Luigi Pirandello 1867 - 1936

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Prima pubblicazione: Corriere della Sera, 31 marzo 1912, poi in La trappola, Treves, Milano 1915.

 

In questa pagina:

Riassunto

Introduzione

Nenè e Ninì (la novella)

RIASSUNTO

Una donna rimane vedova con una bimba di un anno, Nene', e in attesa del secondo figlio, Nini', e ben presto si risposa per poter crescere i figlioli. La donna rimane di nuovo incinta di due gemelli che mettono in pericolo la sua vita: i bimbi vengono sacrificati, ma la madre muore lo stesso. Così Nene' e Nini' si trovano orfani di nuovo. Il patrigno, un insegnante ossuto e poco bello, si arrabatta per far crescere i due piccoli, curandosi amorevolmente di loro e lasciandoli ogni mattina da una vicina diversa. Le donne del vicinato infatti stanno facendo a gara per accaparrarsi la simpatia del professore e offrirgli le proprie foglie come moglie, mentre alle sue spalle parlano già male della futura matrigna, che di sicuro (secondo loro) tratterà i piccoli come suoi servetti.

L'uomo decide infine di sposare una "forestiera", una donnina timida, nipote di un curato. Subito le consiglia di non dare modo alle vicine di aver da ridire, ma i bimbi sembrano far di tutto per farla apparire terribile. Strillano se li cura, scappano di casa in pigiama, parlano male di lei e, ripetendo le frasi sentite tanto spesso dalle vicine, reclamano casa e dote.
Le donne del vicinato subito additano la nuova sposa come megera e hanno da ridire a ogni suo comportamento. Il professore si avvede dell'odio che circonda la moglie e, triste e colpito dal danno che le vicine hanno fatto sui bimbi, si ammala di dispiacere.

Introduzione alle Novelle



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INTRODUZIONE

di Maria Amici

“Nenè e Ninì”, novella di Luigi Pirandello

Nell’elaborazione pirandelliana, come scrive Gioanola* in un libro che percorro in lettura ultimamente,

“la tematica matrimoniale convoca soprattutto una fenomenologia della sventura, colorandosi di tonalità tra il drammatico e il grottesco [...] coi risvolti più orripilanti causati dai legami matrimoniali”.

irandello peraltro la complica, denunciando storture e condizioni intese come irrevocabili nella loro atavicità e collegandole a tali esiti avversi: e suggerisce – impensabilmente, nel fraintendimento di base di alcuni critici che usano sottolinearne invece la misoginia e il conservatorismo – un legame di consequenzialità.

Nell’esordio di Nenè e Ninì è delineata in pochi tratti la situazione di partenza: una bella, giovane vedova senza famiglia d’origine e con due bambini, un maschietto e una femminuccia, si sente scoraggiata dalla propria (prevedibile) inesperienza. Tale premessa è congegnata a intersecarsi ad un dato critico: subito si precisa che in tale situazione è

«il pensiero d’un maschio da educare»

a indurre la donna a riprender marito, scelta che altrimenti forse non avrebbe fatto.

Sottintesa, e più volte ribadita dunque, è infatti la problematicità della condizione femminile, la schiacciante inferiorità: una donna sola, per di più portata – come d’uso – a sminuire la prospettiva dell’educazione di una figlia femmina (infatti si rileva che non si tratta solo di un disagio per la differenza di genere e di abitudini), è impensierita di fronte a quella, più articolata e dispendiosa, di un figlio maschio, cui evidentemente annette maggior valore: perché, peraltro, nel suo condizionamento, è la società in cui vive a farlo.

Ugualmente, appena più avanti, dinanzi alla alternativa che si pone nel dover salvare la madre o i figli, è la fattrice/educatrice a esser privilegiata, e i feti-neonati, evidentemente considerati rimpiazzabili, ad esser sacrificati, sull’altare anch’essi del

«troppo pensiero di Ninì».

Ma con tutto questo la giovane donna muore ugualmente ed è il nuovo marito a “dovere” prendersi cura della famigliola e della casa.

«Nenè e Niní restarono orfani anche di madre, con uno che non sapevano neppure come si chiamasse, né che cosa stesse a rappresentar lì in casa loro».

Il vedovo-patrigno dunque si ritrova proiettato in una condizione – in Pirandello in più intertestualità testimoniata eco di quella esistenziale – di completa ‘estraneità’, che prelude allo straniamento:

 «la casa non era sua, la dote non era sua, quei due figliuoli non erano suoi».

