Luigi Pirandello 1867 - 1936

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Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 22 febbraio 1914, poi in La trappola, Treves 1915.

 

In questa pagina:

Articolo (da passionelettura.it)

Analisi e trama (da oilproject.org)

Analisi storica (da homolaicus.com)

 

Analisi dell'opera (da Decameronline)

Analisi del testo (da studenti.it)

Il treno ha fischiato... (la novella)

 

Articolo

di Riccardo Mainetti

Belluca e la riscoperta del Mondo

da Passione Lettura

Il Mondo, l’esistenza del Mondo per noi, uomini e donne d’oggi, con le nostre vite normali, non sembra essere una grande cosa, una grande scoperta; ma mettiamoci nei panni di Belluca, protagonista della bellissima novella “Il treno ha fischiato”, di Luigi Pirandello, contenuta nella raccolta “L’uomo solo” poi riunita nella raccolta “Novelle per un anno”, che del Mondo fa la riscoperta così, d’improvviso, per un accadimento normalissimo come un treno che fischia e ne comprenderemo appieno la portata epoca. Belluca infatti del Mondo, il Mondo con la vita che vi scorre e le luci che sfavillando lo fanno bello e affascinante, si era dimenticato, dimenticato sì!, avete letto bene! Tutto preso com’era dalla sua di vita, una vita miserabile vissuta tra l’ufficio di computisteria, in cui svolgeva un lavoro, “di concetto” si direbbe oggi, tutto immerso nelle cifre, tra libri mastri, partite semplici e doppie ed altre “simili amenità” che di ameno hanno ben poco, e una casa in cui lui vive, come recluso, assieme ad una torma di ragazzini e a tre donne cieche, due, la suocera e la sorella della suocera di Belluca, per via della cataratta, la moglie di Belluca, potremmo dire, per un “difetto congenito” chiamato nella novella “palpebre murate”. Oltre a questa già abbondante compagnia Belluca ospita in casa anche un paio di figlie vedove che però si guardano bene di prestare il benché minimo aiuto in casa, limitandosi, quando gli aggrada, ad accudire la sola madre.

 

Capite ora che, vivendo come vive Belluca, da recluso in casa e da “bestia da soma” all’ufficio di computisteria, il Mondo tende a diventare se non proprio una fantasia quantomeno una cosa ben lontana e remota; una cosa per le altre persone. Dopo tant’anni vissuti a questo modo capite come una cosa semplice qual è il fischio, per lontano che sia, di un treno che gli faccia fare la riscoperta che vi è un Mondo sconfinato al di fuori delle mura della sua orribile casa e al di fuori dell’ufficio di computisteria dove fatica giorno dopo giorno allo scopo di guadagnarsi da vivere, possa sortire degli effetti a dir poco devastanti su una persona come il nostro amico Belluca. Questa sconvolgente riscoperta porta Belluca a inebriarsi a tal punto di libertà e di aria fresca e frizzante da fargli abbandonare la propria usuale natura remissiva che, per lunghi e lunghi anni, l’ha portato a tollerare qualunque tipo di angheria da parte del capo ufficio e dei colleghi e ad assumere un tono ed un comportamento che portano tutti a credere che il povero Belluca abbia avuto una sorta di crollo nervoso che l’abbia condotto alla pazzia. E difatti, dopo la “scomposta”, seppur naturalissima, come scrive lo stesso Pirandello, reazione avuta nei confronti del capo ufficio Belluca viene condotto in un ospizio per pazzi. Tanto in ufficio quanto, più tardi, all’ospizio dei pazzi, Belluca continua a ripetere di aver sentito il treno fischiare.

Questa sorta di comportamento porta tutti quanti lo vanno a trovare all’ospizio a concludere ch’egli sia, effettivamente, impazzito o comunque ben avviato per la strada che conduce alla pazzia. Solamente una persona, un vicino di casa di Belluca, che ben sa come il pover’uomo ha vissuto per tanti anni, saputo cosa Belluca seguita a ripetere, si fa persuaso che Belluca non sia per nulla impazzito ma che si sia solamente inebriato, eccessivamente, di vita vera e di Mondo e che a ciò e non alla pazzia sia dovuto il suo comportamento. E inoltre viene a sapere del proposito dell’autore di tale sconvolgente riscoperta, il Belluca appunto, di recarsi, una volta che verrà “rilasciato” dall’ospizio dei pazzi, dal capo ufficio per scusarsi del suo comportamento e quindi dichiararsi nuovamente pronto a riprendere il proprio ruolo all’ufficio computisteria. Solamente, dopo aver fatto la riscoperta del Mondo e della sua poetica bellezza, chiederà al capo ufficio, di quando in quando di “essere di manica larga” e di lasciarlo spaziare con la fantasia oltre i confini dell’ufficio per andare, che so, in Congo o nella Foresta Nera! D’altronde da uno che abbia fatto la riscoperta del Mondo non si può pretendere che torni a lavorare con la cieca compostezza di un animale da soma che sia all’oscuro di quanto di bello e di grande vi sia al di là dei propri paraocchi!

