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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "LA RALLEGRATA"
Pubblicata nel 1922, la raccolta "La rallegrata" costituisce il terzo volume
delle Novelle per un anno.
Include racconti già pubblicati tra il 1896 ed il
1918. |
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6. Sua
Maestà (1904)
«Il Marzocco» 3 luglio 1904,
col titolo S.M
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Accanto alla tragedia, però, si ebbe
anche la farsa a Costanova, quando fu sciolto il Consiglio comunale e arrivò da
Roma il Regio Commissario.
Quel giorno, Melchiorino Palì, nella sala d’aspetto della stazione, picchiandosi
il petto con tutte e due le manine perdute in un vecchio paio di guanti grigi
Foracchiati nelle punte, si sfogava a dire:
– Ma la faremo noi, noi, la rivoluzione... One. Noi!
I suoi colleghi del Consiglio disciolto (icconsiglio andato a male, come diceva
sotto sotto il guardasala, ch’era un vecchietto toscano, ascritto, com’era
allora di regola, alla lega socialista dei ferrovieri) avevano, dopo lungo
dibattito, deciso di venire alla stazione per accogliere l’ospite, quantunque
avversario. Ed erano venuti in abito lungo e cappello a staio. Il Palì aveva
cercato di dissuaderli, dimostrando loro che non si doveva in nessun modo. Non
c’era riuscito e alla fine era venuto anche lui. Coi miseri panni giornalieri,
però. In segno di protesta.
Piccino, piccino, con la barbetta rossa e gli occhiali azzurri, oppresso da un
cappello duro, roso, inverdito che gli sprofondava fin su la nuca, gli orecchi
curvi sotto le tese, oppresso da un greve soprabito color tabacco, continuava a
sfogarsi, gestendo furiosamente. Ma si rivolgeva ora di preferenza ai manifesti
illustrati, appesi alle pareti della sala d’aspetto, visto che nessuno dei
colleghi gli dava più ascolto.
Il vecchio guardasala, intanto, se lo stava a godere, con un sorrisetto
canzonatorio su le labbra. |
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Da uno di quei manifesti, un bel tocco di ragazza scollacciata gli offriva
ridendo una tazza di birra dalla spuma traboccante, come per farlo tacere. Ma
invano.
– Rivoluzione! Rivoluzione! – incalzava Melchiorino Palì, il quale, quand’era
così eccitato, soleva ripetere due o tre volte le ultime sillabe delle parole,
come se egli stesso si facesse l’eco: – One... one...
Era indignato non tanto per lo scioglimento del Consiglio (glien’importava un
fico... ico... un fico secco... ecco... a lui, se non era più consigliere)
quanto per lo spettacolo stomachevole che il Governo dava all’intera nazione
trescando spudoratamente col partito socialista, fino a darla vinta a quei
quattro mascalzoni che a Costanova andavano per via col garofano rosso
all’occhiello, protetti dall’on. Mazzarini, deputato del collegio, che a
Costanova però non aveva raccolto più di ventidue voti... oti.
Ora questa, senz’alcun dubbio, era una vendetta del Mazzarini, il quale,
partendo per Roma, aveva giurato di dare una lezione memorabile al paese che gli
si era dimostrato così accerrimamente nemico... ico. Ma che lezione? Lo
scioglimento del Consiglio? Eh via! Miserie! Melchiorino Palì considerava da un
punto più alto la questione... one. Dieci, venti, trenta lire al giorno a un
tramviere, a un ferroviere? Quattro, cinque mesi di preparazione, seppure! E un
professor di liceo, un giudice, che han dovuto studiar vent’anni per strappare
una laurea e affrontare esami e concorsi difficilissimi, non le avevano, non le
avevano trenta lire al giorno! E tutte le commiserazioni, intanto, e tutte le
cure per il così detto proletariato... ato!... ato!
