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A metter su quella villetta d'un sol piano, sul viale all'uscita del paese,
Gerolamo Piccarone, avvocato e cavaliere di San Gennaro al tempo di Re Bomba,
s'era industriato per più di vent'anni, ed era fama non gli fosse costata
neppure un centesimo.
Le male lingue dicevano ch'era fatta di sassolini trovati per via e sospinti fin
là a uno a uno coi piedi dallo stesso Piccarone.
Il quale era pure un dottissimo giureconsulto, e uomo d'alta mente e di profondo
spirito filosofico. Un suo libro su lo Gnosticismo, un altro su la Filosofia
Cristiana erano stati anche tradotti in lingua tedesca, dicevano.
Ma era malva di tre cotte, Piccarone, cioè nemico acerrimo di ogni
novità. Andava ancora vestito alla moda del ventuno; portava la barba a collana;
tozzo, rude, insaccato nelle spalle, con le ciglia sempre aggrottate e gli occhi
socchiusi, si grattava di continuo il mento e approvava i suoi segreti pensieri
con frequenti grugniti.
- Uh... uh... uh... l'Italia!... hanno fatto l'Italia... che bella cosa, uh,
l'Italia... ponti e strade... uh... illuminazione... esercito e marina... uh...
uh... uh... istruzione obbligatoria... e se voglio restar somaro? nossignore!
istruzione obbligatoria... tasse! e Piccarone paga...
Pagava poco o nulla, veramente, a furia di sottilissimi cavilli, che stancavano
ed esasperavano la pazienza più esercitata. Concludeva sempre così:
- Che c'entro io? Le ferrovie? Non viaggio. L'illuminazione? Non esco di sera.
Non pretendo nulla io; grazie; non voglio nulla. Un po' d'aria soltanto, per
respirare. L'avete fatta anche voi, l'aria? Debbo pagare anche l'aria che
respiro?
S'era infatti appartato in quella sua villetta, ritirato dalla professione, che
pure fino a pochi anni addietro gli aveva dato lauti guadagni. Ne doveva aver
messi da parte parecchi. A chi li avrebbe lasciati, alla sua morte? Non aveva
parenti, né prossimi né lontani. E i biglietti di banca magari, sì, avrebbe
potuto portarseli giù con sé, in quella bella cassa da morto che s'era fatta
riporre. Ma la villetta? e il podere laggiù al Cannatello?
Quando Dolcemàscolo, in compagnia de' due contadini, si fece innanzi al
cancello, Turco, il canaccio di guardia, come se avesse compreso che
l'oste veniva per lui, si fogò furibondo contro le sbarre. Il vecchio servo
accorso non fu buono a trattenerlo e allontanarlo. Bisognò che Piccarone, il
quale se ne stava a leggere nel chiosco in mezzo al giardinetto, lo chiamasse
col fischio e lo tenesse poi agguantato per il collare, finché il servo non
venne a incatenarlo.
Dolcemàscolo, che la sapeva lunga, s'era vestito di domenica e, bello raso, tra
quei due poveri contadini che ritornavano stanchi e cretosi dal lavoro, appariva
più del solito prosperoso e signorile, con un certo viso latte e rosa, ch'era
una bellezza a vedere, e la simpatia di quel porretto peloso sulla guancia
destra, presso la bocca, arricciolato.
Entrò nel chiosco esclamando, con finta ammirazione:
- Gran bel cane! Gran bella bestia! Che guardia! Vale tant'oro quanto pesa.
Piccarone, con le ciglia aggrottate e gli occhi socchiusi, grugnì più volte,
assentendo col capo a quegli elogi; poi disse:
- Che volete? Sedete.
E indicò gli sgabelletti di ferro, disposti giro giro nel chiosco.
Dolcemàscolo ne trasse uno avanti, presso la tavola, dicendo ai due contadini:
- Sedete là, voi. Vengo da Vossignoria, uomo di legge, per un parere.
Piccarone aprì gli occhi.
- Non faccio più l'avvocato, caro mio, da tanto tempo.