I due figli non suoi, chiusi, nei confronti del patrigno, in una ruvida e malfidata ‘alterità’, sono una sorta di specchio oscuro sostitutivo dei gemelli cui è stato negato di nascere: quella promessa non mantenuta ha un corrispettivo paradossale e amaro.

Eppure l’uomo non può fuggire, non può sottrarsi: interviene un altro procedimento tipicamente pirandelliano, la trappola.

Analogamente, infatti, nei vicini si costituisce immediatamente il noto processo di “stanza della tortura”*, per citare la nota espressione inaugurata per il teatro pirandelliano da Giovanni Macchia, per cui i personaggi da sé o dall’(ossessiva) osservazione sociale – segno della cristallizzazione cui peraltro la vita stessa costringe – sono come sequestrati* e distaccati da se stessi, sistematicamente fraintesi nei loro intendimenti e negli atti, particolarmente – e soprattutto – quelli più dignitosi e reinterpretati a misura dell’altrui meschinità, dell’altrui opportunismo.

Il vedovo si prende cura diligentemente della casa e dei figlioli acquisiti, non fa loro mancare nulla, né di materiale né nell’educazione: ma è invece continuamente vittima di una costruzione, al limite della psicosi, di un mondo persecutorio (di fatto, non da lui immaginato) da parte del pregiudizio del vicinato, alternativo alla realtà e basato – ed è un’altra contraddizione radicata in criteri di giudizio arcaici – sul non avvenente aspetto fisico, o almeno così ritiene egli, non sapendo individuare altre motivazioni.

Anche il suo nome, peraltro, Erminio Del Donzello, sembra quasi ribadire la tragica, anzi specificamente umoristica caricaturalità imposta del personaggio.

Ed è un asserto considerato quasi dogmaticamente in quel ‘tribunale’ un’altra doppia proiezione: sia cioè che egli costringerà, prendendo moglie, i due piccoli a servirla e che essi avrebbero presto seguito, per di più senz’altro «soppressi» dalla donna-‘orco’, la sorte della loro madre e dei fratellini, sia una fosca illazione che adduceva la morte di questi ultimi ad una non meglio chiarita «giusta e ben meritata punizione»:

«Nessuna pietà, nessuna considerazione per lui, in tutto quel vicinato, per la sua doppia sciagura. Pareva anzi che la morte della moglie e delle sue creaturine gemelle fosse giudicata da tutti come una giusta e ben meritata punizione.

Tutta la pietà era per i due orfanelli, di cui in astratto si considerava la sorte. Ecco qua: il patrigno, adesso, senza alcun dubbio, avrebbe ripreso moglie: una megera, certo, una tiranna; ne avrebbe avuto chi sa quanti figliuoli, a cui Nenè e Ninì sarebbero stati costretti a far da servi, fintanto che, a furia di maltrattamenti, di sevizie, prima l’una e poi l’altro, sarebbero stati soppressi».

 Con la causticità maturata negli anni, Pirandello ulteriormente fa precisare al narratore come tale moglie il vicinato la aspettasse, quasi in fibrillazione e nel paradosso di pretendere che ‘una’ sarebbe stata l’eccezione alla situazione su comunemente prevista: ogni famiglia aveva

«almeno una ragazza da marito; e tutte, senza eccezione, queste ragazze da marito sarebbero state mammine svisceratamente amorose di quei due orfanelli; perfida tiranna, spietata megera sarebbe stata solo quell’una, che il professor Erminio Del Donzello avrebbe scelto tra esse».

 Ed egli sempre più sentiva crescere in sé

 «paura delle suocere. Perché ognuna di quelle mamme disilluse sarebbe certo diventata subito una suocera per lui; tutte quante si sarebbero costituite mamme postume della sua povera moglie defunta, e nonne di quei due orfanelli»,

 nelle cui menti peraltro non si peritavano di instillare i loro sospetti maligni:

 «che prevenzioni, che sospetti insinuavano nelle loro animucce? e che paure?»

