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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "L'UOMO SOLO"
Pubblicata nel 1922, la raccolta L'uomo solo costituisce il quarto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1899 ed il
1914. |
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5. Il professor Terremoto (1910)
«Corriere della Sera», 10
aprile 1910, poi in "La trappola", Treves 1915.
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Quanti, di qui a molti anni, avranno
la ventura di rivedere risorte Reggio e Messina dal terribile disastro del 28
dicembre 1908, non potranno mai figurarsi l'impressione che si aveva, allorché,
passando in treno, pochi mesi dopo la catastrofe, cominciava a scoprirsi, tra il
verde lussureggiante dei boschi d'aranci e di limoni e il dolce azzurro del
mare, la vista atroce dei primi borghi in rovina, gli squarci e lo sconquasso
delle case.
Io vi passai pochi mesi dopo, e da' miei compagni di viaggio udii i lamenti su
l'opera lenta dello sgombero delle macerie, e tanti racconti di orribili casi e
di salvataggi quasi prodigiosi e di mirabili eroismi.
C'era, in quello scompartimento di prima classe, un signore barbuto, il quale in
particolar modo al racconto degli atti eroici mostrava di prestare ascolto. Se
non che, di tratto in tratto, nei punti più salienti del racconto, scattava,
scrollando tutta la magra persona irrequieta, in un'esclamazione, che a molti
dava ai nervi, perché non pareva encomio degno all'eroismo narrato.
Se l'eroe era un uomo, egli esclamava, con quello scatto strano:
- Disgraziato!
Se donna:
- Disgraziata!
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- Ma scusi, perché? - non poté più fare a meno di domandare a un certo punto un
giovinotto, che gonfiava in silenzio da un pezzo.
Allora quel signore, come se anche lui da un pezzo attendesse quella domanda,
protese impetuosamente la faccia verde di bile e sghignò:
- Ah, perché? Perché lo so io, caro signore! Lei s'indigna, è vero? s'indigna
perché, se fosse stato presente al disastro, e una trave, un mobile, un muro non
la avessero schiacciata come un topo; anche lei, è vero? vuole dir questo? anche
lei sarebbe stato un eroe, avrebbe salvato... che dico? una donzella, eh? cinque
fantolini, tre vegliardi, eh? parlo bene? stile eroico! dica la verità... Ma,
caro signore, caro signore, e si figura che lei, dopo i suoi eroismi sublimi e
gloriosi, sarebbe così lindo e pinto com'è adesso? No, sa! no, sa! non stia a
crederlo, caro signore! Lei sarebbe come me, tale e quale. Mi vede? Come le
sembro io? Viaggio in prima classe, perché a Roma mi hanno regalato il
biglietto, non creda... Sono un povero disgraziato, sa? e lei sarebbe come me!
Non mi faccia ridere... Un disgraziato! un disgraziato!
S'afferrò, così dicendo, con una mano e con l'altra le braccia e s'accasciò
torvo e fremente nell'angolo della vettura, col mento affondato sul petto.
L'ansito gli fischiava nel naso, tra l'ispida barbaccia nera, incolta,
brizzolata.
Il giovinotto restò balordo, e si volse a guardare intorno, con un sorriso vano,
il silenzio di tutti noi rimasti intenti a spiare il volto di quel singolare
compagno.
Poco dopo, questi si sgruppò, come se la bile che gli fermentava in corpo gli si
fosse rigonfiata in un nuovo bollore; sghignò come prima guardandoci tutti negli
occhi; poi si volse al giovinotto; stava per riprendere a parlare, quando
d'improvviso si alzò, e:
- Vuole il mio posto? - gli domandò. - Ecco, se lo prenda pure! Segga qua!
- Ma no... perché? - fece, più che mai intontito, quel giovinotto.
- Perché tante volte, sa com'è? uno parla e l'altro lo contraddice, non perché
non sia convinto della ragione, ma perché quello sta seduto in un posto
d'angolo. Lei mi guarda da un pezzo; me ne sono accorto; mi guarda e m'invidia
perché sto qua, più comodo, col finestrino accanto e sostenuto da questo sudicio
bracciuolo. Eh via! dica la verità... Tutti, specialmente in un lungo viaggio,
invidiano i quattro fortunati, che stanno agli angoli. Via, segga qua e non mi
contraddica più.
Il giovinotto rise con tutti noi di questo razzo inatteso; e, poiché quegli
seguitava a insistere in piedi, lo ringraziò, dicendogli che rimanesse pur
comodo al suo posto perché non lo contraddiceva per questo, ma perché non gli
pareva proprio che si dovesse chiamar disgraziato chi aveva compiuto un'eroica
azione.
