Luigi Pirandello 1867 - 1936

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Luigi Pirandello - Le Novelle

 

Novelle per un anno - Raccolta "L'uomo solo" (1922)

 

3. Il treno ha fischiato... - 1914

 

Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 22 febbraio 1914,

poi in La trappola, Treves 1915.

 

Introduzione di Riccardo Mainetti

 

Link esterni: Oilproject - "Il treno ha fischiato" di Pirandello: riassunto e analisi
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INTRODUZIONE

di Riccardo Mainetti

 

Belluca e la riscoperta del Mondo

per gentile concessione dell'autore

Il Mondo, l’esistenza del Mondo per noi, uomini e donne d’oggi, con le nostre vite normali, non sembra essere una grande cosa, una grande scoperta; ma mettiamoci nei panni di Belluca, protagonista della bellissima novella “Il treno ha fischiato”, di Luigi Pirandello, contenuta nella raccolta “L’uomo solo” poi riunita nella raccolta “Novelle per un anno”, che del Mondo fa la riscoperta così, d’improvviso, per un accadimento normalissimo come un treno che fischia e ne comprenderemo appieno la portata epoca. Belluca infatti del Mondo, il Mondo con la vita che vi scorre e le luci che sfavillando lo fanno bello e affascinante, si era dimenticato, dimenticato sì!, avete letto bene! Tutto preso com’era dalla sua di vita, una vita miserabile vissuta tra l’ufficio di computisteria, in cui svolgeva un lavoro, “di concetto” si direbbe oggi, tutto immerso nelle cifre, tra libri mastri, partite semplici e doppie ed altre “simili amenità” che di ameno hanno ben poco, e una casa in cui lui vive, come recluso, assieme ad una torma di ragazzini e a tre donne cieche, due, la suocera e la sorella della suocera di Belluca, per via della cataratta, la moglie di Belluca, potremmo dire, per un “difetto congenito” chiamato nella novella “palpebre murate”. Oltre a questa già abbondante compagnia Belluca ospita in casa anche un paio di figlie vedove che però si guardano bene di prestare il benché minimo aiuto in casa, limitandosi, quando gli aggrada, ad accudire la sola madre.

 

 

Capite ora che, vivendo come vive Belluca, da recluso in casa e da “bestia da soma” all’ufficio di computisteria, il Mondo tende a diventare se non proprio una fantasia quantomeno una cosa ben lontana e remota; una cosa per le altre persone. Dopo tant’anni vissuti a questo modo capite come una cosa semplice qual è il fischio, per lontano che sia, di un treno che gli faccia fare la riscoperta che vi è un Mondo sconfinato al di fuori delle mura della sua orribile casa e al di fuori dell’ufficio di computisteria dove fatica giorno dopo giorno allo scopo di guadagnarsi da vivere, possa sortire degli effetti a dir poco devastanti su una persona come il nostro amico Belluca. Questa sconvolgente riscoperta porta Belluca a inebriarsi a tal punto di libertà e di aria fresca e frizzante da fargli abbandonare la propria usuale natura remissiva che, per lunghi e lunghi anni, l’ha portato a tollerare qualunque tipo di angheria da parte del capo ufficio e dei colleghi e ad assumere un tono ed un comportamento che portano tutti a credere che il povero Belluca abbia avuto una sorta di crollo nervoso che l’abbia condotto alla pazzia. E difatti, dopo la “scomposta”, seppur naturalissima, come scrive lo stesso Pirandello, reazione avuta nei confronti del capo ufficio Belluca viene condotto in un ospizio per pazzi. Tanto in ufficio quanto, più tardi, all’ospizio dei pazzi, Belluca continua a ripetere di aver sentito il treno fischiare.

 

Questa sorta di comportamento porta tutti quanti lo vanno a trovare all’ospizio a concludere ch’egli sia, effettivamente, impazzito o comunque ben avviato per la strada che conduce alla pazzia. Solamente una persona, un vicino di casa di Belluca, che ben sa come il pover’uomo ha vissuto per tanti anni, saputo cosa Belluca seguita a ripetere, si fa persuaso che Belluca non sia per nulla impazzito ma che si sia solamente inebriato, eccessivamente, di vita vera e di Mondo e che a ciò e non alla pazzia sia dovuto il suo comportamento. E inoltre viene a sapere del proposito dell’autore di tale sconvolgente riscoperta, il Belluca appunto, di recarsi, una volta che verrà “rilasciato” dall’ospizio dei pazzi, dal capo ufficio per scusarsi del suo comportamento e quindi dichiararsi nuovamente pronto a riprendere il proprio ruolo all’ufficio computisteria. Solamente, dopo aver fatto la riscoperta del Mondo e della sua poetica bellezza, chiederà al capo ufficio, di quando in quando di “essere di manica larga” e di lasciarlo spaziare con la fantasia oltre i confini dell’ufficio per andare, che so, in Congo o nella Foresta Nera! D’altronde da uno che abbia fatto la riscoperta del Mondo non si può pretendere che torni a lavorare con la cieca compostezza di un animale da soma che sia all’oscuro di quanto di bello e di grande vi sia al di là dei propri paraocchi!

 

Riccardo Mainetti

 

 

       Il treno ha fischiato...

 

             Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.

             Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:

             –    Frenesia, frenesia.

             –    Encefalite.

             –    Infiammazione della membrana.

             –    Febbre cerebrale.

             E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.

             –    Morrà? Impazzirà? – Mah!

             –    Morire, pare di no...

             –    Ma che dice? che dice?

             –    Sempre la stessa cosa. Farnetica...

             –    Povero Belluca!

             E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.

             Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capo-ufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale.

             Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.

             Circoscritto... sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri-mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.

             Orbene, certe volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.

             Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.

             Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo-ufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e – cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna – era venuto con più di mezz’ora di ritardo.

             Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.

             Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.

             La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:

             – E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?

             Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.

             –    Che significa? – aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. – Ohe, Belluca!

             –    Niente, – aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. – Il treno, signor Cavaliere.

             –    Il treno? Che treno?

             –    Ha fischiato.

             Ma che diavolo dici?

             –    Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare...

             –    Il treno?

             –    Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo... Si fa in un attimo, signor Cavaliere!

             Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.

             Allora il capo-ufficio – che quella sera doveva essere di malumore – urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.

             Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.

             Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.

             Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:

             – Si parte, si parte... Signori, per dove? per dove?

             E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.

             Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.

             Difatti io accolsi in silenzio la notizia.

             E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:

             – Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.

             Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:

             «A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita "impossibile", la cosa più ovvia, l’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è "impossibile". Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.

             Una coda naturalissima».

             Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.

             Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.

             Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.

             Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.

             Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.

             Letti ampii, matrimoniali; ma tre.

             Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna deHe tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.

             Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.

             Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.

             Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.

             Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.

             – Magari! – diceva. – Magari!

             Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.

             Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignore s’era dimenticato da anni e anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.

             Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.

             Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.

             Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.

             S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.

             C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La .vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... c’erano gli oceani... le foreste...

             E, dunque, lui – ora che il mondo gli era rientrato nello spirito – poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.

             Gli bastava!

             Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.

             Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio

             ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo: – Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...