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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "LA RALLEGRATA"
Pubblicata nel 1922, la raccolta "La rallegrata" costituisce il terzo volume
delle Novelle per un anno.
Include racconti già pubblicati tra il 1896 ed il
1918. |
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8. Sopra
e sotto (1914)
«Corriere della Sera», 29 marzo
1914, poi in "La trappola", Treves, Milano 1915. |
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Eran venuti su per la buia, erta
scaletta di legno; su, in silenzio, quasi di furto, piano piano. Il professor
Carmelo Sabato tozzo pingue calvo – con in braccio, come un bamboccetto in
fasce, un grosso fiasco di vino. Il professor Lamella, antico alunno del Sabato,
con due bottiglie di birra, una per mano.
E da più d’un’ora, su l’alta terrazza sui tetti, irta di comignoli, di fumaioli
di stufe, di tubi d’acqua, sotto lo sfavillio fitto, continuo delle stelle che
pungevano il cielo senz’allargar le tenebre della notte profonda, conversavano.
E bevevano.
Vino, il professor Sabato: vino, fino a schiattarne: voleva morire. Il professor
Lamella, birra: non voleva morire.
Dalle case, dalle vie della città non saliva più, da un pezzo, nessun rumore.
Solo, di tratto in tratto, qualche remoto rotolio di vettura.
La notte era afosa, e il professor Carmelo Sabato s’era dapprima snodata la
cravatta e sbottonato il colletto davanti, poi anche sbottonato il panciotto e
aperta la camicia sul petto velloso: alla fine, nonostante l’ammonimento di
Lamella: «Professore, voi vi raffreddate» s’era tolta la giacca, e con molti
sospiri, ripiegatala, se l’era messa sotto, per star più comodo su la panchetta
bassa, di legno, a sedere con le gambe distese e aperte, una qua, una là, sotto
il tavolinetto rustico, imporrito dalla pioggia e dal sole.
Teneva ciondoloni il testone calvo e raso, socchiusi gli occhi bovini torbidi,
venati di sangue, sotto le foltissime sopracciglia spioventi, e parlava con voce
languida, velata, stiracchiata, come se si lamentasse in sogno:
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– Enrichetto, Enrichetto mio, – diceva, – mi fai male... t’assicuro che mi fai
male... tanto male...
Il Lamella, biondino, magro, itterico, nervosissimo, stava sdraiato su una
specie d’amaca sospesa di qua a un anello nel muro del terrazzo, di là a due
bacchette di ferro sui pilastrini del parapetto. Allungando un braccio, poteva
prendere da terra la bottiglia: prendeva quasi sempre la vuota, e si stizziva;
tanto che, alla fine, con una manata la mandò a rotolare sul pavimento in
pendio, con grande angoscia, anzi terrore del vecchio professor Sabato, che si
buttò subito a terra, gattoni, e le corse dietro per pararla, fermarla, gemendo,
arrangolando:
– Per carità... per carità... sei matto? giù parrà un tuono.
Parlando, il Lamella si storceva tutto, non poteva star fermo un momento, si
raggricchiava, si stirava, dava calci e pugni all’aria.
– Vi farò male; ne sono persuaso, caro professore; ma apposta lo faccio: voi
dovete guarire! vi voglio rialzare! E vi ripeto che le vostre idee sono
antiquate, antiquate, antiquate... Rifletteteci bene, e mi darete ragione!
– Enrichetto, Enrichetto mio, non sono idee, – implorava quello, con voce
stiracchiata, lamentosa. – Forse prima erano idee. Ora sono il sentimento mio,
quasi un bisogno, figliuolo: come questo vino: un bisogno.
– E io vi dimostro che è stupido! – incalzava l’altro. – E vi levo il vino e vi
faccio cangiar di sentimento...
– Mi fai male...
