|
Prima
pubblicazione: Corriere della Sera, 22 febbraio 1914, poi in La trappola, Treves 1915. |
Articolo
di Riccardo Mainetti
Belluca e la riscoperta del Mondo
da
Passione Lettura
Il Mondo, l’esistenza
del Mondo per noi, uomini e donne d’oggi, con le nostre vite normali, non sembra
essere una grande cosa, una grande scoperta; ma mettiamoci nei panni di Belluca,
protagonista della bellissima novella “Il
treno ha fischiato”, di
Luigi
Pirandello, contenuta nella raccolta “L’uomo
solo” poi riunita nella raccolta “Novelle
per un anno”, che del Mondo fa la riscoperta così, d’improvviso, per un
accadimento normalissimo come un treno che fischia e ne comprenderemo appieno la
portata epoca. Belluca infatti del Mondo, il Mondo con la vita che vi scorre e
le luci che sfavillando lo fanno bello e affascinante, si era dimenticato,
dimenticato sì!, avete letto bene! Tutto preso com’era dalla sua di vita, una
vita miserabile vissuta tra l’ufficio di computisteria, in cui svolgeva un
lavoro, “di concetto” si direbbe oggi, tutto immerso nelle cifre, tra libri
mastri, partite semplici e doppie ed altre “simili amenità” che di ameno hanno
ben poco, e una casa in cui lui vive, come recluso, assieme ad una torma di
ragazzini e a tre donne cieche, due, la suocera e la sorella della suocera di
Belluca, per via della cataratta, la moglie di Belluca, potremmo dire, per un
“difetto congenito” chiamato nella novella “palpebre murate”. Oltre a
questa già abbondante compagnia Belluca ospita in casa anche un paio di figlie
vedove che però si guardano bene di prestare il benché minimo aiuto in casa,
limitandosi, quando gli aggrada, ad accudire la sola madre.
Capite ora che, vivendo come vive Belluca, da recluso in casa
e da “bestia da soma” all’ufficio di computisteria, il Mondo tende a diventare
se non proprio una fantasia quantomeno una cosa ben lontana e remota; una cosa
per le altre persone. Dopo tant’anni vissuti a questo modo capite come una cosa
semplice qual è il fischio, per lontano che sia, di un treno che gli faccia fare
la riscoperta che vi è un Mondo sconfinato al di fuori delle mura della sua
orribile casa e al di fuori dell’ufficio di computisteria dove fatica giorno
dopo giorno allo scopo di guadagnarsi da vivere, possa sortire degli effetti a
dir poco devastanti su una persona come il nostro amico Belluca. Questa
sconvolgente riscoperta porta Belluca a inebriarsi a tal punto di libertà e di
aria fresca e frizzante da fargli abbandonare la propria usuale natura remissiva
che, per lunghi e lunghi anni, l’ha portato a tollerare qualunque tipo di
angheria da parte del capo ufficio e dei colleghi e ad assumere un tono ed un
comportamento che portano tutti a credere che il povero Belluca abbia avuto una
sorta di crollo nervoso che l’abbia condotto alla pazzia. E difatti, dopo la
“scomposta”, seppur naturalissima, come scrive lo stesso
Pirandello, reazione avuta nei confronti del capo ufficio Belluca viene
condotto in un ospizio per pazzi. Tanto in ufficio quanto, più tardi,
all’ospizio dei pazzi, Belluca continua a ripetere di aver sentito il treno
fischiare.
Questa sorta di comportamento porta tutti quanti lo vanno a
trovare all’ospizio a concludere ch’egli sia, effettivamente, impazzito o
comunque ben avviato per la strada che conduce alla pazzia. Solamente una
persona, un vicino di casa di Belluca, che ben sa come il pover’uomo ha vissuto
per tanti anni, saputo cosa Belluca seguita a ripetere, si fa persuaso che
Belluca non sia per nulla impazzito ma che si sia solamente inebriato,
eccessivamente, di vita vera e di Mondo e che a ciò e non alla pazzia sia dovuto
il suo comportamento. E inoltre viene a sapere del proposito dell’autore di tale
sconvolgente riscoperta, il Belluca appunto, di recarsi, una volta che verrà
“rilasciato” dall’ospizio dei pazzi, dal capo ufficio per scusarsi del suo
comportamento e quindi dichiararsi nuovamente pronto a riprendere il proprio
ruolo all’ufficio computisteria. Solamente, dopo aver fatto la riscoperta del
Mondo e della sua poetica bellezza, chiederà al capo ufficio, di quando in
quando di “essere di manica larga” e di lasciarlo spaziare con la fantasia oltre
i confini dell’ufficio per andare, che so, in Congo o nella Foresta Nera!
D’altronde da uno che abbia fatto la riscoperta del Mondo non si può pretendere
che torni a lavorare con la cieca compostezza di un animale da soma che sia
all’oscuro di quanto di bello e di grande vi sia al di là dei propri paraocchi!
