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Melina non chiese nulla: intuì la loro decisione; ma intuì pure con quale animo
entrambi la avevano presa. Lasciò passare qualche tempo; quando le parve il
momento opportuno’ a Carlino Sanni che quella sera si trovava con lei, mostrò
con gli occhi bassi e un timido sorriso sulle labbra una pezza di tela comperata
il giorno avanti co’ suoi risparmiò.
– Ti piace?
Il giovine finse, dapprima, di non comprendere. Esaminò, appressandosi al lume
la tela, con gli occhi, col tatto:
– Buona, – disse. – E... quanto l’hai pagata?
Melina alzò gli occhi, ove la malizietta sorrideva implorante:
– Oh, poco, – rispose. – Indovina?
– Quanto?
– No... dico, perché l’ho comperata.
Carlino si strinse nelle spalle, fingendo ancora di non comprendere.
– Oh bella! perché ti bisognava. Ma l’hai comperata da te, e non dovevi. Potevi
dirci che ti bisognava.
Melina allora alzò la tela e vi nascose la faccia. Stette un pezzo così; poi,
con gli occhi pieni di lagrime, scotendo amaramente il capo, disse:
– Dunque, no? proprio no, è vero? non debbo... non debbo preparar nulla?
E vedendo, a questa domanda supplichevole, restare il giovine tra confuso e
seccato e commosso, subito gli prese una mano, lo attirò a sè e s’affrettò a
soggiungere con foga:
– Senti, Carlino, senti, per carità! io non voglio nulla, non chiedo nulla di
più. Come ho comperato questa tela, così con altri piccoli risparmiò potrei
provvedere io a tutto. No, senti, stammi prima a sentire, senz’alzar le spalle,
senza farmi cotesti occhiacci. Guarda, ti giuro, ti giuro che non n’avrete mai
nessun fastidio, nessun peso, mai! Lasciami dire. M’avanza tanto tempo, qua. Ho
imparato a lavorare per voi; seguiterò sempre a lavorare; oh, potete star sicuri
che non vi mancheranno mai le mie cure! Ma ecco, vedi, badando a voi, come
faccio, alla vostra biancheria, ai vostri abiti, m’avanza ancora tanto tempo,
tanto che – lo sai – ho imparato a leggere e a scrivere, da me! Ebbene, ora
lascerò questo, e cercherò altro lavoro, da fare qui in casa; e sarò felice,
credimi! credimi! Non vi chiederò mai nulla, Carlino, mai nulla! Concedetemi
questa grazia, per carità! Sì? sì?
Carlino schivava di guardarla, voltando la testa di qua e di là, e alzava una
spalla e apriva e chiudeva le mani e sbuffava.
Prima di tutto, via, ci voleva poco a intendere che lui, così su due piedi, e
senza consultare l’altro, non poteva darle nessuna risposta. E poi, sì, era
presto detto nessun peso, nessun fastidio. Il peso, il fastidio sarebbero stati
il meno! La responsabilità, la responsabilità d’una vita, perdio, che a uno dei
due apparteneva di certo, ma a quale dei due non si poteva sapere. Ecco, era
questo! era questo!
– Ma a me, Carlino? – rispose pronta, con ardore, Melina. – A me appartiene di
certo! E la responsabilità... perché dovete assumervela voi? Me l’assumo io, ti
dico, intera.
– E come? – gridò il giovine.
– Come? Ma così, me l’assumo! Stammi a sentire, per carità! Guarda, tra dieci
anni, Carlino, chi sa quante cose potranno accadere a voi due! Tra dieci anni...
E quand’anche voleste seguitare a vivere così, tutti e due insieme, tra dieci
anni, che sarò più io? non sarò più certo buona per voi; vi sarete certo
stancati di me. Ebbene: fino a dieci anni sarà ancora ragazzo il mio figliuolo,
e non vi darà né spesa né fastidio perché provvederò io a tutto col mio lavoro.
Ma capisci che ora che ho imparato a lavorare, non posso più buttarlo via? Lo
terrò con me; mi darà qui conforto e compagnia; e poi, quando voi non mi vorrete
più, avrò lui almeno, avrò lui, capisci? Lo so, non devi né puoi dirmi di sì,
per ora, da solo. Perché l’ho detto prima a te, e non a Tito? Non lo sol Il
cuore mi ha suggerito così. E anche lui tanto buono, Tito! Parlagliene tu, come
credi, quando credi. Io sono qua, in mano vostra. Non dirò più nulla. Farò come
voi vorrete.
Carlino Sanni parlò a Tito Morena il giorno dopo.
Si mostrò seccatissimo di Melina, e veramente credeva di avercela con lei; ma
appena vide Tito accordarsi con lui nel disapprovare la proposta di Melina, si
accorse che aveva la stizza in corpo non per lei, ma perché prevedeva
l’opposizione di Tito. Prevedeva l’opposizione; eppure forse, in fondo, sperava
che Tito invece si assumesse contro a lui la parte di contentare Melina; cioè
quella stessa parte che molto volentieri si sarebbe assunta lui, ove non avesse
temuto di far peggio. Si stizzì del subitaneo accordo, e Tito rimase stordito di
quella stizza inattesa; lo guardò un poco; gli domandò:
– Ma scusa, non dici quello che dico io?