- E nel lettore alla commozione instillata dalla «lingua ancora imbrogliata» dei due bambini fa eco l’indignazione per il continuo, spietato lavaggio del cervello cui sono sottoposti e che li rende irriconoscibili:

«Già Nenè, che s’era fatta una bella bamboccetta vispa e tosta […] s’impostava fieramente incontro alle minacce immaginarie, ai maltrattamenti, ai soprusi della futura matrigna, che le vicine le facevano balenare; e mostrando il piccolo pugno chiuso, gridava:
- E io l’ammazzo!
Subito, all’atto, quelle le si precipitavano addosso, se la strappavano, per soffocarla di baci e di carezze.
- Oh cara! Amore! Angelo! Sí, cara, cosí! Perché tutto è tuo, sai? […] ci siamo qua noi, a farli stare a dovere, tanto lei che lui, non dubitare, ci siamo qua noi per te e per Ninì!
Ninì era un badalone grosso grosso, pacioso, con le gambette un po’ a roncolo e la lingua ancora imbrogliata. Quando Nenè, la sorellina, levava il pugno e gridava: «E io l’ammazzo!» si voltava piano piano a guardarla e domandava con voce cupa e con placida serietà:
- L’ammassi davero?»

 Peraltro anche nell’uomo si fa man mano strada la «necessità ineluttabile» di quella decisione: e poiché quasi nessuno dei personaggi pirandelliani è un ‘eroe’ (ed è già fortunato se, pur non un Oreste, è un Amleto come distingue un noto passo de Il fu Mattia Pascal) né esiste quella purezza d’amore da Pirandello auspicata e venerata, a tale sposa nelle sue considerazioni (ribadendo la subalternità della condizione della donna non meno peraltro che la degradazione dell’uomo) il vedovo – così come l’altro di Prima notte (qui su Nephelai) – assegna la risposta alle funzionalità primarie/primitive: badare alla casa, ai figli, alle esigenze sessuali dell’uomo ancor giovane*.

In fondo, anche la prima volta

 «aveva preso moglie perché la vita di scapolo, quell’andare accattando l’amore, non gli era parso più compatibile con la sua età e con la sua dignità di professore».

 Infine sposa una «casta zitella attempata», estranea al vicinato, ritenendo – anche qui una proiezione – di non scontentare nessuno: invece anch’ella rimane coinvolta nella ridda di critiche, di malignità e implicite prevaricazioni che di fatto la paralizzano nella cura della casa e degli orfani cui si dedica, orfani ormai ‘spodestati’ non dai genitori acquisiti nei loro diritti sulla casa, ma dalle loro stesse menti dai condizionamenti esterni.

Così,

 «il professor Erminio Del Donzello pareva in pochi mesi invecchiato di dieci anni»

e non sa neppure lui tirarsi fuori dal meccanismo perverso in cui è rimasto coinvolto dall’esterno e che a sua volta ricostruisce con proprie rappresentazioni mentali sull’orlo della follia, sul «destino» di cui sarebbero stati non vittima ma autori e ‘portatori sani’ i due bambini, addirittura loro (e ritorce così non meno farneticando l’accusa del vicinato) ‘responsabili’ della morte della madre a loro immolata in quanto risposatasi per provvedere a loro dopo la morte del padre: e poi nel circuito degenere che si era attivato sarebbe toccato a lui, che a sua volta aveva perso la prima moglie e ora la vita stessa.. e poi ancora, dopo, sarebbe toccato alla nuova sposa, che si sarebbe rimaritata ancora per badare ai figliastri e poi…

«e così, via via, un’infinita sequela di sostituti genitori sarebbe passata in poco tempo per quella casa»

 tutti votati alla morte, al sacrificio umano imposto sin dalla notte dei tempi dalla sopravvivenza delle nuove generazioni.

E a quest’amara conclusione – forse non meno terribile che ne La distruzione dell’uomo – , in fondo, Pirandello voleva condurre…

Il consiglio del curato, che dovrebbe sbloccare l’impasse educativa cui sono costretti i due genitori, di non temere d’usare la forza necessaria, invece provvede a adempiere quello che pareva il destino segnato: il professore viene denunciato per sevizie mai compiute, ne ha un tracollo e con un filo di voce, prima di morire, non riesce ad altro che consigliare alla moglie (con una vena di aspra vendetta per quel Toto che l’aveva denunciato) di non esimersi dalla ruota ancestrale dei matrimoni:

«Sposa, sposa quel Toto, cara, della signora Ninfa. Non temere; verrai presto a raggiungermi. E lascia allora che provveda lui, insieme con l’altra, a quei due piccini. Stai pur certa, cara, che morrà presto anche lui»

 Intanto, nella loro perfida innocenza, «ignari e felici» i bambini seguitano a giocare col «pappagalletto imbalsamato», ancora ribadendo persino in quella «lingua imbrogliata» il proprio acre coinvolgimento – certo indotto ma sintomo di umanità degradata – nel cruento cannibalismo umano degli adulti che cresce e si moltiplica:

 « – Mao, ti strozzo! – diceva Nenè.
E Ninì, voltandosi, con la lingua imbrogliata:
- Lo strossi davero?»*

 

Un consiglio per la bibliografia
- e note -

* Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano : Jaca Book, 2007, p. 266.

