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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "LA RALLEGRATA"
Pubblicata nel 1922, la raccolta "La rallegrata" costituisce il terzo volume
delle Novelle per un anno.
Include racconti già pubblicati tra il 1896 ed il
1918. |
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14. Nené
e Ninì (1912)
«Corriere della Sera», 31 marzo
1912, poi in "La trappola", Treves, Milano 1915.
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Nené aveva un anno e qualche mese,
quando il babbo le morì. Ninì non era ancor nato, ma già c’era: si aspettava.
Ecco: se Ninì non ci fosse stato, forse la mammina, quantunque bella e giovane,
non avrebbe pensato di passare a seconde nozze: si sarebbe dedicata tutta alla
piccola Nené. Aveva da campare sul suo, modestamente nella casetta lasciatale
dal marito e col frutto della sua dote.
Il pensiero d’un maschio da educare, così inesperta come lei stessa si
riconosceva e senza guida o consiglio di parenti né prossimi né lontani, la
persuase ad accettar la domanda d’un buon giovine, che prometteva d’esser padre
affettuoso per i due poveri orfanelli.
Nené aveva circa tre anni e Ninì uno e mezzo, quando la mammina passò a seconde
nozze.
Forse per il troppo pensiero di Ninì, non badò che si potesse dare il caso
d’aver altri figliuoli da questo secondo marito. Ma non trascorse neppure un
anno, che si trovò nel rischio mortale d’un parto doppio. I medici domandarono
chi si dovesse salvare, se la madre o le creaturine. La madre, s’intende! E le
due nuove creaturine furono sacrificate. Il sacrifizio però non valse a nulla
perché, dopo circa un mese di strazii atroci, la povera mammina se ne morì anche
lei, disperata.
Così Nené e Ninì restarono orfani anche di madre, con uno che non sapevano
neppure come si chiamasse, né che cosa stésse a rappresentar lì in casa loro. Quanto al nome, se Nené e Ninì lo volevano proprio sapere, la risposta era
facile: Erminio Del Donzello, si chiamava; ed era professore: professore di
francese nelle scuole tecniche. Ma quanto a sapere che cosa stésse più a far li,
ah non lo sapeva nemmeno lui, il professor Erminio Del Donzello. |
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Morta la moglie, morte prima di nascere le sue creature gemelle: la casa non era
sua, la dote non era sua, quei due figliuoli non erano suoi. Che stava più a far
lì? Se lo domandava lui stesso. Ma se ne poteva forse andare?
Lo chiedeva con gli occhi rossi e quasi smarriti nel pianto a tutto il vicinato
che, dal momento della disgrazia, gli era entrato in casa, da padrone,
costituendosi da sé tutore e protettore de’ due orfanelli. Di che lui forse, si
sarebbe dichiarato gratissimo, se veramente il modo non lo avesse offeso.
Sì, sapeva che molti, purtroppo, giudicano dati apparenza soltanto, e che i
giudizii che si davano di lui forse erano iniqui addirittura, perché,
effettivamente, la figura non lo aiutava troppo. La eccessiva magrezza lo
rendeva ispido, e aveva il collo troppo lungo e per di più fornito d’un
formidabile pomo d’Adamo, la sola cosa grossa in mezzo a tanta magrezza; e
ruvidi i baffi, ruvidi i capelli pettinati a ventaglio dietro gli orecchi; e gli
occhi armati di occhiali a staffa, poiché il naso non gli si prestava a reggere
un più svelto paio di lenti. Ma, perdio, da quel suo collo così lungo egli
credeva di saper tuttavia cavar fuori una seducentissima voce e accompagnare le
sue frasi dolci e gentili con molta grazia di sguardi, di sorrisi e di gesti,
con le mani costantemente calzate da guanti di filo di Scozia, che non si levava
neanche a scuola, impartendo le sue lezioni di francese ai ragazzini delle
tecniche, che naturalmente ne ridevano.
Ma che! Nessuna pietà, nessuna considerazione per lui, in tutto quel vicinato,
per la sua doppia sciagura. Pareva anzi che la morte della moglie e delle sue
creaturine gemelle fosse giudicata da tutti come una giusta e ben meritata
punizione.
Tutta la pietà era per i due orfanelli, di cui in astratto si considerava la
sorte. Ecco qua il patrigno, adesso, senza alcun dubbio, avrebbe ripreso moglie:
una megera, certo, una tiranna; ne avrebbe avuto chi sa quanti figliuoli, a cui
Nené e Ninì sarebbero stati costretti a far da servi, fintanto che, a furia di
maltrattamenti, di sevizie, prima l’una e poi l’altro, sarebbero stati
soppressi.
