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Sissignori. Bella risposta gli aveva dato la sorte! Lo Spina, ora, vecchio
scapolo, cominciava a soffrire del vuoto della sua vita, in una camera
d'affitto, tra mobili volgari, neppur suoi; ma almeno poteva dire d'aver goduto
a suo modo in gioventù e d'aver voluto lui che fosse così sola e senza conforto
di cure amiche e senz'abitudine d'affetti la sua vecchiaja. Ma lui!
Eppure, forse più crudele della sua era la sorte di Mariano Groa. Bastava
guardarlo, poveretto, per comprenderlo.
Lui, Romelli, pur così sconsolato com'era, trovava tuttavia in sé la forza di
pulirsi, d'aggiustarsi, perfino d'insegarsi ancora i baffettini grigi; mentre
quel povero Groa... Eccolo là: panciuto, sciamannato, con una grinta da can
mastino con gli occhiali, ispido di una barba non rifatta chi sa da quanti
giorni, e con la giacca senza bottoni, il colletto spiegazzato, giallo di
sudore, la cravatta sudicia, annodata di traverso.
Guardava le donne con occhiacci feroci, quasi se le volesse mangiare.
E ogni tanto, fissandone qualcuna, ansimava, come se gli si stringesse il naso;
si scoteva, facendo scricchiolar la sedia, e si metteva in un'altra positura non
meno truce, col pomo del bastone sotto il mento, affondato nella pappagorgia
lustra di sudore.
Sapeva da tant'anni che la moglie - vezzosa donnettina dal nasino ritto, due
fossette impertinenti alle guance e occhietti vivi vivi, da furetto - lo
tradiva. Alla fine, un brutto giorno, era stato costretto ad accorgersene, e
s'era diviso da lei legalmente. Se n'era pentito subito dopo; ma lei non aveva
più voluto saperne, contenta delle duecento lire al mese ch'egli le passava per
mezzo del figliuolo, il quale andava a visitarla ogni due giorni.
Il pover uomo era divorato dalla brama di riaverla. La amava ancora come un
pazzo, e senza lei non poteva più stare; non aveva più requie!
Spesso, il figliuolo, che gli dormiva accanto, sentendolo piangere o gemere con
la faccia affondata nel guanciale, si levava su un gomito e cercava di
confortarlo amorosamente:
- Papà, papà...
Ma spesso anche Torellino si seccava a vederlo smaniare così; e nei giorni che
doveva recarsi a visitare la madre, sbuffava ogni qual volta egli si metteva a
suggerirgli tutto quello che avrebbe desiderato le dicesse per intenerirla, lo
stato in cui si trovava, così senza cure, alla sua età; la sua disperazione; il
suo pianto; e che non poteva dormire, e che non sapeva più reggere, né come
fare.
Era un tormento per Torellino! E anche una vergogna che lo sconcertava tutto e
lo faceva sudar freddo. Tanto più che poi quelle ambasciate non servivano a
nulla, perché già più volte la madre, irremovibile, gli aveva fatto rispondere
che non ne voleva nemmeno sentir parlare.
E che altro tormento ogni qual volta ritornava da quelle visite! Il padre lo
aspettava a piè della scala, ansante, la faccia infiammata e gli occhi acuti e
spasimosi, lustri di lagrime. Subito, appena lo vedeva, lo assaliva di domande:
- Com'è? com'è? che t'ha detto? come l'hai trovata?
E a ogni risposta, arricciava il naso, chiudeva gli occhi, divaricava le labbra,
come se ricevesse pugnalate.
- Ah, sì, tranquilla? Non dice niente? Ah, dice che sta bene così? E tu, tu che
le hai detto?
- Niente, io, papà...
Ah, niente, è vero? E si mordeva le mani dalla rabbia; poi prorompeva:
- Eh sì! eh sì! Seguitate! Seguitate! È comodo... Seguita così, tu pure, caro!
Sfido... Che vi manca? C'è il bue qua, che lavora per voi... Seguitate,
seguitate senza nessuna considerazione per me! Ma non lo capisci, perdio, che io
non posso più vivere così? Che ho bisogno d'ajuto? Che io così muojo, non lo
capisci? Non lo capisci?