- Lo so, - s'affrettò a soggiungere Dolcemàscolo. - Vossignoria però è uomo di
legge antico. E mio padre, sant'anima, mi diceva sempre: «Segui gli antichi,
figlio mio!». So poi quant'era coscienzioso Vossignoria nella professione. Dei
giovani avvocatucci d'oggi poco mi fido. Non voglio attaccar lite con nessuno,
badi! Fossi matto... Sono venuto qua per un semplice parere, che Vossignoria
solo mi può dare.
Piccarone richiuse gli occhi:
- Parla, t'ascolto.
- Vossignoria sa, - cominciò Dolcemàscolo. Ma Piccarone ebbe uno scatto e uno
sbuffo:
- Uh, quante cose so io! Quante ne sai tu! So, so, sa... E vieni al caso,
caro mio!
Dolcemàscolo rimase un po' male; tuttavia sorrise e ricominciò:
- Sissignore. Volevo dire che Vossignoria sa che ho sullo stradone una
trattoria...
- Del Cacciatore, sì: ci sono passato tante volte.
- Andando al Cannatello, già. E avrà veduto allora certamente che su lo sporto,
sotto la pergola, tengo sempre esposta un po' di roba: pane, frutta, qualche
presciutto.
Piccarone accennò di sì col capo, poi aggiunse misteriosamente:
- Veduto e sentito anche, qualche volta.
- Sentito?
- Che sanno di rena, figliuolo. Capirai, la polvere dello stradone... Basta,
vieni al caso.
- Ecco, sissignore, - rispose Dolcemàscolo, ingollando. - Poniamo che io su lo
sporto tenga esposta un po' di... salsiccia, putacaso. Ora, Vossignoria... forse
questo... già!... stavo per dire di nuovo... ma è un mio vezzo... Vossignoria
forse non lo sa, ma di questi giorni abbiamo il passo delle quaglie. Dunque, per
lo stradone, cacciatori, cani, continuamente. Vengo, vengo al caso! Passa un
cane, signor Cavaliere, spicca un salto e m'afferra la salsiccia dallo sporto.
- Un cane?
- Sissignore. Io mi precipito dietro, e con me questi due poveracci ch'erano
entrati nella bottega per comperarsi un po' di companatico prima di recarsi in
campagna, al lavoro. È vero, sì o no? Corriamo tutti e tre insieme, appresso al
cane; ma non riusciamo a raggiungerlo. Del resto, anche a raggiungerlo,
Vossignoria mi dica che avrei potuto farmene più di quella salsiccia addentata e
strascinata per tutto lo stradone... Inutile raccattarla! Ma io riconosco il
cane; so a chi appartiene.
- U... un momento, - interruppe a questo punto Piccarone. - Non c'era il
padrone?
- Nossignore! - rispose subito Dolcemàscolo. - Tra quei cacciatori là non c'era.
Si vede che il cane era scappato di casa. Bestie da fiuto, capirà, sentono la
caccia, soffrono a star chiusi: scappano. Basta. So, come le ho detto, a chi
appartiene il cane; lo sanno anche questi due amici miei, presenti al furto. Ora
Vossignoria, uomo di legge, mi deve dire semplicemente se il padrone del cane è
tenuto a risarcirmi del danno, ecco!
Piccarone non pose tempo a rispondere:
- Sicuro che è tenuto, figliuolo.
Dolcemàscolo balzò dalla gioja, ma subito si contenne; si volse a' due
contadini:
- Avete sentito? Il signor avvocato dice che il padrone del cane è tenuto a
risarcirmi del danno.
- Tenutissimo, tenutissimo, - raffermò Piccarone. - T'avevano detto forse di no?
- Nossignore, - rispose Dolcemàscolo gongolante, giungendo le mani. - Ma
Vossignoria mi deve perdonare se, da povero ignorante come sono, ho fatto
debolmente un giro così lungo per venirle a dire che Vossignoria deve pagarmi la
salsiccia, perché il cane che me l'ha rubata è proprio il suo, Turco.
Piccarone stette un pezzo a guardare Dolcemàscolo come allocchito; poi, tutt'a
un tratto, abbassò gli occhi e si mise a leggere nel libraccio che teneva aperto
su la tavola.
I due contadini si guardarono negli occhi; Dolcemàscolo alzò una mano per far
loro cenno di non fiatare.
