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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "L'UOMO SOLO"
Pubblicata nel 1922, la raccolta L'uomo solo costituisce il quarto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1899 ed il
1914. |
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7. I nostri ricordi (1912)
«Corriere della Sera», 22
gennaio 1912, poi in "La trappola", Treves 1915.
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Questa, la via? questa, la casa?
questo, il giardino?
Oh vanità dei ricordi!
Mi accorgevo bene, visitando dopo lunghi e lunghi anni il paesello ov'ero nato,
dove avevo passato l'infanzia e la prima giovinezza, ch'esso, pur non essendo in
nulla mutato, non era affatto quale era rimasto in me, ne' miei ricordi.
Per sé, dunque, il mio paesello non aveva quella vita, di cui io per tanto tempo
avevo creduto di vivere; quella vita che per tanto altro tempo aveva nella mia
immaginazione seguitato a svolgersi in esso, ugualmente, senza di me; e i luoghi
e le cose non avevano quegli aspetti che io con tanta dolcezza di affetto avevo
ritenuto e custodito nella memoria.
Non era mai stata, quella vita, se non in me. Ed ecco, al cospetto delle cose -
non mutate ma diverse perché io ero diverso - quella vita mi appariva irreale,
come di sogno: una mia illusione, una mia finzione d'allora.
E vani, perciò, tutti i miei ricordi.
Credo sia questa una delle più tristi impressioni, forse la più triste, che
avvenga di provare a chi ritorni dopo molti anni nel paese natale: vedere i
proprii ricordi cader nel vuoto, venir meno a uno a uno, svanire: i ricordi che
cercano di rifarsi vita e non si ritrovano più nei luoghi, perché il sentimento
cangiato non riesce più a dare a quei luoghi la realtà ch'essi avevano prima,
non per se stessi, ma per lui.
E provai, avvicinandomi a questo e a quello degli antichi compagni d'infanzia e
di giovinezza, una segreta, indefinibile ambascia.
Se, al cospetto d'una realtà così diversa, mi si scopriva illusione la mia vita
d'allora, que' miei antichi compagni - vissuti sempre fuori e ignari della mia
illusione - com'erano? chi erano? |
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Ritornavo a loro da un mondo che non era mai esistito, se non nella mia vana
memoria; e, facendo qualche timido accenno a quelli che per me eran ricordi
lontani, avevo paura di sentirmi rispondere:
«Ma dove mai? ma quando mai?»
Perché, se pure a quei miei antichi compagni, come a tutti, l'infanzia si
rappresentava con la soave poesia della lontananza, questa poesia certamente non
aveva potuto mai prendere nell'anima loro quella consistenza che aveva preso
nella mia, avendo essi di continuo sotto gli occhi il paragone della realtà
misera, angusta, monotona, non diversa per loro, come diversa appariva a me
adesso.
Domandai notizia di tanti e, con maraviglia ch'era a un tempo angoscia e
dispetto, vidi, a qualche nome, certi visi oscurarsi, altri atteggiarsi di
stupore o di disgusto o di compassione. E in tutti era quella pena quasi
sospesa, che si prova alla vista di uno che, pur con gli occhi aperti e chiari,
vada nella luce a tentoni: cieco.
Mi sentivo raggelare dall'impressione che quelli ricevevano nel vedermi chieder
notizia di certuni che, o erano spariti, o non meritavano più che uno come me
se ne interessasse.
Uno come me!
Non vedevano, non potevano vedere ch'io movevo quelle domande da un tempo
remoto, e che coloro di cui chiedevo notizia erano ancora i miei compagni
d'allora.
Vedevano me, qual ero adesso; e ciascuno di certo mi vedeva a suo modo; e
sapevan degli altri - loro sì, sapevano - come s'eran ridotti! Qualcuno era
morto, poco dopo il mio allontanamento dal paese, e quasi non si serbava più
memoria di lui; ora, immagine sbiadita, attraversava il tempo che per lui non
era stato più, ma non riusciva a rifarsi vivo nemmeno per un istante e rimaneva
pallida ombra di quel mio sogno lontano; qualche altro era andato a finir male,
prestava umili servizi per campar la vita e dava del lei rispettosamente
a coloro coi quali da fanciullo e da giovanetto trattava da pari a pari; qualche
altro era stato anche in prigione, per furto; e uno, Costantino, eccolo lì:
guardia di città: pezzo d'impertinente, che si divertiva a sorprendere in
contravvenzione tutti gli antichi compagni di scuola.
