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Accorsero a quel pandemonio, da ogni parte uscieri, guardie, impiegati che, a un
comando gridato dal prefetto dalla soglia, sgombrarono violentemente
l’anticamera, cacciando via tutti per la scala, anche quelli che non
c’entravano.
Su la strada maestra, al precipitarsi di tutti quegli uomini urlanti dal palazzo
della Prefettura, si raccolse subito una gran folla; e allora padre Sarso, al
colmo dell’indignazione e dell’esaltazione, pressato dalle domande che gli
piovevano da tutte le parti, si mise ad agitar le braccia come un naufrago e a
far cenni col capo, con le mani di voler rispondere a tutti, or ora... ecco,
sì... piano, un po’ di largo... cacciato dall’autorità... ecco, sì... al popolo,
al popolo...
E prese ad arringare:
– Parlo in nome di Dio, o cristiani, che sta sopra ogni legge che altri possa
vantare, ed è padrone di tutti e di tutta la terra! Noi non siamo qua per vivere
soltanto, o cristiani! Siamo qua per vivere e per morire! Se una legge umana,
iniqua, nega al povero in vita il diritto d’un palmo di terra, su cui, posando
il piede, possa dire: `< Questo è mio! li, non può negargli, in morte, il
diritto della fossa! O cristiani, questa gente è qua, in nome di altri
quattrocento infelici, per reclamare il diritto della sepoltura! Vogliono le
loro fosse! Per sè e per i loro morti!
– Il camposanto! il camposanto! – urlarono di nuovo tutti insieme, con le
braccia per aria e gli occhi pieni di lagrime, i dodici margaritani.
E il prete, prendendo nuovo ardire dallo sbalordimento della folla, cercando di
sollevarsi quanto più poteva su la punta dei piedi per dominarla tutta:
– Ecco, ecco, guardate, o cristiani a queste due donne qua... dove siete?
mostratevi! ecco: a queste due donne qua sta per morire il padre, che è il padre
di tutti noi, il nostro capo, il fondatore della nostra borgata! Or son più di
sessant’anni, quest’uomo, ora moribondo, salì alle terre di Màrgari e sul dorso
roccioso della montagna levò con le sue mani la prima casa di canne e creta. Ora
le case lassù sono più di centocinquanta, più di quattrocento gli abitanti. Il
paese pù vicino, o cristiani, è a circa sette miglia di distanza. Ognuno di
questi uomini, a cui muore il padre o la madre, la moglie o il figlio, il
fratello o la sorella, deve patir lo strazio di vedere il cadavere del parente
issato, o cristiani, sul dorso d’una mula, per essere trasportato, sguazzante
nella bara, per miglia e miglia di ripido cammino tra le rocce! E più volte s’è
dato il caso che la mula è scivolata e la bara s’è spaccata e il morto è balzato
tra i sassi e il fango del letto dei torrenti! Questo è accaduto, o cristiani,
perché il signor barone di Màrgari ci nega barbaramente il permesso di
seppellire in un cantuccio sotto la nostra borgatella i nostri morti, da poterli
avere sotto gli occhi e custodire! Abbiamo finora sopportato lo strazio, senza
gridare, contentandoci di pregare, di scongiurare a mani giunte questo barbaro
signore! Ma ora che muore il padre di tutti noi, o cristiani, il vecchio nostro,
con la brama di sapersi seppellito là, dove in tante case ora arde il fuoco da
lui acceso per la prima volta, noi siamo venuti qua a reclamare, non un diritto
propriamente legale, ma d’u... che? che c’è?... dico d’umanità, d’o...
Non poté seguitare. Un folto manipolo di guardie e di carabinieri irruppe nella
folla e, dopo molto scompiglio, tra urla e fischi e applausi, riuscì a
disperderla. Padre Sarso fu preso per le braccia da un delegato e tradotto
insieme con gli altri dodici margaritani al commissariato di polizia.
