|
NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "L'UOMO SOLO"
Pubblicata nel 1922, la raccolta L'uomo solo costituisce il quarto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1899 ed il
1914. |
|
|
|
|
|
|
9. Dono della Vergine Maria (1899)
«Il Marzocco», 22 e 29 ottobre
1899.
|
|
|
† Assunta.
† Filomena.
† Crocifissa.
† Angelica.
† Margherita.
† ...
Così: una crocetta e il nome della figlia morta accanto. Cinque, in colonna. Poi
una sesta, che aspettava il nome dell'ultima: Agata, a cui poco ormai restava da
patire.
Don Nuccio D'Alagna si turò le orecchie per non sentirla tossire di là; e quasi
fosse suo lo spasimo di quella tosse, strizzò gli occhi e tutta la faccia
squallida, irta di peli grigi; poi s'alzò. Era come perduto in quella sua enorme
giacca, che non si sapeva più di che colore fosse e che dava a vedere che anche
la carità, se ci si mette, può apparire beffarda. La aveva certo avuta in
elemosina quella vecchia giacca. |
|
E don Nuccio, per rimediare, dov'era
possibile, al soverchio della carità, teneva più volte rimboccate sui magri
polsi le maniche. Ma ogni cosa, come quella
giacca, la sua miseria, le sue disgrazie, la nudità della casa pur tutta piena
di sole, ma anche di mosche, dava l'impressione di una esagerazione quasi
inverosimile.
Prima di recarsi di là, aspettò un pezzetto, sapendo che la figlia non voleva
che accorresse a lei, subito dopo quegli accessi di tosse; e intanto cancellò
col dito quel camposanto segnato sul piano del tavolino.
Oltre al lettuccio dell'inferma, in quell'altra camera, c'era soltanto una
seggiola sgangherata e un pagliericcio arrotolato per terra, che il vecchio ogni
sera si trascinava nella stanza vicina per buttarvisi a dormir vestito. Ma eran
rimaste stampate a muro, sulla vecchia carta da parato scolorita, qua e là
strappata e con gli strambelli pendenti, le impronte degli altri mobili
pegnorati e svenduti; e ancora attaccato al muro qualche resto dei ragnateli un
tempo nascosti da quei mobili.
La luce era tanta, in quella stanza nuda e sonora, che quasi si mangiava il
pallore del viso emaciato dell'inferma giacente sul letto. Si vedevano solo in
quel viso le fosse azzurre degli occhi. Ma in compenso poi, tutt'intorno, sul
guanciale un incendio, al sole, dei capelli rossi di lei. E lei che, zitta
zitta, a quel sole che le veniva sul letto si guardava le mani, o si avvolgeva
attorno alle dita i riccioli di quei magnifici capelli. Così zitta, così quieta,
che a guardarla e a guardar poi attorno la camera, in tutta quella luce, se non
fosse stato per il ronzio di qualche mosca, quasi non sarebbe parsa vera.
Don Nuccio, seduto su quell'unica seggiola, s'era messo a pensare a una cosa
bella bella per la figliuola: alla sola cosa a lei ormai desiderabile, che Dio
cioè le aprisse la mente, che quel duro patire lì sul saccone sudicio di quel
letto nella casa vuota la persuadesse a chiedere d'esser portata all'ospedale,
dove nessuna delle sorelle, morte prima, era voluta andare.
Ci si moriva lo stesso? No: don Nuccio scoteva un dito, con convinzione: era
un'altra cosa; più pulita.
Rivedeva difatti col pensiero una lunga corsia, lucida, con tanti e tanti
lettini bianchi in fila, di qua e di là, e un finestrone ampio in fondo
sull'azzurro del cielo; rivedeva le suore di carità, con quelle grandi ali
bianche in capo e quel tintinnio delle medaglie appese al rosario, a ogni passo;
rivedeva pure un vecchio sacerdote che lo conduceva per mano lungo quella
corsia: egli guardava smarrito, angosciato dalla commozione, su questo e su quel
letto; alla fine il prete gli diceva: «Qua» e lo attirava presso la sponda d'uno
di quei letti, ove giaceva moribonda, irriconoscibile, quella sciagurata che,
dopo avergli messo al mondo sei creaturine, se n'era scappata di casa per andar
poi a finir lì.