- Ma che ci posso fare io, papà? - si scrollava Torellino, alla fine,
esasperato.
- Niente! Niente! Seguita! - riprendeva lui, ingozzando le lagrime. - Ma non ti
pare almeno che sia una nequizia farmi morire così? Perché, sai? io muojo! Io vi
lascio tutti e due in mezzo a una strada, e la faccio finita! La faccio finita!
Si pentiva subito di queste sfuriate, e compensava con carezze, con regali il
figliuolo; lo avviziava; gli prodigava le cure di una madre; e non badava a sé,
ai suoi abiti, alle sue scarpe, alla sua biancheria, purché il figlio andasse
ben vestito, di tutto punto, e si presentasse alla mamma ogni due giorni come un
figurino.
S'inteneriva lui stesso di quella sua bontà, non solo non rimeritata, ma neppur
commiserata da nessuno, calpestata anzi da tutti; si struggeva in quella sua
tenerezza; sentiva proprio che il cuore gli si sfaceva in petto, strizzato
dall'angoscia, macerato dalla pena.
Aveva coscienza di non aver fatto mai, mai, il minimo torto a quell'infame donna
che lo aveva trattato così!
Che ci poteva far lui se attorno al suo cuore tenero e semplice, di bambino, era
cresciuto tutto quel corpaccio da maiale? Nato per la casa, per adorare una
donna sola nella vita, che gli volesse - non molto! non molto! - un po' di bene,
quanto compenso le avrebbe saputo dare, per questo po' di bene!
Con gli occhi invetrati dalle lagrime a stento contenute, ora stava a mirar per
via ogni coppia di sposi, che gli pareva andasse d'amore e d'accordo. Si sarebbe
buttato in ginocchio davanti a ogni moglie onesta e saggia, che fosse il sorriso
e la benedizione d'una casa, che amasse teneramente il suo sposo e curasse i
suoi figliuoli.
A lui, giusto a lui doveva toccare una donna come quella! Chi sa quante ce
n'erano di buone, lì, tra quelle che passavano per via; quante avrebbero fatto
la sua felicità, perché non chiedeva molto lui, un po' d'affetto, poco!
Lo mendicava con quegli occhi, che parevano truci, a tutte le donne che vedeva
passare; ma non per averlo da esse: da una sola, da quella, lui lo voleva,
poiché quella sola avrebbe potuto darglielo onestamente, legato com'era dal
vincolo del matrimonio e con quel suo povero figliuolo accanto.
All'ombra dei grandi alberi della via, brulicava quella sera con fremito più
intenso la vita.
I due amici Spina e Romelli tardavano ancora a venire.
L'aria, satura di tutte le fragranze delle ville vicine, pareva grillasse d'un
baglior d'oro, e tutti i visi delle donne, sotto i cappelloni spavaldi,
sorridevano accesi da riflessi purpurei. Offrivano con quel sorriso
all'ammirazione e al desiderio degli uomini il loro corpo disegnato nettamente
dagli abiti succinti.
Le rose d'una bottega di fiorajo lì presso, dietro le spalle del Groa, esalavano
un profumo così voluttuoso, che il pover uomo ne aveva un greve stordimento di
ebbrezza, per cui già tutto quel brulichio di vita assumeva innanzi a lui
contorni vaporosi di sogno, e gli destava quasi il dubbio della irrealità di
quanto vedeva, coi romori che gli si attutivano agli orecchi, come se venissero
da lontano lontano, e non da tutto quel sogno lì maraviglioso.
Alla fine, quegli altri due arrivarono. Discutevano tra loro animatamente. Il
piccolo Romelli, vestito di nero, era nervoso, convulso; scattava a tratti come
per scosse elettriche, e lo Spina, accalorato, cercava di calmarlo, di
convincerlo.
- Sì, due sorelle, due sorelle! Lasciate fare a me! Ancora è presto. Ora
sediamo.
Il Groa fece segno con gli occhi ai due di non parlar di tali cose davanti al
suo figliuolo; poi, comprendendo che essi, così accesi com'erano, non avrebbero
saputo frenarsi, si volse a Torellino e lo invitò a farsi una giratina lì a
Villa Borghese.