A questo punto, non si sa come, la ragazza scollacciata di quel manifesto, quasi
fosse stufa di offrire invano la sua tazza di birra a uno che le avventava
contro tanta furia di gesti irosi, si staccò dalla parete e precipitò con
fracasso sul divano di cuojo, ove stava seduto l’ex–sindaco, cav. Decenzio
Cappadona.
– Vai! È ito via icchiodo! – esclamò allora, accorrendo e sghignando, il
vecchietto guardasala.
Il Cappadona balzò in piedi sacrando e tirò una spinta così furiosa a
Melchiorino Palì rimasto a bocca aperta e con le dieci dita per aria, che lo
mandò a schizzare addosso a uno dei colleghi.
– Io? Che c’entro io? So un corno io se il chiodo si stacca! – si rivoltò
furibondo il Palì; quindi, parandosi di faccia a quel collega e prendendogli un
bottone sul petto della finanziera: – Non ti pajono sacrosante ragioni? Perché,
sissignore, io ci sto: trenta lire al giorno... orno... al tramviere, al
ferroviere... ci sto! ma datene allora cento al giudice, al professore... ore...
e se no, perdio, la faremo noi, la rivoluzione... one... perdio! Noi!
Quel collega si guardava il bottone. Aveva un tubino spelacchiato, ma lo portava
con tanta dignità e s’era tutto aggiustato con tanta cura, che si sentiva
struggere, ora, a quel discorso e approvava e sbuffava e strabuzzava gli occhi.
Alla fine, non ne poté più: lo lasciò lì in asso e s’accostò al cavalier
Cappadona per pregarlo che, avvalendosi della sua autorità, facesse tacere
quell’energumeno. Era un’indecenza strillare così, con tutta quella trucia
addosso. Comprometteva, ecco!
Ma il cavalier Decenzio Cappadona, che s’era già ricomposto e se ne stava ora
astratto e assorto, fece un atto appena appena con la mano e seguitò a lisciarsi
il gran pizzo regale.
Lo chiamavano a Costanova Sua Maestà, perché era il ritratto spiccicato di
Vittorio Emanuele II vestito da cacciatore: la stessa corporatura, gli stessi
baffi, lo stesso pizzo, lo stesso naso rincagnato all’insù; Vittorio Emanuele II
insomma, purus et putus, purus et putus, come soleva ripetere il notajo
Colamassimo che sapeva il latino.
Anche lui, il cavalier Cappadona, era venuto coi panni giornalieri; ma che
c’entra! era noto a tutti ch’egli non cambiava mai, neanche nelle più solenni
occasioni, quel suo splendido abito di velluto alla cacciatora e gli stivali e
il cappellaccio a larghe tese con la penna infitta da un lato nel nastro, che
erano tali e quali quelli che il Gran Re portava nel ritratto famoso che al
cavalier Decenzio serviva da modello.
I maligni dicevano che non aveva altri titoli per esser sindaco di Costanova
fuor che quella straordinaria somiglianza, e che non aveva fatto in vita sua
altri studii oltre a quello attentissimo sul ritratto del primo re d’Italia.
Questa seconda malignazione poteva forse avere qualche fondamento di verità: la
prima no.
Non bastava, infatti, nemmeno a quei tempi, somigliare a Vittorio Emanuele II
per esser sindaco di un comune d’Italia. Tanto vero che in ogni città era raro
il caso che non ci fosse per lo meno uno che non somigliasse o non si sforzasse
di somigliare a Vittorio Emanuele II, o anche a Umberto I, senz’esser per questo
nemmeno consigliere della minoranza.
In verità, ci voleva qualcos’altro.
E questo qualcos’altro il cavalier Decenzio Cappadona lo aveva. Milionario,
poteva pigliarsi il gusto di sfogare esclusivamente tutta l’attività morale e
materiale di cui era capace nella professione di quella somiglianza.
A Costanova era re; la sua casa, una reggia; teneva in campagna una numerosa
scorta di campieri in divisa, ch’erano come il suo esercito; tutti gli abitanti,
tranne quel pugno di buffoni capitanati dal repubblicano Leopoldo Paroni, eran
per lui più sudditi che elettori; aveva una scuderia magnifica, una muta di cani
preziosa; amava le donne, amava la caccia; e dunque chi più Vittorio Emanuele di
lui?