Riccardo Mainetti

 

ANALISI E TRAMA

di Luca Ghirimoldi

da oilproject.org

Pubblicata sulle colonne del “Corriere della Sera” del febbraio del 1914, Il treno ha fischiato è una novella assai significativa per illustrare alcune tecniche narrative tipiche dello scrittore agrigentino e per spiegare, al contempo, la visione del mondo pirandelliana. Il protagonista della vicenda, come spesso avviene in Pirandello, è un esponente della piccola borghesia impiegatizia, senza alcuna apparente qualità e senza nessun tratto d’interesse: Belluca è infatti un grigio ragioniere, scrupolosissimo sul lavoro ed irreprensibile nella vita privata. Senonché un giorno, preso da un attacco di rabbia folle, egli, urlando che "il treno ha fischiato", si scaglia contro il capoufficio, tanto da dover essere ricoverato in un manicomio, dove la diagnosi dei medici, incapaci di fornire ad amici e conoscenti dell’uomo una giustificazione razionale a degli eventi a prima vista assurdi, parla di encefalite o “febbre cerebrale”. In realtà la narrazione - che procede a ritroso, secondo un percorso assai intricato, a spiegare le ragioni del gesto di Belluca - ricostruisce a poco a poco il quadro effettivo che si cela dietro le apparenze.

 

Se il clima sul posto di lavoro è oppressivo, la vita tra le mure domestiche non è meno alienante: Belluca deve assistere tre donne completamente cieche (la moglie, la suocera e la sorella di lei) nonchè provvedere al mantenimento di due figlie vedove con figli. Ecco come ci viene descritta la sua squallida esistenza:

Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita. Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; I'altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate. Tutt'e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l'una con quattro, l'altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto. Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa. Letti ampii, matrimoniali; ma tre. 

[...] Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé. Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.

Così, un evento banale (altro elemento ricorrente della narrativa pirandelliana: si pensi al finto suicido di Mattia Pascal o al naso di Vitangelo Moscarda) come il fischio di un treno, che proietta la mente di Belluca in mondi “altri” liberi da ansie e preoccupazioni, è ciò che fa scattare la molla della folle ribellione alla realtà. Al punto di vista della gente comune, sconcertata dalla reazione del personaggio principale, si affianca e si sostituisce quello di Belluca stesso (e del narratore con lui), che implicitamente reclama uno spazio di evasione da una situazione impossibile da sostenere.

 

Com’è norma, non manca la conclusione “umoristica”, tipica di molte novelle pirandelliane: Belluca, su intercessione di un amico, viene reintegrato in ufficio dopo le scuse al superiore che, consapevole della situazione, concederà al sottoposto delle piccole pause in cui, ricordando il “fischio” del treno, fuggire per brevi istanti dalle pressioni del mondo reale. Dietro all’enigma di Belluca (che si reinserisce nel mondo reale, ma tenendosi uno spiraglio di fuga nel sogno ad occhi aperti e nella follia illusoria) c’è un tratto costitutivo del ragionamento di Pirandello sull’uomo contemporaneo: forse è la normalità quotidiana a rappresentare la vera follia.

Luca Ghirimoldi

 

Introduzione alle Novelle



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ANALISI STORICA

da homolaicus.com

Volutamente esagerata la famosa novella di L. Pirandello, Il treno ha fischiato, apparsa prima sul "Corriere della sera", nel 1914, poi nella raccolta Novelle per un anno.

Esagerata sin dall'inizio, quando i colleghi di lavoro del ragionier Belluca, che vanno a trovarlo in manicomio, vengono descritti come persone ambigue, superficiali anzi ipocrite: "volevano sembrare afflitti, ma erano in fondo contenti per quel dovere compiuto".

Pirandello è un maestro nel descrivere il formalismo borghese, le convenzioni fine a se stesse e quindi prive di senso, l'insincerità di chi concepisce la vita come una sorta di bellum omnium contra omnes. Loro, invece d'essere dispiaciuti, erano contenti che il computista Belluca fosse finito in una casa di cura. D'altra parte l'avevano, insieme al capoufficio, periodicamente torturato (nel senso del mobbing), divertendosi a fargli scherzi e angherie, approfittando del fatto ch'egli era paziente come un mulo.

Pirandello non vede solidarietà di categoria tra impiegati contro il loro superiore, ma reciproca rivalità. Esagerato però infierire su un povero cristo quando questo non avrebbe inciso sulla loro progressione di carriera.

Dunque infierivano, lo sbeffeggiavano, lo umiliavano nei loro momenti liberi, a titolo gratuito, senza motivi particolari, solo perché era un debole, una persona remissiva, come se avessero avuto bisogno di un capro espiatorio su cui scaricare le loro frustrazioni.

Chi è Belluca? Lo stesso Pirandello? Chi sono gli altri impiegati? I funzionari di un regime autoritario? Chi rappresenta il capoufficio? Un monarca? Essendo stata scritta prima della grande guerra, la novella non può certo riferirsi al fascismo, anche se sembra che i paragoni calzino a pennello. Vien quasi da pensare che Pirandello abbia saputo magistralmente anticipare le assurdità di un regime (quello liberale) che cogli anni sarebbe diventato sempre più dispotico, sempre meno in grado di capire le esigenze dei propri sudditi.

In realtà Pirandello stava semplicemente mettendo in luce le assurdità di uno Stato borghese italiano che, a distanza di mezzo secolo dalla sua nascita, aveva creato più contraddizioni di quante ne avesse risolte e che si accingeva a entrare in guerra. Solo che esagerando la negatività di certi suoi aspetti amministrativi, attraverso la caricatura dei suoi impiegati di concetto, Pirandello finiva inevitabilmente con l'anticipare le assurdità del regime fascista, la cui sordità alle istanze di democrazia e di umanità dei cittadini era infinitamente superiore.