- Eccola! - Già a lui era morta la
prima figlia, Assunta, di dodici anni.
- Come te! quella non ti perdona.
- Nuccio D'Alagna, - lo aveva ammonito severamente il vecchio sacerdote. - Siamo
davanti alla morte.
- Sì, padre. Dio lo vuole, e io la perdono.
- Anche a nome delle figlie?
- Una è morta, padre. A nome delle altre cinque che le terranno dietro.
Tutte, davvero, una dopo l'altra. Ed egli, ora, era quasi inebetito. Se l'erano
portata via con loro, la sua anima, le cinque figliuole morte. Per quest'ultima
gliene restava un filo appena. Ma pur quel filo era ancora acceso in punta;
aveva ancora in punta come una fiammellina. La sua fede. La morte, la vita, gli
uomini, da anni soffiavano, soffiavano per spegnergliela: non c'erano riusciti.
Una mattina aveva veduto aprire a un suo vicino di casa, che abitava dirimpetto,
lo sportello della gabbiola per cacciarne via un ciuffolotto ammaestrato
ch'egli, alcuni giorni addietro, gli aveva venduto per pochi soldi.
Era d'inverno e pioveva. Il povero uccellino era venuto a batter le alucce ai
vetri dell'antica finestra, quasi a chiedergli ajuto e ospitalità.
Aveva aperto la finestra, e che carezze a quel capino bagnato dalla pioggia! Poi
se l'era posato su la spalla come un tempo, ed esso a bezzicargli il lobo
dell'orecchio. Si ricordava dunque! Lo riconosceva! Ma perché quel vicino lo
aveva cacciato via dalla gabbia?
Non aveva tardato a capirlo, don Nuccio. Aveva già notato da alcuni giorni, che
la gente per via lo scansava, e che qualcuno, vedendolo passare, faceva certi
atti.
L'uccellino gli era rimasto in casa, tutto l'inverno, a saltellare e a svolare
cantando per le due stanzette, contento di qualche briciola di pane. Poi, venuto
il bel tempo, se n'era andato via; non tutt'a un tratto, però: erano state prima
scappatine sui tetti delle prossime case: ritornava la sera; poi non era tornato
più.
E pazienza, cacciar via un uccellino! Ma cacciar via anche lui, buttarlo in
mezzo a una strada, con la figlia moribonda... C'era coscienza?
- La coscienza, don Nuccio mio, io ce l'ho! Ma sono anche ricevitore del lotto -
gli aveva detto lo Spiga, che da tant'anni lo teneva nel suo botteghino.
Ogni mestiere, ogni professione vuole una sua particolar coscienza. E uno che
sia ricevitore del lotto, si può dire che commetta una cattiva azione, togliendo
il pane di bocca a un vecchio, il quale, con la fama di jettatore che gli hanno
fatta in paese, certo non chiama più gente al banco a giocare?
Don Nuccio s'era dovuto arrendere a questa lampante verità; e se n'era andato da
quel botteghino piangendo. Era un sabato sera; e nella casa dirimpetto, quello
stesso vicino che aveva cacciato il ciuffolotto dalla gabbia, festeggiava una
vincita al lotto. E l'aveva registrata lui, don Nuccio, al banco, la scommessa
di quel vicino. Ecco una prova della sua jettatura.
Seduto presso la finestra, guardava nella casa dirimpetto la mensa imbandita e i
convitati che schiamazzavano mangiando e bevendo. A un certo punto, uno s'era
alzato ed era venuto a sbattergli in faccia gli scuri della finestra.
Così voleva Dio.
Lo diceva senz'ombra d'irrisione, don Nuccio D'Alagna, che se tutto questo gli
accadeva, era segno che Dio voleva così. Era anzi il suo modo d'intercalare. E,
ogni volta, s'aggiustava sui polsi la rimboccatura delle maniche.
- Un corno! - gli rispondeva però, volta per volta, don Bartolo Scimpri: l'unico
che non avesse paura, ormai, d'avvicinarlo.