Fremiti di sdegno, brividi d’orrore assalivano a siffatti pensieri uomini e
donne del vicinato; e impetuosamente i due piccini, in questa o in quella casa,
erano abbracciati e inondati di lagrime.
Perché il professor Erminio Del Donzello, ora, ogni mattina, prima di recarsi a
scuola, per ingraziarsi quel vicinato ostile e dimostrar la cura e la
sollecitudine che si dava de’ due orfanelli, dopo averli ben lavati e calzati e
vestiti, se li prendeva per mano, uno di qua, l’altra di là, e li andava a
lasciare ora in questa ora in quella famiglia tra le tante che si erano
profferte.
Era – s’intende – in ciascuna di queste famiglie più delle altre caritatevoli e
in pensiero per la sorte dei piccini, almeno una ragazza da marito; e tutte,
senza eccezione, queste ragazze da marito sarebbero state mammine
svisceratamente amorose di quei due orfanelli perfida tiranna, spietata megera
sarebbe stata solo quell’una, che il professor Erminio Del Donzello avrebbe
scelto tra esse.
Perché era una necessità ineluttabile, che il professor Erminio Del Donzello
riprendesse moglie. Se l’aspettava di giorno in giorno tutto il vicinato, e per
dir la verità ci pensava sul serio anche lui.
Poteva forse durare a lungo così? Quelle famiglie si prestavano con tanto zelo
di carità ad accogliere i piccini, per adescarlo; non c’era dubbio. Se egli
avesse fatto a lungo le viste di non comprenderlo, tra un po’ di tempo gli
avrebbero chiuso la porta in faccia; non c’era dubbio neanche su questo. E
allora? Poteva forse da solo attendere a quei due piccini? Con la scuola tutte
le mattine, le lezioni particolari nelle ore del pomeriggio, la correzione dei
compiti tutte le sere... Una serva in casa? Egli era giovine, e caldo,
quantunque di fuori non paresse Una serva vecchia? Ma lui aveva preso moglie
perché la vita di scapolo, quell’andare accattando l’amore, non gli era parso
più compatibile con la sua età e con la sua dignità di professore. E ora, con
quei due piccini...
No, via: era, era veramente una necessità ineluttabile.
L’imbarazzo della scelta, intanto, gli cresceva di giorno in giorno, di giorno
in giorno lo esasperava sempre più.
E dire che in principio aveva creduto che dovesse riuscirgli molto difficile
trovare una seconda moglie, in quelle sue condizioni!
Gliene bisognava una? Ne aveva trovate subito dieci, dodici, quindici, una più
pronta e impaziente dell’altra!
Sì, perché in fondo, via, era vedovo, ma appena: si poteva dire che quasi non
avuto tempo d’essere ammogliato. E quanto ai figliuoli, sì, c’erano, ma non
erano suoi. La casa, intanto, fino alla maggiore età di questi, ch’erano ancor
tanto piccini, era per lui, e così anche il frutto della dote, il quale insieme
col suo stipendio di professore faceva un’entratuccia più che discreta.
Questo conto se l’erano fatto bensì bene tutte le mamme e le signorine del
vicinato. Ma il professor Erminio Del Donzello era certo che si sarebbe attirate
addosso tutte le furie dell’inferno, se avesse fatto la scelta in quel vicinato.
Aveva sopra tutto, e con ragione, paura delle suocere. Perché ognuna di quelle
mamme disilluse sarebbe certo diventata subito una suocera per lui; tutte quante
si sarebbero costituite mamme postume della sua povera moglie defunta, e nonne
di quei due orfanelli. E che mamma, che nonna, e suocera sarebbe stata, ad
esempio, quella signora Ninfa della casa dirimpetto, che più delle altre gli
aveva fatto e seguitava a fargli le più pressanti esibizioni d’ogni servizio,
insieme con la figliuola Romilda e il figlio Toto!
Venivano tutti e tre, quasi ogni mattina, a strappargli di casa i piccini,
perché non li conducesse altrove. Via, uno almeno! ne d’esse loro uno almeno, o
Nené o Ninì; meglio Nenè, oh cara! ma anche Ninì, oh caro! E baci e chicche e
carezze senza fine.
Il professor Erminio Del Donzello non sapeva come schermirsi; sorrideva,
angustiato: si volgeva di qua e di là; si poneva innanzi al petto le mani
inguantate; storceva il collo come una cicogna:
– Vede, cara signora... carissima signorina.... non vorrei che... non vorrei
che...