– Vi faccio bene! State a sentire. Voi dite: Guardo le stelle, è vero? no, voi
dite rimiro... è più bello, sì, rimiro le stelle, e subito sento la
nostra infinita, inferma piccolezza inabissarsi! Ma sentite come parlate ancora
bene voi, professore? E ricordo che sempre avete parlato così bene voi, anche
quando ci facevate lezione. Inabissarsi è detto benissimo! – Che cosa
diventa la terra, voi domandate, l’uomo, tutte le nostre glorie, tutte le nostre
grandezze? E vero? dite così?
Il professor Sabato fece di sì pù volte col testone raso. Aveva una mano
abbandonata, come morta, su la Banchetta, e con l’altra, sotto la camicia,
s’acciuffava sul petto i peli da orso.
Il Lamella riprese con furia:
– E vi sembra serio, questo, egregio professore? Ma scusate! Se l’uomo può
intendere e concepire così la infinita sua piccolezza, che vuoi dire? Vuoi dire
ch’egli intende e concepisce l’infinita grandezza dell’universo! E come si può
dir piccolo, dunque, l’uomo?
– Piccolo... piccolo – diceva, come da una lontananza infinita, il professor
Sabato.
E il Lamella, sempre più infuriato:
– Voi scherzate! Piccolo’ Ma dentro di me dov’esserci per forza, capite?
qualcosa di quest’infinito, se no io non lo intenderei, come non lo intende...
che so? questa mia scarpa, putacaso, o il mio cappello. Qualcosa che, se io
affiso... così... gli occhi alle stelle, ecco, s’apre, egregio professore,
s’apre e diventa, come niente, plaga di spazio, in cui roteano mondi, dico
mondi, di cui sento e comprendo la formidabile grandezza. Ma questa grandezza di
chi è? E mia, caro professore! Perché è sentimento mio!
E come potete dunque dire che l’uomo è piccolo, se ha in sè tanta grandezza?
Un improvviso, curioso strido – ari – ferì il silenzio succeduto vastissimo
all’ultima domanda del Lamella. Questi si voltò di scatto:
– Come? che dite?
Ma vide il professor Sabato immobile, come morto, con la fronte appoggiata allo
spigolo del tavolinetto.
Era stato forse lo strido d’un pipistrello.
In quella positura, più volte, il professor Carmelo Sabato, ascoltando le parole
del Lamella, aveva gemuto:
– Tu mi rovini... tu mi rovini...
Ma a un tratto, balenandogli un’idea, levò il capo irosamente e gridò all’antico
alunno:
– Ah, tu così ragioni? Questo, prima di tutto, l’ha detto Pascal. Ma va’ avanti!
va’ avanti, perdio! Dimmi ora che significa. Significa che la grandezza
dell’uomo, se mai, è solo a patto di sentire la sua infinita piccolezza!
significa che l’uomo è solo grande quando al cospetto dell’infinito si sente e
si vede piccolissimo; e che non è mai così piccolo, come quando si sente grande!
Questo significa! E che conforto, che consolazione ti può venir da questo? che
l’uomo è dannato qua a questa atroce disperazione: di vedere grandi le cose
piccole – tutte le cose nostre, qua, della terra – e piccole le grandi là, le
stelle?
Diede di piglio al fiasco, furiosamente, e ingollò due bicchieri di vino, uno
sopra l’altro, come se li fosse meritati e ne avesse acquistato un
incontrastabile diritto, dopo quanto aveva detto.
– E che c’entra? e che c’entra? – gridava intanto il Lamella, tirate le gambe
fuori dall’amaca, e agitandole insieme con le braccia, come se volesse lanciarsi
sul professore. – Conforto? consolazione? Voi cercate questo, lo so! Voi avete
bisogno di vedervi, di sapervi piccolo...
– Piccolo, sì... piccolo, piccolo...
– Piccolo, tra cose piccole e meschine...
– Sì... così...
– Su un corpuscolo infinitesimale dello spazio, è vero?
– Sì, sì... infinitesimale...
– Ma perché? Per seguitare ad abbrutirvi, a incarognirvi!
Il professor Sabato non rispose: aveva in bocca di nuovo il bicchiere, che già
gli ballava in mano: accennò di sì col testone, seguitando a bere.