Intanto, il barone di Màrgari, che finora se ne era stato discosto, tra un
crocchio di conoscenti, stronfiando come se si sentisse a mano a mano soffocare
e schiacciare sotto il peso dello scandalo pubblico per l’oltracotante predica
di quel prete, e più volte aveva cercato di divincolarsi dalle braccia che lo
trattenevano per lanciarsi addosso all’arringatore; ora che la folla si
disperdeva, si mosse, attorniato da gente sempre in maggior numero, e, terreo,
ansimante, come se fosse or ora uscito da una rissa mortale, si mise a
raccontare che lui e, prima di lui, suo padre don Raimondo Màrgari,
rappresentati da quella gente là e da quel prete ciarlatano come barbari
spietati che negavano loro il diritto della sepoltura, erano invece da
sessant’anni vittime d’una usurpazione inaudita, da parte del padre di quelle
due donne là, uomo terribile, soperchiatore e abisso d’ogni malizia. Disse che
da anni e anni egli non era più padrone di andare nelle sue terre, dove coloro
avevano edificato le loro case e quel prete la sua chiesa, senza pagare né
censo, né fitto, senza neanche chiedergli il permesso d’invadere così la sua
proprietà. Egli poteva mandare i suoi campieri a cacciarli via tutti, come tanti
cani, e a diroccar le loro case, non lo aveva fatto; non lo faceva; li lasciava
vivere e moltiplicare, peggio dei conigli: ognuna di quelle donne metteva al
mondo una ventina di figliuoli; tanto che, in meno di sessant’anni, era
cresciuta lassù una popolazione. Ma non bastava, ecco, non erano contenti: quel
prete avvocato, che viveva alle loro spalle, che aveva imposto a tutti una tassa
per il mantenimento della sua chiesa, li metteva su, ed ercoli qua: non solo
volevano stare nelle sue terre da vivi, ci volevano stare anche da morti.
Ebbene, no! questo, no! questo, mai! Li sopportava da vivi; ma la soperchieria
di averli anche morti nelle sue terre, mai! Anche perché l’usurpazione loro non
si radicasse sottoterra coi loro morti! Il prefetto gli aveva dato ragione; gli
aveva anzi promesso di mandare lassù guardie e carabinieri per impedire ogni
violenza: perché il vecchio, da un mese moribondo per idropisia, era uomo da
farsi seppellire vivo nella fossa che giù s’era fatta scavare nel posto ove
sognava che dovesse sorgere il cimitero, appena le due figliuole e quel prete
gli annunzierebbero il rifiuto.
Quando, di fatti, nel pomeriggio, padre Sarso e la sua ciurma furono rimessi in
libertà e si avviarono al fondaco, ove il giorno avanti avevano lasciato le
mule, vi trovarono in buon numero guardie e carabinieri a cavallo, incaricati di
scortarli fino alle alture di Màrgari, alla borgata.
– Ancora? – fremette padre Sarso, vedendoli. – Ancora? Perché? Siamo forse gente
di mal affare, da essere scortati così dalla forza? Ma già... meglio, sì...
anzi, se ci volete ammanettare! Sù, sè, andiamo! a cavallo! a cavallo!
Pareva che avesse affrontato e sofferto il martirio. Gonfio di quanto aveva
fatto, non gli pareva l’ora d’arrivare alla borgata con quella scorta, che
avrebbe attestato a tutti lassù, con quanto fervore, con quale violenza egli si
fosse adoperato a ottenere al vecchio la sepoltura.
S’era già fatto tardi, e si sapevano aspettati con impazienza fin dalla sera
avanti. Chi sa se il vecchio era ancora in vita! Tutti si auguravano in cuore
che fosse morto.
– O padruccio... o padruccio... – piagnucolavano le due donne.
Ma sì, meglio morto, nell’incertezza, con la speranza almeno, che essi fossero
riusciti a strappare al barone la concessione del camposanto!
Sè, via, via... Calava l’ombra della sera, e quanto più lungo si faceva il
ritardo del loro ritorno, tanto più forse si radicava e cresceva nel cuore di
tutti lassù quella speranza. E tanto più grave sarebbe stata allora la
disillusione.
Gesù, Gesù! Che strepito di cavalcature! Pareva una marcia di guerra. Chi sa
come sarebbero restati a Màrgari, vedendoli ritornare accompagnati così, da
tanta forza!
Il vecchio se ne sarebbe subito accorto.