Sperticatamente alto di statura, ossuto e nero come un tizzone, questo don
Bartolo Scimpri, benché da parecchi anni scomunicato, vestiva ancora da prete.
Le maniche della vecchia tonaca unta e inverdita avevano il difetto opposto di
quelle della giacca di don Nuccio: gli arrivavano poco più giù dei gomiti
lasciandogli scoperti gli avambracci pelosi. E scoperti aveva anche, sotto, non
solo i piedacci imbarcati in due grossi scarponi contadineschi, ma spesso
perfino i fusoli delle gambe cotti dal sole, perché le calze di cotone a furia
di rimboccarle da capo attortigliate in un punto perché si reggessero, s'erano
slabbrate e gli ricadevano sulla fiocca dei piedi.
Allegramente si vantava della sua bruttezza, di quella sua fronte, che dalla
sommità del capo calvo pareva gli scivolasse giù giù fino alla punta dell'enorme
naso, dandogli una stranissima somiglianza col tacchino.
- Questa è la vela! - esclamava, battendosi la fronte. - Ci soffia lo spirito
divino!
Poi si prendeva con due dita il nasone:
- E questo, il timone!
Aspirava fortemente una boccata d'aria e, al rumore che l'aria faceva nel naso
otturato, alzava subito quelle due dita e le scoteva in aria come se le fosse
scottate.
Era in guerra aperta con tutto il clero, perché il clero - a suo dire - aveva
azzoppato Dio. Il diavolo, invece, aveva camminato. Bisognava a ogni costo
ringiovanire Dio, farlo viaggiare in ferrovia, col progresso, senza tanti
misteri, per fargli sorpassare il diavolo.
- Luce elettrica! Luce elettrica! - gridava, agitando le lunghe braccia
smanicate. - Lo so io a chi giova tanta oscurità! E Dio vuol dire Luce!
Era tempo di finirla con tutta quella sciocca commedia delle pratiche esteriori
del culto: messe e quarant'ore. E paragonava il prete nella lunga funzione del
consacrar l'ostia per poi inghiottirsela al gatto che prima scherza col topo e
poi se lo mangia.
Egli avrebbe edificato la Chiesa Nuova. Già pensava ai capitoli della Nuova
Fede. Ci pensava la notte, e li scriveva. Ma prima bisognava trovare il tesoro.
Come? Per mezzo della sonnambula. Ne aveva una, che lo ajutava anche a indovinar
le malattie. Perché don Bartolo curava anche i malati. Li curava con certi
intrugli, estratti da erbe speciali, sempre secondo le indicazioni di quella
sonnambula.
Si contavano miracoli di guarigioni. Ma don Bartolo non se ne inorgogliva. La
salute del corpo la ridava gratis a chi avesse fiducia nei suoi mezzi curativi.
Aspirava a ben altro lui! A preparare alle genti la salute dell'anima.
La gente però non sapeva ancor bene, se crederlo matto o imbroglione. Chi diceva
matto, e chi imbroglione. Eretico era di certo; forse, indemoniato. Il tugurio
dov'abitava, in un suo poderetto vicino al camposanto, sul paese, pareva
l'officina d'un mago. I contadini dei dintorni vi si recavano la notte,
incappucciati e con un lanternino in mano, per farsi insegnare dalla sonnambula
il luogo preciso di certe trovature, tesori nascosti che dicevano di
saper sotterrati nelle campagne del circondario al tempo della rivoluzione. E
mentre don Bartolo addormentava la sonnambula, muto, spettrale, con le mani
sospese sul capo di lei, al lume vacillante d'un lampadino a olio, tremavano.
Tremavano, allorché, lasciando nel tugurio la donna addormentata, egli li
invitava a uscir con lui all'aperto e li faceva inginocchiare sulla nuda terra,
sotto il cielo stellato, e, inginocchiato anche lui, prima tendeva l'orecchio ai
sommessi rumori della notte, poi diceva misteriosamente:
- Ssss... eccolo! eccolo!
E levando la fronte, si dava a improvvisare stranissime preghiere, che a quelli
parevano evocazioni diaboliche e bestemmie.
