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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "LA RALLEGRATA"
Pubblicata nel 1922, la raccolta "La rallegrata" costituisce il terzo volume
delle Novelle per un anno.
Include racconti già pubblicati tra il 1896 ed il
1918. |
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7. I tre
pensieri della sbiobbina (1905)
«Il Campo», 5 febbraio 1905,
poi in "La trappola", Treves, Milano 1915. |
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Bene, fino a nove anni: nata bene,
cresciuta bene.
A nove anni, come se il destino avesse teso dall’ombra una manaccia invisibile e
gliel’avesse imposta sul capo: – Fin qua! – Clementina, tutt’a un tratto, aveva
fatto il groppo. Là, a poco più d’un metro da terra.
I medici, eh! subito, con la loro scienza, avevano compreso che non sarebbe
cresciuta più. Linfatismo, cachessia, rachitide
Brevi! parlo intendere alle gambe, adesso, al busto di Clementina, che non si
doveva più crescere! Busto e gambe, dacché, nascendo, ci s’erano messi, avevano
voluto crescere per forza, senza sentir ragione. Non potendo per lungo, sotto
l’orribile violenza di quella manaccia che schiacciava, s’erano ostinati a
crescere di traverso: sbieche le gambe; il busto, aggobbito, davanti e dietro.
Pur di crescere...
Che non crescono forse così, del resto, anche certi alberelli, tutti a nodi e a
sproni e a giunture storpie? Così. Con questa differenza però: che l’alberello,
intanto, non ha occhi per vedersi, cuore per sentire, mente per pensare; e una
povera sbiobbina, sì; che l’alberello storpio non è, che si sappia, deriso da
quelli dritti, malvisto per paura del malocchio, sfuggito dagli uccellini; e una
povera sbiobbina, sì, dagli uomini, e sfuggita anche dai fanciulli; e che
l’alberello infine non deve fare all’amore, perché fiorisce a maggio da sè,
naturalmente, così tutto storpio com’è, e darà in autunno i suoi frutti; mentre
una povera sbiobbina...
Là, via, era una cosa riuscita male, e che non si poteva rimediare in alcun
modo. Chi scrive una lettera, se non gli vien bene, la strappa e la rifà da
capo. Ma una vita? Non si può mica rifar da capo, a strapparla una volta, la
vita. |
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E poi, Dio non vuole.
Quasi quasi verrebbe voglia di non crederci, in Dio, vedendo certe cose. Ma
Clementina ci credeva. E ci credeva appunto perché si vedeva così. Quale altra
spiegazione migliore di questa, di tutto quel gran male che, innocente,
senz’alcuna sua colpa, le toccava soffrire per tutta, tutta la vita, che è una
sola, e che lei doveva passar tutta, tutta così, come fosse una burla, uno
scherzo, compatibile sì e no per un minuto solo e poi basta? Poi dritta, su,
svelta, agile, alta, e via tutta quella oppressione. Ma che! Sempre così.
Dio, eh? Dio – era chiaro – aveva voluto così, per un suo fine segreto.
Bisognava far finta di crederci, per carità; ché altrimenti Clementina si
sarebbe disperata. Spiegandoselo così, invece, lei poteva anche considerare come
un bene tutto il suo gran male: un bene sommo e glorioso. Di là, s’intende. In
cielo. Che bella angeletta sarà poi in cielo, Clementina!
Ed ecco, ella sorride talvolta, camminando, alla gente che la guarda per
istrada. Pare voglia dire: «Non mi deridete, via! perché, vedete? ne sorrido io
per la prima. Sono fatta così; non mi son fatta da me; Dio l’ha voluto; e dunque
non ve n’affliggete neppure, come non me n’affiggo io, perché, se l’ha voluto
Dio, lo so sicuro che una ricompensa, poi, me la darà!».
Del resto, le gambe, tanto tanto non pajono, sotto la veste.
Dio solo sa quanto peni Clementina a farle andare, quelle gambe. E tuttavia
sorride.
La pena è anche accresciuta dallo studio ch’ella pone a non barellare tanto, per
non dar troppo nell’occhio alla gente. Passare inosservata non potrebbe.
Sbiobbina è. Ma via, andando così, con una certa lestezza, e poi modesta, e poi
sorridendo...
