|
NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "LA RALLEGRATA"
Pubblicata nel 1922, la raccolta "La rallegrata" costituisce il terzo volume
delle Novelle per un anno.
Include racconti già pubblicati tra il 1896 ed il
1918. |
|
|
|
|
|
|
11.
Notte (1912)
«Corriere della Sera», 1 agosto
1912, poi in "La trappola", Treves 1915. |
|
|
Passata la stazione di Sulmona,
Silvestro Noli rimase solo nella lercia vettura di seconda classe.
Volse un’ultima occhiata alla fiammella fumolenta, che vacillava e quasi veniva
a mancare agli sbalzi della corsa, per l’olio caduto e guazzante nel vetro
concavo dello schermo, e chiuse gli occhi con la speranza che il sonno, per la
stanchezza del lungo viaggio (viaggiava da un giorno e una notte), lo togliesse
all’angoscia nella quale si sentiva affogare sempre più, man mano che il treno
lo avvicinava al luogo del suo esilio.
Mai più! mai più! mai più! Da quanto tempo il fragor cadenzato delle
ruote gli ripeteva nella notte queste due parole?
Mai più, sì, mai più, la vita gala della sua giovinezza, mai più, là tra i
compagni spensierati, sotto i portici popolosi della sua Torino; mai più il
conforto, quel caldo alito familiare della sua vecchia casa paterna; mai più le
cure amorose della madre, mai più il tenero sorriso nello sguardo protettore del
padre.
Forse non li avrebbe riveduti mai più, quei suoi cari vecchi! La mamma, la mamma
specialmente! Ah, come l’aveva ritrovata, dopo sette anni di lontananza! Curva,
rimpiccolita, in così pochi anni, e come di cera e senza più denti. Gli occhi
soli ancora vivi. Poveri cari santi occhi belli! Guardando la madre, guardando il padre, ascoltando i loro discorsi, aggirandosi
per le stanze e cercando attorno, aveva sentito bene, che non per lui soltanto
aveva avuto fine la vita della casa paterna. Con la sua ultima partenza, sette
anni addietro, la vita era finita lì anche per gli altri.
Se l’era dunque portata via lui con sè? E che ne aveva fatto? Dov’era più in lui
la vita? |
|
Gli altri avevano potuto credere che se la fosse portata via con sé; ma
lui sapeva di averla lasciata lì, invece, la sua, partendo; e ora, a non
ritrovarcela più, nel sentirsi dire che non poteva più trovarci nulla, perché
s’era portato via tutto lui, aveva provato, nel vuoto, un gelo di morte.
Con questo gelo nel cuore ritornava ora in Abruzzo, spirata la licenza di
quindici giorni concessagli dal direttore delle scuole normali maschili di Città
Sant’Angelo, ove da cinque anni insegnava disegno.
Prima che in Abruzzo era stato professore un anno in Calabria; un altro anno, in
Basilicata. A Città Sant’Angelo, vinto e accecato dal bisogno cocente e smanioso
d’un affetto che gli riempisse il vuoto in cui si vedeva sperduto, aveva
commesso la follia di prender moglie; e s’era inchiodato lì, per sempre.
La moglie, nata e cresciuta in quell’alto umido paesello, privo anche d’acqua,
coi pregiudizii angustiosi, le gretterie meschine e la scontrosità e la
rilassatezza della pigra sciocca vita provinciale, anziché dargli compagnia, gli
aveva accresciuto attorno la solitudine, facendogli sentire ogni momento quanto
fosse lontano dall’intimità d’una famiglia che avrebbe dovuto esser sua, e nella
quale invece né un suo pensiero, né un suo sentimento riuscivano mai a
penetrare.
Gli era nato un bambino, e – cosa atroce! – anche quel suo bambino aveva
sentito, fin dal primo giorno, estraneo a sé, come se fosse appartenuto tutto
alla madre, e niente a lui.
Forse il figliuolo sarebbe diventato suo, se egli avesse potuto strapparlo da
quella casa, da quel paese; e anche la moglie forse sarebbe diventata sua
compagna veramente, ed egli avrebbe sentito la gioia d’avere una casa sua, una
famiglia sua, se avesse potuto chiedere e ottenere un trasferimento altrove. Ma
gli era negato anche di sperare in un tempo lontano questa salvezza, perché sua
moglie, che non s’era voluta muovere dal paese neanche per un breve viaggio di
nozze, neanche per andare a conoscere la madre e il padre di lui e gli altri
parenti a Torino, minacciava che, anziché dai suoi, si sarebbe divisa da lui a
un caso di trasferimento.
