mettersi di fronte alla legge, dopo quanto aveva detto. Se
n'accorse anche il giovane avvocato difensore, e di scatto, vedendo crollare
tutto l'edificio della sua difesa, si voltò verso la gabbia a far cenno a Tararà
di fermarsi.
Troppo tardi. Il presidente, tornando a scampanellare furiosamente, domandò
all'imputato:
- Dunque voi confessate che vi era già nota la tresca di vostra moglie col
cavaliere Fiorìca?
- Signor presidente, - insorse l'avvocato difensore, balzando in piedi, -
scusi... ma io così... io così...
- Che così e così! - lo interruppe, gridando, il presidente. - Bisogna che io
metta in chiaro questo, per ora!
- Mi oppongo alla domanda, signor presidente!
- Lei non può mica opporsi, signor avvocato. L'interrogatorio lo faccio io!
- E io allora depongo la toga!
- Ma faccia il piacere, avvocato! Dice sul serio? Se l'imputato stesso
confessa...
- Nossignore, nossignore! Non ha confessato ancora nulla, signor presidente! Ha
detto soltanto che la colpa, secondo lui, è della signora Fiorìca, che è andata
a far uno scandalo innanzi alla sua abitazione.
- Va bene! E può lei impedirmi, adesso, di domandare all'imputato se gli era
nota la tresca della moglie col Fiorìca?
Da tutta l'aula si levarono, a questo punto, verso Tararà pressanti, violenti
cenni di diniego. Il presidente montò su tutte le furie e minacciò di nuovo lo
sgombro dell'aula.
- Rispondete, imputato Argentu: vi era nota, sì o no, la tresca di vostra
moglie?
Tararà, smarrito, combattuto, guardò l'avvocato, guardò l'uditorio, e alla fine:
- Debbo... debbo dire di no? - balbettò.
- Ah, broccolo! - gridò un vecchio contadino dal fondo dell'aula.
Il giovane avvocato diede un pugno sul banco e si voltò, sbuffando, a sedere da
un'altra parte.
- Dite la verità, nel vostro stesso interesse! - esortò il presidente
l'imputato.
- Eccellenza, dico la verità, - riprese Tararà, questa volta con tutt'e due le
mani sul petto. - E la verità è questa: che era come se io non lo sapessi!
Perché la cosa... sì, Eccellenza, mi rivolgo ai signori giurati; perché la cosa,
signori giurati, era tacita, e nessuno dunque poteva venirmi a sostenere in
faccia che io la sapevo. Io parlo così, perché abito in campagna, signori
giurati. Che può sapere un pover uomo che butta sangue in campagna dalla mattina
del lunedì alla sera del sabato? Sono disgrazie che possono capitare a tutti!
Certo, se in campagna qualcuno fosse venuto a dirmi: «Tararà, bada che tua
moglie se l'intende col cavalier Fiorìca», io non ne avrei potuto fare di meno,
e sarei corso a casa con l'accetta a spaccarle la testa. Ma nessuno era mai
venuto a dirmelo, signor presidente; e io, a ogni buon fine, se mi capitava
qualche volta di dover ritornare al paese in mezzo della settimana, mandavo
avanti qualcuno per avvertirne mia moglie. Questo, per far vedere a Vostra
Eccellenza, che la mia intenzione era di non fare danno. L'uomo è uomo,
Eccellenza, e le donne sono donne. Certo l'uomo deve considerare la donna, che
l'ha nel sangue d'essere traditora, anche senza il caso che resti sola, voglio
dire col marito assente tutta la settimana; ma la donna, da parte sua, deve
considerare l'uomo, e capire che l'uomo non può farsi beccare la faccia dalla
gente, Eccellenza! Certe ingiurie... sì, Eccellenza, mi rivolgo ai signori
giurati; certe ingiurie, signori giurati, altro che beccare, tagliano la faccia
all'uomo! E l'uomo non le può sopportare! Ora io, padroni miei, sono sicuro che
quella disgraziata avrebbe avuto sempre per me questa considerazione; e tant'è
vero, che io non le avevo mai torto un capello. Tutto il vicinato può venire a
testimoniare! Che ci ho da fare io, signori giurati, se poi quella benedetta
signora, all'improvviso... Ecco, signor presidente, Vostra Eccellenza dovrebbe
farla venire qua, questa signora, di fronte a me, ché saprei parlarci io! Non
c'è peggio... mi rivolgo a voi, signori giurati, non c'è peggio delle donne
cimentose! «Se suo marito», direi a questa signora, avendola davanti, «se suo
marito si fosse messo con una zitella, vossignoria si poteva prendere il gusto
di fare questo scandalo, che non avrebbe portato nessuna conseguenza, perché non
ci sarebbe stato un marito di mezzo. Ma con quale diritto vossignoria è venuta a
inquietare me, che mi sono stato sempre quieto; che non c'entravo né punto, né
poco; che non avevo voluto mai né vedere, né sentire nulla; quieto, signori
giurati, ad affannarmi il pane in campagna, con la zappa in mano dalla mattina
alla sera? Vossignoria scherza?» le direi, se l'avessi qua davanti questa
signora. «Che cosa è stato lo scandalo per vossignoria? Niente! Uno scherzo!
Dopo due giorni ha rifatto pace col marito. Ma non ha pensato vossignoria, che
c'era un altro uomo di mezzo? e che quest'uomo non poteva lasciarsi beccare la
faccia dal prossimo, e che doveva far l'uomo? Se vossignoria fosse venuta da me,
prima, ad avvertirmi, io le avrei detto: "Lasci andare, signorina! Uomini siamo!
E l'uomo, si sa, è cacciatore! Può aversi a male vossignoria d'una sporca
contadina? Il cavaliere, con lei, mangia sempre pane fino, francese; lo
compatisca se, di tanto in tanto, gli fa gola un tozzo di pane di casa, nero e
duro!"». Così le avrei detto, signor presidente, e forse non sarebbe accaduto
nulla, di quello che purtroppo, non per colpa mia, ma per colpa di questa
benedetta signora, è accaduto.
Il presidente troncò con una nuova e più lunga scampanellata i commenti, le
risa, le svariate esclamazioni, che seguirono per tutta l'aula la confessione
fervorosa di Tararà.
- Questa dunque è la vostra tesi? - domandò poi all'imputato.
Tararà, stanco, anelante, negò col capo.
- Nossignore. Che tesi? Questa è la verità, signor presidente.
E in grazia della verità, così candidamente confessata, Tararà fu condannato a
tredici anni di reclusione. Inizio
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