Il ragazzo s'avviò, svogliato, sbuffando. Fatti pochi passi, si voltò e vide che
i tre, con le teste riunite, confabulavano misteriosamente attorno al tavolino;
ma il padre scrollava il capo, diceva di no, di no.
Lo Spina, certo, li tentava.
Quando, dopo una mezz'ora, Torellino ritornò, i due, il Romelli e lo Spina,
erano andati via. Il padre era solo, ad attenderlo; in una solitudine disperata;
con un viso così alterato, con tanto spasimo tetro negli occhi, che il figlio
restò a mirarlo, sgomento.
- Vogliamo andare, papà?
Il Groa parve non lo sentisse. Lo guatò. Serrò le labbra con una smorfia di
pianto, quasi infantile, ed ebbe per tutta la persona uno scotimento di
singhiozzi soffocati.
Poi si alzò; prese il figlio per un braccio; glielo strinse con tutta la forza,
come se volesse comunicargli con quella stretta qualcosa che non poteva o non
sapeva dire. E andarono, andarono verso via di Porta Pinciana.
Torellino si sentiva trascinato verso la casa ove abitava la madre. Ecco, vi
sarebbero giunti tra poco: era là in capo al secondo vicolo, ove ardeva il
fanale. E a mano a mano s'induriva contro il braccio del padre, il quale,
avvertendo la resistenza, lo guardava ansioso, per intenerirlo.
«Oh Dio, oh Dio», pensava Torellino, «la solita storia! Il solito tormento!
Andar su, è vero? Pregare la madre che s'arrendesse finalmente; sentirsi dire di
no ancora una volta? No, no.»
E, risoluto, davanti al vicolo, sotto il fanale, s'impuntò e disse al padre:
- No, sai, papà? Io non salgo! Io non ci vado!
Il Groa guardò il figlio con occhi atroci.
- No? - fremette. - No?
E lo respinse da sé, piano, senza aggiungere altro. Lasciato lì quieto in mezzo
alla via deserta, Torellino, dapprima un po' stordito, ebbe a un tratto
l'impressione che il padre si fosse per sempre staccato da lui, quasi balzando
d'improvviso laggiù, lontano, e che per sempre si perdesse confuso, estraneo tra
i tanti estranei che andavano per quella via in discesa. Allora si mosse a
seguirlo da lontano, costernato.
Lo seguì, senza farsi scorgere, giù per Capo le Case, giù per via Due Macelli,
per via Condotti, per via Fontanella di Borghese, per piazza Nicosia...
Sboccando in via di Tordinona, si fermò.
Venivano fuori da un vicoletto bujo il Romelli e lo Spina, e il padre s'univa ad
essi. Il Romelli aveva sugli occhi un fazzoletto listato di nero e singhiozzava.
Tutti e tre andavano ad appoggiarsi alla spalletta del Lungotevere.
- Ma stupido! Perché? - gridava lo Spina, scotendo per un braccio il Romelli. -
Tanto carina! Tanto graziosa!
E il Romelli, tra i singhiozzi:
- Impossibile! Impossibile! Tu non puoi comprendere... Il pudore! La santità
della casa!
Lo Spina allora si volgeva al padre.
Nella chiara sera di maggio, presso le acque del fiume che pareva ritenessero
ancora la luce del giorno sparito, si distinguevano con precisione tutti i gesti
e anche i tratti del volto di quei tre uomini agitati.
Lo Spina voleva ora convincere il padre del torto del Romelli, che seguitava ad
asciugarsi il volto in disparte. Il padre stava a guardar lo Spina con occhi
sbarrati, feroci; all'improvviso lo afferrava per il bavero della giacca, gli
dava un poderoso scrollone e lo mandava a schizzare lontano; poi, balzando sul
parapetto dell'argine gridava con le braccia levate, enorme:
- Ecco, si fa così!
E giù, nel fiume. Un tonfo. Due gridi, e un terzo grido, da lontano, più acuto,
del figlio che non poteva accorrere, con le gambe quasi stroncate dal terrore.
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