Ma una più viva maraviglia provai nel ritrovarmi d'improvviso intimo amico di
tanti che avrei potuto giurare di non aver mai conosciuto, o di aver conosciuto
appena, o di cui anzi mi durava qualche ingrato ricordo o d'istintiva antipatia
o di sciocca rivalità infantile.
E il mio più intimo amico, a detta di tutti, era un certo dottor Palumba, mai
sentito nominare, il quale, poveretto, sarebbe venuto certamente ad accogliermi
alla stazione, se da tre giorni appena non avesse perduto la moglie. Pure
sprofondato nel cordoglio della sciagura recentissima, però, il dottor Palumba
agli amici, andati a fargli le condoglianze, aveva chiesto con ansia di me, se
ero arrivato, se stavo bene, dov'ero alloggiato, per quanto tempo intendevo di
trattenermi in paese.
Tutti, con commovente unanimità, mi informarono che non passava giorno, che quel
dottor Palumba non parlasse di me a lungo, raccontando con particolari
inesauribili, non solo i giuochi della mia infanzia, le birichinate di
scolaretto, e poi le prime, ingenue avventure giovanili; ma anche tutto ciò che
avevo fatto da che m'ero allontanato dal paese, avendo egli sempre chiesto
notizie di me a quanti fossero in caso di dargliene. E mi dissero che tanto
affetto, una così ardente simpatia dimostrava per me in tutti quei racconti, che
io, pur provando per qualcuno di essi che mi fu riferito un certo imbarazzo e
anche un certo sdegno e avvilimento, perché, o non riuscivo a riconoscermi in
esso o mi vedevo rappresentato in una maniera che più sciocca e ridicola non si
sarebbe potuta immaginare, non ebbi il coraggio d'insorgere e di protestare:
«Ma dove mai? Ma quando mai? Chi è questo Palumba? Io non l'ho sentito mai
nominare!»
Ero sicuro che, se così avessi detto, si sarebbero tutti allontanati da me con
paura, correndo ad annunziare ai quattro venti:
«Sapete? Carlino Bersi è impazzito! Dice di non conoscere Palumba, di non averlo
mai conosciuto!»
O forse avrebbero pensato, che per quel po' di gloriola, che qualche mio
quadretto mi ha procacciata, io ora mi vergognassi della tenera, devota,
costante amicizia di quell'umile e caro dottor Palumba.
Zitto, dunque. No, che zitto! M'affrettai a dimostrare anch'io una vivissima
premura di conoscere intanto la recente disgrazia di quel mio povero intimo
amico.
- Oh, caro Palumba! Ma guarda... Quanto me ne dispiace! La moglie, povero
Palumba? E quanti figliuoli gli ha lasciati?
Tre? Eh già, sì, dovevano esser tre. E piccini tutti e tre, sicuro, perché aveva
sposato da poco... Meno male, però, che aveva in casa una sorella nubile... Già
già... sì sì... come no? me ne ricordavo benissimo! Gli aveva fatto da madre,
quella sorella nubile: oh, tanto buona, tanto buona anche lei... Carmela? No.
An... Angelica? Ma guarda un po', che smemorato! An...tonia, già, Antonia,
Antonia, ecco: adesso mi ricordavo benissimo! E c'era da scommettere che anche
lei, Antonia, non passava giorno che non parlasse di me, a lungo. Eh sì,
proprio; e non solo di me, ma anche della maggiore delle mie sorelle, parlava,
della quale era stata compagna di scuola fino al primo corso normale.
Perdio! Quest'ultima notizia m'afferrò, dirò così, per le braccia e m'inchiodò
lì a considerare, che infine qualcosa di vero doveva esserci nella sviscerata
amicizia di questo Palumba per me. Non era più lui solo; c'era anche Antonia
adesso, che si diceva amica d'una delle mie sorelle! E costei affermava d'avermi
veduto tante volte, piccino, in casa mia, quando veniva a trovare quella mia
sorella.
«Ma è mai possibile,» smaniavo tra me e me, con crescente orgasmo, «è mai
possibile, che di questo Palumba soltanto io non abbia serbato alcun ricordo, la
più lieve traccia nella memoria?»
Luoghi, cose e persone - sì - tutto era divenuto per me diverso; ma infine un
dato, un punto, un fondamento sia pur minimo di realtà, o meglio, di quella che
per me era realtà allora, le mie illusioni lo avevano; poggiava su qualche cosa
la mia finzione. Avevo potuto riconoscer vani i miei ricordi, in quanto gli
aspetti delle cose mi si eran presentati diversi dal mio immaginare, eppur non
mutati; ma le cose erano! Dove e quando era mai stato per me questo Palumba?
