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Come annunziare intanto che anche Dora, come Pepi giù a Sarli, aveva il mal di
capo?
San Romé scese allo spiazzo per un ultimo tentativo: pregare le signore che
inducessero loro la cognata a venire.
Lo affollarono di domande: - Perché? - Che ha? - Si sente male? Oh guarda! - Oh
poverina! - Ma come? - Da quando? - Che si sente?
Lui si guardò bene dal dichiarare il male che accusava la cognata; ma lo
dichiarò lei, Dora, poco dopo là - come se nulla fosse - a quelle signore, e
volle anche aggiungere, calcando su la voce: - Temo finanche che mi prenda la
febbre.
Roberto San Romé ebbe la tentazione di tirarle una spinta da mandarla a schizzar
fuori della finestra. Ah, quanto gli avrebbe fatto bene al cuore, per votarselo
di tutta la bile accumulata in quei tre mesi.
- Febbre? No, cara, - s'affrettò a dirle la Generalessa, proprio come se
credesse al mal di capo. - Faccia sentire il polso... Agitatino, agitatino...
Riposo, cara. Sarà un po' di flussione.
E chi le consigliò questo e chi quel rimedio e che si prendesse cura a ogni modo
di quel male, che non avesse a diventar più grave, povera Dora, povera cara...
Sentì finirsi lo stomaco San Romé ascoltando gli amorevoli consigli di tutte
quelle ipocrite, nelle quali aveva sperato ajuto e che invece: - Ma sì,
pallidina! - Ma sì, le si vede dagli occhi! - Ma certo, un po' di riposo le farà
bene! - Quanto ci duole! - Quanto ci dispiace! - Roccia Balda è lontana: non
potrebbe far tanto cammino...
Baci, saluti, altre raccomandazioni e, per non far troppo tardi e perché la
colazione era già partita per Roccia Balda, finalmente s'avviarono dolentissime
di lasciarla, portandosi quel bravo, quel gentile San Romé che aveva avuto la
felicissima idea di una gita così piacevole.
Né si fermarono lì. Attraversando, tra i prati cinti di altissimi pioppi, i
primi ceppi di case, frazioni di Gori, tutte sonore d'acque correnti giù per
borri e per zane, e vedendo San Romé pallido e taciturno, vollero esortarlo a
gara a non apprensionirsi tanto, perché, via, in fin de' conti era una lieve
indisposizione che sarebbe presto passata. E il pover uomo dovette allora
sorridere e assicurar quelle buone signore, quelle care signorine che lui non
era punto in pensiero per il male della cognata e ch'era anzi lieto, lietissimo
di trovarsi in così bella compagnia per tutta la giornata.
Oh, il cielo era splendido e non c'era davvero pericolo che si rovesciasse uno
di quegli acquazzoni improvvisi, così frequenti in montagna, a interromper la
gita; né c'era alcuna probabilità di liberarsi prima di sera, con quel bravo
signor Bortolo Raspi di Sarli, che pesava a dir poco un quintale e mezzo e a
piedi era voluto venire, a piedi anche lui, vantandosi d'essere un gran
camminatore, lui, e già cominciava a soffiare come un biacco e a far eco alla
Generalessa, che s'era portato intanto il seggio a libriccino e dichiarava
d'aver bisogno di sostare di tratto in tratto, lei, per non affaticarsi troppo
il cuore. Stancare no, non si stancava la Generalessa; ma certo quanto più si va
in là, eh? più si va piano. Lo sapeva bene il signor Generale suo marito,
rimasto a Sarli, che non andava più neanche piano, da sette anni ormai in riposo
assoluto.
- Nandino! Nandino! Non ti precipitare al tuo solito, figliuolo mio. T'accaldi
troppo! San Romé, prego, San Romé, venga qua: così andranno un po' più piano
quelle benedette ragazze.
E, per tenerlo con sé, gli volle narrare la sua storia, la Generalessa, come
l'aveva narrata a tutti i villeggianti giù a Sarli: gli volle dare in quel
momento la consolazione di sapere che suo papà aveva una bella posizione, perché
guadagnava bene, suo papà; e che lei era anche marchesa, sicuro! ma che non ci
teneva affatto: marchesa, perché suo papà, a diciott'anni, quand'era ancora «un
tocco di ragazza da chiudere a doppia mandata in guardaroba» l'aveva dapprima
sposata a un marchese, che però glien'aveva fatte vedere d'ogni colore; oh, le
era toccato finanche a servirlo otto anni con la spinite. Rimasta vedova, bella
(non lo diceva per vanità), aveva conosciuto il Generale, perché lei «teneva
radunanze»: lui era un bel soldato: s'erano innamorati l'uno dell'altra; e, si
sa, era finita come doveva finire. Nato Nandino, lei aveva saputo far le cose
per bene: aveva dato il bambino a balia e aveva sposato.