Ora, durante l’ultima amministrazione, qualcuno degli assessori aveva dovuto
commettere qualche piccola sciocchezza amministrativa: il cavalier Decenzio non
sapeva bene: era re, lui: regnava e non governava. Il fatto è che il Consiglio
era stato sciolto. A momenti sarebbe arrivato il Regio Commissario; il cavalier
Decenzio s’era incomodato a venire alla stazione; lo avrebbe accolto
cortesemente, nella certezza che anche costui sarebbe diventato suo suddito
temporaneo devotissimo; si sarebbero fatte le nuove elezioni, e sarebbe stato
rieletto sindaco, riacclamato re, senz’alcun dubbio.
L’avvisatore elettrico cominciò a squillare. Il cavalier Cappadona sbadigliò, si
alzò, si batté il frustino su gli stivali, facendo al solito con le labbra: –
Bembé... Bembé... – e uscì, seguito dagli altri, sotto la tettoja della
stazione. Melchiorino Palì ripeteva ancora una volta che dobbiamo farla noi la
rivolò... ma vide due carabinieri alla porta della sala d’aspetto, e le ultime
sillabe della parola gli rimasero in gola: ne venne fuori, poco dopo, al solito,
l’eco soltanto, attenuata:
– One... one...
La cornetta del casellante strepé in distanza: s’intese il fischio del treno.
– Campana! – ordinò allora il capostazione, che s’era avvicinato a ossequiare il
cavalier Cappadona.
Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso. Tutti si allineano, in attesa, ansiosi e
con quell’eccitazione che l’arrivo del convoglio con la sua imponenza rumorosa e
violenta suoi destare; i ferrovieri corrono ad aprir gli sportelli gridando:
Costanova! Costanova! Da una vettura di prima classe uno spilungone miope,
squallido, con certi baffi biondicci alla cinese, tende una valigia al facchino
e gli dice piano:
– Regio Commissario.
Gli aspettanti lo mirano delusi, toccandosi sotto sotto coi gomiti, e il
cavalier Decenzio Cappadona si fa avanti con la sua impastatura regale, quando
tutto un tratto – è uno scherzo? un’allucinazione? – dietro quello spilungone
miope scende maestoso su la predella della vettura un altro Vittorio Emanuele II,
più Vittorio Emanuele II del cavalier Decenzio Cappadona.
I due uomini, così davanti a petto, si guatano allibiti. Nessuno degli
ex–consiglieri osa farsi avanti; anche il capostazione, che s’era proposto di
presentare l’ex–sindaco al Regio Commissario, rimane inchiodato al suo posto; e
quell’altro Vittorio Emanuele che è il commendatore Amilcare Zegretti, proprio
lui, il Regio Commissario, passa tra tutti quegli uomini quasi esterrefatti, e
si caccia con un acuto sgrigliolìo delle scarpe, che pare esprima la nerissima
stizza ond’è preso, nella sala d’aspetto, seguito dal suo allampanato segretario
particolare.
– Mi.. mi... mi..
Non trova più la voce. Quegli intanto non ardisce alzare gli occhi a guardarlo
in faccia.
– Mi chiami il ca... il capostazione, la prego.
Sotto la tettoja, il capostazione è rimasto a guardare a uno a uno i membri del
Consiglio disciolto, tutti ancora intronati, e il cavalier Decenzio Cappadona
basito addirittura e quasi levato di cervello. Il segretario particolare gli
s’accosta, timido, vacillante:
– Scusi, signor Capo, una parolina.
Il capostazione accorre premuroso alla sala d’aspetto e vi trova il commendator
Zegretti con tanto d’occhi sbarrati e fulminanti e una mano spalmata sotto il
naso in atteggiamento pensieroso, sì, ma che par fatto apposta per nascondere
baffi e appendici.
– Quei... quei signori, scusi...