Ero insomma come quell'ubriaco che, nel restituire in un canto deserto la
gozzoviglia di tutta la giornata, vedendosi d'improvviso un cane sotto gli
occhi, assalito da un dubbio atroce, si domandava:
- Questo l'ho mangiato qui; quest'altro l'ho mangiato lì; ma questo diavolo di
cane dove l'ho mai mangiato?
- Bisogna assolutamente, - dissi a me stesso, - ch'io vada a vederlo, e che gli
parli. Io non posso dubitare di lui: egli è - qua - per tutti - di fatto -
l'amico più intimo di Carlino Bersi. Io dubito di me - Carlino Bersi - finché
non lo vedo. Che si scherza? c'è tutta una parte della mia vita, che vive in un
altro, e della quale non è in me la minima traccia. È mai possibile ch'io viva
così in un altro a me del tutto ignoto, senza che ne sappia nulla? Oh via! via!
Non è possibile, no! Questo cane io non l'ho mangiato; questo dottor Palumba dev'essere
un fanfarone, uno dei soliti cianciatori delle farmacie rurali, che si fanno
belli dell'amicizia di chiunque fuori del cerchio del paesello nativo sia
riuscito a farsi, comunque, un po' di nome, anche di ladro emerito. Ebbene, se è
così, ora lo accomodo io. Egli prova gusto a rappresentarmi a tutti come il più
sciocco burlone di questo mondo? Vado a presentarmigli sotto un finto nome; gli
dico che sono il signor... il signor Buffardelli, ecco, amico e compagno d'arte
e di studio a Roma di Carlino Bersi, venuto con lui in Sicilia per un'escursione
artistica; gli dico che Carlino è dovuto ritornare a rotta di collo a Palermo
per rintracciare alla dogana i nostri bagagli con tutti gli attrezzi di pittura,
che avrebbero dovuto arrivare con noi; e che intanto, avendo saputo della
disgrazia capitata al suo dilettissimo amico dottor Palumba, ha mandato subito
me, Filippo Buffardelli, a far le condoglianze. Mi presenterò anzi con un
biglietto di Carlino. Sono sicuro, sicurissimo, che egli abboccherà all'amo. Ma,
dato e non concesso ch'egli veramente mi abbia una volta conosciuto e ora mi
riconosca; ebbene: non sono per lui un gran burlone? Gli dirò che ho voluto
fargli questa burla. Inizio pagina

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Molti degli antichi compagni, quasi tutti, avevano stentato in prima a
riconoscermi. E difatti, sì, m'accorgevo io stesso d'esser molto cambiato, così
grasso e barbuto, adesso, e senza più capelli, ahimè!
Mi feci indicare la casa del dottor Palumba, e andai.
Ah, che sollievo!
In un salottino fiorito di tutte le eleganze provinciali mi vidi venire innanzi
uno spilungone biondastro, in papalina e pantofole ricamate, col mento
inchiodato sul petto e le labbra stirate per aguzzar gli occhi a guardare di sui
cerchi degli occhiali. Mi sentii subito riavere.
No, niente, neppure un briciolo di me, della mia vita, poteva essere in
quell'uomo.
Non lo avevo mai veduto, di sicuro, né egli aveva mai veduto me.
- Buff... com'ha detto, scusi?
- Buffardelli, a servirla. Ecco qua: ho un biglietto per lei di Carlino Bersi.
- Ah, Carlino! Carlino mio! - proruppe giubilante il dottor Palumba, stringendo
e accostando alle labbra quel biglietto, quasi per baciarlo. - E come non è
venuto? dov'è? dov'è andato? Se sapesse come ardo di rivederlo! Che consolazione
sarebbe per me una sua visita in questo momento! Ma verrà... Ecco, sì... mi
promette che verrà... caro! caro! Ma che gli è accaduto?
Gli dissi dei bagagli andati a rintracciare alla dogana di Palermo. Perduti,
forse? Quanto se n'afflisse quel caro uomo! C'era forse qualche dipinto di
Carlino?
E cominciò a imprecare all'infame servizio ferroviario; poi a domandarmi se ero
amico di Carlino da molto tempo, se stavamo insieme anche di casa, a Roma...
Era maraviglioso! Mi guardava fisso fisso, e con gli occhiali, facendomi quelle
domande, ma non aveva negli occhi se non l'ansia di scoprirmi nel volto se fosse
sincera come la sua la mia amicizia e pari al suo il mio affetto per Carlino.