Dunque, lì; funghire lì, stare lì ad aspettare, in quell’orrenda solitudine, che
lo spirito a poco a poco gli si vestisse d’una scorza di stupidità. Amava tanto
il teatro, la musica, tutte le arti, e quasi non sapeva parlar d’altro: sarebbe
rimasto sempre con la sete di esse, anche di esse, sì, come d’un bicchier
d’acqua pura! Ah, non la poteva bere, lui, quell’acqua greve, cruda, renosiccia
delle cisterne. Dicevano che non faceva male; ma egli si sentiva da un pezzo
anche malato di stomaco. Immaginario? Già! Per giunta, la derisione.
Le palpebre chiuse non riuscirono più a contenere le lagrime, di cui s’erano
riempite. Mordendosi il labbro, come per impedire che gli rompesse dalla gola
anche qualche singhiozzo, Silvestro Noli trasse di tasca un fazzoletto.
Non pensò che aveva il viso tutto affumicato dal lungo viaggio; e, guardando il
fazzoletto, restò offeso e indispettito dalla sudicia impronta del suo pianto.
Vide in quella sudicia impronta la sua vita, e prese tra i denti il fazzoletto
quasi per stracciarlo.
Alla fine il treno si fermò alla stazione di Castellammare Adriatico.
Per altri venti minuti di cammino, gli toccava aspettare più di cinque ore in
quella stazione. Era la sorte dei viaggiatori che arrivavano con quel treno
notturno da Roma e dovevano proseguire per le linee d’Ancona o di Foggia.
Meno male che, nella stazione, c’era il caffè aperto tutta la notte, ampio, bene
illuminato, con le tavole apparecchiate, nella cui luce e nel cui movimento si
poteva in qualche modo ingannar l’ozio e la tristezza della lunga attesa. Ma
erano dipinti sui visi gonfii, pallidi, sudici e sbattuti dei viaggiatori una
tetra ambascia, un fastidio opprimente, un’agra nausea della vita che, lontana
dai consueti affetti, fuor della traccia delle abitudini, si scopriva a tutti
vacua, stolta, incresciosa.
Forse tanti e tanti s’eran sentiti stringere il cuore al fischio lamentoso del
treno in corsa nella notte. Ognun d’essi stava lì forse a pensare che le brighe
umane non han requie neanche nella notte; e, siccome sopra tutto nella notte
appaion vane, prive come sono delle illusioni della luce, e anche per quel senso
di precarietà angosciosa che tien sospeso l’animo di chi viaggia e che ci fa
vedere sperduti su la terra, ognun d’essi, forse, stava lì a pensare che la
follia accende i fuochi nelle macchine nere, e che nella notte, sotto le stelle,
i treni correndo per i piani bui, passando strepitosi sui ponti, cacciandosi nei
lunghi trafori, gridano di tratto in tratto il disperato lamento di dover
trascinare così nella notte la follia umana lungo le vie di ferro, tracciate per
dare uno sfogo alle sue fiere smanie infaticabili.
Silvestro Noli, bevuta a lenti sorsi una tazza di latte, si alzò per uscire
dalla stazione per l’altra porta del caffè in fondo alla sala. Voleva andare
alla spiaggia, a respirar la brezza notturna del mare, attraversando il largo
viale della città dormente.
Se non che, passando innanzi a un tavolino, si sentì chiamare da una signora di
piccolissima statura, esile, pallida, magra, in fitte gramaglie vedovili.
– Professor Noli...
Si fermò perplesso, stupito
– Signora... oh, lei, signora Nina? come mai? Inizio pagina

|
|
Era la moglie d’un collega, del professor Ronchi, conosciuto sei anni fa, a
Matera, nelle scuole tecniche. Morto, sì, sì, morto – lo sapeva – morto pochi
mesi addietro, a Lanciano, ancor giovane. Ne aveva letto con doloroso stupore
l’annunzio nel bollettino Povero Ronchi, appena arringato al liceo, dopo tanti
concorsi disgraziati, morto all’improvviso, di sincope, per troppo amore,
dicevano, di quella sua minuscola mogliettina, ch’egli come un orso gigantesco,
violento, testardo, si trascinava sempre dietro, da per tutto.
Ecco, la vedovino, portandosi alla bocca il fazzoletto listato di lutto,
guardandolo con gli occhi neri, bellissimi, affondati nelle livide occhiale
enfiate, gli diceva con un lieve tentennio del capo l’atrocità della sua
tragedia recente.
Vedendo da quei begli occhi neri sgorgare due grosse lagrime, il Noli invitò la
signora ad alzarsi e ad uscire con lui dal caffè, per parlare liberamente, lungo
il viale deserto fino al mare in fondo.