- Bisogna sempre saper fare le cose per bene, caro mio!
- Eh già, - sorrideva San Romé, che si sentiva struggere dalla brama di mordere
e avrebbe voluto risponderle che sapeva quel che le male lingue dicevano, che
ella cioè era stata cameriera di quel marchese, prima, del Generale poi.
Ma non pareva affatto, povera Generalessa! almeno fino a una cert'ora del
giorno. Non ostante la pinguedine, lei di mattina era sempre poetica; poi, è
vero, cascava a parlar di cucina, ma perché le era sempre piaciuto, diceva,
attendere alle cure casalinghe; e insegnava volentieri alle amiche qualche buon
manicaretto. Al Generale faceva lei da mangiare: sì, perché bocca schifa quel
benedett'uomo! mai e poi mai avrebbe assaggiato un cibo apparecchiato da altre
mani.
- Oh bello! oh bello!
E si fermò ad ammirare un prato, su cui una moltitudine di gambi esili, dritti,
stendevano come un tenuissimo velo, tutto punteggiato in alto da certi
pennacchietti d'un rosso cupo, bellissimi. Come si chiamava, quella pianta
graziosa?
- Oh, cattiva! - grugnì il signor Raspi. - Le bestie non ne mangiano. Qui la
chiamano frujosa o scaletta. Non serve a nulla, sa?
Che sguardo rivolse la Generalessa a quel savio uomo che dal tondo faccione,
dagli occhietti porcini spirava la beatitudine della più impenetrabile
balordaggine. Non comprendeva che, in certe ore poetiche, conveniva anche
ammirare le cose che non servono a nulla.
- San Romé, non perché tema di stancarmi, ma, dico, per calcolar l'ora che si
potrà fare, che via c'è ancora fino a Roccia Balda?
- Uh, tanta, signora mia! C'è tempo! - sbuffò San Romé. - Da dieci a dodici
chilometri. Ora però entreremo nel bosco.
- Oh bello! oh bello! - ripeté la Generalessa.
San Romé non poté più reggere e la lasciò col Raspi. Di là, quelle pettegoline,
la Bongi, la Tani, tenendosi per la vita, avevano attaccato un discorsetto fitto
fitto, interrotto da brevi risatine, e di tanto in tanto si voltavano indietro a
spiare se mai egli stesse in orecchi.
Su l'ultimo prato in declivio stavano a guardia d'alcuni giovenchi due brutte
vecchie rugose e rinsecchite, intente a filar la lana all'ombra dei primi
castagni del bosco.
- E la terza Parca dov'è? - domandò loro forte, seriamente, Biagio Casòli.
Quelle risposero che non lo sapevano, e allora il Casòli si mise a declamare:
De' bei giovenchi dal quadrato petto,
erte sul capo le lunate corna,
dolci negli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.
Il signor Raspi, da lontano, si mise a
ridere in una sua special maniera, come se frignasse, e domandò al Casòli:
- Che amava Virgilio? Le corna?
- Giusto le corna! - disse la Generalessa.
E tutti scoppiarono a ridere.
Lui, San Romé, le aveva già avvistate da lontano, quelle corna, e gli pareva
assai che gli amici non ne profittassero per qualche poetica allusione.
Entrarono nel bosco. Ora avrebbero potuto distrarsi, tutti quei cari signori,
ammirando, come faceva la Generalessa quasi per obbligo e il signor Raspi, per
fare una piccola sosta e riprender fiato, qua una cascatella spumosa, là un
botro scosceso e cupo all'ombra di bassi ontani, più là un ciottolo nel rivo,
vestito d'alga, su cui l'acqua si frangeva come se fosse di vetro, suscitando
una ridda minuta di scagliette vive; ma, nossignori! nessuno sentiva quella
deliziosa cruda frescura d'ombra insaporata d'acute fragranze, quel silenzio
tutto pieno di fremiti, di fritinii di grilli, di risi di rivoli.
