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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "L'UOMO SOLO"
Pubblicata nel 1922, la raccolta L'uomo solo costituisce il quarto volume
delle Novelle per un anno e include racconti già pubblicati tra il 1899 ed il
1914. |
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3. Il treno ha fischiato... (1914)
«Corriere della Sera», 22
febbraio 1914, poi in "La trappola", Treves 1915.
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Farneticava. Principio di febbre
cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d'ufficio,
che ritornavano a due, a tre, dall'ospizio, ov'erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l'annunzio coi termini
scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che
incontravano per via:
- Frenesia, frenesia.
- Encefalite.
- Infiammazione della membrana.
- Febbre cerebrale.
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel
dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al
gajo azzurro della mattinata invernale.
- Morrà? Impazzirà? |
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- Mah!
- Morire, pare di no...
- Ma che dice? che dice?
- Sempre la stessa cosa. Farnetica...
- Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui
quell'infelice viveva da tant'anni, il suo caso poteva anche essere
naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio,
sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel
suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s'era fieramente ribellato al
suo capo-ufficio, e che poi, all'aspra riprensione di questo, per poco non gli
s'era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si
trattasse d'una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si
sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto... sì, chi l'aveva definito così? Uno dei suoi compagni
d'ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua
arida mansione di computista, senz'altra memoria che non fosse di partite
aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e
impostazioni; note, libri-mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo.
Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto,
sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di
paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza
pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire
un po', a fargli almeno almeno drizzare un po' le orecchie abbattute, se non a
dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S'era
prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza
neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più,
avvezzo com'era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto
d'una improvvisa alienazione mentale.
Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva
il diritto di fargliela, il capo-ufficio. Già s'era presentato, la mattina, con
un'aria insolita, nuova; e - cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al
crollo d'una montagna - era venuto con più di mezz'ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt'a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i
paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto,
spalancato d'improvviso all'intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli
orecchi tutt'a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima
volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d'una ilarità vaga e piena di stordimento, s'era presentato
all'ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le
carte:
- E come mai? Che hai combinato tutt'oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un'aria d'impudenza, aprendo le
mani.
- Che significa? - aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e
prendendolo per una spalla e scrollandolo. - Ohé, Belluca!
- Niente, - aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d'impudenza e
d'imbecillità su le labbra. - Il treno, signor Cavaliere.
- Il treno? Che treno?
- Ha fischiato.
- Ma che diavolo dici?
- Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L'ho sentito fischiare...
- Il treno?
- Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia... oppure oppure...
nelle foreste del Congo... Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati
nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo-ufficio - che quella sera doveva essere di malumore - urtato da
quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta
vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti,
s'era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che
aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch'egli aveva sentito fischiare
il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all'ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un
fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo,
soggiungeva:
- Si parte, si parte... Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito
cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d'un
bambino o d'un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra.
Cose inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più
stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual
prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s'era mai
occupato d'altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e
sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti
di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi,
sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto,
inaudite.
Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell'improvvisa alienazione
mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma
neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della
bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
- Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche
cosa dev'essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché
nessuno sa bene come quest'uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che
mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l'avrò veduto e avrò parlato con
lui.
Cammin facendo verso l'ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a
riflettere per conto mio:
«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita "impossibile",
la cosa più ovvia, l'incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo
impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via, possono produrre effetti
straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto
che la vita di quell'uomo è "impossibile". Bisogna condurre la spiegazione là,
riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora
semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a
cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà
riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev'essere,
appartenendo a quel mostro. Una coda naturalissima.» Inizio pagina

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Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della
casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse resistere in quelle
condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera:
queste due, vecchissime, per cataratta; l'altra, la moglie, senza cataratta,
cieca fissa; palpebre murate.
Tutt'e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché
nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei
mariti, l'una con quattro, l'altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo
né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre
soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da
mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa:
carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque
donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non trovavan posto nei
tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli,
tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra
le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera
litigavano anch'esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e
si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda
notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano
da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito
sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più
intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto
naturalissimo.
Quando andai a trovarlo all'ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per
segno. Era, sì, ancora esaltato un po', ma naturalissimamente, per ciò
che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi
colleghi, che lo credevano impazzito.
- Magari! - diceva. - Magari!
Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio
dimenticato - che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto
il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una
bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori,
s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo
esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per
l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi
subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da
lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si
fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la
miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro
scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che
gli si spalancava enorme tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed
era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti,
c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava...
Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era
stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì,
sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche
lui!. E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una
bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo
s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia
della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso
violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua
prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con
l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città
note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo
stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita
«impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che
vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le
montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti...
Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... c'erano gli oceani... le
foreste...
E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in
qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere
con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S'era ubriacato. Tutto il mondo,
dentro d'un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era
ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e
avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai
non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che
di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una
capatina, sì, in Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo:
- Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...
Inizio
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