Ella fremeva in tutta la misera personcina nervosa e pareva andasse a sbalzi e
gesticolava a scatti, con le spalle, con le braccia, con le lunghissime mani,
quasi scusse di carne. Si mise a parlare affollatamente, e subito le
s’infiammarono, di qua e di là, le tempie e gli zigomi. Raddoppiava, per un
vezzo di pronunzia, la effe in principio di parola, e pareva sbuffasse, e
di continuo si passava il fazzoletto su la punta del naso e sul labbro superiore
che, stranamente, nella furia del parlare, le s’imperlavano di sudore; e la
salivazione le si attivava con tanta abbondanza, che la voce, a tratti, quasi vi
s’affogava.
– Ah, Noli, vedete? qua, caro Noli, m’ha
lasciata qua, sola, con tre figliuoli, in un paese dove non conosco nessuno,
dov’ero arrivata da due mesi appena... Sola, sola... Ah, che uomo terribile,
Noli! S’è distrutto e ha distrutto anche me, la mia salute, la mia vita...
tutto... Addosso, Noli, lo sapete? m’è morto addosso... addosso...
Si scosse in un brivido lungo, che finì quasi in un nitrito. Riprese:
– Mi levò dal mio paese, dove ora non ho più nessuno, tranne una sorella
maritata per conto suo... Che andrei più a Fare li? Non voglio dare spettacolo
della mia miseria a quanti mi invidiarono un giorno... Ma qui, sola con tre
bambini, sconosciuta da tutti... che ffarò? Sono disperata... mi sento
perduta... Sono stata a Roma a sollecitare qualche assegno... Non ho diritto a
niente: undici anni soli d’insegnamento, undici mesate: poche migliaja di
lire... Non me le avevano ancora liquidate! Ho strillato tanto al Ministero, che
mi hanno preso per pazza... Cara signora, dice, docce Fredde, docce Fredde!...
Ma sì! fforse impazzisco davvero... Ho qui, perpetuo, qui, un dolore, come un
rodio, un tiramento, qui, al cervelletto, Noli... E sono come arrabbiata... sì,
sì... sono rimasta come arrabbiata... come arsa dentro... con un sfuoco, con un
Fuoco in tutto il corpo... Ah, come siete Fresco, voi Noli, come siete Fresco,
voi!
E, in così dire, in mezzo all’umido viale deserto, sotto le pallide lampade
elettriche, le quali, troppo distanti l’una dall’altra, diffondevano appena
nella notte un rado chiarore opalino, gli si appese al braccio, gli cacciò sul
petto la testa, chiusa nella cuffia di crespo vedovile, frugando, come per
affondargliela dentro, e ruppe in smaniosi singhiozzi.
Il Noli, sbalordito, costernato, commosso, arretrò istintivamente per
staccarsela d’addosso. Comprese che quella povera donna, nello stato di
disperazione in cui si trovava, si sarebbe aggrappata forsennatamente al primo
uomo di sua conoscenza, che le fosse venuto innanzi.
– Coraggio, coraggio, signora, – le disse. – Fresco? Eh sì, fresco. Ho già
moglie, io, signora mia.
– Ah, – fece la donnetta, staccandosi subito. – Moglie? Avete preso moglie?
– Già da quattr’anni, signora. Ho anche un bambino.
– Qua?
– Qua vicino. A Città Sant’Angelo.
La vedovino gli lasciò anche il braccio.
– Ma non siete piemontese voi?
– Sì, di Torino proprio.
– E la vostra signora?
– Ah, no, la mia signora è di qua.
I due si fermarono sotto una delle lampade elettriche e si guardarono e si
compresero.
Ella era dell’estremo lembo d’Italia, di Bagnara Calabra.
Si videro tutti e due, nella notte, sperduti in quel lungo, ampio viale deserto
e malinconico, che andava al mare, tra i villini e le case dormenti di quella
città così lontana dai loro primi e veri affetti e pur così vicina ai luoghi ove
la sorte crudele aveva fermato la loro dimora. E sentirono l’uno per l’altra una
profonda pietà, che, anziché ad unirsi, li persuadeva amaramente a tenersi
discosti l’uno dall’altra, chiuso ciascuno nella propria miseria inconsolabile.
Andarono, muti, fino alla spiaggia sabbiosa, e si appressarono al mare.
La notte era placidissima; la frescura della brezza marina, deliziosa.
Il mare, sterminato, non si vedeva, ma si sentiva vivo e palpitante nella nera,
infinita, tranquilla voragine della notte.
Solo, da un lato, in fondo, s’intravedeva tra le brume sedenti su l’orizzonte
alcunché di sanguigno e di torba, tremolante su le acque Era forse l’ultimo
quarto della luna, che declinava, avviluppata nella caligine.
Sulla spiaggia le ondate si allungavano e si spandevano senza spuma, come lingue
silenziose, lasciando qua e là su la rena liscia, lucida, tutta imbevuta
d’acqua, qualche conchiglia, che subito, al ritrarsi dell’ondata, s’affondava.
In alto, tutto quel silenzio fascinoso era trafitto da uno sfavillio acuto,
incessante di innumerevoli stelle, così vive, che pareva volessero dire qualcosa
alla terra, nel mistero profondo della notte.