* Giovanni Macchia è autore del fortunato Pirandello o La stanza della tortura, Milano : Mondadori, 1981.
Un articolo sulla edizione aggiornata del saggio nel Corriere della Sera del 25.05.2000 Pirandello. L’autore in cerca di un pubblico da torturare a firma dello stesso Macchia.

 * Ma si rimanda ai saggi di Macchia, per l’accezione ben più complessa. Il critico si è soffermato poliedricamente su vari aspetti della tematica ne Il personaggio sequestrato, Atti dello psicodramma n.6-7 (reperibile qui) e ,  da Pirandello o la stanza della …, cit.

* Dover rispondere, da uomo rimasto solo, alle pur cogenti necessità sessuali – e peraltro non limitando la prospettiva solo a quelle -, con il senso profondo della solitudine e dello scarto di dignità, pare un fil rouge di amara consapevolezza d’avvilita umanità, che Pirandello riproporrà nel complesso personaggio del Padre nei Sei personaggi in cerca d’autore, degli uomini de L’uomo solo, nel protagonista de L’uscita del vedovo, negli altri vedovi protagonisti di Chi la paga, de I piedi sull’erba, di Ma non è una cosa seria, e non solo: e altresì della donna vedova, non a caso di nome Leuca, in bilico tra purezza e ambiguità, disgusto e desiderio, di Pena di vivere così).

* Quelle peculiari tenerezze della «lingua ancora imbrogliata» Pirandello le avrà riprese dalla vita quotidiana con tre figli piccoli pur in quella babele o «inferno» di casa (così desolato la definisce nella nota lettera ad Ojetti, ripresa qui su Nephelai) che solo talora gli concedeva finestre di affettuosità ricambiata nel continuo sacrificio di una dedizione e di un lavoro necessari, intessuti di dignità e comprensione.

Nel suo libro biografico incentrato su Lietta e Antonietta – che manca forse, nei confronti del nonno, di altrettanta comprensione che quella di lui, oltre che probabilmente di equidistanza –, la nipote Maria Luisa Aguirre D’Amico riprende a sua volta un ricordo della madre:.

«…I fratelli litigavano. Lietta si ricordava che Fausto andava dal padre, seduto dietro la scrivania, per fare le rimostranze contro Stefano. Il padre, alzando per un momento gli occhi dal lavoro, diceva con aria terribile: “Stefano, bada che ti ammazzo!”. E Fausto, piccolo, con la lingua ancora imbrogliata, lo interrogava preoccupato: “Lo amassi davvero?”…»

Maria Luisa Aguirre D’Amico, Vivere con Pirandello, Milano : Mondadori, 1990, p. 34.

 

In estrema sintesi

La sintesi è di Elio Gioanola, in Pirandello’s story. La vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 266.

C’è la vedova rimasta con due bambini piccoli, che sposa un insegnante, ha una gravidanza gemellare, abortisce e poi muore. Lui si ritrova con due bambini non suoi da allevare, compassionato dalle vicine, che non disdegnerebbero di sposarlo per via dello stipendio sicuro. Ma il protagonista si risposa con un’altra che non è del giro, per cui le maligne zitelle del vicinato lo accusano di maltrattamento dei figli, fino a farlo invecchiare di dieci anni e infine morire per il dispiacere.

Introduzione alle Novelle



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NENÈ E NINÌ

da Liber Liber

Nenè aveva un anno e qualche mese, quando il babbo le morí. Niní non era ancor nato, ma già c'era: si aspettava.

Ecco: se Niní non ci fosse stato, forse la mammina, quantunque bella e giovane, non avrebbe pensato di passare a seconde nozze: si sarebbe dedicata tutta alla piccola Nenè. Aveva da campare sul suo, modestamente, nella casetta lasciatale dal marito e col frutto della sua dote.