Che Pirandello, da buon siciliano, ce l'avesse con lo Stato sabaudo, autoritario, burocratico e fiscale, è fin troppo evidente in questa novella. Il Belluca non viene capito né dal principale, né dai colleghi e neppure dai medici del manicomio (altra istituzione repressiva borghese). Viene capito soltanto da un vicino di casa, con cui era da tempo in buoni rapporti, e che s'accorge subito della finzione dell'amico, proprio perché ne conosceva bene il pesante background familiare ch'egli era costretto a vivere: nel suo appartamento vivevano in tredici, tutti attorno a un unico stipendio, il suo, che non poteva certo bastare e che doveva essere rimpinguato con le entrate di un secondo lavoro, notturno, che trasformava il povero ragioniere in uno straccio, in uno zombie vivente.

Anche nel descrivere questa situazione familiare Pirandello ha voluto esagerare, ma sino a un certo punto, poiché egli ha in mente la sua Sicilia, che dall'unificazione aveva tratto solo miseria, ovvero brigantaggio ed emigrazione. Pirandello aveva capito, dall'alto del suo genio letterario, che se le contraddizioni venivano presentate in maniera esasperata, si poteva sconfinare nel comico, nel paradosso, nell'assurdo, eccitando così la fantasia della mentalità piccolo-borghese, che, essendo individualistica, aveva e ha ancora oggi bisogno, per sopravvivere, per darsi delle ragioni di vita, di situazioni al limite, borderline, che giustifichino il nonsense della vita quotidiana. I testi di Paolo Villaggio non ripetono forse lo stesso schema? E quelli del russo Gogol?

Se voleva farsi strada tra lettori piccolo-borghesi (quelli, beninteso, in grado di leggersi un quotidiano come il "Corriere della sera"), Pirandello non poteva raccontare le reali miserie della sua terra (non l'avrebbero capito o forse, come fu il destino del Verga, non l'avrebbero apprezzato): doveva invece portarle all'eccesso, facendo in modo che qualunque piccolo-borghese della nazione vi si riconoscesse in parte e in parte se ne potesse distaccare, convinto di trovarsi a vivere in una situazione meno assurda, più sopportabile. Quanto più grandi delle proprie sono le assurdità che si vedono, tanto meglio le si accettano, proprio nell'illusione che non ci riguardino, e se proprio si generalizzano ci si può sempre illudere che qualcuno, magicamente, le possa di colpo risolvere. Le novelle di Pirandello aiutavano la piccola-borghesia a relativizzare i propri problemi e, senza volerlo, creavano il terreno psicologico propizio alla nascita della dittatura fascista, cui egli non a caso aderì spontaneamente dieci anni dopo questa novella.

Lo Stato sabaudo e il suo sistema capitalistico l'avevano vinta sui contadini e sugli ambienti pre-borghesi: ora non restava che prenderne atto, cioè non restava che cambiare lavoro, diventare impiegati statali, dipendenti di quell'odiato padrone, cercando di ritagliarsi un proprio spazio vitale.

E fu quello che fece il Belluca, che pur essendo abituato a sgobbare come un servo della gleba (ora in giacca e cravatta), sopportando qualunque vessazione, chiedeva, per non impazzire davvero, che gli si concedessero cinque minuti di follia personale, in cui - diremmo oggi con linguaggio moderno - poteva "farsi dei viaggi", evadere dalla realtà come un allucinato. Lui avrebbe soltanto garantito il ritorno regolare al trantran quotidiano, a quella sua non solo noiosissima ma anche faticosissima vita, se solo gli fosse stata concessa una pazzia momentanea, periodica, indolore, cioè se solo lo si fosse lasciato in pace con se stesso, permettendogli di sognare ciò che nella vita non avrebbe mai potuto ottenere: viaggiare in treno per il mondo, in cerca di luoghi meravigliosi, lontano da soffocanti parenti e colleghi di lavoro (quel treno che proprio allora era indice di grande progresso, di libertà di azione e di movimento).

Oggi abbiamo bisogno di questa fuga dalla realtà per molto meno, per frustrazioni assai minori a quelle di Belluca, che non penava solo nella vita pubblica (a causa di un ambiente prepotente e irrispettoso), ma anche nella vita privata, dove le contraddizioni non trovavano alcuna valvola di sfogo nell'assistenzialismo dello Stato, che ancora non esisteva.

Questa novella, volutamente esagerata, è una denuncia realistica dei mali dell'emergente Stato unitario nelle zone rurali del Mezzogiorno. E' la rappresentazione di un'opposizione al sistema che ormai si pensa possa essere condotta solo a titolo individuale e con gli strumenti debolissimi della fantasia personale, della creatività immaginifica con cui ci si può ritagliare una piccola oasi nel deserto della nuova vita alienata, una semplice illusione che farà restare le cose come sono e che nulla potrà quando esse peggioreranno.

Introduzione alle Novelle



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ANALISI DELL'OPERA

da Decameronline

Nella narrazione sono presenti tre momenti:

  • Esordio: avvio in medias res; situazione di squilibro iniziale determinata da un evento che solo successivamente verrà chiarito.

  • Punto culminante della tensione narrativa: l'accrescersi della tensione narrativa non è dovuta all'aggravarsi della situazione (fin dalle prime righe sappiamo della pazzia e del ricovero di Belluca), ma dall'atteggiamento di conoscenti e colleghi che, di fronte alla rivelazione di Belluca ("il treno...ha fischiato") manifestano incredulità, stupore e ilarità.