Rientrando, diceva:
- Dio si prega così, nel suo tempio, coi grilli e con le rane. Ora all'opera!
E se qualche tarlo si svegliava nell'antica cassapanca che pareva una bara, là
in un angolo, o la fiammella del lampadino crepitava a un soffio d'aria, un
brivido coglieva quei contadini intenti e raggelati dalla paura.
Trovato il tesoro, sarebbe sorta la Chiesa Nuova, aperta all'aria e al sole,
senz'altari e senz'immagini. Ciò che i nuovi sacerdoti vi avrebbero fatto, don
Bartolo veniva ogni giorno a spiegarlo a don Nuccio D'Alagna, il quale era pure
il solo che, almeno in apparenza, stesse a sentirlo senza ribellarsi o scappar
via con le mani agli orecchi.
- Lasciamo fare a Dio! - arrischiava soltanto, con un sospiro, a quando a
quando.
Ma don Bartolo gli dava subito sulla voce:
- Un corno!
E gli dava da ricopiare, per elemosina, a un tanto a pagina, i capitoli della
Nuova Fede che scarabocchiava la notte. Gli portava anche da mangiare e qualche
magica droga per la figliuola ammalata.
Appena andato via, don Nuccio scappava in chiesa a chieder perdono a Dio Padre,
a Gesù, alla Vergine, a tutti i Santi, di quanto gli toccava d'udire, delle
diavolerie che gli toccava di ricopiar la sera, per necessità. Lui come lui, si
sarebbe lasciato piuttosto morir di fame; ma era per la figlia, per quella
povera anima innocente! I fedeli cristiani lo avevano tutti abbandonato. Poteva
esser volere di Dio che in quella miseria, nera come la pece, l'unico lume di
carità gli venisse da quel demonio in veste da prete? Che fare, Signore, che
fare? Che gran peccato aveva commesso perché anche quel boccone di pane dovesse
parergli attossicato per la mano che glielo porgeva? Certo un potere diabolico
esercitava quell'uomo su lui.
- Liberatemene, Vergine Maria, liberatemene Voi! Inizio pagina

|
|
Inginocchiato sullo scalino innanzi alla nicchia della Vergine, lì tutta parata
di gemme e d'ori, vestita di raso azzurro, col manto bianco stellato d'oro, don
Nuccio alzava gli occhi lagrimosi al volto sorridente della Madre divina. A lei
si rivolgeva di preferenza perché gl'impetrasse da Dio il perdono, non tanto per
il pane maledetto che mangiava, non tanto per quelle scritture diaboliche che
gli toccava di ricopiare, quanto per un altro peccato, senza dubbio più grave di
tutti. Lo confessava tremando. Si prestava a farsi addormentare da don Bartolo,
come la sonnambula.
La prima volta lo aveva fatto per la figlia, per trovare nel sonno magnetico
l'erba che gliela doveva guarire. L'erba non si era trovata; ma egli seguitava
ancora a farsi addormentare per provar quella delizia nuova, la beatitudine di
quel sonno strano.
- Voliamo, don Nuccio, voliamo! - gli diceva don Bartolo, tenendogli i pollici
delle due mani, mentr'egli già dormiva e vedeva. - Vi sentite le ali? Bene,
facciamoci una bella volatina per sollievo. Vi conduco io.
La figliuola stava a guardare dal letto con tanto d'occhi sbarrati, sgomenta,
angosciata, levata su un gomito: vedeva le palpebre chiuse del padre fervere
come se nella rapidità vertiginosa del volo la vista di lui, abbarbagliata,
fosse smarrita nell'immensità d'uno spettacolo luminoso.
- Acqua... tant'acqua... tant'acqua... - diceva difatti, ansando, don Nuccio; e
pareva che la sua voce arrivasse da lontano lontano.
- Passiamo questo mare, - rispondeva cupamente don Bartolo con la fronte
contratta, quasi in un supremo sforzo di volontà. - Scendiamo a Napoli, don
Nuccio: vedrete che bella città! Poi ripigliamo il volo e andiamo a Roma a
molestare il papa, ronzandogli attorno in forma di calabrone.