E Carlino:
– Ma sì! ma sì! ma sì!
A ragionare, infatti, non potevano non esser d’accordo. E anche il sentimento
avevano entrambi comune. Se non che, questo sentimento comune, anziché
accordarli, non solo li divideva, ma li rendeva l’uno all’altro nemici.
Tito, ch’era il più calmo in quel momento, comprese bene che, a lasciar
prorompere il sentimento, sarebbe di certo e subito avvenuta tra loro una
rottura insanabile; avrebbe voluto perciò lasciar lì il discorso ove la sua
ragione e quella dell’amico, freddamente e così fuor fuori, potevano restar
d’accordo.
Ma Carlino, turbato dalla stizza, non seppe trattenersi. Tanto disse, che alla
fine fece perdere la calma anche a Tito. E, tutt’a un tratto, i due, finora
l’uno accanto all’altro amici cordialissimi, si scoprirono negli occhi, l’uno di
fronte all’altro, cordialissimi nemici.
– Vorrei sapere, intanto, perché prima l’ha detto a te e non a me!
– Perché iersera c’ero io; e l’ha detto a me.
– Poteva bene aspettar domani, e dirlo a me! Se l’ha detto iersera, che c’eri
tu, è segno che t’ha creduto più tenero di cuore e più disposto a venir meno a
ciò che tutti e due insieme, di pieno accordo, avevamo stabilito.
– Ma nient’affatto! Perché io le ho detto di no, di no, di no, precisamente come
dici tu! Ma capirai che ella ha insistito, ha pianto, ha scongiurato, ha fatto
tante promesse e tanti giuramenti; e, di fronte a queste lagrime e a queste
promesse, io non so, non potevo sapere, come saresti rimasto tu, e se anche tu
per tuo conto avresti voluto risponderle di noi
– Ma non s’era stabilito no? Dunque, no!
Carlino Sanni si scrollò rabbiosamente.
– Va bene! E ora andrai a dirglielo tu.
– Bello! Mi piace! – squittì Tito. – Così la parte del cuor duro, del tiranno,
la faccio io, e tu rimani per lei quello che si era piegato, commosso e
intenerito.
– E se fosse così? – salto sì Carlino, guardandolo da presso negli occhi. – Sei
sicuro tu, che non ti saresti «piegato, commosso e intenerito» al posto mio? E
avresti avuto il coraggio, così commosso e intenerito, di dirle di no, anche per
conto di un altro, che forse al tuo posto si sarebbe, come te, commosso e
intenerito? Rispondi a questo! Rispondi!
Così sfidato, con gli occhi negli occhi, Tito non volle darsi per vinto, e
mentì, imperterrito.
– Io, commosso? Chi te lo dice?
– E dunque è vero, – esclamò allora Carlino trionfante, – che il cuor duro sei
tu, e puoi bene andarglielo a dire!
– Oh sai che ti dico io, invece? – fremé Tito al colmo del dispetto. – Che ne ho
abbastanza io, di codesta storia, e voglio farla finita.
Carlino gli s’appressò di nuovo, minaccioso:
– Cioè... cioè.... cioè... piano piano, caro mio, aspetta: farla finita, adesso,
in che modo?
– Oh, – fece Tito con un sorriso stirato, guardandolo dall’alto in basso, – non
ti credere che voglia venir meno a quanto debbo! Seguiterò a dare la parte mia,
finché lei sarà in quello stato; poi faccia quello che vuole; se vuoi tenersi il
figlio, se lo tenga: se vuoi via, lo butti. Per me, non vorrò più saperne.
– E io? – domandò Carlino.
– Ma farai anche tu ciò che ti pare!
– Non è mica vero!
– Perché no?
– Lo capisci bene perché no! Se non ci vai più tu, non potrò più andarci neanche
io!
– E perché?
– Perché da solo, sai bene che non posso accollarmi tutto il peso del
mantenimento; non posso e non debbo, del resto perché non so di certo se il
figlio sia mio, e tu non puoi lasciarmi su le spalle il peso d’un figlio che può
esser tuo.
– Ma se ti dico che seguiterò a dar la parte mia.
– Grazie tante! Non posso accettare! Già, in mezzo resterei sempre io, di più.
– Perché vuoi restarci!
– Ma scusa, ma scusa, ma scusa, e perché non vuoi tu restare ai patti? Che cosa
chiede lei alla fine, che tu non possa accordarle? Se non ci fa nessun carico
del figliuolo! Se lo terrà per sé. Ma senti... ma ascolta...
E Carlino prese a inseguir per la stanza Tito che si allontanava scrollandosi,
per trattenerlo a ragionare. E non intendeva che, assumendo ora quel tono
persuasivo, quella pacata difesa della donna, faceva peggio.