Riccardo Mainetti
ANALISI E TRAMA
di
Luca Ghirimoldi
da
oilproject.org
Pubblicata sulle colonne del “Corriere della Sera”
del febbraio del 1914, Il treno ha fischiato è una novella
assai significativa per illustrare alcune tecniche narrative
tipiche dello scrittore agrigentino e per spiegare, al contempo, la
visione del mondo pirandelliana. Il protagonista della
vicenda, come spesso avviene in Pirandello, è un esponente della
piccola borghesia impiegatizia, senza alcuna apparente qualità
e senza nessun tratto d’interesse: Belluca è infatti un grigio
ragioniere, scrupolosissimo sul lavoro ed irreprensibile nella vita
privata. Senonché un giorno, preso da un attacco di rabbia folle,
egli, urlando che "il treno ha fischiato", si scaglia contro il
capoufficio, tanto da dover essere ricoverato in un manicomio,
dove la diagnosi dei medici, incapaci di fornire ad amici e conoscenti
dell’uomo una giustificazione razionale a degli eventi
a prima vista assurdi, parla di encefalite o “febbre
cerebrale”. In realtà la narrazione - che procede a ritroso, secondo un
percorso assai intricato, a spiegare le ragioni del gesto di Belluca -
ricostruisce a poco a poco il quadro effettivo che si cela dietro le apparenze. Se il clima sul posto di lavoro è oppressivo, la vita tra le mure domestiche non è meno alienante: Belluca deve
assistere tre donne completamente cieche (la moglie, la suocera e la
sorella di lei) nonchè provvedere al mantenimento di due figlie vedove
con figli. Ecco come ci viene descritta la sua squallida
esistenza:
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma
tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai
quell'uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita. Aveva con
sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera:
queste due, vecchissime, per cataratta; I'altra, la moglie, senza
cataratta, cieca fissa; palpebre murate. Tutt'e tre volevano esser
servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le
serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei
mariti, l'una con quattro, l'altra con tre figliuoli, non avevano
mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche
ajuto alla madre soltanto. Con lo scarso provento del suo
impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte
quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte
da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle
cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non
trovavan posto nei tre soli letti della casa. Letti ampii,
matrimoniali; ma tre.
[...] Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca
seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli
cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé. Andava
allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e
subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si
levava a stento, più intontito che mai.
Così, un evento banale (altro
elemento ricorrente della narrativa pirandelliana: si pensi al finto
suicido di Mattia Pascal o al naso di Vitangelo Moscarda) come il
fischio di un treno, che proietta la mente di Belluca in mondi “altri”
liberi da ansie e preoccupazioni, è ciò che fa scattare la molla della
folle ribellione alla realtà. Al punto di vista della
gente comune, sconcertata dalla reazione del personaggio principale, si
affianca e si sostituisce quello di Belluca stesso (e del narratore con
lui), che implicitamente reclama uno spazio di evasione
da una situazione impossibile da sostenere.
Com’è norma, non manca la conclusione
“umoristica”, tipica di molte novelle pirandelliane: Belluca,
su intercessione di un amico, viene reintegrato in ufficio dopo le scuse
al superiore che, consapevole della situazione, concederà al sottoposto
delle piccole pause in cui, ricordando il “fischio” del treno, fuggire
per brevi istanti dalle pressioni del mondo reale. Dietro all’enigma
di Belluca (che si reinserisce nel mondo reale, ma tenendosi uno
spiraglio di fuga nel sogno ad occhi aperti e nella follia illusoria)
c’è un tratto costitutivo del ragionamento di Pirandello sull’uomo
contemporaneo: forse è la normalità quotidiana a
rappresentare la vera follia. Luca
Ghirimoldi
ANALISI STORICA
da
homolaicus.com
Volutamente esagerata la famosa novella di L. Pirandello, Il treno ha
fischiato, apparsa prima sul "Corriere della sera", nel 1914, poi nella
raccolta Novelle per un anno.
Esagerata sin dall'inizio, quando i colleghi di lavoro del ragionier Belluca,
che vanno a trovarlo in manicomio, vengono descritti come persone ambigue,
superficiali anzi ipocrite: "volevano sembrare afflitti, ma erano in fondo
contenti per quel dovere compiuto".
Pirandello è un maestro nel descrivere il formalismo borghese, le convenzioni
fine a se stesse e quindi prive di senso, l'insincerità di chi concepisce la
vita come una sorta di bellum omnium contra omnes. Loro, invece d'essere
dispiaciuti, erano contenti che il computista Belluca fosse finito in una casa
di cura. D'altra parte l'avevano, insieme al capoufficio, periodicamente
torturato (nel senso del mobbing), divertendosi a fargli scherzi e
angherie, approfittando del fatto ch'egli era paziente come un mulo.
Pirandello non vede solidarietà di categoria tra impiegati contro il loro
superiore, ma reciproca rivalità. Esagerato però infierire su un povero cristo
quando questo non avrebbe inciso sulla loro progressione di carriera.
Dunque infierivano, lo sbeffeggiavano, lo umiliavano nei loro momenti liberi, a
titolo gratuito, senza motivi particolari, solo perché era un debole, una
persona remissiva, come se avessero avuto bisogno di un capro espiatorio su cui
scaricare le loro frustrazioni.
Chi è Belluca? Lo stesso Pirandello? Chi sono gli altri impiegati? I funzionari
di un regime autoritario? Chi rappresenta il capoufficio? Un monarca? Essendo
stata scritta prima della grande guerra, la novella non può certo riferirsi al
fascismo, anche se sembra che i paragoni calzino a pennello. Vien quasi da
pensare che Pirandello abbia saputo magistralmente anticipare le assurdità di un
regime (quello liberale) che cogli anni sarebbe diventato sempre più dispotico,
sempre meno in grado di capire le esigenze dei propri sudditi.
In
realtà Pirandello stava semplicemente mettendo in luce le assurdità di uno Stato
borghese italiano che, a distanza di mezzo secolo dalla sua nascita, aveva
creato più contraddizioni di quante ne avesse risolte e che si accingeva a
entrare in guerra. Solo che esagerando la negatività di certi suoi aspetti
amministrativi, attraverso la caricatura dei suoi impiegati di concetto,
Pirandello finiva inevitabilmente con l'anticipare le assurdità del regime
fascista, la cui sordità alle istanze di democrazia e di umanità dei cittadini
era infinitamente superiore.
Che Pirandello, da buon siciliano, ce l'avesse con lo Stato sabaudo,
autoritario, burocratico e fiscale, è fin troppo evidente in questa novella. Il
Belluca non viene capito né dal principale, né dai colleghi e neppure dai medici
del manicomio (altra istituzione repressiva borghese). Viene capito soltanto da
un vicino di casa, con cui era da tempo in buoni rapporti, e che s'accorge
subito della finzione dell'amico, proprio perché ne conosceva bene il pesante
background familiare ch'egli era costretto a vivere: nel suo appartamento
vivevano in tredici, tutti attorno a un unico stipendio, il suo, che non poteva
certo bastare e che doveva essere rimpinguato con le entrate di un secondo
lavoro, notturno, che trasformava il povero ragioniere in uno straccio, in uno
zombie vivente.