- No, eh? - riprese quegli allora. - E senta questa! Prego, stieno a sentire
anche lor signori. Narro il caso d'una povera donna, conosciuta da me, moglie
d'un conduttore, qua, della ferrovia. Il marito viaggiava. Lei sola, inferma da
tant'anni, mezza tisica, ebbe l'animo e la forza di salvare i suoi quattro
figliuoli in una maniera... si figurino: scendendo e risalendo per quattro
volte, dico quattro volte, con un bambino per volta aggrappato alle spalle,
lungo un doccione di cisterna, dal terzo piano a terra. Una gatta non sarebbe
stata capace di tanto! Sublime, è vero? Ora dico sublime anch'io, e voi tutti
gongolate. Ma che sublime, signori miei! Disgraziata! disgraziata! Sapete
come le andò a finire? Così, diciamo, precinta d'eroismo, così raggiante di
sublimità, naturalmente apparve un'altra al marito commosso e ammirato fino al
delirio, al marito che da parecchi anni, per un divieto dei medici, non la
teneva più in conto di moglie e la trattava perciò a modo d'una cagna, a
cinghiate e vituperii: gli apparve bella, capite? irresistibilmente
desiderabile. Signori, quella poveretta morì dopo tre mesi, d'un aborto,
naturale conseguenza del suo sublime eroismo!
A questa conclusione inaspettata e grottesca s'opposero, insorgendo, tutti i
miei compagni di viaggio.
Ma che! ma via! ma perché doveva dirsi dipesa dall'eroismo la disgrazia di
quella poveretta, e non piuttosto dal male di cui soffriva prima? Tanto vero
che, se non avesse avuto quel male, apparendo allo stesso modo bella e
desiderabile al marito per il recente eroismo, ella non sarebbe morta e avrebbe
messo al mondo, pacificamente, un figliuolo.
Senza punto avvilirsi di quella vivace, concorde opposizione, il signore barbuto
tornò a sghignare parecchie volte e, lasciando stare che anche questa della
nascita d'un quinto figliuolo in quelle deliziose condizioni, a suo giudizio,
sarebbe stata per se stessa una grande disgrazia, domandò se, a ogni modo,
questo figliuolo, a giudizio nostro, non era stato frutto e conseguenza
dell'eroismo.
Eh via, sì, questo almeno era innegabile.
Oh dunque! Innegabile? E se frutto e conseguenza dell'eroismo era stato il
figliuolo, frutto e conseguenza dell'eroismo era anche la morte di lei.
Sissignori. Perché bisognava prender la donna com'era, col suo male; non già
fabbricarsene una sana apposta, capace di mettere al mondo pacificamente un
figliuolo, per il solo gusto di contraddire.
Il male, ella, lo aveva in sé. Ma, né fin allora ne era morta, né forse mai ne
sarebbe morta, se quel suo eroismo non avesse tutt'a un tratto, dopo tanti anni
d'abbandono e di maltrattamenti, ispirato al marito un tal desiderio di lei, da
non fargli più tener conto del divieto dei medici.
Questo divieto, solo questo divieto era conseguenza del male; il divieto, e
dunque l'abbandono, e dunque i maltrattamenti del marito. Invece, il desiderio
improvviso e naturalissimo, il non tener conto di quel divieto e la morte erano
conseguenza dell'eroismo. Tanto vero che, se ella non lo avesse compiuto, il
marito, non solo non l'avrebbe ammirata né desiderata, ma la avrebbe trattata
anche peggio di prima, e lei non sarebbe morta.
- Bella cosa! - esclamò a questo punto, acceso di fervido sdegno, il giovinotto.
- E avrebbe fatto morire i quattro figliuoli senza nemmeno tentare di salvarli
in qualche modo. Sarebbe stata una madre indegna e snaturata.
- D'accordo! - rimbeccò pronto quel signore. - Invece è stata un'eroina; e lei
la ammira, e io la ammiro, e tutti la ammiriamo. Ma essa è morta. Mi consentirà,
spero, che la chiami almeno per questo, disgraziata. Inizio pagina

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Sono così tormentosamente dialettici questi nostri bravi confratelli
meridionali. Affondano nel loro spasimo, a scavarlo fino in fondo, la saettella
di trapano del loro raziocinio, e fru e fru e fru, non la
smettono più. Non per una fredda esercitazione mentale, ma anzi al contrario,
per acquistare, più profonda e intera, la coscienza del loro dolore.