  • Scioglimento: la spiegazione della presunta pazzia di Belluca (l'io narrante, al contrario di tutti gli altri personaggi, non si sorprende, anzi ritiene che tutto l'accaduto sia "naturalissimo") allenta la tensione e avvia l'epilogo, in cui ogni cosa si ricompone in un rinnovato equilibrio: il fischio del treno rappresenta dunque il varco improvviso, lo squarcio mentale in seguito al quale Belluca ha assunto piena dignità di individuo consapevole ponendosi in un rapporto nuovo con gli individui e col mondo.

Personaggi: Belluca è il personaggio principale della vicenda ed è descritto sia direttamente (attraverso i dialoghi, le descrizioni ), sia ,in minor misura, indirettamente (attraverso i suoi comportamenti). Grazie alle frequenti analessi e agli excursus che il narratore allodiegetico introduce nel corso del racconto, Belluca appare un uomo inetto alle gioie della vita, dedito unicamente all'adempimento dei propri doveri, succube degli ambienti che fanno da sfondo alle sue azioni: il lavoro, la famiglia, lo spazio esterno inteso come "mondo" al di fuori di lui. In questo ambito egli è incapace di agire secondo i desideri personali e si limita a mettere in atto qualsiasi cosa gli venga richiesta dagli altri (ad esempio dal capoufficio), o imposta (ad esempio dalle donne della famiglia). Belluca è passivo alla vita e apatico, pur essendo sempre molto occupato nell'adempimento delle sue mansioni come un automa. A tale vita "impossibile" segue, come "coda naturalissima", prosecuzione "naturale" di tale mostruosità, la reazione, quasi istintiva, all'evento del fischio del treno: un episodio in sé insignificante ma capace di fargli ricordare quel mondo a cui è stato costretto a rinunciare.
Il personaggio che all'interno del racconto ha il ruolo del narratore è un vicino di casa di Belluca che visita dopo il ricovero all'ospizio; la sua partecipazione alla vita del protagonista si limita a questo, appare infatti come un testimone esterno ai fatti; ma non sentimentalmente estraneo: attraverso le sue parole e la sua guida il lettore capisce e interpreta la vicenda cogliendone le motivazioni profonde, e, più ancora, la sente e la soffre insieme a lui ("E il mio silenzio era pieno di dolore…"): potremmo definirlo un testimone pensoso e commosso.

Il capoufficio, i colleghi, i familiari sono tutti personaggi secondari, utili non tanto alla storia in sé quanto alla conoscenza dell'ambiente in cui il protagonista vive.

 

Luoghi: Nella novella sono assenti precisazioni geografiche, anche se si può supporre che la vicenda si svolga nel Sud-Italia. Infatti Bellica, per evidenziare il divario tra la condizione in cui vive e quella a cui aspira, cita alcune città del Nord, quali Firenze, Bologna, Torino e Venezia. Più che di luoghi è preferibile parlare di "ambienti" intesi allegoricamente: l'ufficio e la famiglia rappresentano gli obblighi e i doveri che opprimono la sua esistenza; l'ospedale, in cui si perde la propria consueta identità, il momento di transizione tra il vecchio e il nuovo stile di vita; la Siberia e le foreste del Congo, presenti solo nella fantasia del protagonista, la possibilità di evadere dalla realtà.

 

Il tempo:

  • Fabula: Analizzando i tempi della novella si constata che il tempo della storia (della durata di tre giorni) non coincide col tempo del racconto (o intreccio) per la presenza di anacronie. La storia ha inizio la notte in cui si verifica l'evento motore, cioè quando Belluca sente il treno fischiare. Il giorno seguente il protagonista si reca, come di consueto, al lavoro, ma questa volta non è disposto a subire le angherie del capoufficio. Ha inizio così la presunta pazzia. Quella stessa sera Belluca viene internato all'ospizio dove riceverà il giorno dopo le visite dei conoscenti e del vicino di casa, che ha il ruolo di voce narrante.

     

  • Tempo del racconto: è strettamente connesso ad una struttura a regressione analettica. Queste inversioni temporali, che sciolgono dai rigidi binari della cronologia la trama del racconto, rispondono ad una concezione interiorizzata del tempo e ad una interpretazione soggettiva della realta', proprie di Pirandello. Il racconto inizia quando gli eventi principali che costituiscono la fabula sono ormai avvenuti. La narrazione ripercorre quindi tutta la vicenda mediante un'ampia analessi e un'inversione temporale che si manifesta al lettore come recupero regressivo dei fatti simile ad un processo investigativo guidato da un personaggio testimone allodiegetico. La scena iniziale introduce il ricovero di Belluca in ospedale ("Farneticava. Principio di…") e le supposizioni dei colleghi d'ufficio sulle cause della "pazzia"; in seguito si apre la prima regressione analettica ("Veramente il fatto… paraocchi") in cui alla retrospezione temporalmente definita ("La sera avanti…") si affianca una specie di excursus, una parentesi narrativa sulla vita e sulla personalità del protagonista. Dopo tale analessi iterativa in cui il narratore-testimone mostra la propria pietas e benevolenza nei confronti di Belluca, il racconto riprende ("Tanto più… niente") la prima retrospezione (che si potrebbe definire retrospezione base) arricchendola con una seconda, interna ad essa, grazie alla quale si copre l'arco di un'intera giornata ("Già s'era presentato la mattina… e tutto il giorno non aveva combinato niente. La sera…"). Segue una scena dialogata tra Belluca e il capoufficio che si conclude con il ricovero all'ospedale dell'impiegato che aveva sentito fischiare il treno ("Lo avevano a viva… matti"): si torna in questo modo all'inizio del tempo del racconto ("Seguitava ancora…"). Da questo punto in poi il narratore-testimone si presenta anche come personaggio della vicenda e, mentre si avvia a far visita a Belluca, i suoi pensieri si offrono come spunto per una pausa narrativa in cui egli mette a confronto il"nuovo Belluca" ("E guardava tutti… inaudite") con quella da sempre conosciuto, protagonista di una vita "impossibile" ("Non avevo veduto… mai"). La parte finale del racconto ("Ebbene signori… fischiato") riporta il discorso sul "presente" della vicenda, il terzo giorno ("Quando andai a trovarlo all'ospizio…"), quando il narratore-testimone, dopo aver stilato una breve sintesi dei giorni precedenti ("due sere avanti", "il primo giorno aveva ecceduto") e delle "specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni" (narrate nelle regressioni), fornisce una spiegazione logica e razionale ("una coda naturalissima") alla presunta pazzia del collega ed amico