Anche nel descrivere questa situazione familiare Pirandello ha voluto esagerare,
ma sino a un certo punto, poiché egli ha in mente la sua Sicilia, che
dall'unificazione aveva tratto solo miseria, ovvero brigantaggio ed emigrazione.
Pirandello aveva capito, dall'alto del suo genio letterario, che se le
contraddizioni venivano presentate in maniera esasperata, si poteva sconfinare
nel comico, nel paradosso, nell'assurdo, eccitando così la fantasia della
mentalità piccolo-borghese, che, essendo individualistica, aveva e ha ancora
oggi bisogno, per sopravvivere, per darsi delle ragioni di vita, di situazioni
al limite, borderline, che giustifichino il nonsense della vita
quotidiana. I testi di Paolo Villaggio non ripetono forse lo stesso schema? E
quelli del russo Gogol?
Se
voleva farsi strada tra lettori piccolo-borghesi (quelli, beninteso, in grado di
leggersi un quotidiano come il "Corriere della sera"), Pirandello non poteva
raccontare le reali miserie della sua terra (non l'avrebbero capito o forse,
come fu il destino del Verga, non l'avrebbero apprezzato): doveva invece
portarle all'eccesso, facendo in modo che qualunque piccolo-borghese della
nazione vi si riconoscesse in parte e in parte se ne potesse distaccare,
convinto di trovarsi a vivere in una situazione meno assurda, più sopportabile.
Quanto più grandi delle proprie sono le assurdità che si vedono, tanto meglio le
si accettano, proprio nell'illusione che non ci riguardino, e se proprio si
generalizzano ci si può sempre illudere che qualcuno, magicamente, le possa di
colpo risolvere. Le novelle di Pirandello aiutavano la piccola-borghesia a
relativizzare i propri problemi e, senza volerlo, creavano il terreno
psicologico propizio alla nascita della dittatura fascista, cui egli non a caso
aderì spontaneamente dieci anni dopo questa novella.
Lo
Stato sabaudo e il suo sistema capitalistico l'avevano vinta sui contadini e
sugli ambienti pre-borghesi: ora non restava che prenderne atto, cioè non
restava che cambiare lavoro, diventare impiegati statali, dipendenti di
quell'odiato padrone, cercando di ritagliarsi un proprio spazio vitale.
E
fu quello che fece il Belluca, che pur essendo abituato a sgobbare come un servo
della gleba (ora in giacca e cravatta), sopportando qualunque vessazione,
chiedeva, per non impazzire davvero, che gli si concedessero cinque minuti di
follia personale, in cui - diremmo oggi con linguaggio moderno - poteva "farsi
dei viaggi", evadere dalla realtà come un allucinato. Lui avrebbe soltanto
garantito il ritorno regolare al trantran quotidiano, a quella sua non solo
noiosissima ma anche faticosissima vita, se solo gli fosse stata concessa una
pazzia momentanea, periodica, indolore, cioè se solo lo si fosse lasciato in
pace con se stesso, permettendogli di sognare ciò che nella vita non avrebbe mai
potuto ottenere: viaggiare in treno per il mondo, in cerca di luoghi
meravigliosi, lontano da soffocanti parenti e colleghi di lavoro (quel treno che
proprio allora era indice di grande progresso, di libertà di azione e di
movimento).
Oggi abbiamo bisogno di questa fuga dalla realtà per molto meno, per
frustrazioni assai minori a quelle di Belluca, che non penava solo nella vita
pubblica (a causa di un ambiente prepotente e irrispettoso), ma anche nella vita
privata, dove le contraddizioni non trovavano alcuna valvola di sfogo
nell'assistenzialismo dello Stato, che ancora non esisteva.
Questa novella, volutamente esagerata, è una denuncia realistica dei mali
dell'emergente Stato unitario nelle zone rurali del Mezzogiorno. E' la
rappresentazione di un'opposizione al sistema che ormai si pensa possa essere
condotta solo a titolo individuale e con gli strumenti debolissimi della
fantasia personale, della creatività immaginifica con cui ci si può ritagliare
una piccola oasi nel deserto della nuova vita alienata, una semplice illusione
che farà restare le cose come sono e che nulla potrà quando esse peggioreranno.
ANALISI DELL'OPERA
da
Decameronline
Nella narrazione sono presenti tre momenti:
-
Esordio: avvio in medias res; situazione di squilibro iniziale
determinata da un evento che solo successivamente verrà chiarito.
-
Punto culminante della tensione narrativa: l'accrescersi della
tensione narrativa non è dovuta all'aggravarsi della situazione (fin dalle
prime righe sappiamo della pazzia e del ricovero di Belluca), ma
dall'atteggiamento di conoscenti e colleghi che, di fronte alla rivelazione
di Belluca ("il treno...ha fischiato") manifestano incredulità, stupore e
ilarità.
-
Scioglimento: la spiegazione della presunta pazzia di Belluca (l'io
narrante, al contrario di tutti gli altri personaggi, non si sorprende, anzi
ritiene che tutto l'accaduto sia "naturalissimo") allenta la tensione e
avvia l'epilogo, in cui ogni cosa si ricompone in un rinnovato equilibrio:
il fischio del treno rappresenta dunque il varco improvviso, lo squarcio
mentale in seguito al quale Belluca ha assunto piena dignità di individuo
consapevole ponendosi in un rapporto nuovo con gli individui e col mondo.