Tito stesso, alla fine, glielo gridò:
– Sarà un sospetto ingiusto, ma che vuoi farci? m’è entrato; non posso più
scacciarlo! Non posso seguitare, così insieme, una relazione, che era solo
possibile a patto che nessun contrasto sorgesse tra noi.
– Ma andiamo tutti e due insieme, allora, – propose Carlino, – tutti e due
insieme a dirle di no. Io già gliel’ho detto per conto mio; ora andiamo a
ripeterglielo insieme; e se vuoi, parlerò io più forte; le dimostrerò io che non
è possibile accordarle quello che chiede!
– E poi? – fece Tito. – Credi che ella sarebbe più, quale è stata finora? Se
desidera tanto di tenersi il figlio! La faremmo infelice, credi, Carlino,
inutilmente. Perché... lo sento, lo sento bene, per me è finita! Sarà un
dispetto sciocco: non mi passa; sento che non mi passa. E allora? Io non posso,
non voglio più tornarci, ecco!
– E dovremmo abbandonarla così? – domandò Carlino accigliato.
– Ma nient’affatto, abbandonarla! – esclamò Tito. – T’ho detto e ripetuto che
seguiterò a dar la mia parte. finché ella si troverà in questo stato e non
troverà modo di provvedere a sé altrimenti. Tu poi, per conto tuo, fa’ quello
che credi. Te lo dico proprio senz’astio, bada! e con la massima franchezza.
Carlino rimase muto, ingrugnato, a raschiarsi con le unghie le gote rase. E, per
quel giorno, il discorso finì lì.
Non fu più ripreso. Ma seguitò nell’animo d’entrambi, e a mano a mano tanto più
violento, quanto più cresceva la violenza che l’uno e l’altro si facevano, per
tacere.
Nessuno de’ due andò più a trovar Melina. E Carlino, non andando, voleva
dimostrare a Tito che la violenza la commetteva lui; che gl’impediva lui
d’andare; e Tito, dal canto suo, che Carlino voleva lui, invece, usargli
violenza con quel suo astenersi d’andare. Ma sì! per forzarlo, così, a recedere
dal suo proposito, e averla vinta, pur essendo venuto meno, di sorpresa, a
quanto già tra loro d’accordo si era stabilito.
Doveva passar sopra a tutto? Far quello che volevano loro, tutt’e due insieme,
contro di lui? Non bastava che seguitasse a pagare, lasciando all’altro la
libertà d’andare a trovar la donna?
Nossignori. Di questa libertà Carlino non voleva profittare, non solo, ma
neppure dargli merito. La negava! Senza comprendere che, se egli avesse ceduto,
se fosse tornato da Melina per farci andare anche lui, tutta la vittoria sarebbe
stata di loro due, poich’egli alla fine avrebbe fatto quello che essi volevano.
E non era una violenza, questa? No, perdio! Seguitava a pagare, e basta!
Per quanto, però, con questi argomenti cercasse di raffermarsi nella risoluzione
di non cedere e volesse concludere che la ragione stava dalla sua, Tito si
sentiva di giorno in giorno crescer l’orgasmo per la passiva ostinazione di
Carlino; sentiva che il fosco silenzio del compagno assumeva per la sua
coscienza un peso, che egli da solo non voleva sopportare.
Se quella ragazza, da loro invitata a venir da Padova a Roma, resa madre da uno
di loro due, ora, in quello stato, si dibatteva in una incertezza angosciosa, di
chi la colpa? Che pretendeva ella infine, senza fastidio, senza peso, né
responsabilità da parte loro? Che non si commettesse la violenza di buttar via
il figlio, che o dell’uno o dell’altro era di certo.
Ebbene, lo volevano lasciar solo a sentire il rimorso di questa violenza.
Se Carlino avesse seguitato ad andare da Melina, egli avrebbe potuto, almeno in
parte, togliersi questo rimorso col pensiero che, pur seguitando a pagare, non
si prendeva più nessun piacere dalla donna.
Ma nossignori! Carlino non andava più neppur lui, Carlino non si prendeva più
neppur lui nessun piacere dalla donna, e così non solo gl’impediva di togliersi
il rimorso con quel pensiero, ma anzi glielo aggravava. Privandosi egli solo del
piacere e pur non di meno seguitando a dar la parte sua, avrebbe potuto anche
pensare, che faceva un sacrifizio sciocco e fors’anche superfluo, giacché non
era mica provato, che egli dovesse avere il rimorso di voler buttare il proprio
figliuolo, potendo questo benissimo essere, invece, dell’altro. Eh già; ma a
ragionare così, ad ammettere cioè che il figlio fosse dell’altro, poteva egli
allora pretendere che quest’altro si assumesse intero il rimorso di buttar via
il proprio figliuolo, per far piacere a lui? Se egli, Tito, avesse avuto la
certezza d’essere il padre e Carlino avesse preteso che il figliuolo fosse
buttato via, non si sarebbe egli ribellato?