- Ah, Vergine Maria, Madre Santissima, - andava poi a pregar don Nuccio davanti
alla nicchia, - liberatemi Voi da questo demonio che mi tiene!
E lo teneva davvero: bastava che don Bartolo lo guardasse in un certo modo,
perché d'un tratto avvertisse un curioso abbandono di tutte le membra, e gli
occhi gli si chiudessero da sé. E prima ancora che don Bartolo ponesse il piede
su la scala, egli, seduto accanto alla figlia, presentiva ogni volta, con un
tremore di tutto il corpo, la venuta di lui.
- Eccolo, viene, - diceva.
E, poco dopo, difatti, ecco don Bartolo che salutava il padre e la figlia col
cupo vocione:
- Benedicite.
- Viene, - disse anche quel giorno don Nuccio alla figlia, la quale, dopo quel
forte assalto di tosse, s'era sentita subito meglio, davvero sollevata, e
insolitamente s'era messa a parlare, non di guarigione, no - fino a tanto non si
lusingava - ma, chi sa! d'una breve tregua del male, che le permettesse di
lasciare un po' il letto.
Sentendola parlar così, don Nuccio s'era sentito morire. O Vergine Maria, che
quello fosse l'ultimo giorno? Perché anche le altre figliuole, così: - «Meglio,
meglio,» - ed erano spirate poco dopo. Questa, dunque, la liberazione che la
Vergine gli concedeva? Ah, ma non questa, non questa aveva invocata tante volte;
ma la propria morte: ché la figlia, allora, nel vedersi sola, si sarebbe
lasciata portare all'ospedale. Doveva restar solo lui, invece? assistere anche
alla morte di quell'ultima innocente? Così voleva Dio?
Don Nuccio strinse le pugna. Se la sua figliuola moriva, egli non aveva più
bisogno di nulla; di nessuno; tanto meno poi di colui che, soccorrendo ai
bisogni del corpo, gli dannava l'anima.
Si levò in piedi; si premette forte le mani sulla faccia.
- Papà, che hai? - gli domandò la figlia, sorpresa.
- Viene, viene, - rispose, quasi parlando tra sé; e apriva e chiudeva le mani,
senza curarsi di nascondere l'agitazione.
- E se viene? - fece Agatina, sorridendo.
- Lo caccio via! - disse allora don Nuccio; e uscì risoluto dalla camera.
Questo voleva Dio, e perciò lo lasciava in vita e gli toglieva la figlia: voleva
un atto di ribellione alla tirannia di quel demonio; voleva dargli tempo di far
penitenza del suo gran peccato. E mosse incontro a don Bartolo per fermarlo
sull'entrata.
Don Bartolo saliva pian piano gli ultimi scalini. Alzò il capo, vide don Nuccio
sul pianerottolo a capo di scala e lo salutò al solito:
- Benedicite.
- Piano, fermatevi, - prese a dire concitatamente don Nuccio D'Alagna, quasi
senza fiato, parandoglisi davanti, con le braccia protese. - Qua oggi deve
entrare il Signore, per mia figlia.
- Ci siamo? - domandò afflitto e premuroso don Bartolo, interpretando
l'agitazione del vecchio come cagionata dall'imminente sciagura. - Lasciatemela
vedere.
- No, vi dico! - riprese convulso don Nuccio, trattenendolo per un braccio. - In
nome di Dio vi dico: non entrate!
Don Bartolo lo guardò, stordito.
- Perché?
- Perché Dio mi comanda così! Andate via! L'anima mia forse è dannata; ma
rispettate quella d'una innocente che sta per comparire davanti alla giustizia
divina!
- Ah, mi scacci? - disse trasecolato don Bartolo Scimpri, appuntandosi l'indice
d'una mano sul petto. - Scacci me? - incalzò, trasfigurandosi nello sdegno,
drizzandosi sul busto. - Anche tu dunque, povero verme, come tutta questa mandra
di bestie, mi credi un demonio? Rispondi!
Don Nuccio s'era addossato al muro presso la porta: non si reggeva più in piedi,
e a ogni parola di don Bartolo pareva diventasse più piccolo.