La suspense: La novella "Il treno ha fischiato" suscita un particolare interesse sia per l'originalità del contenuto sia per la strategia narrativa che procede attraverso numerose analessi. Grazie a questa tecnica che informa per gradi il lettore sugli antefatti, l'autore (benché non abbia avuto la volontà consapevole di creare un racconto di suspense nel senso attuale del termine) si è avvalso di elementi in grado di suscitare curiosità e attesa e quindi tensione e sospensione emotiva. L'enigma nasce dalla vicenda stessa di cui il lettore viene per gradi a conoscenza: l'anomalo comportamento di Belluca nel presente, la sua condotta esemplare in passato. La stessa interpretazione dei fatti, inizialmente a più voci, non chiarisce, anzi complica l'enigma. Infatti da un lato l'avvio della vicenda in medias res con le supposizioni dei colleghi sulla presunta pazzia di Belluca, dall'altro le anticipazioni del narratore-testimone che al contrario definisce "naturalissimo" il singolare comportamento del protagonista, stimolano una curiosità che nasce dal divario tra le ipotesi dei colleghi ignari e la verità a cui il narratore allude con alcune anticipazioni, ma che ancora non svela.

 

Il punto di vista: Nell'arco della narrazione la focalizzazione non è costante: infatti i punti di vista si alternano continuamente. La novella inizia annunciandoci che il protagonista, ancora non identificato, ha dato segni evidenti di squilibrio o quantomeno di alterazione del comportamento. In questa fase del racconto, la prospettiva, espressa prevalentemente attraverso il dialogo, è quella dei personaggi secondari: i medici, che parlano di febbre cerebrale, e i compagni di ufficio che avanzano svariate ipotesi: pazzia, encefalite, meningite. Già nella seconda sequenza però, emerge la voce del narratore (un personaggio ancora senza identità) il quale ipotizza che, "date le specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni", il caso del Belluca "poteva anche essere naturalissimo" e il suo farneticare poteva essere la "spiegazione più semplice di quel naturalissimo caso". Nella quarta sequenza ancora un mutamento della prospettiva: il narratore si fa portavoce delle valutazioni dei colleghi sulla fisionomia umana e sugli antefatti della vita di Belluca ("Circoscritto… sì, chi l'aveva descritto così? Uno dei suoi compagni d'ufficio.") e il suo giudizio si confonde con il loro. Successivamente ritorna il punto di vista del narratore: a lui Pirandello affida ora il compito di rivelare in modi diffusi ed espliciti la verità, spiegando il "caso" capitato a Belluca. Dopo ancora il narratore, rivelatosi solo ora un vicino di casa di Belluca, riferisce quanto lo stesso Belluca gli ha detto durante l'incontro all'ospizio: in questa sequenza narrativa, attraverso l'uso dell'indiretto libero, il narratore riporta il punto di vista, coincidente col proprio, del protagonista. Infine egli espone i propositi del protagonista per il futuro. In questa continua variazione dei punti di vista, il lettore ha tuttavia la sensazione che prevalente e definitivo sia quello del personaggio-testimone (ad esempio con l'uso dei superlativi naturalissimo e naturalissimamente), l'io narrante, che possiamo definire, per le sua caratteristiche, narratore allodiegetico.

Introduzione alle Novelle



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ANALISI DEL TESTO

da studenti.it

Introduzione 

La novella narra un avvenimento apparente mente assurda ed incomprensibile: l’improvviso eccesso di follia di un cauto e laborioso impiegato, Bellucca, chiuso in una monotonia di giorni sempre uguali, curvo sotto il peso di sacrifici ed umiliazioni e zimbello di un capo ufficio e di colleghi insensibili; aveva ormai dimenticato che la vita era fatta anche d’emozioni, gioie, sensazioni, fantasia e desideri.  Improvvisamente, però, nella sua vita in cui nulla sembrava potesse cambiare, avviene una cosa che cambia tutto. Una notte, pur essendo stremato per la stanchezza, non riesce a addormentarsi e, ad un certo punto, sente nel silenzio di quella notte il fischio di un treno che corre lontano nel buio e che distrugge la cappa opprimente sotto la quale il poveretto si trascinava da anni e che gli fa riaprire gli occhi sul mondo. L’improvvisa felicità, però, trasforma Bellucca, agli occhi degli altri, in un pazzo.   