Questa certezza non c’era!
Ma ecco, nel dubbio stesso, Carlino voleva che quella violenza non si
commettesse.
Dovevano essere insieme, d’accordo, tutti e tre, a volere e a commettere la
violenza. Il rimorso, condiviso, sarebbe stato minore. Ebbene, gli avevano fatto
questo tradimento. E tanto più ne era arrabbiato, quanto più vedeva che la
vendetta, che istintivamente si sentiva spinto a trarne, lo rendeva, contro il
suo stesso sentimento, crudele; quanto più vedeva che anche a non trarne alcuna
vendetta, esso, il tradimento, restava, restava pur sempre l’accordo di quei due
nel venir meno per i primi a quanto si era stabilito; cosicché sempre sarebbe
rimasta, attaccata a lui soltanto, la parte odiosa. E dunque, no, perdio, no!
Perché cedere adesso? Sarebbe stato anche inutile!
Venne, intanto, il momento, che entrambi si videro costretti a riparlar di
Melina: cadeva il mese, e bisognava farle avere il denaro per provvedere a sè e
pagar la pigione delle due stanzette.
Tito avrebbe voluto schivare il discorso. Tratta dal portafogli la sua quota,
l’aveva posata sul tavolino senza dir nulla.
Carlino, guardati un pezzo quei denari, alla fine uscì a dire:
– Io non glieli porto.
Tito si voltò a guardarlo e disse seccamente:
– E io neppure.
Il silenzio, in cui l’uno e l’altro, dopo questo scambio di parole, con estremo
sforzo si tennero per un lungo tratto, vibrò di tutto il loro interno
ribollimento e rese a ciascuno spasimosa l’attesa che l’altro parlasse.
La voce uscì prima, sorda, opaca, dalle labbra di Carlino:
– Allora le si scrive. Le si mandano per posta.
– Scrivi, – disse Tito.
– Scriveremo insieme.
– Insieme, va bene; poiché ti piace di far la parte della vittima, e ch’io
faccia quella del tiranno.
– Io fo, – rispose Carlino, alzandosi, – precisamente quello che fai tu, né più
né meno.
– E va bene, – ripeté Tito. – E dunque puoi scriverle, che da parte mia sono
disposto a rispettare il suo sentimento e a fare tutto ciò che vuole; disposto a
pagare, finché lei stessa non dirà basta.
– Ma allora? – scappò sì dal cuore a Carlino.
Tito, a questa esclamazione, non seppe più frenarsi e uscì dalla stanza,
scrollandosi furiosamente con le braccia per aria e gridando:
– Ma che allora! che allora! che allora!
Rimasto solo, Carlino pensò un pezzo al senso da cavare da quella prima
condiscendenza di Tito, a cui poi, così bruscamente, era seguito lo scatto, che
nel modo più aperto raffermava la sua irremovibile decisione. Pareva che con
Melina, ora, non ce l’avesse più, se era disposto a rispettare il sentimento di
lei e a fare ciò che ella voleva. Dunque ce l’aveva con lui? Era chiaro! E
perché, se adesso erano d’accordo? Per non aver riconosciuto prima di non aver
ragione d’opporsi? Eh già! Ora gli pareva troppo tardi, e non si voleva più dare
per vinto. Ah, che sbaglio aveva commesso Melina, non rivolgendosi prima a Tito!
E un altro sbaglio, più grosso, aveva poi commesso lui, riferendo a Tito la
proposta di lei. No, no; egli non doveva riferirgliela; doveva dire a Melina che
ne parlasse a Tito direttamente, e che anzi non gli facesse intravedere di
averne prima parlato a lui. Ecco come avrebbe dovuto fare! Ma poteva mai
immaginarsi che Tito se la pigliasse così a male?
Carlino era sicuro, adesso, che se Melina si fosse prima rivolta all’altro, lui
non ci avrebbe trovato nulla da ridire.
Basta. Bisognava scrivere la lettera, adesso. Che dire a quella povera
figliuola, in quello stato? Meglio non dirle nulla di quanto era avvenuto tra
loro due; trovare una scusa plausibile di quel non andare nessuno de’ due a
trovarla. Ma che scusa? L’unica, poteva esser questa: che volevano lasciarla
tranquilla nello stato in cui era. Tranquilla? Eh, troppa grazia, per una povera
donna come lei, avvezza a così poca considerazione da parte degli uomini. E poi,
tranquilla, va bene; ma perché non andavano nemmeno a vederla? a domandarle come
stesse? se avesse bisogno di qualche cosa? Tanta considerazione per un verso e
tanta noncuranza per un altro, bella tranquillità le avrebbero data!
Ma, via, infine, nella lettera poteva darle la più ferma assicurazione che non
le sarebbe venuto meno l’assegno e tutto quell’aiuto che avrebbe potuto aver da
loro. Bisognava che si contentasse di questo, per ora.
E Carlino scrisse la lettera in questo senso, con molta circospezione, perché
Tito, leggendola (e voleva che la leggesse), non pigliasse altra ombra.