I due seguitarono ad andar muti un lungo tratto su la rena umida, cedevole.
L’orma dei loro passi durava un attimo: l’una vaniva, appena l’altra
s’imprimeva. Si udiva solo il fruscio dei loro abiti.
Una lancia biancheggiante nell’ombra, tirata a secco e capovolta su la sabbia,
li attrasse. Vi si posero a sedere, lei da un lato, lui dall’altro, e rimasero
ancora un pezzo in silenzio a mirar le ondate che si allargavano placide, vitree
su la bigia rena molliccia Poi la donna alzò i begli occhi neri al cielo, e
scoprì a lui, al lume delle stelle, il pallore della fronte torturata, della
gola serrata certo dall’angoscia.
– Noli, non cantate più?
– Io... cantare?
– Ma sì, voi cantavate, un tempo, nelle belle notti... Non vi ricordate, a
Matera? Cantavate... L’ho ancora negli orecchi, il suono della vostra vocetta
intonata... Cantavate in Falsetto... con tanta dolcezza... con tanta grazia
appassionata... Non ricordate più?...
Egli si sentì sommuovere tutto il fondo dell’essere alla rievocazione improvvisa
di quel ricordo ed ebbe nei capelli, per la schiena, i brividi d’un
intenerimento ineffabile.
Sì, sì... era vero: egli cantava, allora... fino laggiù, a Matera, ancora aveva
nell’anima i dolci canti appassionati della sua giovinezza e, nelle belle sere,
passeggiando con qualche amico, sotto le stelle, quei canti gli rifiorivano su
le labbra.
Era dunque vero ch’egli se l’era portata via con se, la vita, dalla casa paterna
di Torino; ancora laggiù la aveva con sè, certo, se cantava... accanto a questa
povera piccola amica, a cui forse aveva fatto un po’ di corte, in quei giorni
lontani, oh così, per simpatia, senza malizia... per bisogno di sentirsi accanto
il tepore d’un po’ d’affetto, la tenerezza blanda d’una donna amica.
– Vi ricordate, Noli?
Egli, con gli occhi nel vuoto della notte, bisbigliò:
– Sì... sì, signora, ricordo...
– Piangete?
– Ricordo...
Tacquero di nuovo. Guardando entrambi nella notte, sentivano ora che la loro
infelicità quasi vaporava, non era più di essi soltanto, ma di tutto il mondo,
di tutti gli esseri e di tutte le cose, di quel mare tenebroso e insonne, di
quelle stelle sfavillanti nel cielo, di tutta la vita che non può sapere perché
si debba nascere, perché si debba amare, perché si debba morire.
La fresca, placida tenebra, trapunta da tante stelle, sul mare, avvolgeva il
loro cordoglio, che si effondeva nella notte e palpitava con quelle stelle e
s’abbatteva lento, lieve, monotono con quelle ondate su la spiaggia silenziosa.
Le stelle, anch’esse, lanciando quei loro guizzi di luce negli abissi dello
spazio, chiedevano perché; lo chiedeva il mare con quelle stracche ondate, e
anche le piccole conchiglie lasciate qua e là su la rena.
Ma a poco a poco la tenebra cominciò a diradarsi, cominciò ad aprirsi sul mare
un primo frigido pallore d’alba. Allora, quanto c’era di vaporoso, d’arcano,
quasi di vellutato nel cordoglio di quei due rimasti appoggiati ai fianchi della
lancia capovolta su la sabbia, si restrinse, si precisò con nuda durezza, come i
lineamenti dei loro volti nella incerta squallida prima luce del giorno.
Egli si sentì tutto ripreso dalla miseria abituale della sua casa vicina, ove
tra poco sarebbe arrivato: la rivide, come se già vi fosse, con tutti i suoi
colori, in tutti i suoi particolari, con entro la moglie e il suo piccino, che
gli avrebbero fatto festa all’arrivo. E anch’ella, la vedovina, non vide più
così nera e così disperata la sua sorte: aveva con sé parecchie migliaia di
lire, cioè la vita assicurata per qualche tempo: avrebbe trovato modo di
provvedere all’avvenire suo e dei tre piccini. Si racconciò con le mani i
capelli su la fronte e disse, sorridendo, al Noli:
– Chi sa che ffaccia avrò, caro amico, non è vero?
E si mossero entrambi per ritornare alla stazione.
Nel più profondo recesso della loro anima il ricordo di quella notte s’era
chiuso; forse, chi sa! per riaffacciarsi poi, qualche volta, nella lontana
memoria, con tutto quel mare placido, nero, con tutte quelle stelle sfavillanti,
come uno sprazzo d’arcana poesia e d’arcana amarezza.
Inizio pagina
 |
|
|
|
|