– Ma lasci dire, lasci dire, professore! Lei può star sicuro che come stanno da
noi, non stanno da nessuno! La mia Romilda ne è pazza, sa? proprio pazza, tanto
dell’una quanto dell’altro. E guardi il mio Toto! Eccolo là... A cavalluccio, eh
Ninì? Gioja cara, quanto sei bello! To’, caro! to’, amore!
Il professor Erminio Del Donzello, costretto a cedere, se n’andava come tra le
spine, voltandosi a sorridere di qua e di là, quasi a chiedere scusa alle altre
vicine.
Ma nelle ore che lui, sempre coi guanti di filo di Scozia, insegnava il francese
ai ragazzi delle scuole tecniche, che scuola facevano quelle vicine là, e
segnatamente la signora Ninfa con la figliuola Romilda e il figlio Toto, a Nené
e Ninì? che prevenzioni, che sospetti insinuavano nelle loro arimucce? e che
paure?
Già Nené, che s’era fatta una bella bamboccetta vispa e tosta, con le fossette
alle guance, la boccuccia appuntita, gli occhietti sfavillanti, acuti e furbi,
tutta scatti tra risatine nervose, coi capelli neri, irrequieti, sempre davanti
agli occhi, per quanto di tratto in tratto se li mandasse via con rapide,
rabbiose scrollatine, s’impostava fieramente incontro alle minacce immaginarie,
ai maltrattamenti, ai soprusi della futura matrigna, che le vicine le facevano
balenare; e, mostrando il piccolo pugno chiuso, gridava:
– E io l’ammazzo!
Subito, all’atto, quelle le si precipitavano addosso, se la strappavano, per
soffocarla di baci e di carezze.
– Oh cara! Amore! Angelo! Sì, cara, cara, così! Perché tutto è tuo, sai? La casa
è tua, la dote della tua mammina è tua, tua e del tuo fratellino, capisci? E
devi difenderlo, tu, il tuo fratellino! E se tu non basti, ci siamo qua noi, a
farli stare a dovere, tanto lei che lui, non dubitare, ci siamo qua noi per e
per Ninì!
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Ninì era un badalone grosso grosso, pacioso, con le gambette un po’ a roncolo e
la lingua ancora imbrogliata. Quando Nenè, la sorellina, levava il pugno e
gridava: «E io l’ammazzo"» si voltava piano piano a guardarla e domandava con
voce cupa e con placida serietà:
– L’ammassi davero?
E, a questa domanda, altri prorompimenti di frenetiche amorevolezze in tutte
quelle buone vicine.
Dei frutti di questa scuola il professor Erminio Del Donzello si accorse bene,
alllorché, dopo un anno di titubamenti e angosciose perplessità, scelta alla
fine una casta zitella attempata, di nome Caterina, nipote d’un curato, la sposò
e la portò in casa.
Quella poverina pareva seguitasse a recitar le orazioni anche quando, con gli
occhi bassi parlava della spesa o del bucato. Pur non di meno, il professor
Erminio Del Donzello ogni mattina, prima d’andare a scuola, le diceva:
– Caterina mia, mi raccomando. So, so la nel mansuetudine, cara. Ma procura, per
carità, di non dare il minimo incentivo a tutte queste vipere attorno, di
schizzar veleno. Fa’ che questi angioletti non gridino e non piangano per
nessuna ragione. Mi raccomando.
– Va bene; ma Nené, ecco, aveva i capelli arruffati: non si doveva pettinare?
Ninì, mangione, aveva il musetto sporco, e sporchi anche i ginocchi: non si
doveva lavare?
– Nené, vieni, amorino, che ti pettino. E Nené, pestando un piede:
– Non mi voglio pettinare!
– Ninì, via, vieni tu almeno, caro caro fa’ vedere alla sorellina come ti fai
lavare.
E Ninì, placido e cupo, imitando goffamente il gesto della sorella:
– Non mi vollo lavare!
E se Caterina lo costringeva appena, o s’accostava loro col pettine e col
catino, strilli che arrivavano al cielo!
Subito allora le vicine:
– Ecco che comincia! Ah, povere creature! Dio di misericordia, senti, senti! Ma
che fa? Ih, strappa i capelli alla grande! Senti che schiaffi al piccino! Ah che
strazio, Dio, Dio, abbiate pietà di questi due poveri innocenti!
Se poi Caterina, per non farli strillare, lasciava Nené spettinata e sporco
Ninì:
– Ma guardate qua questi due amorini come sono ridotti: una cagnetta scarduffata
e un porcellino!
Nené, certe mattine, scappava di casa in camicia, a piedi nudi; si metteva a
sedere su lo scalino innanzi all’uscio di strada, accavalciando una gambetta su
l’altra e squassando la testina per mandarsi via dagli occhi le ciocche ribelli,
rideva e annunziava a tutti:
– Sono castigata!