Pochi giorni dopo, com’era da aspettarsi, arrivò a entrambi la risposta di
Melina. Poche righe, quasi indecifrabili che, impedendo la commozione per il
modo ridicolo con cui l’ambascia e la disperazione erano espresse, produssero
uno strano effetto di rabbia negli animi dei due giovani.
La poverina scongiurava che tutti e due insieme andassero a trovarla, ripetendo
che era pronta a fare quel che essi volevano.
– Vedi? Per causa tua!
Tutti e due si trovarono sulle labbra le stesse parole; Carlino per
l’ostinazione di Tito a non cedere: Tito per quella di Carlino a non andare. Ma
né l’uno né l’altro poterono proferirle. Si guardarono. Ciascuno lesse negli
occhi dell’altro la sfida a parlare. Ma lessero anche chiaramente l’odio, che
adesso li univa, in luogo dell’antica amicizia; e subito compresero che non
potevano e non dovevano più parlare su quell’argomento.
Quell’odio comandava loro non solo di non far prorompere la rabbia, ond’erano
divorati, ma anzi d’indurir ciascuno il proprio proposito in una livida
freddezza.
Dovevano rimanere insieme, per forza.
– Le si scrive di nuovo, che stia tranquilla, – fischiò tra i denti Carlino.
Tito si voltò appena a guardarlo, con le ciglia alzate:
– Ma sì, puoi dirglielo: tranquillissima!
Ora, ogni sera, uscendo dal Ministero, non andavano più insieme, come prima, a
passeggio, o in qualche caffè. Si salutavano freddamente, e uno prendeva di qua,
l’altro di là. Si riunivano a cena; ma spesso, non arrivando alla trattoria alla
stess’ora e non trovando posto da sedere accanto, l’uno cenava a un tavolino e
l’altro a un altro. Ma meglio così. Tito s’accorse, che aveva provato sempre
vergogna, senza dirselo, del troppo appetito che Carlino dimostrava, mangiando.
Anche dopo cena, ciascuno si avviava per suo conto a passar fuori le due o tre
ore prima d’andare a letto.
S’incupivano sempre più, covando in quella solitudine il rancore.
Ma l’uno non voleva dare a vedere all’altro la macerazione che aveva da quella
catena non trascinata più di conserva per una stessa via, ma tirata, strappata
di qua e di là Rispettosamente, in quella finzione di libertà, che volevano
darsi.
Sapevano che la catena, pur tirata e strappata così, non poteva e non doveva
spezzarsi; ma lo facevano apposta, per farsi più male, quanto più male potevano.
Forse, in questa macerazione, cercavano di stordir la pena cocente e il rimorso
per la donna, che seguitava invano a chieder conforto e pietà.
Già da un pezzo ella si era arresa a ciò che credeva la loro volontà. Ma no:
erano essi, ora, a volere assolutamente che ella si tenesse il figliuolo. E
perché allora avrebbero sofferto tanto, e tanto la avrebbero fatta soffrire?
Tornare indietro come prima, non era più possibile, ormai. E dunque, no, no:
ella doveva tenersi il figliuolo. Nessuna discussione più su questo punto
Uniti com’erano dallo stesso sentimento, che non poteva più in alcun modo
svolgersi in un azione comune d’amore, non potevano ammettere che esso, ora,
venisse a mancare; volevano che durasse per svolgersi invece, così,
necessariamente, in un’azione di reciproco odio.
E tanto quest’odio li accecava, che nessuno dei due per il momento pensava, che
cosa avrebbero fatto domani di fronte a quel figliuolo, che non avrebbero potuto
entrambi amare insieme.
Esso doveva vivere: non potendo né per l’uno né per l’altro esclusivamente,
sarebbe vissuto per la madre, ai loro costi, così, senza che nessuno de’ due
neppur lo vedesse.
E difatti, nessuno de’ due, quantunque entrambi se ne sentissero struggere dalla
voglia, cedette all’invito di Melina, di correre a vedere il bambino appena
nato.
Inesperti della vita, non si figuravano neppur lontanamente tra quali atroci
difficoltà si fosse dibattuta quella poveretta, così sola, abbandonata, nel
mettere al mondo quel bambino. Ne ebbero la rivelazione terribile, alcuni giorni
dopo, quando una vecchia, vicina di casa della poveretta, venne a chiamarli,
perché accorressero subito al letto di lei, che moriva.
Accorsero e restarono allibiti davanti a quel letto, da cui uno scheletro
vestito di pelle, con la bocca enorme, arida, che scopriva già orribilmente
tutti i denti, con enormi occhi, i cui globi parevan già appesiti e induriti
dalla morte, voleva loro far festa.
Quella, Melina?
No, no... là, – diceva la poveretta, indicando la culla: che l’avrebbero
ritrovata là, la Melina che conoscevano, cercando là, in quella culla, e
tutt’intorno, nelle cose preparate per il suo bimbo, e nelle quali si era
distrutta, o piuttosto, trasfusa.