Risposi alla meglio, compreso com'ero e commosso da quella maraviglia; poi lo
spinsi a parlare di me.
Oh, bastò la spinterella, lieve lieve, d'una parola: un torrente m'investì
d'aneddoti stravaganti, di Carlino bimbo, che stava in via San Pietro e tirava
dal balcone frecce di carta sul nicchio del padre beneficiale; di Carlino
ragazzo, che faceva la guerra contro i rivali di piazza San Francesco; di
Carlino a scuola e di Carlino in vacanza; di Carlino, quando gli tirarono in
faccia un torso di cavolo e per miracolo non lo accecarono; di Carlino
commediante e marionettista e cavallerizzo e lottatore e avvocato e bersagliere
e brigante e cacciatore di serpi e pescatore di ranocchie; e di Carlino, quando
cadde da un terrazzo su un pagliajo e sarebbe morto se un enorme aquilone non
gli avesse fatto da paracadute, e di Carlino...
Io stavo ad ascoltarlo, sbalordito; no, che dico sbalordito? quasi atterrito.
C'era, sì, c'era qualcosa, in tutti quei racconti, che forse somigliava
lontanamente ai miei ricordi. Erano forse, quei racconti, ricamati su lo stesso
canovaccio de' miei ricordi, ma con radi puntacci sgarbati e sbilenchi. Potevano
essere, insomma, quei racconti, press'a poco i miei stessi ricordi, vani allo
stesso modo e inconsistenti, e per di più spogliati d'ogni poesia, immiseriti,
resi sciocchi, come rattrappiti e adattati al misero aspetto delle cose,
all'affliggente angustia dei luoghi.
E come e donde eran potuti venire a quell'uomo, che mi stava di fronte; che mi
guardava e non mi riconosceva; che io guardavo e... ma sì! Forse fu per un
guizzo di luce che gli scorsi negli occhi, o forse per un'inflessione di voce...
non so! Fu un lampo. Sprofondai lo sguardo nella lontananza del tempo e a poco a
poco ne ritornai con un sospiro e un nome:
- Loverde...
Il dottor Palumba s'interruppe, stordito.
- Loverde... sì, - disse. - Io mi chiamavo prima Loverde. Ma fui adottato, a
sedici anni, dal dottor Cesare Palumba, capitano medico, che... Ma lei, scusi,
come lo sa?
Non seppi contenermi:
- Loverde... eh, sì... ora ricordo! In terza elementare, sì!... Ma... conosciuto
appena...
- Lei, come? Lei mi ha conosciuto?
- Ma sì... aspetta... Loverde, il nome?
- Carlo...
- Ah, Carlo... dunque, come me... Ebbene, non mi riconosci proprio? Sono io, non
mi vedi? Carlino Bersi!
Il povero dottor Palumba restò come fulminato. Levò le mani alla testa, mentre
il viso gli si scomponeva tra guizzi nervosi, quasi pinzato da spilli
invisibili.
- Lei?... tu?... Carlino... lei? tu?... Ma come?... io... oh Dio!... ma che...
Fui crudele, lo riconosco. E tanto più mi dolgo della mia crudeltà, in quanto
quel poverino dovette credere senza dubbio ch'io avessi voluto prendermi il
gusto di smascherarlo di fronte al paese con quella burla; mentre ero più che
sicuro della sua buona fede, più che sicuro ormai d'essere stato uno sciocco a
maravigliarmi tanto, poiché io stesso avevo già sperimentato, tutto quel giorno,
che non hanno alcun fondamento di realtà quelli che noi chiamiamo i nostri
ricordi. Quel povero dottor Palumba credeva di ricordare... S'era invece
composta una bella favola di me! Ma non me n'ero composta una anch'io, per mio
conto, ch'era subito svanita, appena rimesso il piede nel mio paesello natale?
Gli ero stato un'ora di fronte, e non mi aveva riconosciuto. Ma sfido! Vedeva
entro di sé Carlino Bersi, non quale io ero, ma com'egli mi aveva sempre
sognato.
Ecco, ed ero andato a svegliarlo da quel suo sogno.
Cercai di confortarlo, di calmarlo; ma il pover uomo, in preda a un crescente
tremor convulso di tutto il corpo, annaspando, con gli occhi fuggevoli, pareva
andasse in cerca di se stesso, del suo spirito che si smarriva, e volesse
trattenerlo, arrestarlo, e non si dava pace e seguitava a balbettare:
- Ma come?... che dice?... ma dunque lei... cioè, tu... tu dunque... come... non
ti ricordi... che tu... che io...
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