– Del Consiglio disciolto, sissignore. Venuti apposta per ossequiarla, signor
Commendatore.
– Grazie, e... c’è, scusi, c’è anche il... come si chiama?
– L’ex–sindaco? Cavalier Cappadona, sissignore. Sarebbe anzi appunto...
– Va bene, va bene. Me lo ringrazii tanto, ma dica che... che io son venuto
anche per fare una... una piccola inchiesta, ecco. Non sarebbe dunque
prudente... Ci vedremo al Municipio. Mi faccia venire qua, la prego, il mio
segretario. Dov’è? dove s’è cacciato?
Il segretario, sotto la tettoja, era assediato dai membri del Consiglio
disciolto. Melchiorino Palì aveva posto crudamente il dilemma:
– O si rade l’uno o si rade l’altro.
Ma che! ma no! bisognava che si radesse il nuovo arrivato, per forza; perché del
Cappadona era nota a tutti la somiglianza con Vittorio Emanuele II, e perciò, se
si fosse raso lui e il Regio Commissario fosse entrato in sua vece da Vittorio
Emanuele in Costanova, lo scandalo non si sarebbe evitato. Scandalo inaudito,
perché a Costanova l’arrivo di quel Regio Commissario rappresentava un vero e
proprio avvenimento. Una fischiata generale sarebbe scoppiata; tutto il paese
sarebbe crepato dalle risa; fin le case di Costanova avrebbero traballato per un
sussulto di spaventosa ilarità; fino i ciottoli delle vie sarebbero saltati
fuori, scoprendosi come tanti denti, in una convulsione di riso.
– Mazzarini! Mazzarini! – strillava più forte degli altri Melchiorino Palì. – È
stato lui, l’on. Mazzarini! Ecco la vendetta che ci ha giurato! la lezione
memorabile! L’ha scelto lui, a Roma, il Regio Commissario per Costanova... ova...
ova... Mascalzone! Offesa alla memoria, alla effigie del nostro Gran Re!
Irrisione, attentato al prestigio dell’autorità!
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Bisognava a ogni costo impedirlo; mandare presto presto per un barbiere fidato;
e lì stesso, nella sala d’aspetto, indurre il Regio Commissario a sacrificare
almeno il pappafico... sì, e un pochino pochino anche i baffi, prima d’entrare
in paese.
Ma chi si prendeva l’accollo di fare una simile proposta al commendator Zegretti?
Il cavalier Decenzio Cappadona s’era allontanato, fosco, e col frustino si
sfogava contro la innocente ruchetta bianca e il crespignolo dai fiori gialli,
che crescevano di tra le crepe dell’antica spalletta che impedisce l’ingresso
alla stazione.
– Marcocci! – tonò in quel punto il commendator Zegretti, facendosi su la soglia
della sala d’aspetto, furibondo.
Il povero segretario, schiacciato sotto l’incarico che gli avevano dato gli
ex–consiglieri, accorse come un cane che fiuti in aria le busse.
– Una vettura!
– Aspetti... perdoni, signor Commendatore... – si provò a dire il Marcocci. –
Se... se lei volesse... dicevano quei signori... prima d’entrare in paese... qui
stesso... dicevano quei signori... perché, lei ha veduto? c’è qui... quello
che... l’ex–sindaco, lei ha veduto? Ora, dicevano quei signori...
– Insomma si spieghi! – gli urlò lo Zegretti.
– Ecco, sissignore... qui stesso, si potrebbe... se lei volesse... dicevano...
mandare per un... come si chiama? e farsi... un pochino pachino almeno... ecco,
i baffi soltanto, signor Commendatore, dicevano quei signori.
– Che? – ruggì il commendator Zegretti e gli si parò di fronte, quasi per
scoppiargli addosso, gonfio com’era di collera e di sdegno. – Sa lei che io sono
qua, adesso, la prima autorità del paese?
– Sissignore! sissignore! come non lo so?
– E dunque? Una vettura! Marche!
E s’avviò innanzi, col petto in fuori, aggrondato, i baffoni in aria, il naso al
vento.