 

Divisione in sequenze

La prima sequenza (rigo 1-17) ha un avvio in medias res, con una situazione di squilibrio iniziale determinato da un’ evento che solo successivamente verrà chiarito. Il racconto, infatti, inizia col narrare le diagnosi riguardane il caso Bellucca: “Frenesia, encefalite, febbre celebrale, ecc.”. Solo al 17° rigo è menzionato il nome del paziente, Bellucca, che come si vedrà è il protagonista del racconto.

Nella seconda sequenza (rigo 18-21) la voce narrante spiega com’è naturalissimo l’improvvisa pazzia del Bellucca, la sua vita, dal tronde, è una impossibile, scandita dal lavoro in ufficio e dall’assistenza a tre vecchie donne, (la moglie, la suocera e la sorella della suocera) con cui è costretto a dividere l’angusta casa e i pochi soldi.

Nella terza sequenza (rigo 22-26) si ha un mutamento della prospettiva. La sera precedente il ragioniere Bellucca si era ribellato al suo capo ufficio. Ciò sembra strano in quanto il Bellucca è descritto come l’uomo “più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente che non si potesse immaginare”. La quarta sequenza (rigo 27-40) è di tipo descrittiva narrativa; bellucca è definito, in questa sequenza, “ casellario ambulante, con tanto di paraocchi, vecchio somaro, frustato, fustigato senza pietà”. Questo paragone evidenzia l’opacità della vita del ragioniere, e la sua incapacità di risolvere una situazione tanto        . nella quinta sequenza ( rigo

Il punto di vista

Nell'arco della narrazione la focalizzazione non è costante: infatti, i punti di vista vi si alternano continuamente. La novella inizia annunciandoci che il protagonista, ancora non identificato, ha dato segni evidenti di squilibrio o quantomeno d’alterazione del comportamento. In questa fase del racconto, la prospettiva, espressa prevalentemente attraverso il dialogo, è quella dei personaggi secondari: i medici, che parlano di febbre cerebrale, e i compagni di ufficio che avanzano svariate ipotesi: pazzia, encefalite, meningite. Già nella seconda sequenza però, emerge la voce del narratore (un personaggio ancora senza identità) il quale ipotizza che, "date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tanti anni" il caso del Belluca "poteva anche essere naturalissimo" e il suo farneticare, che a tutti pareva delirio, poteva essere la "spiegazione più semplice di quel naturalissimo caso". Nella quarta sequenza ancora un mutamento della prospettiva: il narratore si fa portavoce delle valutazioni dei colleghi sulla fisionomia umana e gli antefatti della vita di Belluca ("Circoscritto… chi l'aveva descritto così? Uno dei suoi compagni d'ufficio.") e il suo giudizio si confonde con il loro. Nella settima sequenza ("Chi venne.") ritorna il punto di vista del narratore (il personaggio-testimone che già aveva orientato il lettore attraverso i fatti): a lui Pirandello affida ora il compito di rivelare, e in modi diffusi ed espliciti, la verità, spiegando il "caso" capitato a Belluca. Nella nona sequenza il narratore, rivelatosi solo ora un vicino di casa di Belluca, riferisce quanto lo stesso Belluca gli ha detto durante l'incontro all'ospizio: in questa sequenza narrativa, attraverso l'uso dell'indiretto libero, il narratore riporta il punto di vista, coincidente col proprio, del protagonista; alla decima e ultima sequenza, i propositi di Belluca per il futuro. In questa continua variazione dei punti di vista, il lettore ha tuttavia la sensazione che prevalente e definitivo è quello del personaggio-testimone, l'io narrante, che possiamo definire, per le sue caratteristiche, narratore allodiegetico. Se il punto di vista varia all'interno del racconto, unitario appare il giudizio che percorre il testo in più passaggi (nella seconda, settime e nona sequenze) e di cui è segno indicatore il superlativo "naturalissimo”. Tale giudizio, riferito alla voce narrante, rappresenta io giudizio stesso di Pirandello.

Nella novella sono assenti precisazioni geografiche, anche se si può supporre che la vicenda si svolga nel Sud-Italia. Infatti, per evidenziare il divario tra la condizione in cui vive e quella a cui aspira, Belluca cita alcune città del Nord, quali Firenze, Bologna, Torino e Venezia. Più che di luoghi è preferibile parlare di "ambienti", intesi allegoricamente: l'ufficio e la famiglia rappresentano gli obblighi e i doveri che opprimono la sua esistenza, l'ospedale, in cui si perde la propria consueta identità, il momento di transizione tra il vecchio e il nuovo stile di vita, la Siberia e le foreste del Congo, presenti solo nella fantasia del protagonista, la possibilità di evadere dalla realtà. Analizzando i tempi della novella abbiamo constatato che il tempo della storia o fabula (della durata di tre giorni) non coincide col tempo del racconto, il cui ordine presenta alcune anacronie.

 

Tempo della storia

La vicenda si svolge nell’arco di tre giorni. La storia ha inizio in una notte in cui si verifica l'evento motore: Belluca sente il treno fischiare. Il giorno seguente il protagonista si reca, come di consueto, al lavoro, ma questa volta non è disposto a subire le angherie del capoufficio. Ha inizio così la presunta pazzia. Quella stessa sera Belluca è internato all'ospizio dove riceverà il giorno dopo le visite dei conoscenti e del vicino di casa, che ha il ruolo di voce narrante.