Pur chiacchierando tra loro, facevan tutti, come San Romé che se ne stava in
silenzio e diventava a mano a mano più fosco e più nervoso, un certo calcolo
approssimativo. Dalla via che avevano percorsa, argomentavano a qual punto del
viale che va da Sarli a Gori poteva esser giunto a quell'ora il Pepi. Senza
dubbio, Dora gli sarebbe andata incontro pian piano, venendo giù da Gori. Poi
certo, avvistandosi da lontano, avrebbero lasciato il viale, lei di sopra, lui
di sotto, e sarebbero scesi nella valle boscosa del Sarnio per ritrovarsi, senza
mal di capo, laggiù, ben protetti dagli alberi.
Tutte queste supposizioni si dipingevano così vive alla mente di San Romé, che
gli pareva proprio di vederli, quei due, muovere al convegno, ridersi di lui,
prima fra sé e sé, poi tutt'e due insieme; e apriva e chiudeva le mani,
affondandosi le unghie nelle palme; quindi, notando che quegli altri si
accorgevano del suo irrequieto malumore e che tuttavia, ora, non gli dicevano
più nulla, come se paresse loro naturalissimo, si riaccostava ad essi, si
sforzava a parlare, scacciando l'immagine viva, scolpita, di quel tradimento che
gli pareva fatto a lui più che al fratello ignaro e lontano. Ma, poco dopo,
all'improvviso, non potendo interessarsi di quelle vuote chiacchiere, era
riassalito da quell'immagine e si sentiva schernito da quella gente, la quale,
sapendo benissimo qual supplizio fosse per lui quella gita, ecco, gli sorrideva
per dimostrarglisi grata del piacere ch'egli aveva loro procurato, e gli
domandava certe cose, certe cose... Ecco qua: la Tani, per esempio, a un certo
punto, se credeva che quell'albero là fosse stato colpito dal fulmine. Perché?
Perché pareva che facesse le corna, quel ceppo biforcuto... No? E perché dunque
più tardi, cioè quando finalmente arrivarono a Roccia Balda e tutti, dall'alto,
si misero ad ammirare la vista maravigliosa della Valsarnia, perché la
Generalessa volle saper da lui, come si chiamassero quei due picchi cinerulei,
di là dall'ampia vallata? Ma per fargli vedere che gli facevano le corna, là, da
lontano, anche i due picchi di Monte Merlo! No? E perché dunque, dopo colazione,
quel bravo signor Bortolo Raspi cavò di tasca il fazzoletto, vi fece quattro
nodini a gli angoli e se lo pose sul testone sudato? Ma per mostrargli anche lui
due bei cornetti su la fronte...
Corna, corna, non vide altro che corna, da per tutto, San Romé quel giorno. Le
toccò poi quasi con mano, quando, sul tardi, avendo accompagnato la comitiva
fino a Sarli per la via più corta, e risalendosene solo per il viale a Gori, a
un certo punto, giù nella valle, tra i castagni, intravide Pepi, seduto e
assorto senza dubbio nel ricordo della gioja recente.
Si fermò, pallido, fremente, coi denti serrati, serrate le pugna, perplesso,
come tenuto tra due: tra la prudenza e la brama impetuosa di lasciarsi andar giù
a precipizio, piombare addosso a quell'imbecille, farne strazio e vendicarsi
così della tortura di tutta quella giornata. Ma, in quel punto, gli arrivò dalla
svolta del viale una vocetta limpida e fervida che canticchiava un'arietta a lui
ben nota. Si voltò di scatto, e si vide venire incontro la cognata col capo
appoggiato languidamente alla spalla d'un uomo che la teneva per la vita.
Roberto San Romé sentì stroncarsi le gambe.
- Cesare! - gridò, trasecolando.
Il fratello, che stava a guardare in estasi le prime stelle nel cielo
crepuscolare, mentre la mogliettina tutta languida cantava, sussultò al grido e
gli s'avvicinò con Dora, la quale, vedendolo, scoppiò in una di quelle sue
interminabili risate.
- Tu qua? - fece San Romé. - E quando sei arrivato?
- Ma stamattina alle nove, perbacco! - gli rispose il fratello. - Non hai visto
jersera il mio telegramma?
- Non l'ha visto, non l'ha visto - disse Dora, guardando il cognato con gli
occhi sfavillanti. - Era già a Sarli per concertar la gita a Roccia Balda, e io
non ho voluto dirgli nulla per non guastargli il divertimento che pareva gli
stesse tanto a cuore. Mi dispiace solamente, - aggiunse, - che l'ho tenuto forse
in pensiero a causa... a causa d'un certo mal di capo che ho dovuto simulare per
sottrarmi alla gita. Passato, sai, caro? passato del tutto.
Prese anche il braccio del cognato, per risalire pian piano a Gori, e col tono
di voce più carezzevole gli domandò:
- E di', Roberto, ti sei divertito?
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