- Eppure creda che per me, caro signore, - riprese poco dopo con un sospiro -
non è stata tanto disgraziata questa donna che è morta, quanto sono disgraziati
tutti coloro che, dopo uno di questi eroismi, sono rimasti vivi.
«Perché lei deve riconoscere che un eroismo è l'affare di un momento. Un momento
sublime, d'accordo! un'esaltazione improvvisa di tutte le energie più nobili
dello spirito, un subito insorgere e infiammarsi della volontà e del sentimento,
per cui si crea o si compie un atto degno di ammirazione, e diciamo pur di
gloria, anche se sfortunato.
Ma sono momenti, signori miei!
(Scusatemi, se ora vi pare ch'io faccia una lezione: sono, di fatti, professore.
Purtroppo!)
«La vita non è fatta di questi momenti. La vita ordinaria, di tutti i giorni,
voi sapete bene com'è: irta sempre di piccoli ostacoli, innumerevoli e spesso
insormontabili, e assillata da continui bisogni materiali, e premuta da cure
spesso meschine, e regolata da mediocri doveri.
«E perché si sublima l'anima in quei rari momenti? Ma appunto perché si libera
da tutte quelle miserie, balza su da tutti quei piccoli ostacoli, non avverte
più tutti quei bisogni, si scrolla da addosso tutte quelle cure meschine e quei
mediocri doveri; e, così sciolta e libera, respira, palpita, si muove in un'aria
fervida e infiammata, ove le cose più difficili diventano facilissime; le prove
più dure, lievissime; e tutto è fluido e agevole, come in un'ebbrezza divina.
«Respirando, palpitando, muovendosi nell'aerea sublimità di quei momenti, se lei
però, signor mio, che bei tiri le gioca, che razza di scherzetti le combina, che
graziose sorprese le prepara la sua anima libera e sciolta da ogni freno,
destituita d'ogni riflessione, tutta accesa e abbagliata nella fiamma
dell'eroismo?
«Lei non sa; lei non se n'accorge; non se ne può accorgere. Se ne accorgerà
quando l'anima le ricascherà, come un pallone sgonfiato, nel pantano della vita
ordinaria.
«Oh, allora....
«Guardi: torno da Roma, ove al Ministero da cui dipendo mi hanno inflitto una
solenne riprensione: ove i miei maestri della Sapienza mi hanno accolto
col più freddo sdegno, perché son venuto meno, dicono, a tutto ciò che
s'aspettavano da me; e qua, guardi qua, ho un giornale ove si dice, a proposito
d'un mio libercolo, che sono un vilissimo cinico grossolano, che mi pascolo
nelle più basse malignità della vita e del genere umano: io, sissignori.
Vorrebbero da me, ne' miei scritti, luce, luce d'idealità, fervor di fede, e che
so io...
«Sissignori.
«Qua abbiamo questo bellissimo terremoto.
«Ce ne fu un altro, quindici anni fa, quand'io venni professore di filosofia al
liceo, a Reggio di Calabria.
«Il terremoto d'allora non fu veramente come quest'ultimo. Ma le case, ricordo
io, traballarono bene. I tetti si aprivano e si richiudevano, come fanno le
palpebre. Tanto che, dal letto, in camera mia, attraverso una di queste aperture
momentanee, io, con questi occhi, potei vedere in cielo la luna, una magnifica
luna, che guardava placidissima nella notte la danza di tutte le case della
città.
«Giovanotto, e allora sì acceso di tanta luce d'idealità e pieno di fede e di
sogni, balzai subito dal terrore, che dapprima m'invase, eroe, eroe anch'io,
credano pure, sublime, agli strilli disperati di tre creaturine, che dormivano
nella cameretta accanto alla mia e di due vecchi nonni e della loro figliuola
vedova, che mi ospitavano.
«Con un solo pajo di braccia, capiranno, non è possibile salvare sei, tutti in
una volta, massime quando sia crollata la scala e tocchi a scendere da un
balcone, prima su un terrazzino e poi dal terrazzino alla strada.
«A uno a uno, Dio ajutando!
«E ne salvai cinque, mentre le scosse seguitavano a breve distanza l'una
dall'altra, scrollando e minacciando di scardinare la ringhiera del balcone a
cui ci fidavamo. Avrei salvato del resto anche la sesta, se la troppa furia e il
terrore non la avessero spinta sconsigliatamente a tentare da sé il salvataggio.
«Ma dicano loro: chi dovevo salvar prima? I tre bambini, no? Poi, la mamma.