Personaggi: Belluca è il personaggio principale della vicenda ed è
descritto sia direttamente (attraverso i dialoghi, le descrizioni ), sia ,in
minor misura, indirettamente (attraverso i suoi comportamenti). Grazie alle
frequenti analessi e agli excursus che il narratore allodiegetico
introduce nel corso del racconto, Belluca appare un uomo inetto alle gioie della
vita, dedito unicamente all'adempimento dei propri doveri, succube degli
ambienti che fanno da sfondo alle sue azioni: il lavoro, la famiglia, lo spazio
esterno inteso come "mondo" al di fuori di lui. In questo ambito egli è incapace
di agire secondo i desideri personali e si limita a mettere in atto qualsiasi
cosa gli venga richiesta dagli altri (ad esempio dal capoufficio), o imposta (ad
esempio dalle donne della famiglia). Belluca è passivo alla vita e apatico, pur
essendo sempre molto occupato nell'adempimento delle sue mansioni come un
automa. A tale vita "impossibile" segue, come "coda naturalissima", prosecuzione
"naturale" di tale mostruosità, la reazione, quasi istintiva, all'evento del
fischio del treno: un episodio in sé insignificante ma capace di fargli
ricordare quel mondo a cui è stato costretto a rinunciare.
Il personaggio che all'interno del racconto ha il ruolo del narratore è un
vicino di casa di Belluca che visita dopo il ricovero all'ospizio; la sua
partecipazione alla vita del protagonista si limita a questo, appare infatti
come un testimone esterno ai fatti; ma non sentimentalmente estraneo: attraverso
le sue parole e la sua guida il lettore capisce e interpreta la vicenda
cogliendone le motivazioni profonde, e, più ancora, la sente e la soffre insieme
a lui ("E il mio silenzio era pieno di dolore…"): potremmo definirlo un
testimone pensoso e commosso.
Il
capoufficio, i colleghi, i familiari sono tutti personaggi secondari, utili non
tanto alla storia in sé quanto alla conoscenza dell'ambiente in cui il
protagonista vive.
Luoghi: Nella novella sono assenti precisazioni geografiche, anche se si
può supporre che la vicenda si svolga nel Sud-Italia. Infatti Bellica, per
evidenziare il divario tra la condizione in cui vive e quella a cui aspira, cita
alcune città del Nord, quali Firenze, Bologna, Torino e Venezia. Più che di
luoghi è preferibile parlare di "ambienti" intesi allegoricamente: l'ufficio e
la famiglia rappresentano gli obblighi e i doveri che opprimono la sua
esistenza; l'ospedale, in cui si perde la propria consueta identità, il momento
di transizione tra il vecchio e il nuovo stile di vita; la Siberia e le foreste
del Congo, presenti solo nella fantasia del protagonista, la possibilità di
evadere dalla realtà.
Il tempo:
-
Fabula: Analizzando i tempi della novella si constata che il
tempo della storia (della durata di tre giorni) non coincide col tempo del
racconto (o intreccio) per la presenza di anacronie. La storia ha inizio la
notte in cui si verifica l'evento motore, cioè quando Belluca sente il treno
fischiare. Il giorno seguente il protagonista si reca, come di consueto, al
lavoro, ma questa volta non è disposto a subire le angherie del capoufficio.
Ha inizio così la presunta pazzia. Quella stessa sera Belluca viene
internato all'ospizio dove riceverà il giorno dopo le visite dei conoscenti
e del vicino di casa, che ha il ruolo di voce narrante.
-
Tempo del racconto: è strettamente connesso ad una struttura a
regressione analettica. Queste inversioni temporali, che sciolgono dai
rigidi binari della cronologia la trama del racconto, rispondono ad una
concezione interiorizzata del tempo e ad una interpretazione soggettiva
della realta', proprie di Pirandello. Il racconto inizia quando gli eventi
principali che costituiscono la fabula sono ormai avvenuti. La narrazione
ripercorre quindi tutta la vicenda mediante un'ampia analessi e
un'inversione temporale che si manifesta al lettore come recupero regressivo
dei fatti simile ad un processo investigativo guidato da un personaggio
testimone allodiegetico. La scena iniziale introduce il ricovero di Belluca
in ospedale ("Farneticava. Principio di…") e le supposizioni dei colleghi
d'ufficio sulle cause della "pazzia"; in seguito si apre la prima
regressione analettica ("Veramente il fatto… paraocchi") in cui alla
retrospezione temporalmente definita ("La sera avanti…") si affianca una
specie di excursus, una parentesi narrativa sulla vita e sulla
personalità del protagonista. Dopo tale analessi iterativa in cui il
narratore-testimone mostra la propria pietas e benevolenza nei confronti di
Belluca, il racconto riprende ("Tanto più… niente") la prima retrospezione
(che si potrebbe definire retrospezione base) arricchendola con una seconda,
interna ad essa, grazie alla quale si copre l'arco di un'intera giornata
("Già s'era presentato la mattina… e tutto il giorno non aveva combinato
niente. La sera…"). Segue una scena dialogata tra Belluca e il capoufficio
che si conclude con il ricovero all'ospedale dell'impiegato che aveva
sentito fischiare il treno ("Lo avevano a viva… matti"): si torna in questo
modo all'inizio del tempo del racconto ("Seguitava ancora…"). Da questo
punto in poi il narratore-testimone si presenta anche come personaggio della
vicenda e, mentre si avvia a far visita a Belluca, i suoi pensieri si
offrono come spunto per una pausa narrativa in cui egli mette a confronto
il"nuovo Belluca" ("E guardava tutti… inaudite") con quella da sempre
conosciuto, protagonista di una vita "impossibile" ("Non avevo veduto…
mai"). La parte finale del racconto ("Ebbene signori… fischiato") riporta il
discorso sul "presente" della vicenda, il terzo giorno ("Quando andai a
trovarlo all'ospizio…"), quando il narratore-testimone, dopo aver stilato
una breve sintesi dei giorni precedenti ("due sere avanti", "il primo giorno
aveva ecceduto") e delle "specialissime condizioni in cui quell'infelice
viveva da tant'anni" (narrate nelle regressioni), fornisce una spiegazione
logica e razionale ("una coda naturalissima") alla presunta pazzia del
collega ed amico
La suspense: La novella "Il treno ha fischiato" suscita un particolare
interesse sia per l'originalità del contenuto sia per la strategia narrativa che
procede attraverso numerose analessi. Grazie a questa tecnica che informa per
gradi il lettore sugli antefatti, l'autore (benché non abbia avuto la volontà
consapevole di creare un racconto di suspense nel senso attuale del termine) si
è avvalso di elementi in grado di suscitare curiosità e attesa e quindi tensione
e sospensione emotiva. L'enigma nasce dalla vicenda stessa di cui il lettore
viene per gradi a conoscenza: l'anomalo comportamento di Belluca nel presente,
la sua condotta esemplare in passato. La stessa interpretazione dei fatti,
inizialmente a più voci, non chiarisce, anzi complica l'enigma. Infatti da un
lato l'avvio della vicenda in medias res con le supposizioni dei colleghi
sulla presunta pazzia di Belluca, dall'altro le anticipazioni del
narratore-testimone che al contrario definisce "naturalissimo" il singolare
comportamento del protagonista, stimolano una curiosità che nasce dal divario
tra le ipotesi dei colleghi ignari e la verità a cui il narratore allude con
alcune anticipazioni, ma che ancora non svela.