Moriva all’aperto, in mezzo ai suoi, seduto innanzi alla porta della sua casa
terrena, non potendo più stare a letto, soffocato com’era dalla tumefazione
enorme dell’idropisia. Stava anche di notte lì seduto, boccheggiante, con gli
occhi alle stelle, assistito da tutta la borgata, che da un mese non si stancava
di vegliarlo.
Se fosse almeno possibile impedirgli la vista di tutte quelle guardie...
Padre Sarso si rivolse al maresciallo, che gli cavalcava a fianco:
– Non potrebbero restare un po’ indietro? – gli domandò. – Tenersi un poco
discosti? Se si potesse far credere pietosamente a quel povero vecchio, che
abbiamo ottenuto la concessione!
Il maresciallo tardò un pezzo a rispondere. Diffidava di quel prete temeva di
compromettersi acconsentendo. Alla fine disse:
– Vedremo, padre; vedremo sul posto.
Ala quando, dopo molte ore d’affannoso cammino, cominciò la salita della
montagna, s’intravidero da lontano, non ostante il bujo già fitto, tali cose
straordinarie, che nessuno pensò più di poter fare al vecchio quell’inganno
pietoso.
Era su l’alta costa rocciosa come un formicolìo di lumi. Fasci di paglia
ardevano qua e là, da cui salivano alle stelle spire dense di fumo infiammato,
come nella novena di Natale. E cantavano lassù, cantavano, sì, proprio come
nella novena di Natale, al lume di quelle fiammate.
Che era avvenuto? Sù, di carriera! di carriera!
Tutta la borgata lassù si era raccolta quasi a celebrare un selvaggio rito
funebre.
Il vecchio, non sapendo più reggere all’impazienza dell’attesa, sperando requie
alle smanie della soffocazione, s’era fatto trasportare su una seggiola al posto
dove sarebbe sorto il camposanto, innanzi alla sua fossa.
Lavato, pettinato e parato da morto, aveva accanto alla seggiola, su cui stava
posato come un’enorme balla ansimante, la sua cassa d’abete già pronta da
parecchi giorni. Eran preparati sul coperchio di quella cassa una papalina di
seta nera, un paio di pantofole di panno e un fazzoletto, anch’esso di seta
nera, ripiegato a fascia che, appena morto, passato sotto il mento e legato sul
capo, doveva servire a tenergli chiusa la bocca. Insomma tutto l’occorrente per
l’ultima vestizione.
Attorno, coi lumi, era tutta la gente della borgata, che cantava al vecchio le
litanie.
– Sancta Dei Genitrix,
– Ora pro nobis!
– Sancta Virgo Virginum?
– Ora pro nobis!
E al formicolio di tutti quei lumi rispondeva dalla cupola immensa del cielo il
fitto sfavillio delle stelle.
Sul capo del vecchio tremolavano alla brezzolina notturna i radi capelli, ancora
umidi e tesi per l’insolita pettinatura. Movendo appena le mani enfiate, una sul
dorso dell’altra, gemeva tra il grasso rantolo, come per confortarsi e averne
refrigerio:
– L’erbuccia!... l’erbuccia...
Quella che sarebbe schiumata dalla sua terra, tra poco, là, su la sua fossa. E
verso di essa allungava i piedi deformati dal gonfiore, ridotti come due
vesciche entro le grosse calze di cotone turchino.
Appena attorno a lui la sua gente levò le grida, vedendo accorrere tra strepito
di sciabole sì per l’erta una così grossa frotta di cavalcature, provò a
rizzarsi in piedi; udì il pianto e le risposte affannose dei sopravvenuti; e,
comprendendo, tentò di gettarsi a capofitto giù nella fossa. Fu trattenuto;
tutti gli si strinsero attorno, come a proteggerlo dalla forza; ma il
maresciallo riuscì a rompere la calca e ordinò che subito quel moribondo fosse
trasportato a casa e che tutti sgombrassero di là.
Su la seggiola, come un santone su la bara, il vecchio fu sollevato, e i
margaritani, reggendo alti i lumi, gridando e piangendo, s’avviarono verso le
loro casupole, che biancheggiavano in alto, sparse su la roccia.
La scorta rimase al bujo, sotto le stelle a guardia della fossa vuota e della
cassa d’abete, lasciata lì, con quella papalina e quel fazzoletto e quelle
pantofole posate sul coperchio.
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