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Novelle - 1922

La rallegrata

1. La rallegrata

Versione Tedesca

2. Canta l'epistola

3. Sole e ombra

4. L'Avemaria di Bobbio

5. L'imbecille

6. Sua Maestà

7. I tre pensieri della sbiobbina

8. Sopra e sotto

9. Un «goj»

10. La patente

11. Notte

12. O di uno o di nessuno

13. Nenia

14. Nené e Ninì

15. «Requiem aeternam dona

      eis, Domine!»

Pirandello - Novelle

Introduzione

Indice alfabetico novelle

Prefazione di Corrado Alvaro

Alessandro Marini

Questioni di forma in

Novelle per un anno

Raccolte Novelle

1922 - Scialle nero

1922 - La vita nuda

1922 - La rallegrata

1922 - L'uomo solo

1923 - La mosca

1923 - In silenzio

1924 - Tutt'è tre

1925 - Dal naso al cielo

1925 - Donna Mimma

1926 - Il vecchio dio

1928 - La giara

1928 - Il viaggio

1928 - Candelora

1934 - Berecche e la guerra

1937 - Una giornata

             Appendice

 

 

 

Novelle per un anno - 1922 - La rallegrata

2. Canta l'epistola   

 

- Avevate preso gli Ordini?
- Tutti no. Fino al Suddiaconato.
- Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono?
- Canta l'Epistola; regge il libro al diacono mentre canta il Vangelo; amministra i vasi della Messa; tiene la patena avvolta nel velo in tempo del Canone.
- Ah, dunque voi cantavate il Vangelo?
- Nossignore. Il Vangelo lo canta il diacono; il suddiacono canta l'Epistola.
- E voi allora cantavate l'Epistola?
- Io? proprio io? Il suddiacono.
- Canta l'Epistola?
- Canta l'Epistola.
Che c'era da ridere in tutto questo?
Eppure, nella piazza aerea del paese, tutta frusciante di foglie secche, che s'oscurava e rischiarava a una rapida vicenda di nuvole e di sole, il vecchio dottor Fanti, rivolgendo quelle domande a Tommasino Unzio uscito or ora dal seminario senza più tonaca per aver perduto la fede, aveva composto la faccia caprigna a una tale aria, che tutti gli sfaccendati del paese, seduti in giro innanzi alla Farmacia dell'Ospedale, parte storcendosi e parte turandosi la bocca, s'erano tenuti a stento di ridere.
Le risa erano prorotte squacquerate, appena andato via Tommasino inseguito da tutte quelle foglie secche, poi l'uno aveva preso a domandare all'altro:
- Canta l'Epistola?
E l'altro a rispondere:
- Canta l'Epistola.
E così a Tommasino Unzio, uscito suddiacono dal seminario senza più tonaca, per aver perduto la fede, era stato appiccicato il nomignolo di Canta l'Epistola.

 

 

La fede si può perdere per centomila ragioni; e, in generale, chi perde la fede è convinto, almeno nel primo momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno; non foss'altro, quello della libertà di fare e dire certe cose che, prima, con la fede non riteneva compatibili.
Quando però cagione della perdita non sia la violenza di appetiti terreni, ma sete d'anima che non riesca più a saziarsi nel calice dell'altare e nel fonte dell'acqua benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d'aver guadagnato in cambio qualche cosa. Tutt'al più, lì per lì, non si lagna della perdita, in quanto riconosce d'aver perduto in fine una cosa che non aveva più per lui alcun valore.
Tommasino Anzio, con la fede, aveva poi perduto tutto, anche l'unico stato che il padre gli potesse dare, mercé un lascito condizionato d'un vecchio zio sacerdote. Il padre, inoltre, non s'era tenuto di prenderlo a schiaffi, a calci, e di lasciarlo parecchi giorni a pane e acqua, e di scagliargli in faccia ogni sorta di ingiurie e di vituperii. Ma Tommasino aveva sopportato tutto con dura e pallida fermezza, e aspettato che il padre si convincesse non esser quelli propriamente i mezzi più acconci per fargli ritornar la fede e la vocazione.
Non gli aveva fatto tanto male la violenza, quanto la volgarità dell'atto così contrario alla ragione per cui s'era spogliato dell'abito sacerdotale.
Ma d'altra parte aveva compreso che le sue guance, le sue spalle, il suo stomaco dovevano offrire uno sfogo al padre per il dolore che sentiva anche lui, cocentissimo, della sua vita irreparabilmente crollata e rimasta come un ingombro lì per casa.
Volle però dimostrare a tutti che non s'era spretato per voglia di mettersi «a fare il porco» come il padre pulitamente era andato sbandendo per tutto il paese. Si chiuse in sé, e non uscì più dalla sua cameretta, se non per qualche passeggiata solitaria o su per i boschi di castagni, fino al Pian della Britta, o giù per la carraia a valle, tra i campi, fino alla chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto, sempre assorto in meditazioni e senza mai alzar gli occhi in volto a nessuno.
È vero intanto che il corpo, anche quando lo spirito si fissi in un dolore profondo o in una tenace ostinazione ambiziosa, spesso lascia lo spirito così fissato e, zitto zitto, senza dirgliene nulla, si mette a vivere per conto suo, a godere della buon'aria e dei cibi sani.
Avvenne così a Tommasino di ritrovarsi in breve e quasi per ischerno, mentre lo spirito gli s'immalinconiva e s'assottigliava sempre più nelle disperate meditazioni, con un corpo ben pasciuto e florido, da padre abate.
Altro che Tommasino, adesso! Tommasone Canta l'Epistola. Ciascuno, a guardarlo, avrebbe dato ragione al padre. Ma si sapeva in paese come il povero giovine vivesse; e nessuna donna poteva dire d'essere stata guardata da lui, fosse pur di sfuggita.
Non aver più coscienza d'essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri, senza più nulla che désse senso e valore alla propria vita. Ecco: sdrajato lì su l'erba, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole; udire il vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di mare, e nella voce di quel vento e in quel fragore sentire, come da un'infinita lontananza, la vanità d'ogni cosa e il tedio angoscioso della vita.
Nuvole e vento.

 

 

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