Il punto di vista: Nell'arco della narrazione la focalizzazione non è
costante: infatti i punti di vista si alternano continuamente. La novella inizia
annunciandoci che il protagonista, ancora non identificato, ha dato segni
evidenti di squilibrio o quantomeno di alterazione del comportamento. In questa
fase del racconto, la prospettiva, espressa prevalentemente attraverso il
dialogo, è quella dei personaggi secondari: i medici, che parlano di febbre
cerebrale, e i compagni di ufficio che avanzano svariate ipotesi: pazzia,
encefalite, meningite. Già nella seconda sequenza però, emerge la voce del
narratore (un personaggio ancora senza identità) il quale ipotizza che, "date le
specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni", il caso del
Belluca "poteva anche essere naturalissimo" e il suo farneticare poteva essere
la "spiegazione più semplice di quel naturalissimo caso". Nella quarta sequenza
ancora un mutamento della prospettiva: il narratore si fa portavoce delle
valutazioni dei colleghi sulla fisionomia umana e sugli antefatti della vita di
Belluca ("Circoscritto… sì, chi l'aveva descritto così? Uno dei suoi compagni
d'ufficio.") e il suo giudizio si confonde con il loro. Successivamente ritorna
il punto di vista del narratore: a lui Pirandello affida ora il compito di
rivelare in modi diffusi ed espliciti la verità, spiegando il "caso" capitato a
Belluca. Dopo ancora il narratore, rivelatosi solo ora un vicino di casa di
Belluca, riferisce quanto lo stesso Belluca gli ha detto durante l'incontro
all'ospizio: in questa sequenza narrativa, attraverso l'uso dell'indiretto
libero, il narratore riporta il punto di vista, coincidente col proprio, del
protagonista. Infine egli espone i propositi del protagonista per il futuro. In
questa continua variazione dei punti di vista, il lettore ha tuttavia la
sensazione che prevalente e definitivo sia quello del personaggio-testimone (ad
esempio con l'uso dei superlativi naturalissimo e naturalissimamente), l'io
narrante, che possiamo definire, per le sua caratteristiche, narratore
allodiegetico.
ANALISI DEL TESTO
da
studenti.it
Introduzione
La novella narra un avvenimento apparente mente assurda ed
incomprensibile: l’improvviso eccesso di follia di un cauto e laborioso
impiegato, Bellucca, chiuso in una monotonia di giorni sempre uguali, curvo
sotto il peso di sacrifici ed umiliazioni e zimbello di un capo ufficio e di
colleghi insensibili; aveva ormai dimenticato che la vita era fatta anche
d’emozioni, gioie, sensazioni, fantasia e desideri. Improvvisamente, però,
nella sua vita in cui nulla sembrava potesse cambiare, avviene una cosa che
cambia tutto. Una notte, pur essendo stremato per la stanchezza, non riesce a
addormentarsi e, ad un certo punto, sente nel silenzio di quella notte il
fischio di un treno che corre lontano nel buio e che distrugge la cappa
opprimente sotto la quale il poveretto si trascinava da anni e che gli fa
riaprire gli occhi sul mondo. L’improvvisa felicità, però, trasforma Bellucca,
agli occhi degli altri, in un pazzo.
Divisione in sequenze
La prima sequenza (rigo 1-17) ha un avvio in medias res, con
una situazione di squilibrio iniziale determinato da un’ evento che solo
successivamente verrà chiarito. Il racconto, infatti, inizia col narrare le
diagnosi riguardane il caso Bellucca: “Frenesia, encefalite, febbre
celebrale, ecc.”. Solo al 17° rigo è menzionato il nome del paziente,
Bellucca, che come si vedrà è il protagonista del racconto.
Nella seconda sequenza (rigo 18-21) la voce narrante spiega
com’è naturalissimo l’improvvisa pazzia del Bellucca, la sua vita, dal
tronde, è una impossibile, scandita dal lavoro in ufficio e dall’assistenza a
tre vecchie donne, (la moglie, la suocera e la sorella della suocera) con cui è
costretto a dividere l’angusta casa e i pochi soldi.
Nella terza sequenza (rigo 22-26) si ha un mutamento della
prospettiva. La sera precedente il ragioniere Bellucca si era ribellato al suo
capo ufficio. Ciò sembra strano in quanto il Bellucca è descritto come l’uomo “più
mansueto e sottomesso, più metodico e paziente che non si potesse immaginare”.