Qualcuno però, a quando a quando, si dimostra crudele: la osserva, magari col
volto atteggiato di compassione, e le torna poco dopo davanti dall’altro lato,
quasi volesse a tutti i costi rendersi conto di com’ella faccia con quelle gambe
ad andare. Clementina, vedendo che col suo solito sorriso non riesce a disarmare
quella curiosità spietata, arrossisce dalla stizza, abbassa il capo; talvolta,
perdendo il dominio di sè, per poco non inciampa, non rotola giù per terra; e
allora, arrabbiata, quasi quasi si tirerebbe sè la veste e griderebbe a quel
crudele:
– Eccoti qua: vedi? E ora lasciami fare la sbiobbina in pace.
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In questo quartiere non è ancora conosciuta. Clementina ha cambiato casa da
poche settimane. Dove stava prima, era conosciuta da tutti; e nessuno più la
molestava. Sarà così, tra breve, anche qua. Ci vuole pazienza! Lei è molto
contenta della nuova casa, che sorge in una Piazzetta quieta e pulita. Lavora da
mane a sera, con gentilezza e maestria, di scatolette e sacchettini per nozze e
per nascite. La sorella (ha una sorella, Clementina, che si chiama Lauretta,
minore di cinque anni: ma... diritta lei, eh altro! e svelta e tanto bella,
bionda, florida) lavora da modista in una bottega: va ogni mattina, alle otto;
rincasa la sera, alle sette. Fra loro, le due sorelle si son fatte da mamma a
vicenda; Clementina, prima, a Lauretta; ora Lauretta, invece, a Clementina,
quantunque minore d’età. Ma se questa, per la disgrazia, è rimasta come una
ragazzina di dieci anni!... Lauretta ha acquistato invece tanta esperienza della
vita! Se non ci fosse lei...
Spesso Clementina sta ad ascoltarla a bocca aperta.
Gesù, Gesù... che cose!
E capisce, ora, che con que’ due poveri piedi sbiechi non potrà mai entrare nel
mondo misterioso che Lauretta le lascia intravedere. Non ne prova invidia, però:
sì un timor vago e come un intenerimento angoscioso, di pietà per sé. Lauretta,
un giorno o l’altro, si lancerà in quel mondo fatto per lei; e come resterà,
allora, la povera Clementina? Ma Lauretta l’ha rassicurata, le ha giurato che
non l’abbandonerà mai, anche se le avverrà di prender marito.
E Clementina ora pensa a questo futuro marito di Lauretta. Chi sarà? Come si
conosceranno? Per via, forse. Egli la guarderà, la seguirà; poi, qualche sera la
fermerà. E che si diranno? Ah come dov’esser buffo, fare all’amore.
Con gli occhi invagati, seduta innanzi al tavolino presso la finestra,
Clementina, così fantasticando, non sa risolversi a metter mano al lavoro
apparecchiato sul piano del tavolino. Guarda fuori... Che guarda?
C’è un giovine, un bel giovine biondo,
coi capelli lunghi e la barbetta alla nazarena, seduto a una finestra della casa
dirimpetto, coi gomiti appoggiati sul davanzale e la testa tra le mani.
Possibile? Gli occhi di quel giovine sono fissi su lei, con una intensità
strana. Pallido... Dio, com’è pallido! dov’esser malato. Clementina lo vede
adesso per la prima volta, a quella finestra. Ed ecco, egli séguita a
guardare... Clementina si turba; poi sospira e si rinfranca. Il primo pensiero
che le viene in mente è questo:
– Non guarda une!
Se Lauretta fosse in casa, lei penserebbe che quel giovine... Ma Lauretta non è
mai in casa, di giorno. Forse alla finestra del quartierino accanto sarà
affacciata qualche bella ragazza, con cui quel giovine fa all’amore. Ma si
direbbe proprio ch’egli guarda qua, ch’egli guarda lei. Con quegli occhi? Via,
impossibile! Oh, che! Ha fatto un cenno, quel giovine, con la mano: come un
saluto! A lei? No, no! Ci sarà senza dubbio qualcuna affacciata.
E Clementina si fa alla finestra, monta su lo sgabelletto che sta lì apposta per
lei, e – senza parere –– guarda alla finestra accanto e poi all’altra
appresso... guarda giù, alla finestra del piano di sotto, poi a quella del piano
di sopra...
Non c’è nessuno!