Naturalmente a Costanova accadde quel che i membri del Consiglio disciolto
avevano purtroppo preveduto.
Più fiera vendetta di quella l’on. Mazzarini non poteva prendersi, non solo
contro il cavalier Decenzio Cappadona, suo acerrimo avversario, ma anche contro
l’autorità costituita; lui socialista.
Retrogrado, conservatore, il paese di Costanova? Là, due re! Di cui l’uno il
ritratto dell’altro, e l’un contro l’altro armato.
Ora, come un leone in gabbia, il commendator Zegretti nella magna sala del
Municipio, ripensando all’impegno di quel deputato a Roma, perché lui e non
altri fosse mandato quale Regio Commissario a Costanova; ripensando alla grande
soddisfazione che egli per quell’impegno aveva provato, fremeva di rabbia,
s’arrotolava i baffoni fino a storcersi il labbro di qua e di là, si stirava il
gran pizzo, si affondava le unghie nelle palme delle mani, vedeva rosso!
Come fare il Regio Commissario in quel paese, a cui non poteva mostrarsi, senza
promuover subito uno scoppio di risa?
Se non ci fosse stato quell’altro, egli avrebbe certo ispirato maggior reverenza
col suo aspetto, che attestava devozione alla monarchia, culto anche fanatico
della memoria del Gran Re. Ma ora... così... E se qualcuno ne avesse scritto a
Roma, ai giornali? se qualche deputato ne avesse parlato alla Camera?
Così pensando, il commendator Zegretti sentiva di punto in punto crescer
l’orgasmo; passeggiava, si fermava, passeggiava ancora un po’, si riformava,
sbuffando ogni volta e scotendo in aria le pugna.
Quella sala del Municipio era magnifica, dal palco scompartito, in rilievo,
ornato di dorature. Il cavalier Decenzio Cappadona l’aveva fatta decorare e
addobbare sontuosamente a sue spese. Nella parete di fondo troneggiava un gran
ritratto a olio del primo re d’Italia, che il Cappadona stesso aveva fatto
eseguire lì a Costanova, da un pittore di passaggio, sedendo lui per modello.
– Imbecille! Buffone! Così nero? Quando mai Vittorio Emanuele II fu così nero?
Biondo scuro e con gli occhi cilestri: ecco com’era Vittorio Emanuele II;
com’era lui, insomma, il commendator Zegretti, che aveva perciò quasi un diritto
naturale a professarne la somiglianza. Eh, ma allora, qualunque mascalzone,
purché avesse il naso un po’ in sè e un po’ di crescenza nei peli della faccia,
poteva figurare da Vittorio Emanuele II; se non si doveva tener conto del colore
del pelo, del colore degli occhi.
Più d’uno a Costanova dava ragione al Regio Commissario, sosteneva cioè che
veramente egli più del Cappadona somigliava a Vittorio Emanuele II con quegli
occhi da vitellone; altri invece sosteneva il contrario; e le discussioni si
facevano di giorno in giorno più calorose. Appena lo vedevano passare per via
tutti uscivano fuori dalle botteghe, s’affacciavano alle finestre) si fermavano
a mirarlo:
– Ma bello, vah! magnifico! guardatelo!
Nessuno poté assistere però alla scena più buffa, che si svolse nella sala del
Municipio, dove una mattina dovettero pur trovarsi di fronte tutt’e due, quei
Vittorii Emanueli. E ce n’era pure un terzo, lì, dipinto a olio, grande al vero,
che se li godeva dall’alto della parete, così ammusati.
Una gran folla, quella mattina, all’annunzio dell’invito che il Regio
Commissario aveva fatto al Cappadona per interrogarlo sull’ultima gestione
amministrativa, s’era raccolta sotto il Municipio. Figurarsi dunque l’animo del
cavalier Decenzio nel recarsi, tra tanta gente assiepata, a quel convegno; e
l’animo del commendator Zegretti, a cui ne saliva dalla piazza il brusio.