Poco dopo, piano piano, scendeva con le gambetto a roncolo Ninì, in carnicina e
scalzo anche lui, reggendo per il manico l’orinaletto di latta; lo posava
accanto alla sorellina, vi si metteva a sedere, e ripeteva serio serio,
aggrondato e con la lingua grossa:
– So’ cattivato!
Figurarsi attorno le grida di commiserazione e di sdegno delle vicine indignate!
Eccoli qua, ignudi! ignudi! Che barbarie, con questo freddo! Far morire così
d’una bronchite, d’una polmonite due povere creaturine! Come poteva Dio
permetter questo? Ah sì, di nascosto, è vero? essi, di nascosto, erano scappati
dal letto? E perché erano scappati? Segno che i due piccini chi sa com’erano
trattati! Ah, già, niente... Gente di chiesa, figuriamoci! Diamo il supplizio
senza far strillare! Oh Dio, ecco le lagrime adesso, ecco le lagrime del
coccodrillo!
Una santa, anche una santa avrebbe perduto la pazienza. Quella povera donna
sentiva voltarsi il cuore in petto, non solamente per la crudele ingiustizia, ma
anche per lo strazio di veder quella ragazzetta, Nené, così bellina, crescere
come una diavola, messa sì da quelle perfide pettegole, sguajata, senza rispetto
per nessuno.
– La casa è mia! La dote è mia!
Signore Iddio, la dote! Una piccina alta un palmo, che strillava e levava i
pugni pestava i piedi per la dote!
Il professor Erminio Del Donzello pareva in pochi mesi invecchiato di dieci
anni.
Guardava la povera moglie che gli piangeva davanti disperata, e non sapeva dirle
niente, come non sapeva dir niente a quei due diavoletti scatenati.
Era inebetito? No. Non parlava, perché si sentiva male. E si sentiva male,
perché... perché proprio portavano con sé questo destino, quei due piccini là!
Il padre era morto; e la mamma, per provvedere a loro, s’era rimaritata ed era
morta. Ora... ora toccava a lui.
N’era profondamente convinto il professor Erminio Del Donzello.
Toccava a lui!
Domani, la sua vedova, quella povera Caterina, per dare a Nené e a Ninì una
guida, un sostegno, sarebbe passata, a sua volta, a seconde nozze, e sarebbe
morta lei allora, e a quel secondo marito toccherebbe di riammogliarsi; e così,
via via, un’infinita sequela di sostituti genitori sarebbe passata in poco tempo
per quella casa.
La prova evidente era nel fatto, ch’egli si sentiva già molto, molto male.
Era destino, e non c’era dunque né da fare né da dir nulla.
La moglie, vedendo che non riusciva in nessun modo a scuoterlo da quella
fissazione che lo inebetiva, si recò per consiglio dallo zio curato. Questi,
senz’altro, le impose d’obbedire al proprio dovere e alla propria coscienza,
senza badare alle proteste infami di tutti quei malvagi. Se con la bontà quei
due piccini non si riducevano a ragione, usasse pure la forza!
Il fu savio; ma, ahimè, non ebbe altro effetto, che affrettar la fine del povero
professore.
La prima volta che Caterina lo mise in pratica, Erminio Del Donzello, ritornando
da scuola, si vide venire con le mani in faccia quel Toto della signora Ninfa
seguito da tutte le vicine urlanti con le braccia levate.
La moglie s’era dovuta asserragliare in casa. E c’erano guardie e carabinieri
innanzi alla porta.
Tutto il vicinato aveva apposto le firme a un protesta da presentare alla
Questura per le sevizie che si facevano a quei due angioletti.
L’onta, la trepidazione per lo scandalo enorme furono tali e tanta la rabbia per
quella ostinata, feroce iniquità, che Erminio Del Donzello si ridusse in pochi
giorni in fin di vita, per un travaso di bile improvviso e tremendo.
Prima di chiuder gli occhi per sempre, si chiamò la moglie accanto al letto e
con un fil di voce le disse:
– Caterina mia, vuoi un mio consiglio; Sposa, sposa quel Toto, cara, della
signora Ninfa. Non temere; verrai presto a raggiungermi. E lascia allora che
provveda lui, insieme con l’altra, a quei due piccini. Stai pur certa, cara, che
morrà presto anche lui.
Nené e Ninì, intanto, in casa d’una vicina avevano trovato una gattina mansa e
un pappagalletto imbalsamato, e ci giocavano, ignari e felici.
– Mao, ti strozzo! – diceva Nené.
E Ninì, voltandosi, con la lingua imbrogliata:
– Lo strossi davero?
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