La quarta sequenza (rigo 27-40) è di tipo descrittiva narrativa; bellucca è
definito, in questa sequenza, “ casellario ambulante, con tanto di paraocchi,
vecchio somaro, frustato, fustigato senza pietà”. Questo paragone evidenzia
l’opacità della vita del ragioniere, e la sua incapacità di risolvere una
situazione tanto . nella quinta sequenza ( rigo
Il punto di vista
Nell'arco della narrazione la
focalizzazione non è costante: infatti, i punti di vista vi si alternano
continuamente. La novella inizia annunciandoci che il protagonista, ancora non
identificato, ha dato segni evidenti di squilibrio o quantomeno d’alterazione
del comportamento. In questa fase del racconto, la prospettiva, espressa
prevalentemente attraverso il dialogo, è quella dei personaggi secondari: i
medici, che parlano di febbre cerebrale, e i compagni di ufficio che avanzano
svariate ipotesi: pazzia, encefalite, meningite. Già nella seconda sequenza
però, emerge la voce del narratore (un personaggio ancora senza identità) il
quale ipotizza che, "date le specialissime condizioni in cui quell’infelice
viveva da tanti anni" il caso del Belluca "poteva anche essere naturalissimo"
e il suo farneticare, che a tutti pareva delirio, poteva essere la
"spiegazione più semplice di quel naturalissimo caso". Nella quarta
sequenza ancora un mutamento della prospettiva: il narratore si fa portavoce
delle valutazioni dei colleghi sulla fisionomia umana e gli antefatti della vita
di Belluca ("Circoscritto… chi l'aveva descritto così? Uno dei suoi compagni
d'ufficio.") e il suo giudizio si confonde con il loro. Nella settima
sequenza ("Chi venne.") ritorna il punto di vista del narratore (il
personaggio-testimone che già aveva orientato il lettore attraverso i fatti):
a lui Pirandello affida ora il compito di rivelare, e in modi diffusi ed
espliciti, la verità, spiegando il "caso" capitato a Belluca. Nella nona
sequenza il narratore, rivelatosi solo ora un vicino di casa di Belluca,
riferisce quanto lo stesso Belluca gli ha detto durante l'incontro all'ospizio:
in questa sequenza narrativa, attraverso l'uso dell'indiretto libero, il
narratore riporta il punto di vista, coincidente col proprio, del protagonista;
alla decima e ultima sequenza, i propositi di Belluca per il futuro. In questa
continua variazione dei punti di vista, il lettore ha tuttavia la sensazione che
prevalente e definitivo è quello del personaggio-testimone, l'io narrante, che
possiamo definire, per le sue caratteristiche, narratore allodiegetico. Se il
punto di vista varia all'interno del racconto, unitario appare il giudizio che
percorre il testo in più passaggi (nella seconda, settime e nona sequenze) e di
cui è segno indicatore il superlativo "naturalissimo”. Tale giudizio,
riferito alla voce narrante, rappresenta io giudizio stesso di Pirandello.
Nella novella sono assenti precisazioni geografiche, anche se
si può supporre che la vicenda si svolga nel Sud-Italia. Infatti, per
evidenziare il divario tra la condizione in cui vive e quella a cui aspira,
Belluca cita alcune città del Nord, quali Firenze, Bologna, Torino e Venezia.
Più che di luoghi è preferibile parlare di "ambienti", intesi allegoricamente:
l'ufficio e la famiglia rappresentano gli obblighi e i doveri che opprimono la
sua esistenza, l'ospedale, in cui si perde la propria consueta identità, il
momento di transizione tra il vecchio e il nuovo stile di vita, la Siberia e le
foreste del Congo, presenti solo nella fantasia del protagonista, la possibilità
di evadere dalla realtà. Analizzando i tempi della novella abbiamo constatato
che il tempo della storia o fabula (della durata di tre giorni) non coincide col
tempo del racconto, il cui ordine presenta alcune anacronie.
Tempo della storia
La vicenda si svolge nell’arco di tre giorni. La storia ha
inizio in una notte in cui si verifica l'evento motore: Belluca sente il treno
fischiare. Il giorno seguente il protagonista si reca, come di consueto, al
lavoro, ma questa volta non è disposto a subire le angherie del capoufficio. Ha
inizio così la presunta pazzia. Quella stessa sera Belluca è internato
all'ospizio dove riceverà il giorno dopo le visite dei conoscenti e del vicino
di casa, che ha il ruolo di voce narrante.
Tempo del racconto
La narrazione ripercorre tutta la vicenda mediante un'ampia
analessi e un'inversione temporale che si manifesta al lettore come recupero
regressivo dei fatti simile ad un processo investigativo guidato da un
personaggio testimone allodiegetico. La scena iniziale introduce il ricovero di
Belluca in ospedale ("Farneticava. Principio di...") e le supposizioni
dei colleghi d'ufficio sulle cause della "pazzia"; in seguito si apre la prima
regressione analettica ("Veramente il fatto...paraocchi") in cui alla
retrospezione temporalmente definita ("La sera avanti...") si affianca
una specie di excursus, una parentesi narrativa sulla vita e sulla personalità
del protagonista. Dopo tale analessi iterativa in cui il narratore-testimone
mostra la propria pietas e benevolenza nei confronti di Belluca, il racconto
riprende ("Tanto più...niente") la prima retrospezione (che si potrebbe
definire retrospezione base) arricchendola con una seconda, interna ad essa,
grazie alla quale si copre l'arco di un'intera giornata ("Già
s'era presentato la mattina...e tutto il giorno non aveva combinato niente. La
sera..."). Segue una scena dialogata tra Belluca e il capoufficio che si
termina con il ricovero all'ospedale dell'impiegato che aveva sentito fischiare
il treno ("Lo avevano a viva...matti"): si torna in questo modo all'inzio
del tempo del racconto ("Seguitava ancora..."). Da questo punto in poi il
narratore-testimone si presenta anche come personaggio della vicenda e, mentre
si avvia a far visita a Belluca, i suoi pensieri si offrono come spunto per una
pausa narrativa in cui egli mette a confronto il"nuovo Belluca" ("E guardava
tutti...inaudite") con quella da sempre conosciuto, protagonista di una vita
"impossibile" ("Non avevo veduto...mai"). La parte finale del racconto ("Ebbene
signori...fischiato") riporta il discorso sul "presente" della vicenda, il
terzo giorno ("Quando andai a trovarlo all'ospizio..."), quando il
narratore-testimone, dopo aver stilato una breve sintesi dei giorni precedenti
("due sere avanti", "il primo giorno aveva ecceduto") e delle
"specialissime condizioni in cui quel infelice viveva da tanti anni" (narrate
nelle regressioni ), fornisce una spiegazione logica e razionale ("una coda
naturalissima" ) alla presunta pazzia del collega ed amico.