Oltre l’irrisione, che era patente nella curiosità di tutti quegli oziosi,
qualche altra cosa irritava sordamente il cavalier Cappadona.
Quantunque molto munifico al paese, era pur non di meno gelosissimo di tutti i
suoi doni al Comune.
Ora, da più giorni, passando sotto il Municipio, aveva veduto spalancate al sole
le ampie finestre poste davanti, ch’eran quelle appunto del salone. Povere
tende, dunque! poveri mobili, a quella luce sfacciata! e chi sa quanta polvere!
che disordine!
Quando, introdotto dal segretario Marcocci, vide il gran tappeto persiano, che
copriva da un capo all’altro il pavimento, ridotto in uno stato miserando, come
se ci fosse passato sopra un branco di porci, si sentì tutto rimescolare. Ma
sentì addirittura artigliarsi le dita nel vedere che colui lo accoglieva senza
il minimo riguardo. Signori miei, quell’intruso lì! Quell’intruso, che
dimostrandosi fino a tal segno villano e indegno d’abitare in un luogo addobbato
con tanto decoro e tanto sfarzo – osava pure scimmiottare l’imagine d’un re.
Il commendator Zegretti stava seduto innanzi a un’elegantissima scrivania, piena
zeppa di carte, che s’era fatta trasportare lì nel salone, e scriveva. Senza
neppure alzar gli occhi, disse seccamente:
– S’accomodi.
Ma s’era già accomodato da sè, senz’invito, il Cappadona, sulla poltrona di
faccia.
Il Regio Commissario, tenendo ancora gli occhi bassi, prese a esporre
all’ex–sindaco la ragione per cui lo aveva invitato a venire.
A un certo punto il Cappadona, che lo guardava fieramente, scattò in piedi,
serrando le pugna.
– Scusi, – disse, – non si potrebbero almeno accostare un tantino queste
finestre?
Due, tre fischi partirono in quel momento dalla folla raccolta nella piazza
sottostante.
Il commendator Zegretti alzò il capo, stirandosi un baffo con aria grave, e
disse:
– Ma io non ho paura, sa.
– E chi ha paura? – fece il Cappadona. – Dico per queste povere tende... per
questo tappeto, capirà...
Il commendator Zegretti guardò le tende, guardò il tappeto, si buttò indietro su
la spalliera del seggiolone e, accarezzandosi ora l’interminabile pizzo:
– Mah! – sospirò. – Mi piace, sa, mi piace lavorare alla luce del sole!
– Eh, – squittì il Cappadona, – se non si rovinasse la tappezzeria... Capisco
che a lei non importa nulla; ma, se permette, le faccio osservare che importa a
me, perché è roba mia.
– Del Municipio, se mai...
– No! Mia, mia, mia. Fatta a mie spese! Mia la sedia, su cui lei siede; mia la
scrivania, su cui lei scrive. Tutto quello che lei vede qua, mio, mio, mio,
fatto col denaro mio, lo sappia! E se si vuole prendere il disturbo
d’affacciarsi un pochino alla finestra, le faccio vedere là l’edificio delle
scuole, che ho fatto levare io di pianta e costruire a mie spese e arredare di
tutto punto: io! E ci sono anche le scuole tecniche che il signor Mazzarini,
deputato del collegio, non è stato buono a ottenere dal Governo, come era
d’obbligo, e che mantengo io, a mie spese: io! Se si vuole alzare un pachino e
affacciare alla finestra, le faccio vedere, più là, un altro edificio,
l’ospedale, costruito, arredato e mantenuto anche da me, a mie spese.. E questa,
ora, è la ricompensa, caro signore! Mi si manda qua lei, non so perché: aspetto
che lei me lo dica... mi spieghi bene che cosa sia venuto a far qua, lei... Ma
già lo vedo... già lo vedo...
E il cavalier Decenzio Cappadona, aprendo le braccia, si mise a guardare il
tappeto rovinato.