Qua sul letto, ormai, ella non c’era più: non c’eran più che i resti di lei,
miseri, irriconoscibili; appena un filo d’anima trattenuto a forza, per riveder
loro un’ultima volta. Tutta l’anima sua, tutta la sua vita, tutto il suo amore,
erano in quella culla, e là, là, nei cassetti del canterano, ov’era il corredino
del bimbo, pieno di merletti, di nastri e di ricami, tutto preparato da lei, con
le sue mani.
– Anche... anche cifrato, sì, di rosso... Tutto... capo per capo...
Capo per capo volle che la vecchia vicina lo mostrasse loro: le cuffiette,
ecco... ecco le cuffiette, sì... quella coi fiocchi rossi... no, quell’altra,
quell’altra... e i bavaglini, e le camme, e la vestina lunga, ricamata, del
battesimo, col trasparente di seta rossa... rossa, sì, perché era maschio,
maschio il suo Nillì... e...
S’abbandonò a un tratto; crollò sul letto, riversa. Nell’accensione di quella
festa, forse insperata, si consumò subito quell’ultimo filo d’anima trattenuto a
forza per loro.
Atterriti da quel traboccare improvviso sul letto, i due accorsero, per
sollevarla.
Morta.
Si guardarono. L’uno cacciò nell’anima dell’altro, fino in fondo, con quello
sguardo, la lama d’un odio inestinguibile.
Fu un attimo.
Il rimorso, per ora li sbigottiva. Avrebbero avuto tempo di dilaniarsi, tutta la
vita. Per ora, qua, bisognava procedere ancora d’accordo: provvedere alla
vittima, provvedere al bambino.
Non potevano piangere, l’uno di fronte all’altro. Sentivano che, se per poco,
nell’orgasmo, avessero ceduto al sentimento, l’uno al suono del pianto
dell’altro sarebbe diventato feroce, l’uno si sarebbe avventato alla gola
dell’altro per soffocarlo, quel pianto. Non dovevano piangere! Tremavano tutti e
due; non potevano più guardarsi. Sentivano che rimaner così, a guardare con gli
occhi bassi la morta, non potevano; ma come muoversi? Come parlar tra loro? Come
assegnarsi le parti? Chi de’ due doveva pensare alla morta, pei funerali? Chi
de’ due, al bambino, per una balia?
Il bambino!
Era là, nella culla. Di chi era? Morta la madre, esso restava a tutti e due. Ma
come? Sentivano che nessuno dei due poteva più accostarsi a quella culla. Se
l’uno avesse fatto un passo verso di essa, l’altro sarebbe corso a strapparlo
indietro.
Come fare? Che fare?
Lo avevano intravisto appena, là, tra i v eli, roseo, placido nel sonno.
La vecchia vicina disse:
– Quanto penò! E mai un lamento dalle sue labbra! Ah, povera creatura! Non
gliela doveva negare Dio questa consolazione del figlio’ dopo tutto quello che
penò per lui.
Povera, povera creatura! E ora? Per me, se vogliono... eccomi qua...
Si tolse lei l’incarico d’attendere al cadavere, insieme con altre vicine.
Quanto al bimbo... – all’ospizio, no, è vero? – ebbene conosceva lei una balia,
una contadina di Alatri, venuta a sgravarsi all’ospedale di San Giovanni: era
uscita da parecchi giorni; il figlietto le era morto, e quella sera stessa
sarebbe ripartita per Alatri: buona, ottima giovine; maritata, sì; il marito le
era partito da pochi mesi per l’America, sana, forte, il figlietto le era morto
per disgrazia, nel parto, non già per malattia. Del resto, potevano farla
visitare da un medico, ma non ce n’era bisogno. Già il bimbo, per altro, da due
giorni s’era attaccato a lei, poiché la povera mamma non avrebbe potuto
allevarlo, ridotta in quello stato.
I due lasciarono parlar sempre la vecchia approvando col capo ogni proposta,
dopo essersi guardati un attimo con la coda dell’occhio, aggrondati. Migliore
occasione di quella non poteva darsi. E meglio, sì, meglio che il bimbo andasse
lontano, affidato alla balia. Sarebbero andati a vederlo, ad Alatri, un mese
l’uno e un mese l’altro, giacché insieme non potevano.
– No! no! – gridarono a un tempo alla vecchia, impedendo che lo mostrasse loro.
S’accordarono con lei circa alle disposizioni da prendere per il trasporto del
cadavere e il seppellimento. La vecchia fece un conto approssimativo; essi
lasciarono il denaro, e uscirono insieme, senza parlare.
Tre giorni dopo, allorché il bimbo fu partito con la balia per Alatri con tutto
il corredo preparato dalla povera Melina, si divisero per sempre.
Fu, nei primi tempi, una distrazione quella gita d’un giorno, un mese sì e un
mese no, ad Alatri. Partivano la sera del sabato; ritornavano la mattina del
lunedì.