Il pensiero d'un maschio da educare, cosí inesperta come lei stessa si riconosceva e senza guida o consiglio di parenti né prossimi né lontani, la persuase ad accettar la domanda d'un buon giovine, che prometteva d'esser padre affettuoso per i due poveri orfanelli.

Nenè aveva circa tre anni e Niní uno e mezzo, quando la mammina passò a seconde nozze.

Forse per il troppo pensiero di Niní, non badò che si potesse dare il caso d'aver altri figliuoli da questo secondo marito. Ma non trascorse neppure un anno, che si trovò nel rischio mortale d'un parto doppio. I medici domandarono chi dovesse salvare, se la madre o le creaturine. La madre, s'intende! E le due nuove creaturine furono sacrificate. Il sacrifizio però non valse a nulla perché, dopo circa un mese di strazii atroci, la povera mammina se ne morí anche lei, disperata.

Cosí Nenè e Niní restarono orfani anche di madre, con uno che non sapevano neppure come si chiamasse, né che cosa stesse a rappresentar lí in casa loro.

Quanto al nome, se Nenè e Niní lo volevano proprio sapere, la risposta era facile: Erminio Del Donzello, si chiamava; ed era professore: professore di francese nelle scuole tecniche. Ma quanto a sapere che cosa stesse piú a far lí, ah non lo sapeva nemmeno lui, il professor Erminio Del Donzello.

Morta la moglie, morte prima di nascere le sue creature gemelle: la casa non era sua, la dote non era sua, quei due figliuoli non erano suoi. Che stava piú a far lí? Se lo domandava lui stesso. Ma se ne poteva forse andare?

Lo chiedeva con gli occhi rossi e quasi smarriti nel pianto a tutto il vicinato che, dal momento della disgrazia, gli era entrato in casa, da padrone, costituendosi da sé tutore e protettore de' due orfanelli. Di che lui, forse, si sarebbe dichiarato gratissimo, se veramente il modo non lo avesse offeso.

Sí, sapeva che molti, purtroppo, giudicano dall'apparenza soltanto, e che i giudizii che si davano di lui forse erano iniqui addirittura, perché, effettivamente, la figura non lo ajutava troppo. La eccessiva magrezza lo rendeva ispido, e aveva il collo troppo lungo e per di piú fornito d'un formidabile pomo d'Adamo, la sola cosa grossa in mezzo a tanta magrezza; e ruvidi i baffi, ruvidi i capelli pettinati a ventaglio dietro gli orecchi; e gli occhi armati di occhiali a staffa, poiché il naso non gli si prestava a reggere un piú svelto pajo di lenti. Ma, perdio, da quel suo collo cosí lungo egli credeva di saper tuttavia cavar fuori una seducentissima voce e accompagnare le sue frasi dolci e gentili con molta grazia di sguardi, di sorrisi e di gesti, con le mani costantemente calzate da guanti di filo di Scozia, che non si levava neanche a scuola, impartendo le sue lezioni di francese ai ragazzini delle tecniche, che naturalmente ne ridevano.

Ma che! Nessuna pietà, nessuna considerazione per lui, in tutto quel vicinato, per la sua doppia sciagura. Pareva anzi che la morte della moglie e delle sue creaturine gemelle fosse giudicata da tutti come una giusta e ben meritata punizione.

Tutta la pietà era per i due orfanelli, di cui in astratto si considerava la sorte. Ecco qua: il patrigno, adesso, senza alcun dubbio, avrebbe ripreso moglie: una megera, certo, una tiranna; ne avrebbe avuto chi sa quanti figliuoli, a cui Nenè e Niní sarebbero stati costretti a far da servi, fintanto che, a furia di maltrattamenti, di sevizie, prima l'una e poi l'altro, sarebbero stati soppressi.

Fremiti di sdegno, brividi d'orrore assalivano a siffatti pensieri uomini e donne del vicinato; e impetuosamente i due piccini, in questa o in quella casa, erano abbracciati e inondati di lagrime.

Perché il professor Erminio Del Donzello, ora, ogni mattina, prima di recarsi a scuola, per ingraziarsi quel vicinato ostile e dimostrar la cura e la sollecitudine che si dava de' due orfanelli, dopo averli ben lavati e calzati e vestiti, se li prendeva per mano, uno di qua, l'altra di là, e li andava a lasciare ora in questa ora in quella famiglia tra le tante che si erano profferte.