 

Tempo del racconto

La narrazione ripercorre tutta la vicenda mediante un'ampia analessi e un'inversione temporale che si manifesta al lettore come recupero regressivo dei fatti simile ad un processo investigativo guidato da un personaggio testimone allodiegetico. La scena iniziale introduce il ricovero di Belluca in ospedale ("Farneticava. Principio di...") e le supposizioni dei colleghi d'ufficio sulle cause della "pazzia"; in seguito si apre la prima regressione analettica ("Veramente il fatto...paraocchi") in cui alla retrospezione temporalmente definita ("La sera avanti...") si affianca una specie di excursus, una parentesi narrativa sulla vita e sulla personalità del protagonista. Dopo tale analessi iterativa in cui il narratore-testimone mostra la propria pietas e benevolenza nei confronti di Belluca, il racconto riprende ("Tanto più...niente") la prima retrospezione (che si potrebbe definire retrospezione base) arricchendola con una seconda, interna ad essa, grazie alla quale si copre l'arco di un'intera giornata ("Già s'era presentato la mattina...e tutto il giorno non aveva combinato niente. La sera..."). Segue una scena dialogata tra Belluca e il capoufficio che si termina con il ricovero all'ospedale dell'impiegato che aveva sentito fischiare il treno ("Lo avevano a viva...matti"): si torna in questo modo all'inzio del tempo del racconto ("Seguitava ancora..."). Da questo punto in poi il narratore-testimone si presenta anche come personaggio della vicenda e, mentre si avvia a far visita a Belluca, i suoi pensieri si offrono come spunto per una pausa narrativa in cui egli mette a confronto il"nuovo Belluca" ("E guardava tutti...inaudite") con quella da sempre conosciuto, protagonista di una vita "impossibile" ("Non avevo veduto...mai"). La parte finale del racconto ("Ebbene signori...fischiato") riporta il discorso sul "presente" della vicenda, il terzo giorno ("Quando andai a trovarlo all'ospizio..."), quando il narratore-testimone, dopo aver stilato una breve sintesi dei giorni precedenti ("due sere avanti", "il primo giorno aveva ecceduto") e delle "specialissime condizioni in cui quel infelice viveva da tanti anni" (narrate nelle regressioni ), fornisce una spiegazione logica e razionale ("una coda naturalissima" ) alla presunta pazzia del collega ed amico.

I personaggi

Belluca è il personaggio principale della vicenda ed è caratterizzato sia direttamente ( i dialoghi, le sue descrizioni e della sua vita), sia, ma in minor misura, indirettamente (quando il lettore lo percepisce attraverso i suoi comportamenti). Grazie alle frequenti analessi e agli excursus che il narratore allodiegetico introduce nel corso del racconto, Belluca appare un uomo inetto alle gioie della vita, dedito unicamente all'adempimento dei propri doveri, succube degli ambienti che fanno da sfondo alle sue azioni: il lavoro, la fam iglia, lo spazio esterno inteso come "mondo" al di fuori di lui. In quest’ambito egli è incapace di agire secondo i desideri personali, ma si limita a mettere in atto, sebbene meticolosamente, quanto gli altri (il capoufficio) pretendono da lui, o riescono ad imporgli (le donne della famiglia). Belluca è passivo e apatico, pur essendo sempre e instancabilmente in attività. A tale vita "impossibile" segue, come "coda naturalissima", prosecuzione "naturale" di tale mostruosità, la reazione, quasi istintiva, all'evento del fischio del treno: un episodio in sé insignificante (come "un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via") fa riaffiorare alla sua memoria e gli fa desiderare, se pure in un sogno fantastico, quel mondo che lo aveva sfiorato "un tempo" e che la vita lo aveva costretto a dimenticare.

Il personaggio che all'interno del racconto ha il ruolo del narratore è un vicino di casa di Belluca che visita dopo il ricovero all'ospizio; la sua partecipazione alla vita del protagonista si limita a questo, appare infatti come un testimone esterno ai fatti; ma non sentimentalmente estraneo: attraverso le sue parole e la sua guida il lettore capisce e interpreta la vicenda cogliendone le motivazioni profonde, e, più ancora, la sente e la soffre insieme a lui ("E il mio silenzio era pieno di dolore.."): potremmo definirlo un testimone pensoso e commosso. Il capoufficio, i colleghi, i familiari sono tutti personaggi secondari, utili non tanto alla storia in sé quanto alla conoscenza dell'ambiente in cui Belluca vive.

 

Metafore

Belluca è definito "vecchio somaro, con tanto di paraocchi", è una "bestia bendata" che "girava la stanga del molino". Questo paragone evidenzia l'opacità della vita del protagonista e la sua incapacità a risolvere una situazione abbruttente. L'immagine che il paragone evoca, dell'eterno girare del somaro intorno al perno del mulino, sottolinea la condizione di perenne oppressione di una vita ripetitiva in cui al movimento del corpo corrisponde l'inerzia dell'animo. Non sarà il protagonista, sempre "mansueto e sottomesso", a vincere la sua oppressione. I paraocchi infatti non se li toglierà da solo: "pareva che i paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti". Belluca non agisce in proprio, ma semplicemente re-agisce all'evento che porterà a una svolta la sua esistenza.