Piccarone, fingendo tuttavia di leggere, si grattò il mento con una mano,
grugnì, disse:
- Dunque Turco è stato?
- Glielo posso giurare, signor Cavaliere! - esclamò Dolcemàscolo, alzandosi in
piedi e incrociando le mani sul petto per dar solennità al giuramento.
- E sei venuto qua, - riprese, cupo e calmo, Piccarone, - con due testimoni, eh?
- Nossignore! - negò subito Dolcemàscolo. - Per il caso che Vossignoria non
avesse voluto credere alle mie parole.
- Ah, per questo? - borbottò Piccarone. - Ma io ti credo, caro mio. Siedi. Sei
un gran dabbenuomo. Ti credo e ti pago. Godo fama di mal pagatore, eh?
- Chi lo dice, signor Cavaliere?
- Tutti lo dicono! E lo credi anche tu, va' là. Due... uh... due testimoni...
- Per la verità, tanto per lei, quanto per me!
- Bravo, sì: tanto per me, quanto per te; dici bene. Le tasse ingiuste, caro
mio, non voglio pagare; ma quel ch'è giusto, sì, lo pago volentieri; l'ho sempre
pagato. Turco t'ha rubato la salsiccia? Dimmi quant'è e te la pago.
Dolcemàscolo, venuto con la prevenzione di dover combattere chi sa che battaglia
contro i cavilli e le insidie di quel vecchio rospo, di fronte a tanta
remissione, s'abbiosciò a un tratto, mortificato.
- Una sciocchezza, signor Cavaliere, - disse. - Saranno stati una ventina di
rocchi, poco più poco meno. Non mette quasi conto di parlarne.
- No no, - rispose Piccarone, fermo. - Dimmi quant'è: te la devo e te la voglio
pagare. Subito, figliuolo mio! Tu lavori; hai patito un danno; devi essere
risarcito. Quant'è?
Dolcemàscolo si strinse nelle spalle, sorrise e disse:
- Venti rocchi di quei grossi... due chili... a una lira e venti il chilo...
- Così a poco la vendi? - domandò Piccarone.
- Capirà, - rispose Dolcemàscolo, tutto miele. - Vossignoria non l'ha mangiata.
Gliela faccio pagare (non vorrei...) gliela faccio pagare per quanto costa a me.
- Nient'affatto! - negò Piccarone. - Se non l'ho mangiata io, l'ha mangiata il
mio cane. Dunque, si dice... a occhio, due chili. Va bene a due lire il chilo?
- Faccia come crede.
- Quattro lire. Benone. Ora dimmi un po', figliuolo mio: venticinque meno
quattro, quanto fanno? Ventuno, se non m'inganno. Bene. Mi dai ventuna lira e
non ne parliamo più.
Dolcemàscolo, lì per lì, credette d'aver inteso male.
- Come dice?
- Ventuna lira, - ripeté placido Piccarone. - Qua ci sono due testimoni, per la
verità, tanto per me, quanto per te, va bene? Tu sei venuto da me per un parere.
Ora, io, i pareri, figliuolo mio, i consulti legali, li faccio pagare
venticinque lire. Tariffa. Quattro te ne devo di salsicce; dammene ventuna, e
non se ne parli più.
Dolcemàscolo lo guardò in faccia, perplesso, se ridere o piangere, non volendo
credere che dicesse sul serio e parendogli tuttavia che non scherzasse.
- Io a... a lei? - balbettò.
- Mi par chiaro, figliuolo, - spiegò Piccarone. - Tu fai l'oste; io, debolmente,
l'avvocato. Ora, come io non nego il tuo diritto al risarcimento, così tu non
negherai il mio per i lumi che m'hai chiesti e che t'ho dati. Adesso sai che se
un cane ti ruba la salsiccia, il padrone del cane è tenuto a fartene indenne. Lo
sapevi prima? No! Le cognizioni si pagano, caro mio. Ho penato e speso tanto io
per apprenderle! Credi che ti faccia celia?
- Ma sissignore! - confessò Dolcemàscolo con le lagrime in pelle, aprendo le
braccia. - Io le abbono le salsicce, signor Cavaliere: sono un povero ignorante;
mi perdoni, e non ne parliamo più davvero.