Era - s'intende - in ciascuna di queste famiglie piú delle altre caritatevoli e in pensiero per la sorte dei piccini, almeno una ragazza da marito; e tutte, senza eccezione, queste ragazze da marito sarebbero state mammine svisceratamente amorose di quei due orfanelli; perfida tiranna, spietata megera sarebbe stata solo quell'una, che il professor Erminio Del Donzello avrebbe scelto tra esse.

Perché era una necessità ineluttabile, che il professor Erminio Del Donzello riprendesse moglie. Se l'aspettava di giorno in giorno tutto il vicinato, e per dir la verità ci pensava sul serio anche lui.

Poteva forse durare a lungo cosí? Quelle famiglie si prestavano con tanto zelo di carità ad accogliere i piccini, per adescarlo; non c'era dubbio. Se egli avesse fatto a lungo le viste di non comprenderlo, tra un po' di tempo gli avrebbero chiuso la porta in faccia; non c'era dubbio neanche su questo. E allora? Poteva forse da solo attendere a quei due piccini? Con la scuola tutte le mattine, le lezioni particolari nelle ore del pomeriggio, la correzione dei còmpiti tutte le sere... Una serva in casa? Egli era giovine, e caldo, quantunque di fuori non paresse. Una serva vecchia? Ma lui aveva preso moglie perché la vita di scapolo, quell'andare accattando l'amore, non gli era parso piú compatibile con la sua età e con la sua dignità di professore. E ora, con quei due piccini...

No, via; era, era veramente una necessità ineluttabile.

L'imbarazzo della scelta, intanto, gli cresceva di giorno in giorno, di giorno in giorno lo esasperava sempre piú.

E dire che in principio aveva creduto che dovesse riuscirgli molto difficile trovare una seconda moglie, in quelle sue condizioni! Gliene bisognava una? Ne aveva trovate subito dieci, dodici, quindici, una piú pronta e impaziente dell'altra!

Sí, perché in fondo, via, era vedovo, ma appena: si poteva dire che quasi non aveva avuto tempo d'essere ammogliato. E quanto ai figliuoli, sí, c'erano, ma non erano suoi. La casa, intanto, fino alla maggiore età di questi, ch'erano ancor tanto piccini, era per lui, e cosí anche il frutto della dote, il quale insieme col suo stipendio di professore faceva un'entratuccia piú che discreta.

Questo conto se l'erano fatto bene tutte le mamme e le signorine del vicinato. Ma il professor Erminio Del Donzello era certo che si sarebbe attirate addosso tutte le furie dell'inferno, se avesse fatto la scelta in quel vicinato.

Aveva sopra tutto, e con ragione, paura delle suocere. Perché ognuna di quelle mamme disilluse sarebbe certo diventata subito una suocera per lui; tutte quante si sarebbero costituite mamme postume della sua povera moglie defunta, e nonne di quei due orfanelli. E che mamma, che nonna, che suocera sarebbe stata, ad esempio, quella signora Ninfa della casa dirimpetto, che piú delle altre gli aveva fatto e seguitava a fargli le piú pressanti esibizioni d'ogni servizio, insieme con la figliuola Romilda e il figlio Toto!

Venivano tutti e tre, quasi ogni mattina, a strappargli di casa i piccini, perché non li conducesse altrove. Via, uno almeno! ne desse loro uno almeno, o Nenè o Niní; meglio Nenè, oh cara! ma anche Niní, oh caro! E baci e chicche e carezze senza fine.

Il professor Erminio Del Donzello non sapeva come schermirsi; sorrideva, angustiato; si volgeva di qua e di là; si poneva innanzi al petto le mani inguantate; storceva il collo come una cicogna:

- Vede, cara signora... carissima signorina... non vorrei che... non vorrei che...

- Ma lasci dire, lasci dire, professore! Lei può star sicuro che come stanno da noi, non stanno da nessuno! La mia Romilda ne è pazza, sa? proprio pazza, tanto dell'una quanto dell'altro. E guardi il mio Toto! Eccolo là... A cavalluccio, eh Niní? Gioja cara, quanto sei bello! To', caro! to', amore!

Il professor Erminio Del Donzello, costretto a cedere, se n'andava come tra le spine, voltandosi a sorridere di qua e di là, quasi a chiedere scusa alle altre vicine.

