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Novelle - 1922

La rallegrata

1. La rallegrata

Versione Tedesca

2. Canta l'epistola

3. Sole e ombra

4. L'Avemaria di Bobbio

5. L'imbecille

6. Sua Maestà

7. I tre pensieri della sbiobbina

8. Sopra e sotto

9. Un «goj»

10. La patente

11. Notte

12. O di uno o di nessuno

13. Nenia

14. Nené e Ninì

15. «Requiem aeternam dona

      eis, Domine!»

Pirandello - Novelle

Introduzione

Indice alfabetico novelle

Prefazione di Corrado Alvaro

Alessandro Marini

Questioni di forma in

Novelle per un anno

Raccolte Novelle

1922 - Scialle nero

1922 - La vita nuda

1922 - La rallegrata

1922 - L'uomo solo

1923 - La mosca

1923 - In silenzio

1924 - Tutt'è tre

1925 - Dal naso al cielo

1925 - Donna Mimma

1926 - Il vecchio dio

1928 - La giara

1928 - Il viaggio

1928 - Candelora

1934 - Berecche e la guerra

1937 - Una giornata

             Appendice

 

 

 

Novelle per un anno - 1922 - La rallegrata

 1. La rallegrata  Versione Tedesca

 

Appena il capostalla se n'andò, bestemmiando più del solito, Fofo si volse a Nero, suo compagno di mangiatoja, nuovo arrivato, e sospirò:
- Ho capito! Gualdrappe, fiocchi e pennacchi. Cominci bene, caro mio! Oggi è di prima classe.
Nero voltò la testa dall'altra parte. Non sbruffò, perché era un cavallo bene educato. Ma non voleva dar confidenza a quel Fofo.
Veniva da una scuderia principesca, lui, dove uno si poteva specchiare nei muri: greppie di faggio a ogni posta, campanelle di ottone, battifianchi imbottiti di cuojo e colonnini col pomo lucente.
Mah!
Il giovane principe, tutto dedito ora a quelle carrozze strepitose, che fanno - pazienza, puzzo - ma anche fumo di dietro e scappano sole, non contento che già tre volte gli avessero fatto correre il rischio di rompersi il collo, subito appena colpita di paralisi la vecchia principessa (che di quelle diavole là, oh benedetta!, non aveva voluto mai saperne), s'era affrettato a disfarsi, tanto di lui, quanto di Corbino, gli ultimi rimasti nella scuderia, per il placido landò della madre.
Povero Corbino, chi sa dov'era andato a finire, dopo tant'anni d'onorato servizio!
Il buon Giuseppe, il vecchio cocchiere, aveva loro promesso che, andando a baciar la mano con gli altri vecchi servi fidati alla principessa, relegata ormai per sempre in una poltrona, avrebbe interceduto per essi.
Ma che! Dal modo con cui il buon vecchio, ritornato poco dopo, li aveva accarezzati al collo e sui fianchi, subito l'uno e l'altro avevano capito che ogni speranza era perduta e la loro sorte decisa. Sarebbero stati venduti.

 

 

E difatti...
Nero non comprendeva ancora, dove fosse capitato. Male, proprio male, no. Certo, non era la scuderia della principessa. Ma una buona scuderia era anche questa. Più di venti cavalli, tutti mori e tutti anzianotti, ma di bella presenza, dignitosi e pieni di gravità. Oh, per gravità, forse ne avevano anche troppa!
Che anch'essi comprendessero bene l'ufficio a cui erano addetti, Nero dubitava. Gli pareva che tutti quanti, anzi, stessero di continuo a pensarci, senza tuttavia venirne a capo. Quel dondolio lento di code prolisse, quel raspare di zoccoli, di tratto in tratto, certo erano di cavalli cogitabondi.
Solo quel Fofo era sicuro, sicurissimo d'aver capito bene ogni cosa.
Bestia volgare e presuntuosa!
Brocco di reggimento, scartato dopo tre anni di servizio, perché - a suo dire - un tanghero di cavalleggero abruzzese lo aveva sgroppato, non faceva che parlare e parlare.
Nero, col cuore ancor pieno di rimpianto per il suo vecchio amico, non poteva soffrirlo. Più di tutto lo urtava quel tratto confidenziale, e poi la continua maldicenza sui compagni di stalla.
Dio, che lingua!
Di venti, non se ne salvava uno! Questo era così, quello cosà.
«La coda... guardami là, per piacere, se quella è una coda! se quello è un modo di muovere la coda! Che brio, eh?
«Cavallo da medico, te lo dico io.
«E là, là, guardami là quel bel truttrù calabrese, come crolla con grazia le orecchie di porco. E che bel ciuffo! e che bella barbozza! Brioso anche lui, non ti pare?
«Ogni tanto si sogna di non esser castrone, e vuol fare all'amore con quella cavalla là, tre poste a destra, la vedi? con la testa di vecchia, bassa davanti e la pancia fin a terra.
«Ma quella è una cavalla? Quella è una vacca, te lo dico io. E se sapessi come la va con passo di scuola! Pare che si scotti gli zoccoli, toccando terra. Eppure, certe saponate, amico mio! Già, perché è di bocca fresca. Deve ancor pareggiare i cantoni, figùrati!»
Invano Nero dimostrava in tutti i modi a quel Fofo di non volergli dare ascolto. Fofo imperversava sempre più.
Per fargli dispetto.
«Sai dove siamo noi? Siamo in un ufficio di spedizione. Ce n'è di tante specie. Questo è detto delle pompe funebri.
«Pompa funebre sai che vuol dire? Vuol dire tirare un carro nero di forma curiosa, alto, con quattro colonnini che reggono il cielo, tutto adorno di balze e paramenti e dorature. Insomma, un bel carrozzone di lusso. Ma roba sprecata, non credere! Tutta roba sprecata, perché dentro vedrai che non ci sale mai nessuno.
«Solo il cocchiere, serio serio, in serpe.
«E si va piano, sempre di passo. Ah, non c'è pericolo che tu sudi e ti strofinino al ritorno, né che il cocchiere ti dia mai una frustata o ti solleciti in qualche altro modo!
«Piano - piano - piano.
«Dove devi arrivare, arrivi sempre a tempo.
«E quel carro lì - io l'ho capito bene - dev'essere per gli uomini oggetto di particolare venerazione.
«Nessuno, come t'ho detto, ardisce montarci sopra; e tutti, appena lo vedono fermo davanti a una casa, restano a mirarlo con certi visi lunghi spauriti; e certi gli vengono attorno coi ceri accesi; e poi appena cominciamo a muoverci, tanti dietro, zitti zitti, lo accompagnano.
«Spesso, anche, davanti a noi, c'è la banda. Una banda, caro mio, che ti suona una certa musica, da far cascare a terra le budella.

 

 

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