I personaggi
Belluca è il personaggio principale della vicenda ed è
caratterizzato sia direttamente ( i dialoghi, le sue descrizioni e della sua
vita), sia, ma in minor misura, indirettamente (quando il lettore lo percepisce
attraverso i suoi comportamenti). Grazie alle frequenti analessi e agli excursus
che il narratore allodiegetico introduce nel corso del racconto, Belluca appare
un uomo inetto alle gioie della vita, dedito unicamente all'adempimento dei
propri doveri, succube degli ambienti che fanno da sfondo alle sue azioni: il
lavoro, la fam iglia, lo spazio esterno inteso come "mondo" al di fuori di lui.
In quest’ambito egli è incapace di agire secondo i desideri personali, ma si
limita a mettere in atto, sebbene meticolosamente, quanto gli altri (il
capoufficio) pretendono da lui, o riescono ad imporgli (le donne della
famiglia). Belluca è passivo e apatico, pur essendo sempre e instancabilmente in
attività. A tale vita "impossibile" segue, come "coda naturalissima",
prosecuzione "naturale" di tale mostruosità, la reazione, quasi
istintiva, all'evento del fischio del treno: un episodio in sé insignificante
(come "un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo
per via") fa riaffiorare alla sua memoria e gli fa desiderare, se pure in un
sogno fantastico, quel mondo che lo aveva sfiorato "un tempo" e che la vita lo
aveva costretto a dimenticare.
Il personaggio che
all'interno del racconto ha il ruolo del narratore è un vicino di casa di Belluca che visita dopo il ricovero all'ospizio; la sua partecipazione alla vita
del protagonista si limita a questo, appare infatti come un testimone esterno ai
fatti; ma non sentimentalmente estraneo: attraverso le sue parole e la sua guida
il lettore capisce e interpreta la vicenda cogliendone le motivazioni profonde,
e, più ancora, la sente e la soffre insieme a lui ("E il mio silenzio era
pieno di dolore.."): potremmo definirlo un testimone pensoso e commosso. Il
capoufficio, i colleghi, i familiari sono tutti personaggi secondari, utili non
tanto alla storia in sé quanto alla conoscenza dell'ambiente in cui Belluca
vive.
Metafore
Belluca è definito "vecchio somaro, con tanto di paraocchi",
è una "bestia bendata" che "girava la stanga del molino". Questo paragone
evidenzia l'opacità della vita del protagonista e la sua incapacità a risolvere
una situazione abbruttente. L'immagine che il paragone evoca, dell'eterno girare
del somaro intorno al perno del mulino, sottolinea la condizione di perenne
oppressione di una vita ripetitiva in cui al movimento del corpo corrisponde
l'inerzia dell'animo. Non sarà il protagonista, sempre "mansueto e sottomesso",
a vincere la sua oppressione. I paraocchi infatti non se li toglierà da solo:
"pareva che i paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti". Belluca non agisce
in proprio, ma semplicemente re-agisce all'evento che porterà a una svolta la
sua esistenza.
Altra metafora da evidenziare è quella
del mostro introdotta dal personaggio narrante. L'autore afferma che non è la
realtà ad essere inquietante, ma è la nostra incapacità di comprenderla, di
inserirla in una struttura di causa-effetto e di necessità che ce la fa apparire
"mostruosa". A differenza dei colleghi di Belluca, l'io narrante, l'unico in
grado di dare un senso alle cose, riesce a "riattaccare" quell'orribile coda al
legittimo proprietario. Paradossalmente la scoperta del mostro (l'intera verità)
non spaventa il narratore, tutt'altro. E' l'ignoranza la vera nemica, e non la
conoscenza della realtà, per quanto cruda essa possa essere (come la
"prigione" di Belluca): da "mostruosa", la coda diviene "naturalissima", "qual
dev'essere". Questo imperativo è sinonimo di armonia. La coda è l'unica che
possa essere inserita nel mostro, è la sola che ci può sembrare giusta, lì e
così com'è. Essa diventa sinonimo di un'armonica ed intonata leggerezza che è
appunto la chiave di lettura per individuare la verità. Scoprendola, Belluca fa
in modo che il pesante "sepolcro" che lo opprimeva venga "scoperchiato". Tutto a
un tratto il protagonista si ritrova a "spaziare anelante nel vuoto arioso"
grazie ad un "brivido elettrico" che gli dà la possibilità di "prendere una
boccata d'aria" e di sentirsene "ebro".
La suspense
La novella "Il treno ha fischiato" suscita un particolare
interesse sia per l'originalità del contenuto sia per la strategia narrativa che
procede attraverso numerose analessi. Grazie a questa tecnica che informa per
gradi il lettore sugli antefatti, l'autore, benché non abbia avuto la volontà
consapevole di creare un racconto di suspense nel senso attuale del termine,
tuttavia si è avvalso di elementi in grado di suscitare curiosità e attesa
e quindi tensione e sospensione emotiva. L'enigma nasce dalla vicenda stessa di
cui il lettore viene per gradi a conoscenza: l'anomalo comportamento di Belluca
nel presente, la sua condotta esemplare in passato. La stessa interpretazione
dei fatti, inizialmente a più voci, non chiarisce, anzi complica l'enigma.
Infatti da un lato l'avvio della vicenda in medias res con le supposizioni dei
colleghi sulla presunta pazzia di Belluca, dall'altro le anticipazioni del
narratore-testimone che al contrario definisce "naturalissimo" il singolare
comportamento del protagonista, stimolano una curiosità che nasce dal divario
tra le ipotesi dei colleghi ignari e la verità a cui il narratore allude con
alcune anticipazioni (indizi), ma che ancora non svela.
da
Liber Liber
Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo
ripetevano tutti i compagni d'ufficio, che ritornavano a due, a tre,
dall'ospizio, ov'erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l'annunzio coi termini
scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che
incontravano per via:
-
Frenesia, frenesia.