Ma nelle ore che lui, sempre coi guanti di filo di Scozia, insegnava il francese ai ragazzi delle scuole tecniche, che scuola facevano quelle vicine là, e segnatamente la signora Ninfa con la figliuola Romilda e il figlio Toto, a Nenè e Niní? che prevenzioni, che sospetti insinuavano nelle loro animucce? e che paure?

Già Nenè, che s'era fatta una bella bamboccetta vispa e tosta, con le fossette alle guance, la boccuccia appuntita, gli occhietti sfavillanti, acuti e furbi, tutta scatti tra risatine nervose, coi capelli neri, irrequieti, sempre davanti agli occhi, per quanto di tratto in tratto se li mandasse via con rapide, rabbiose scrollatine, s'impostava fieramente incontro alle minacce immaginarie, ai maltrattamenti, ai soprusi della futura matrigna, che le vicine le facevano balenare; e mostrando il piccolo pugno chiuso, gridava:

- E io l'ammazzo!

Subito, all'atto, quelle le si precipitavano addosso, se la strappavano, per soffocarla di baci e di carezze.

- Oh cara! Amore! Angelo! Sí, cara, cosí! Perché tutto è tuo, sai? La casa è tua, la dote della tua mammina è tua, tua e del tuo fratellino, capisci? E devi difenderlo, tu, il tuo fratellino! E se tu non basti, ci siamo qua noi, a farli stare a dovere, tanto lei che lui, non dubitare, ci siamo qua noi per te e per Niní!

Niní era un badalone grosso grosso, pacioso, con le gambette un po' a roncolo e la lingua ancora imbrogliata. Quando Nenè, la sorellina, levava il pugno e gridava: «E io l'ammazzo!» si voltava piano piano a guardarla e domandava con voce cupa e con placida serietà:

- L'ammassi davero?

E, a questa domanda, altri prorompimenti di frenetiche amorevolezze in tutte quelle buone vicine.


Dei frutti di questa scuola il professor Erminio Del Donzello si accorse bene, allorché, dopo un anno di titubamenti e angosciose perplessità, scelta alla fine una casta zitella attempata, di nome Caterina, nipote d'un curato, la sposò e la portò in casa.

Quella poverina pareva seguitasse a recitar le orazioni anche quando, con gli occhi bassi, parlava della spesa o del bucato. Pur non di meno, il professor Erminio Del Donzello, ogni mattina, prima d'andare a scuola, le diceva:

- Caterina mia, mi raccomando. So, so la tua mansuetudine cara. Ma procura, per carità, di non dare il minimo incentivo a tutte queste vipere attorno, di schizzar veleno. Fa' che questi angioletti non gridino e non piangano per nessuna ragione. Mi raccomando.

Va bene; ma Nenè, ecco, aveva i capelli arruffati: non si doveva pettinare? Niní, mangione, aveva il musetto sporco, e sporchi anche i ginocchi: non si doveva lavare?

- Nenè, vieni, amorino, che ti pèttino.

E Nenè, pestando un piede:

- Non mi voglio pettinare!

- Niní, via, vieni tu almeno, caro caro: fa' vedere alla sorellina come ti fai lavare.

E Niní, placido e cupo, imitando goffamente il gesto della sorella:

- Non mi vollo lavare!

E se Caterina lo costringeva appena, o s'accostava loro col pettine o col catino, strilli che arrivavano al cielo!

Subito allora le vicine:

- Ecco che comincia! Ah, povere creature! Dio di misericordia, senti, senti! Ma che fa? Ih, strappa i capelli alla grande! Senti che schiaffi al piccino! Ah che strazio, Dio, Dio, abbiate pietà di questi due poveri innocenti!

Se poi Caterina, per non farli strillare, lasciava Nenè spettinata e sporco Niní:

- Ma guardate qua questi due amorini come sono ridotti: una cagnetta scarduffata e un porcellino!

Nenè, certe mattine, scappava di casa in camicia, a piedi nudi; si metteva a sedere su lo scalino innanzi all'uscio di strada, accavalciando una gambetta su l'altra e squassando la testina per mandarsi via dagli occhi le ciocche ribelli, rideva e annunziava a tutti:

- Sono castigata!

Poco dopo, piano piano, scendeva con le gambette a roncolo Niní, in camicina e scalzo anche lui, reggendo per il manico l'orinaletto di latta; lo posava accanto alla sorellina, vi si metteva a sedere, e ripeteva serio serio, aggrondato e con la lingua grossa:

- So' cattigato!