Timidamente, volge di sfuggita uno sguardo al giovine, ed ecco... un altro cenno
di saluto, a lei, proprio a lei... ah, questa volta non c’è più dubbio!
Clementina scappa dalla finestra, scappa dalla stanza col cuore in tumulto. Che
sciocca! Ma è uno sbaglio certamente... Quel giovine là dov’esser miope. Chi sa
per chi l’avrà scambiata... Forse per Lauretta? Ma sì! Forse avrà seguito
Lauretta per via; avrà saputo che lei abita qua, dirimpetto a lui... Ma, altro
che miope, allora! Dev’esser cieco addirittura... Eppure, non porta occhiali.
Sì, Clementina non è brutta, di faccia: somiglia veramente un po’ alla sorella,
ma il corpo! Forse, chi sa! vedendola seduta, lì davanti al tavolino, col
cuscino sotto egli avrà potuto avere, così da lontano, l’illusione di veder
Lauretta al lavoro.
Quella sera stessa ne domanda alla sorella. Ma questa casca dalle nuvole.
– Che giovine?
– Sta lì, dirimpetto. Non te ne sei accorta?
– Io, no. Chi è?
Clementina glielo descrive minutamente e Lauretta allora le dichiara di non
saperne nulla, di non averlo mai incontrato, mai veduto, né da vicino né da
lontano.
Il giorno appresso, da capo. Egli è là, nello stesso atteggiamento, coi gomiti
sul davanzale e il bel capo biondo tra le mani; e la guarda, la guarda come il
giorno avanti, con quella strana intensità nello sguardo.
Clementina non può sospettare che quel giovine, il quale appare tanto, tanto
triste, si voglia pigliare il gusto di beffarsi di lei. A che scopo? Ella è una
povera disgraziata, che non potrebbe mai e poi mai prender sul serio la beffa
crudele, abboccare all’amo, lasciarsi lusingare... E dunque? Oh, ecco: egli
ripete il cenno di ieri, la saluta con la mano, china il capo più volte, come
per dire: – «A te, sì, a te ’> – e si nasconde il volto con le mani,
dolorosamente.
Clementina non può più rimanere lì, presso la finestra; scende dalla sedia,
tutta in sussulto, e come una bestiolina insidiata va a spiare dalla finestra
della camera accanto, dietro le tendine abbassate. Egli si è tratto dal
davanzale; non guarda più fuori; sta ora in un atteggiamento sospeso e accorato;
ed ecco, si volta di tratto in tratto a guardare verso la finestra di lei, per
vedere se ella vi sia ritornata. La aspetta!
Che deve supporre Clementina? Le viene in mente quest’altro pensiero:
– Non vedrà bene come sono fatta.
E, per esser lasciata in pace, povera sbiobbina, immagina d’un tratto questo
espediente: accosta il tavolino alla finestra, prende uno strofinaccio e poi,
con l’aiuto d’una seggiola, monta a gran fatica sul tavolino, là, in piedi, come
per pulire con quello strofinaccio i vetri della finestra. Così egli la vedrà
bene!
Ma per poco Clementina non precipita giù in istrada, nell’accorgersi che quel
giovine, vedendola lì, s’è levato in piedi e gesticola furiosamente, spaventato,
e le accenna di smontare, giù di lì, giù di lì, per carità: incrocia le mani sul
petto, si prende il capo tra le mani e grida, ora, grida!
Clementina scende dal tavolino quanto più presto può, sgomenta, anzi atterrita;
lo guarda, tutta tremante, con gli occhi sbarrati; egli le tende le braccia, le
invia baci; e allora:
«È matto... – pensa Clementina, stringendosi, storcendosi le mani. –
Oh Dio, è matto! è matto!»
Difatti, la sera, Lauretta glielo conferma.
Messa in curiosità dalle domande di Clementina, ella ha domandato notizie di
quel giovine, e le hanno detto ch’egli è impazzito da circa un anno per la morte
della fidanzata che abitava lì, dove abitano loro, Lauretta e Clementina. A
quella fidanzata, prima che morisse, avevan dovuto amputare una gamba e poi
l’altra, per un sarcoma che s’era rinnovato.
Ah, ecco perché! Clementina, ascoltando questo racconto della sorella, sente
riempirsi gli occhi di lagrime. Per quel giovine o per sé? Sorride poi
pallidamente e dice con tremula voce a Lauretta:
Me l’ero figurato, sai? Guardava me...
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