«Era svenuta! E fu l'impresa più difficile. No, dico male: più difficile fu il
salvataggio del vecchio padre paralitico, anche perché già le forze mie erano
stremate e solo l'animo me le sosteneva. Ma si doveva avere, sì o no, una
maggiore considerazione per quel povero vecchio accidentato e impotente a darsi
ajuto da sé?
«Ebbene, non l'intendeva così la vecchia moglie, voleva essere salvata lei, non
solo prima del marito paralitico, ma anche prima di tutti, e urlava, ballava
dalla rabbia e dal terrore sul balconcino sconquassato, strappandosi i capelli,
scagliando vituperii a me, alla figlia, al marito, ai nipotini.
«Mentr'io col vecchio scendevo dal terrazzo della strada, ella senz'aspettarmi,
s'affidò al lenzuolo che pendeva dal balcone, e si calò giù. Vedendole
scavalcare il parapetto del terrazzo, io dalla strada le gridai che or ora
venivo su per lei, m'aspettasse; e, detto fatto, mi slanciai per risalire. Ma
sì! Cocciuta, incornata, per non dovermi nulla, prese nello stesso tempo a
discendere. A un certo punto, il lenzuolo, non potendo più reggerci entrambi, si
snodò dalla ringhiera e patapùmfete, giù, io e lei.
«Io non mi feci nulla; lei si fratturò il femore.
«Parve questa, a tutti, e anche a me allora, povero imbecille, l'unica disgrazia
che ci fosse toccata (in quel salvataggio, s'intende!). Ma anche a questa non si
diede molto peso, perché in fin dei conti era un frattura, dovuta per giunta
alla troppa furia, quando potevamo invece essere morti tutti quanti col
terremoto.
«E la vita eroica seguitò, seguitò per circa tre mesi. Come professore di liceo,
io m'ebbi una della prime baracche, e naturalmente vi portai dentro i bambini,
la signora, i due vecchi; e, come lor signori si possono immaginare, diventai -
tranne che per quella vecchia - il loro nume.
«Ah, quella vita di bivacco, tre mesi, sotto la baracca, con la gioventù che
ferve in corpo, e la riconoscenza che brilla e aizza, senza saperlo, senza
volerlo, dagli occhi d'una madre ancora giovane e bella!
«Tutto facile, tra quella difficoltà; tutto agevole, tra quella indescrivibile
confusione; e l'alacrità più ilare, col disdegno dei più urgenti bisogni; e la
soddisfazione, non si sa bene di che, una soddisfazione che inebria e incita a
sempre nuovi sacrifizi, che non paion più tali, per il premio che danno.
«E tra le rovine, quindici anni fa, non come queste, è vero, luttuose e orrende,
negli attendamenti, si folleggiava la notte, sotto le stelle davanti a questo
mare divino; e canti e suoni e balli.
«Fu così, ch'io alla fine mi ritrovai secondo padre di tre bambini non miei, e
poi, d'anno in anno, padre legittimo di cinque miei, che fanno - se non sbaglio
- otto, e nove con la moglie, e undici coi suoceri, e dodici con me, e quindici
- tutto sommato - con mio padre e mia madre e una mia sorella nubile, al cui
mantenimento provvedo io.
«Ecco l'eroe, cari signori!
«Quel terremoto è passato; anche quest'altro è passato: terremoto perpetuo è
rimasta la vita mia.
«Ma sono stato un eroe, non c'è che dire!
«E ora m'accusano che non faccio più il mio dovere; che sono un pessimo
professore; e ho il disprezzo freddo di chi sperò in me; e i giornali mi danno
del cinico; e non m'arrischio a parlare - per non dar spettacolo soverchio a lor
signori - di tutto ciò che mi ribolle qua dentro e mi sconvolge la ragione, se
penso ai sogni miei d'una volta, ai propositi miei!
«Signori, se in qualche momento di tregua io tento di raccogliermi e cedo alla
vana speranza di potermi rimettere a conversare con l'anima mia d'un tempo, ecco
quella vecchia sciancata, quella mia suocera immortale a cui è rimasta in corpo
una rabbia inestinguibile contro di me, presentarsi alla soglia del mio
studiolo, arrovesciar le mani sui fianchi con le gomita appuntate davanti e,
chinandosi quasi fino a terra, ruggirmi tra le gengive bavose, non so se per
imprecazione, o per ingiuria, o per condanna:
«"Terremoto! Terremoto! Terremoto!"
«I miei scolari l'hanno risaputo. E sapete come mi chiamano? Il professor
Terremoto.»
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