- Ah no, ah no, caro mio! - esclamò Piccarone. - Non abbono niente io. Il
diritto è diritto, tanto per te quanto per me. Pago io, pago, voglio pagare.
Pagare ed esser pagato. Stavo qua a studiare, come vedi; m'hai fatto perdere
un'ora di tempo. Ventuna lira. Tariffa. Se non ne sei ben persuaso, da' ascolto
a me, caro: va' da un altro avvocato a domandare se mi spetti o no questo
compenso. Ti do tre giorni. Se in capo al terzo giorno non mi avrai pagato, sta'
pur sicuro, figliuolo mio, che ti cito.
- Ma signor Cavaliere! - scongiurò di nuovo Dolcemàscolo a mani giunte,
alterandosi però in volto improvvisamente.
Piccarone alzò il mento, alzò le mani:
- Non sento ragioni. Ti cito!
Dolcemàscolo allora perdette il lume degli occhi. L'ira lo acciuffò. Che era il
danno? Niente. Alle beffe pensò, che avrebbe avute, che già indovinava guardando
le facce allegre di quei due contadini: lui che si credeva tanto scaltro, lui
che s'era impegnato di spuntarla e già aveva quasi toccato con mano la vittoria.
Tale impeto gli diede il vedersi preso, ora, quando meno se l'aspettava, nella
sua stessa ragna, che si trovò d'un tratto mutato in bestia feroce.
- Ah, perciò, - disse, accostandoglisi, con le mani levate e contratte, - perciò
è così ladro il suo cane? L'ha addottorato lei!
Piccarone si levò in piedi, torbido, levò un braccio:
- Esci fuori! Risponderai anche d'ingiurie a un galantuomo che...
- Galantuomo? - ruggì Dolcemàscolo, afferrandogli quel braccio e scotendoglielo
furiosamente.
I due contadini si precipitarono per trattenerlo; ma tutt'a un tratto, che è che
non è, il vecchio si abbandonò appeso inerte per quel braccio alle mani violente
di Dolcemàscolo. E come questi, allibito, le aprì, cascò prima a sedere su lo
sgabello, traboccò poi da un lato e rotolò per terra giù tutto in un fascio.
Di fronte al terrore de' due contadini, Dolcemàscolo contrasse il volto, come
per uno spasimo di riso. O che? Non lo aveva nemmeno toccato.
Quelli si chinarono sul giacente, gli mossero un braccio.
- Scappate... scappate...
Dolcemàscolo li guardò entrambi, come inebetito. Scappare?
S'intese, in quel punto, cigolare una banda del cancello, e si vide la cassa da
morto, che il vecchio aveva fatto riporre per sé, entrare in trionfo su le
spalle di due portantini ansanti, quasi chiamati lì per lì, al bisogno.
A tale apparizione restarono tutti come basiti.
Dolcemàscolo non pensò che Nocio Pàmpina, detto Sacramento, dopo la
visita e l'osservazione dell'assessore, si fosse affrettato a mettersi in
regola, rimandando a destino quella cassa; ma si ricordò in un lampo di ciò che
il Mèndola aveva detto la mattina, là, nella trattoria; e, all'improvviso, in
quella cassa vuota che aspettava e sopravveniva ora al punto giusto come
chiamata misteriosamente, vide il destino, il destino che s'era servito di lui,
della sua mano.
S'afferrò la testa e si mise a gridare:
- Eccola! Eccola! Questa lo chiamava! Siatemi tutti testimoni che non l'ho
nemmeno toccato! Questa lo chiamava! L'aveva fatta metter da parte per sé! Ed
eccola qua che viene, perché doveva morire!
E prendendo per le braccia i due portantini per scuoterli dallo stupore:
- Non è vero? Non è vero? Ditelo voi!
Ma non erano per nulla stupiti, quei due portantini. Da che avevano portata
appunto quella cassa da morto, era per loro la cosa più naturale del mondo che
trovassero morto l'avvocato Piccarone. Si strinsero nelle spalle, e:
- Ma sì, - dissero, - eccoci qua.
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