Andavano come per obbligo a visitare il bambino. Questo, quasi non esistendo
ancora per se, non esisteva neppure propriamente per loro, se non così, come un
obbligo; ma non gravoso: prendevano, infine, una boccata d’aria; facevano,
benché soli, una scampagnata: dall’alto dell’acropoli, su le maestose mura
ciclopiche, si scopriva una vista meravigliosa. E quella visita mensile, in
fondo, non aveva altro scopo che d’accertarsi se la balia curasse bene il
bambino.
Provavano istintivamente una certa diffidenza ombrosa, se non proprio una decisa
ripugnanza per lui. Ciascuno dei due pensava, che quel batuffolo di carne lì
poteva anche non esser suo, ma di quell’altro; e, a tal pensiero, per l’odio
acerrimo che l’uno portava all’altro, avvertivano subito un ribrezzo invincibile
non solo a toccarlo, ma anche a guardarlo.
A poco a poco, però, cioè non appena Villi cominciò a formare i primi sorrisi, a
muoversi, a balbettare, l’uno e l’altro, istintivamente, furono tratti a
riconoscer ciascuno se stesso in quei primi segni, e a escludere ogni dubbio,
che il figlio non fosse suo.
Allora, subito, quel primo sentimento di repugnanza si cangiò in ciascuno in un
sentimento di feroce gelosia per l’altro. Al pensiero che l’altro andava lì, con
lo stesso suo diritto, a togliersi in braccio il bambino e a baciarlo, a
carezzarlo per una intera giornata, e a crederlo suo, ciascuno de’ due sentiva
artigliarsi le dita, si dibatteva sotto la morsa d’un’indicibile tortura. Se per
un caso si fossero incontrati insieme là, nella casa della balia, l’uno avrebbe
ucciso l’altro, sicuramente, o avrebbe ucciso il bimbo, per la soddisfazione
atroce di sottrarlo alla carezza dell’altro, intollerabile.
Come durare a lungo in questa condizione? Per ora, Villi era piccino piccino, e
poteva star lì con la balia, che assicurava di volerlo tenere con sè, come un
figliuolo, almeno fino al ritorno del marito dall’America. Ma non ci poteva star
sempre! Crescendo, bisognava pur dargli una certa educazione.
Sì, era inutile, per adesso, amareggiarsi di più il sangue, pensando
all’avvenire. Bastava la tortura presente.
L’uno e l’altro s’erano confidati con la balia, la quale, impressionata dal
fatto che quei due zii non venivano mai insieme a visitare il nipotino, ne aveva
chiesto ingenuamente la ragione. Ciascuno dei due aveva assicurato la balia, che
il figlio era suo, traendone la certezza da questo e da quel tratto del bimbo,
il quale, certo, non somigliava spiccatamente né all’uno né all’altro, perché
aveva preso molto dalla madre; ma, ecco, per esempio, la testa... non era forse
un po’ come quella di Carlino? poco, sì.... appena appena... un’idea..., ma era
pure un segno, questo! Gli occhi azzurri del bimbo, invece, erano un segno
rivelatore per Tito Morena che li aveva azzurri anche lui; sì, ma anche la
madre, per dire la verità, li aveva azzurri, ma non così chiari e tendenti al
verde, ecco.
– Già, pare... – rispondeva all’uno e all’altro la balia, dapprima costernata e
afflitta da quell’accanita contesa, sul bimbo, ma poi raffinata appieno, per il
consiglio che le aver ano dato i parenti e i vicini, che fosse meglio, cioè, per
lei e anche per il bimbo, tenerli così a bada tutti e due, senz’affermare mai e
senza negare recisamente. Era difatti una gara, tra i due, d’amorevolezza, di
pensieri squisiti, di regali, per guadagnarsi quanto più potevano il cuore del
bimbo, a cui ella intanto dava istruzione non di malizia, ma d’accortezza: se
veniva zio Carlo, non parlare di zio Tito, e viceversa; se uno gli domandava
qualcosa dell’altro, risponder poco, un sì, un no, e basta; se poi volevano
sapere a chi egli volesse più bene, rispondere a ciascuno: – Più a te! – solo
per contentarli, ecco, perché poi egli doveva voler bene a tutti e due allo
stesso modo.
E veramente a Nillì non costava alcuno sforzo rispondere, secondo i consigli
della balia, all’uno e all’altro dei due zii: – Più a te! – perché, stando con
l’uno o con l’altro, gli sembrava ogni volta che non si potesse star meglio,
tanto amore e tante cure gli prodigavano entrambi, pronti a soddisfare ogni suo
capriccio, pendendo ciascuno da ogni suo minimo cenno.
D’improvviso, ma quando già Carlino Sanni e Tito Morena erano più che mai
sprofondati nella costernazione circa ai provvedimenti da prendere per
l’educazione di Villi che aveva ormai compiuti i cinque anni, arrivò alla balia
una lettera del marito, che la chiamava in America.