– Vergognatevi! Vergognatevi! – inveì il Lamella. – Se la vita ha in sè, se
l’uomo ha in sé quella sventura che voi dite, sta a noi di sopportarla
nobilmente! Le stelle sono grandi, io sono piccolo, e dunque m’ubriaco, è vero?
Questa è la vostra logica! Sia le stelle sono piccole, piccole, se voi non le
concepite grandi: la grandezza dunque è in voi! E se voi siete così grande da
concepir grandi le cose che paiono piccole, perché poi volete vedere piccole e
meschine quelle che a tutti paiono grandi e gloriose.’ Paiono e sono,
professore! Perché non è piccolo, come voi credete, l’uomo che le ha fatte,
l’uomo che ha qua, qua in petto, in sè la grandezza delle stelle,
quest’infinito, quest’eternità dei cieli, l’anima dell’universo immortale. Che
fate? ah, voi piangete? ho capito! Siete già ubriaco, professore!
Il Lamella saltò dall’amaca e si chinò sul professor Sabato che, appoggiato al
muro, si scoteva tutto, sussultando, quasi ruttando i singhiozzi, che a uno a
uno gli rompevano dal fondo delle viscere, fetidi di vino.
– Sù, sè, smettetela, perdio! – gli gridò. – Mi fate rabbia, perché mi fate
pietà! Un uomo del vostro ingegno, dei vostri studii, ridursi così! vergogna!
Voi avete un’anima, un’anima, un’anima. Me la ricordo io, la vostra anima
nobile, accesa di bene; me la ricordo io!
– Per carità... per carità... – gemeva, implorava il professor Carmelo Sabato,
tra le lagrime, sussultando. – Enrichetto... Enrichetto mio... no, per carità...
non mi dire che ho un’anima immortale... Fuori! fuori! Ecco, sì, ecco quello che
io dico: fuori; sarà fuori l’anima immortale... e tu la respiri, tu sì, perché
non ti sei ancora guastato... la respiri come l’aria, e te la senti dentro...
certi giorni più, certi giorni meno... Ecco quello che io dico! Fuori...
fuori... per carità, lasciala fuori, l’anima immortale... Io, no... io, no... mi
sono guastato apposta per non respirarla più... m’empio di vino apposta, perché
non la voglio più, non la voglio più dentro di me... la lascio a voi...
sentitevela dentro voi... io non ne posso più... non ne posso più...
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A questo punto, una voce dolce chiamò dal fondo della terrazza:
– Signore...
Il Lamella si volse. Là, nel vano nero dell’usciolo biancheggiavano le ampie ali
della cornetta d’una suora di carità.
Il giovane professore accorse, confabulò piano con la suora, poi tutt’e due
vennero premurosamente verso l’ubriaco e lo tirarono per le braccia sì in piedi.
Il professor Carmelo Sabato, scamiciato, col testone ciondolante, il viso
bagnato di lagrime, sbirciò l’uno e l’altra, sorpreso, intontito da tanta
premura silenziosa; non disse nulla; si lasciò condurre, cempennante.
La discesa per la buia, angusta, ripida scaletta di legno fu difficile: il
Lamella, avanti, con quasi tutto il peso addosso di quel corpaccio cascante; la
suora, dietro, curva a trattener con ambedue le braccia, quanto più poteva, quel
peso.
Alla fine, sorreggendolo per le ascelle, lo introdussero a traverso due
stanzette buie nella camera in fondo, illuminata da due candele or ora accese
sui due comodini ai lati del letto matrimoniale.
Rigido, impalato sul letto, con le braccia in croce, stava il cadavere della
moglie, dal viso duro, arcigno, illividito dal riverbero delle candele sul
soffitto basso, opprimente della camera.
Un’altra suora pregava inginocchiata e a mani giunte a piè del letto.
Il professor Carmelo Sabato, ancora sorretto per le ascelle, ansimante, guardò
un pezzo la morta, quasi atterrito, in silenzio. Poi si volse al Lamella, come a
fargli una domanda:
– Ah?