Altra metafora da evidenziare è quella del mostro introdotta dal personaggio narrante. L'autore afferma che non è la realtà ad essere inquietante, ma è la nostra incapacità di comprenderla, di inserirla in una struttura di causa-effetto e di necessità che ce la fa apparire "mostruosa". A differenza dei colleghi di Belluca, l'io narrante, l'unico in grado di dare un senso alle cose, riesce a "riattaccare" quell'orribile coda al legittimo proprietario. Paradossalmente la scoperta del mostro (l'intera verità) non spaventa il narratore, tutt'altro. E' l'ignoranza la vera nemica, e non la conoscenza della realtà, per quanto cruda essa possa essere (come la "prigione" di Belluca): da "mostruosa", la coda diviene "naturalissima", "qual  dev'essere". Questo imperativo è sinonimo di armonia. La coda è l'unica che possa essere inserita nel mostro, è la sola che ci può sembrare giusta, lì e così com'è. Essa diventa sinonimo di un'armonica ed intonata leggerezza che è appunto la chiave di lettura per individuare la verità. Scoprendola, Belluca fa in modo che il pesante "sepolcro" che lo opprimeva venga "scoperchiato". Tutto a un tratto il protagonista si ritrova a "spaziare anelante nel vuoto arioso" grazie ad un "brivido elettrico" che gli dà la possibilità di "prendere una boccata d'aria" e di sentirsene "ebro".   

 

La suspense

La novella "Il treno ha fischiato" suscita un particolare interesse sia per l'originalità del contenuto sia per la strategia narrativa che procede attraverso numerose analessi. Grazie a questa tecnica che informa per gradi il lettore sugli antefatti, l'autore, benché non abbia avuto la volontà consapevole di creare un racconto di suspense nel senso attuale del termine, tuttavia si è avvalso di elementi in grado di suscitare curiosità e attesa e quindi tensione e sospensione emotiva. L'enigma nasce dalla vicenda stessa di cui il lettore viene per gradi a conoscenza: l'anomalo comportamento di Belluca nel presente, la sua condotta esemplare in passato. La stessa interpretazione dei fatti, inizialmente a più voci, non chiarisce, anzi complica l'enigma. Infatti da un lato l'avvio della vicenda in medias res con le supposizioni dei colleghi sulla presunta pazzia di Belluca, dall'altro le anticipazioni del narratore-testimone che al contrario definisce "naturalissimo" il singolare comportamento del protagonista, stimolano una curiosità che nasce dal divario tra le ipotesi dei colleghi ignari e la verità a cui il narratore allude con alcune anticipazioni (indizi), ma che ancora non svela.

 

Introduzione alle Novelle



Inizio Pagina

 

IL TRENO HA FISCHIATO...

da Liber Liber

Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d'ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall'ospizio, ov'erano stati a visitarlo.

Pareva provassero un gusto particolare a darne l'annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:

- Frenesia, frenesia.

- Encefalite.

- Infiammazione della membrana.

- Febbre cerebrale.

E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo cosí contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.

- Morrà? Impazzirà?

- Mah!

- Morire, pare di no...

- Ma che dice? che dice?

- Sempre la stessa cosa. Farnetica...

- Povero Belluca!

E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione piú semplice di quel suo naturalissimo caso.


Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s'era fieramente ribellato al suo capo-ufficio, e che poi, all'aspra riprensione di questo, per poco non gli s'era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d'una vera e propria alienazione mentale.

Perché uomo piú mansueto e sottomesso, piú metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.

Circoscritto... sí, chi l'aveva definito cosí? Uno dei suoi compagni d'ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz'altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, librimastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.

Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosí per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po', a fargli almeno almeno drizzare un po' le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S'era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse piú, avvezzo com'era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.

Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d'una improvvisa alienazione mentale.

Tanto piú che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo-ufficio. Già s'era presentato, la mattina, con un'aria insolita, nuova; e - cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d'una montagna - era venuto con piú di mezz'ora di ritardo.

Pareva che il viso, tutt'a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d'improvviso all'intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt'a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.

Cosí ilare, d'una ilarità vaga e piena di stordimento, s'era presentato all'ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.

La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:

- E come mai? Che hai combinato tutt'oggi?

Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un'aria d'impudenza, aprendo le mani.

- Che significa? - aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. - Ohé, Belluca!

- Niente, - aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d'impudenza e d'imbecillità su le labbra. - Il treno, signor Cavaliere.

- Il treno? Che treno?

- Ha fischiato.

- Ma che diavolo dici?

- Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L'ho sentito fischiare...

- Il treno?

- Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo... Si fa in un attimo, signor Cavaliere!

Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare cosí Belluca, giú risate da pazzi.

Allora il capo-ufficio - che quella sera doveva essere di malumore - urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.

Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s'era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non piú, ora ch'egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva piú, non voleva piú esser trattato a quel modo.

Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all'ospizio dei matti.


Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:

- Si parte, si parte... Signori, per dove? per dove?

E guardava tutti con occhi che non erano piú i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d'un bambino o d'un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto piú stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s'era mai occupato d'altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.

Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell'improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.

Difatti io accolsi in silenzio la notizia.

E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giú, amaramente, e dissi:

- Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev'essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest'uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l'avrò veduto e avrò parlato con lui.

 

Cammin facendo verso l'ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:

«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita "impossibile", la cosa piú ovvia, l'incidente piú comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell'uomo è "impossibile". Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà piú tale; ma quale dev'essere, appartenendo a quel mostro.

«Una coda naturalissima.»

 

Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.

Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.

Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l'altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.

Tutt'e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l'una con quattro, l'altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.

Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.

Letti ampii, matrimoniali; ma tre.

Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch'esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.

Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.

Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, piú intontito che mai.


Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.

Quando andai a trovarlo all'ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sí, ancora esaltato un po', ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.

- Magari! - diceva. - Magari!

Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.

Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.

Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.

Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati.

Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno.

S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.

C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sí, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato piú! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... Sí, sí, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosí... c'erano gli oceani... le foreste...

E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sí, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo.

Gli bastava!

Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S'era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d'un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.

Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una capatina, sí, in Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo:

- Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...

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