Figurarsi attorno le grida di commiserazione e di sdegno delle vicine indignate!

Eccoli qua, ignudi! ignudi! Che barbarie, con questo freddo! Far morire cosí d'una bronchite, d'una polmonite due povere creaturine! Come poteva Dio permetter questo? Ah sí, di nascosto, è vero? essi, di nascosto, erano scappati dal letto? E perché erano scappati? Segno che i due piccini chi sa com'erano trattati! Ah, già, niente... Gente di chiesa, figuriamoci! Diamo il supplizio senza far strillare! Oh Dio, ecco le lagrime adesso, ecco le lagrime del coccodrillo!

Una santa, anche una santa avrebbe perduto la pazienza. Quella povera donna sentiva voltarsi il cuore in petto, non solamente per la crudele ingiustizia, ma anche per lo strazio di veder quella ragazzetta, Nenè, cosí bellina, crescere come una diavola, messa sú da quelle perfide pettegole, sguajata, senza rispetto per nessuno.

- La casa è mia! La dote è mia!

Signore Iddio, la dote! Una piccina alta un palmo, che strillava e levava i pugni e pestava i piedi per la dote!

Il professor Erminio Del Donzello pareva in pochi mesi invecchiato di dieci anni.

Guardava la povera moglie che gli piangeva davanti disperata, e non sapeva dirle niente, come non sapeva dir niente a quei due diavoletti scatenati.

Era inebetito? No. Non parlava, perché si sentiva male. E si sentiva male, perché... perché proprio portavano con sé questo destino, quei due piccini là!

Il padre era morto; e la mamma, per provvedere a loro, si era rimaritata ed era morta. Ora... ora toccava a lui.

N'era profondamente convinto il professor Erminio Del Donzello.

Toccava a lui!

Domani, la sua vedova, quella povera Caterina, per dare a Nenè e a Niní una guida, un sostegno, sarebbe passata, a sua volta, a seconde nozze, e sarebbe morta lei allora; e a quel secondo marito toccherebbe di riammogliarsi; e cosí, via via, un'infinita sequela di sostituti genitori sarebbe passata in poco tempo per quella casa.

La prova evidente era nel fatto, ch'egli si sentiva già molto, molto male.

Era destino, e non c'era dunque né da fare né da dir nulla.

La moglie, vedendo che non riusciva in nessun modo a scuoterlo da quella fissazione che lo inebetiva, si recò per consiglio dallo zio curato. Questi, senz'altro, le impose d'obbedire al proprio dovere e alla propria coscienza, senza badare alle proteste infami di tutti quei malvagi. Se con la bontà quei due piccini non si riducevano a ragione, usasse pure la forza!

Il consiglio fu savio; ma, ahimè, non ebbe altro effetto, che affrettar la fine del povero professore.

La prima volta che Caterina lo mise in pratica, Erminio Del Donzello, ritornando da scuola, si vide venire con le mani in faccia quel Toto della signora Ninfa seguito da tutte le vicine urlanti con le braccia levate.

La moglie s'era dovuta asserragliare in casa. E c'erano guardie e carabinieri innanzi alla porta.

Tutto il vicinato aveva apposto le firme a una protesta da presentare alla Questura per le sevizie che si facevano a quei due angioletti.

L'onta, la trepidazione per lo scandalo enorme furono tali e tanta la rabbia per quella ostinata, feroce iniquità, che Erminio Del Donzello si ridusse in pochi giorni in fin di vita, per un travaso di bile improvviso e tremendo.

Prima di chiuder gli occhi per sempre, si chiamò la moglie accanto al letto e con un fil di voce le disse:

- Caterina mia, vuoi un mio consiglio? Sposa, sposa quel Toto, cara, della signora Ninfa. Non temere; verrai presto a raggiungermi. E lascia allora che provveda lui, insieme con l'altra, a quei due piccini. Stai pur certa, cara, che morrà presto anche lui.

Nenè e Niní, intanto, in casa d'una vicina avevano trovato una gattina mansa e un pappagalletto imbalsamato, e ci giocavano, ignari e felici.

- Mao, ti strozzo! - diceva Nenè.

E Niní, voltandosi, con la lingua imbrogliata:

Lo strossi davero?

Introduzione alle Novelle



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