Con fredda calma ostentata, il commendator Zegretti, inarcando le ciglia a
mezzaluna:
– Ma io, – disse, – io invece, sa? sono qua per vedere che cosa ha fatto lei,
piuttosto.
– Gliel’ho detto, che cosa ho fatto io! E ci sono le prove lì: c’è tutto il
paese che può rispondere per me! Chi è lei? che cosa vuole da me?
– Io rappresento qua il Governo! – rispose infoscandosi il commendator Zegretti,
e poggiò ambo le mani su la scrivania.
Il Cappadona si scrollò tutto, tre volte:
– Ma nossignore! ma che Governo! ma non ci creda! Glielo dico io che cosa
rappresenta lei qua.
– Oh insomma! – gridò il Regio Commissario, levandosi in piedi anche lui. – Io
non posso assolutamente tollerare che lei si dia codeste arie davanti a me!
E i due Vittorii Emanueli si guardarono finalmente negli occhi, pallidi e
vibranti d’ira.
– Io, le arie? – fece con un sogghigno il Cappadona. – Ma se le dà lei, mi pare,
le arie. Non si è degnato nemmeno d’alzarsi, quando io sono entrato, come se
fosse entrato il signor nessuno qua, dove pure tutto mi appartiene.
– Ma io non le so, non le voglio, né le debbo sapere io, codeste cose! –
rispose, sempre più eccitandosi, il commendator Zegretti. – Questa è la sede del
Municipio.
– Benissimo! Del Municipio! Non stalla, dunque!
– Lei m’offende!
– Come le pare
– Ah sì? E allora io la invito a uscir fuori ! Là!
E il commendator Zegretti additò fieramente la porta.
Si videro, ora, l’uno addosso all’altro, i due re: i baffi tremavano, tremavano
i pappafichi, e i nasi all’erta fremevano.
– A me osa dir questo? – tonò il Vittorio Emanuele paesano.
La sua voce s’intese nella piazza sottostante e un uragano di fischi e di grida
scomposte si levò minaccioso.
– Proprio a lei! sissignore! Perché io non ho paura! – inveì, pallidissimo, il
commendator Zegretti. – E se trovo qua, fra queste carte, qualche
irregolarità...
– Mi manda in galera? – compì la frase il Cappadona, sghignazzando. – Ma si
provi, si provi; vedrà che cosa succede... Lei qua non rappresenta che quattro
mascalzoni messi su da quel farabutto del Mazzarini, deputato socialista, nemico
della patria e del re, ha capito? Del re, del re; glielo grido sul muso a lei
mascherato a codesto modo!
Trasecolò, nel suo furore, il commendator Zegretti.
– Io, mascherato? – disse. – Come... E lei? Ci vuole un bel coraggio, perdio! Ma
si levi! Ma vada via! Io, mascherato? Ma dove, ma quando lo vide mai lei,
Vittorio Emanuele, che ha fatto calunniare lì, in quel ritratto? Non era mica
così nero, sa? come lei se l’immagina, Vittorio Emanuele II!
– Ah, no? com’era? rosso? nero? repubblicano? socialista come voi? protettore di
farabutti? Ma radetevi! radetevi! ci farete miglior figura! Non profanate così
l’immagine del Re! E basta, non vi dico altro. Ce la vedremo, caro signore, alle
prossime elezioni!
E il cavalier Decenzio Cappadona, col volto in fiamme, uscì tutto sbuffante di
fierissimo sdegno.
In piazza fu accolto da un fragoroso scoppio d’applausi. Agli amici più intimi,
che lo attendevano ansiosi, non poté rispondere fuorché queste parole:
– Faccio nascere un macello, parola d’onore!
E la guerra cominciò, ferocissima, tra i due re.
Com’era però da prevedersi, la sconfitta fu per il commendator Zegretti, avendo
il Cappadona tutto il paese dalla sua.
Appena si mostrava per via, due, tre lo chiamavano forte:
– Cavaliere! Signor sindaco!
Tirava via di lungo: e un quarto, ecco, lo raggiungeva di corsa, gli batteva
amichevolmente una mano su la spalla.