Carlino Sanni e Tito Morena, senza che l’uno sapesse dell’altro, nel ricevere
questo annunzio, andarono da un giovane avvocato, loro comune amico, conosciuto
tempo addietro nella trattoria, dove prima si recavano a desinare insieme.
L’avvocato ascoltò prima l’uno e poi l’altro, senza dire all’uno che l’altro era
venuto poc’anzi a dirgli le stessissime cose e a fargli la stessissima proposta,
che cioè il ragazzo, suo o non suo, fosse lasciato interamente a suo carico
(nessuno dei due diceva al suo affetto), pur d’uscire da quella insopportabile
situazione.
Ma non c’era, né ci poteva essere modo a uscirne, finché nessuno dei due voleva
abbandonar del tutto all’altro il ragazzo. Né il giudizio di Salomone era
applicabile. Salomone si era trovato in condizioni molto più facili, perché si
trattava allora di due madri, e una delle due poteva essere certa che il figlio
era suo. Qua l’uno e l’altro, non potendo aver questa certezza ed essendo
animati da un odio reciproco così feroce, avrebbero lasciato spaccare a metà il
ragazzo per prendersene mezzo per uno. Non si poteva, eh? Dunque, un rimedio.
L’unico, per il momento, era di mettere in collegio il ragazzo, e accordarsi
d’andarlo a visitare una domenica l’uno e una domenica l’altro, e che le feste
le passasse un po’ con l’uno e un po’ con l’altro. Questo, per il momento. Se
poi volevano veramente risolvere la situazione, il giovane avvocato non ci
vedeva altro mezzo, che questo: che il figlio, non potendo essere di uno
soltanto, non fosse più di nessuno dei due. Come? Cercando qualcuno che volesse
adottarlo. Se i due volevano, egli poteva assumersi quest’incarico.
Nessuno dei due volle. Recalcitrarono, si scrollarono furiosamente alla
proposta; l’uno tornò a gridar contro l’altro le ingiurie più crude, per la
sopraffazione che intendeva usare: il figlio era suo! era suo! non poteva esser
che suo! per questo segno e per questo altro! E Carlino Sanni credeva anche di
aver maggior diritto, perché lui, lui, Tito, aveva fatto morire quella povera
donna, di cui egli aveva avuto sempre pietà! Ma allo stesso modo Tito Morena
credeva anche d’avere maggior diritto, perché non aveva sofferto meno, lui,
della durezza che era stato costretto a usare verso Melina, per colpa di
Carlino!
Inutile, dunque, tentare di metterli d’accordo. Nillì fu chiuso in collegio.
Ricominciò, con la vicinanza, più aspra e più fiera la tortura di prima. E: durò
un anno. S’offerse da sé, infine, un caso, che rese possibile e accettabile ai
due la proposta del giovane avvocato.
Nillì, nel collegio, durante quell’anno, aveva stretto amicizia con un piccolo
compagno, unico figliuolo d’un colonnello, a cui tanto Carlino Sanni, quanto
Tito Morena, avevano dovuto per forza accostarsi, giacché i due piccini (i più
piccoli del collegio) entravano nel salone delle visite domenicali tenendosi per
mano senza volersi staccare l’uno dall’altro. Il colonnello e la moglie erari
molto grati a Nillì dell’affetto e della protezione che esso aveva per il
piccolo amico, il quale, pur essendo della sua età, appariva minore, per la
bionda gracilità feminea e la timidezza. Nillì, cresciuto in campagna, era
bruno, robusto, sanguigno e vivacissimo. L’amore di quel piccolino per Nillì
aveva qualcosa di morboso; e inteneriva assai la moglie del colonnello. Sulla
fine dell’anno scolastico, esso morì all’improvviso, una notte, lì nel collegio,
come un uccellino, dopo aver chiesto e bevuto un sorso d’acqua.
Il colonnello, per contentar la moglie inconsolabile, saputo dal direttore del
collegio che Nillì era orfano, e che quei due signori che venivano la domenica a
visitarlo, erano zii, fece per mezzo del direttore stesso la proposta d’adottare
il ragazzo, a cui il piccino defunto era legato di tanto amore.
Carlino Sanni e Tito Morena chiesero tempo per riflettere: considerarono che la
loro condizione e quella di Nillì sarebbe divenuta con gli anni sempre più
difficile e triste; considerarono che quel colonnello e sua moglie erano due
ottime persone; che la moglie era molto ricca e che perciò per Nillì
quell’adozione sarebbe stata una fortuna; domandarono a Nillì, se aveva piacere
di prendere il posto del suo amicuccio nel cuore e nella casa di quei due poveri
genitori; e Nillì, che per i discorsi e i consigli della balia doveva aver
capito, così in aria, qualcosa, disse di sì, ma a patto che i due zii venissero
a visitarlo spesso, ma insieme, sempre insieme, in casa dei genitori adottivi.
E così Carlino Sanni e Tito Morena, ora che il figlio non poteva più essere né
dell’uno né dell’altro, ritornarono a poco a poco di nuovo amici come prima.
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