-
Encefalite.
-
Infiammazione della membrana.
-
Febbre cerebrale.
E
volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo cosí contenti, anche per quel
dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al
gajo azzurro della mattinata invernale.
-
Morrà? Impazzirà?
-
Mah!
-
Morire, pare di no...
-
Ma che dice? che dice?
-
Sempre la stessa cosa. Farnetica...
-
Povero Belluca!
E
a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui
quell'infelice viveva da tant'anni, il suo caso poteva anche essere
naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio,
sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione piú semplice di quel
suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s'era fieramente ribellato al
suo capo-ufficio, e che poi, all'aspra riprensione di questo, per poco non gli
s'era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si
trattasse d'una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo piú mansueto e sottomesso, piú metodico e paziente di Belluca non si
sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto... sí, chi l'aveva definito cosí? Uno dei suoi compagni
d'ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua
arida mansione di computista, senz'altra memoria che non fosse di partite
aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e
impostazioni; note, librimastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo.
Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto,
sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di
paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza
pietà, cosí per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire
un po', a fargli almeno almeno drizzare un po' le orecchie abbattute, se non a
dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S'era
prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza
neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse piú,
avvezzo com'era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto
d'una improvvisa alienazione mentale.
Tanto piú che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva
il diritto di fargliela, il capo-ufficio. Già s'era presentato, la mattina, con
un'aria insolita, nuova; e - cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al
crollo d'una montagna - era venuto con piú di mezz'ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt'a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i
paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto,
spalancato d'improvviso all'intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli
orecchi tutt'a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima
volta voci, suoni non avvertiti mai.
Cosí ilare, d'una ilarità vaga e piena di stordimento, s'era presentato
all'ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La
sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le
carte:
-
E come mai? Che hai combinato tutt'oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un'aria d'impudenza, aprendo le
mani.
-
Che significa? - aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e
prendendolo per una spalla e scrollandolo. - Ohé, Belluca!
-
Niente, - aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d'impudenza e
d'imbecillità su le labbra. - Il treno, signor Cavaliere.
-
Il treno? Che treno?
-
Ha fischiato.
-
Ma che diavolo dici?
-
Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L'ho sentito fischiare...
-
Il treno?
-
Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia... oppure oppure...
nelle foreste del Congo... Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati
nella stanza e, sentendo parlare cosí Belluca, giú risate da pazzi.
Allora il capo-ufficio - che quella sera doveva essere di malumore - urtato da
quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta
vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se
non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti,
s'era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che
aveva fischiato, e che, perdio, ora non piú, ora ch'egli aveva sentito fischiare
il treno, non poteva piú, non voleva piú esser trattato a quel modo.
Lo
avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all'ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un
fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo,
soggiungeva:
-
Si parte, si parte... Signori, per dove? per dove?
E
guardava tutti con occhi che non erano piú i suoi. Quegli occhi, di solito cupi,
senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d'un bambino
o d'un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose
inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto piú stupivano,
in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio,
fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s'era mai occupato d'altro
che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita:
macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne
nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo
dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.
Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell'improvvisa alienazione
mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma
neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E
il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della
bocca contratti in giú, amaramente, e dissi:
-
Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche
cosa dev'essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché
nessuno sa bene come quest'uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che
mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l'avrò veduto e avrò parlato con
lui.
Cammin facendo verso l'ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a
riflettere per conto mio:
«A
un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita "impossibile", la
cosa piú ovvia, l'incidente piú comune, un qualunque lievissimo inciampo
impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via, possono produrre effetti
straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto
che la vita di quell'uomo è "impossibile". Bisogna condurre la spiegazione là,
riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora
semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a
cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà
riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà piú tale; ma quale dev'essere,
appartenendo a quel mostro.
«Una coda naturalissima.»
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della
casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse resistere in quelle
condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera:
queste due, vecchissime, per cataratta; l'altra, la moglie, senza cataratta,
cieca fissa; palpebre murate.
Tutt'e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché
nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei
mariti, l'una con quattro, l'altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo
né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre
soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da
mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa:
carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque
donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non trovavan posto nei
tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli,
tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra
le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera
litigavano anch'esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e
si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda
notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano
da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito
sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, piú
intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto
naturalissimo.
Quando andai a trovarlo all'ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per
segno. Era, sí, ancora esaltato un po', ma naturalissimamente, per ciò
che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi
colleghi, che lo credevano impazzito.
-
Magari! - diceva. - Magari!
Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio
dimenticato - che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto
il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una
bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori,
s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo
esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per
l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi
subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da
lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si
fossero sturati.
Il
fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria
di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era
ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava
enorme tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed
era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti,
c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava...
Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era
stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sí,
sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche
lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una
bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato piú! Il mondo
s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia
della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso
violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua
prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con
l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città
note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo
stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita
«impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che
vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le
montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti...
Sí, sí, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosí... c'erano gli oceani... le
foreste...
E,
dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in
qualche modo consolarsi! Sí, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere
con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S'era ubriacato. Tutto il mondo,
dentro d'un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era
ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e
avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai
non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che
di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una
capatina, sí, in Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo:
-
Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...
Se vuoi
contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come si vuole
essere citati a
pirandelloweb@gmail.com
If you want to
contribute, send your material, specifying if and how to be named at
pirandelloweb@gmail.com
Il contenuto di queste pagine
proviene, oltre che da contributi dei nostri visitatori, anche da altri siti cui
abbiamo estratto quanto di pertinenza, citandone, ove a conoscenza, fonte e
relativo link. In caso di segnalazione da parte dei proprietari di tali siti
inerente la loro contrarietà alla pubblicazione su PirandelloWeb del loro
materiale,le pagine contestate, verranno immediatamente rimosse.
|