– Caro Decenzio!
Si voltava di scatto, con gli occhi che gli schizzavano fiamme; e subito:
– Ah, scusi, signor Commendatore! Credevo che fosse il cavalier Cappadona...
Capirà! Perdoni...
Rientrava al Municipio? Lungo l’androne c’erano parecchie porte murate;
rimanevano però, di qua e di là, gli sguanci nella grossezza del muro, come
tante nicchie: bene: da ciascuna saltava fuori un monello, al passaggio del
Commendatore. Un saluto militare; uno strillo: – Maestà! – e via a gambe levate.
Il commendator Zegretti licenziò allora il guardaportone ch’era un povero
vecchietto allogato lì per carità e che non ne aveva nessuna colpa. Egli,
infatti, lasciava in custodia alla moglie l’entrata e andava in giro tutto il
giorno, domandando ad alta voce, da lontano, se per caso ci fosse qualcuno che
volesse farsi la barba.
Buttato in mezzo alla strada, se n’andò a piangere dal cavalier Cappadona. Sua
Maestà gli promise che, rifatte le elezioni, lo avrebbe riassunto in servizio, e
intanto gli diede da vivere per sé e per la sua famiglia. Contento, il
vecchietto mostrò le forbici al cavalier Cappadona:
– Non dubiti, signor Cavaliere, che se m’avviene di ripigliarlo a comodo, lo
acciuffo e lo toso di prepotenza. Baffi e pappafico, signor Cavaliere!
Questa minaccia arrivò agli orecchi del commendator Zegretti, il quale d’allora
in poi prese a uscire seguito da due guardie. E allora, da lontano, fischi, urli
e altri rumori sguajati, che arrivavano al cielo.
Fu peggio, quando il segretario Marcocci, divenuto d’un estremo squallore e
molto più miope dal giorno dell’arrivo, una sera, cercando in uno sgabuzzino
alcune carte, si bruciò per disgrazia con la candela che teneva in mano uno di
quei suoi baffi biondicci alla cinese, e fu perciò costretto a radersi anche
l’altro.
Tutto il paese, il giorno dopo, vedendolo così raso lo riaccompagnò quasi in
trionfo al Municipio, come se quel pover’uomo si fosse raso per dare una
soddisfazione al Comune di Costanova e il buon esempio al suo principale.
Il commendator Zegretti non si lasciò più vedere per il paese. Il giorno per le
elezioni era ormai vicino. Per prudenza, prevedendo l’esplosione del giubilo
popolare per la vittoria incontrastabile del Cappadona, domandò al Prefetto del
capoluogo un rinforzo di soldati.
Ma la popolazione di Costanova, ben pagata ed eccitata dal vino delle cantine di
Sua Maestà, non si lasciò intimidire da quel rinforzo; e il giorno segnato
insorse in una frenetica dimostrazione. Le guardie che presidiavano il Municipio
caricarono violentemente la folla; ma le spinte, gli urtoni, che scaraventavano
di qua e di là i dimostranti e li lasciavano un pezzo, compressi da tutte le
parti, a boccheggiar come pesci, non giovarono a nulla: riprendevano fiato quei demonii scatenati e urlavano più forte di prima.
– Abbasso Zegrettììì! Abbasso il pappaficòòò! Si rada! si radààà! Viva
Cappadonààà! Ràditi, Zegrettììì!
Un pandemonio.
Ma radersi, no. Ah, radersi, no! Piuttosto il commendator Zegretti, non per
paura, ma per non darla vinta a colui che indegnamente si credeva il ritratto di
Vittorio Emanuele II, e per non far fuggire sconfitta nella sua persona la vera
immagine del gran Re, s’era lasciati crescere da parecchi giorni i peli su le
guance.
La sera stessa di quel giorno memorabile, egli, profondamente accorato, se ne
andò con una barbaccia da padre cappuccino, mentre l’altro s’insediava di nuovo
trionfante nel Municipio di Costanova più Vittorio Emanuele che mai.
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