La suora, senza sdegno, con umiltà dolente e paziente gli te’ cenno di mettersi
in ginocchio, ecco, così come faceva lei.
– L’anima, eh? – disse alla fine il Sabato, con un sussulto. – L’anima
immortale, eh?
– Signore! – supplicò l’altra suora più anziana.
– Ah? sì... sì... subito... – si rimise, come spaurito, il professor Carmelo
Sabato, calandosi faticosamente sui ginocchi.
Cadde, carponi, con la faccia a terra, e stette così un pezzo, picchiandosi il
petto col pugno. Ma a un tratto dalla bocca, lì contro terra, gli venne fuori
con suono stridulo e imbrogliato il ritornello d’una canzonettaccia francese:
«Mets–la en trou, mets–la en trou...» seguito da un ghigno: ih ih ih ih...
Le due suore si voltarono, inorridite; il Lamella si chinò subito a strapparlo
da terra e trascinarlo via nella stanza accanto; lo pose a sedere su una
seggiola e lo scrollò forte, forte, a lungo, intimandogli:
– Zitto! zitto!
– Sì, l’anima... – disse piano, ansimando, l’ubriaco, – anche lei... l’anima...
la plaga... la plaga di spazio... dove... dove roteano mondi, mondi...
– Statevi zitto! – seguitava a gridargli in faccia, con voce soffocata, il
Lamella, scrollandolo. – Statevi zitto!
Il Sabato, allora, contro la sopraffazione provò di levarsi fiero in piedi; non
poté; alzò un braccio; gridò:
– Due figlie... costei... due figlie mi buttò alla perdizione... due figlie!
Accorsero le due suore a scongiurarlo di calmarsi, di tacere, di perdonare; egli
si rimise di nuovo, cominciò a dir di sì, di sì col capo, aspettando il pianto,
che alla fine gli proruppe, dapprima con un mugolio dalla gola serrata, poi in
tremendi singhiozzi. A poco a poco si calmò esortato dalle due suore; poi non
pensando d’aver lasciato su nella terrazza la giacca, cominciò a frugarsi in
petto con una mano.
– Che cercate? – gli domandò il Lamella.
Guardando smarritamente le due suore e l’antico alunno, ora l’una ora l’altro,
rispose:
– M’hanno scritto. Tutt’e due. Volevano veder la madre. M’hanno scritto.
Socchiuse gli occhi e aspirò col naso, a lungo, deliziosamente, accompagnando
l’aspirazione con un gesto espressivo della mano:
– Che profumo... che profumo... Lauretta, da Torino... l’altra, da Genova...
Tese una mano e afferrò un braccio del Lamella.
– Quella che volevi tu...
Il Lamella, mortificato davanti alle due suore, s’infoscò in volto.
– Giovannina... Vanninella, sì... Célie... ah ah ah... Célie Bouton...
La volevi tu...
– Statevi zitto, professore! – muggì il Lamella, contraffatto dall’ira e dallo
sdegno.
Il Sabato insaccò il capo fra le spalle, per paura, ma guardò da sotto in sè con
malizia l’antico alunno:
– Hai ragione sì... Enrichetto, non mi far male... hai ragione... L’hai sentita
all’Olympia? Mets–la en trou, mets–la en trou...
Le due suore alzarono le mani come a turarsi gli orecchi, col viso atteggiato di
commiserazione, e ritornarono alla camera della defunta, chiudendone l’uscio.
Inginocchiate di nuovo a piè del letto funebre, udirono a lungo la contesa di
quei due rimasti al bujo.
– Vi proibisco di ricordarlo! – gridava, soffocato, il giovine.
– Va’ a guardare le stelle... va’ a guardare le stelle... – diceva l’altro.
– Siete un buffone!
– Sì... e sai? Vanninella m’ha... m’ha anche mandato un po’ di danaro... e io
non gliel’ho rimandato, sai? Sono andato alla Posta, a riscuotere il vaglia,
e...
– E...?
– E ci ho comprato la birra per te, idealista.
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