- Brutto vigliacco ingrato! - seguitò questi allora. - Anche tu ti metti contro
di me, codiando la gente che t'ha preso a calci come un cane rognoso? Mordi la
mano che t'ha dato il pane? Io, t'ho dannato l'anima? Verme di terra! ti
schiaccerei sotto il piede, se non mi facessi schifo e pietà insieme! Guardami
negli occhi! guardami! Chi ti darà da sfamarti? chi ti darà da sotterrare la
figlia? Scappa, scappa in chiesa, va' a chiederlo a quella tua Vergine parata
come una sgualdrina!
Rimase un pezzo a fissarlo con occhi terribili; poi, come se, in tempo che lo
fissava, avesse maturato in sé una feroce vendetta, scoppiò in una risata di
scherno; ripeté tre volte, con crescente sprezzo:
- Bestia... bestia... bestia...
E se n'andò.
Don Nuccio cadde sui ginocchi, annichilito. Quanto tempo stette lì, sul
pianerottolo, come un sacco vuoto? Chi lo portò in chiesa, davanti alla nicchia
della Vergine? Si ritrovò là, come in sogno, prosternato, con la faccia sullo
scalino della nicchia; poi, rizzandosi sui ginocchi, un flutto di parole che non
gli parvero nemmeno sue gli sgorgò fervido, impetuoso dalle labbra:
- Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito... Vergine Santa, e
sempre V'ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la
Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all'ultimo, V'ubbidirò! Ecco,
io stesso, con le mie mani sono venuto a offrirvi l'ultima figlia mia, l'ultimo
sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare
più! Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l'ajuto Vostro prezioso, e a codeste
mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che
sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo! Codeste mani, se io
ne sono degno, ora mi soccorreranno, m'ajuteranno a provvedere alla figlia mia.
O Vergine santa, i ceri e la bara. Come farò? Farete Voi: provvederete Voi: è
vero? è vero?
E a un tratto, nel delirio della preghiera, vide il miracolo. Un riso muto,
quasi da pazzo, gli s'allargò smisuratamente nella faccia trasfigurata.
- Sì? - disse, e ammutolì subito dopo, piegandosi indietro, atterrito, a sedere
sui talloni, con le braccia conserte al petto.
Sul volto della Vergine, in un baleno, il sorriso degli occhi e delle labbra
s'era fatto vivo; le ferveva negli occhi, vivo, il riso delle labbra; e da
quelle labbra egli vide muoversi senza suono di voce una parola:
- Tieni.
E la Vergine moveva la mano, da cui pendeva un rosario d'oro e di perle.
- Tieni, - ripetevano le labbra, più visibilmente, poiché egli se ne
stava lì come impietrito. Vive, Dio, vive, vive quelle labbra; e con così vivo,
vivo e pressante invito il gesto della mano e anche del capo, anche del capo
ora, accompagnava l'offerta, che egli si sentì forzato a protendersi, ad
allungare una mano tremante verso la mano della Vergine; e già stava per
riceverne il rosario, quando dall'ombra dell'altra navata della chiesa un grido
rimbombò come un tuono:
- Ah, ladro!
E don Nuccio cadde, come fulminato.
Subito un uomo accorse, vociando, lo afferrò per le braccia, lo tirò su in
piedi, scrollandolo, malmenandolo.
- Ladro! vecchio e ladro! Dentro la casa del Signore? Spogliare la santa
Vergine? Ladro! ladro!
E lo trascinava, così apostrofandolo e sputandogli in faccia, verso la porta
della chiesa. Accorse gente dalla piazza, e ora tra un coro d'imprecazioni
rafforzate da calci, da sputi e da spintoni, don Nuccio D'Alagna, insensato:
- Dono, - balbettava gemendo, - dono della Vergine Maria...
Ma intravedendo su la piazza assolata l'ombra del cippo che sorgeva davanti la
chiesa, come se quell'ombra si rizzasse d'improvviso dalla piazza, assumendo
l'immagine di don Bartolo Scimpri, colossale, che scoteva il capo di nuovo in
quella sua risata diabolica, diede un grido e s'abbandonò, inerte, tra le
braccia della gente che lo trascinava.
Inizio
pagina
 |
|
|
|
|