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5. L'imbecille (1912)
«Corriere della Sera»,11
settembre 1912 poi in "La trappola", Treves Milano 1915.
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Ma che c’entrava, in fine, Mazzarini,
il deputato Guido Mazzarini, col suicidio di Pulino? – Pulino? Ma come? S’era
ucciso Pulino? – Lulù Pulino, sì: due ore fa. Lo avevano trovato in casa, che
pendeva dall’ànsola del lume, in cucina. – Impiccato? – Impiccato, sì. Che
spettacolo! Nero, con gli occhi e la lingua fuori, le dita raggricchiate. – Ah,
povero Lulù! – Ma che c’entrava Mazzarini?
Non si capiva niente. Una ventina di energumeni urlavano nel caffè, con le
braccia levate ( qualcuno era anche montato sulla sedia), attorno a Leopoldo
Paroni, presidente del Circolo repubblicano di Costanova, che urlava più forte
di tutti.
– Imbecille! sì, sì, lo dico e lo sostengo: imbecille! imbecille! Gliel’avrei
pagato io il viaggio! Io, gliel’avrei pagato! Quando uno non sa più che farsi
della propria vita, perdio, se non fa così è un imbecille!
– Scusi, che è stato? – – domandò un nuovo venuto, accostandosi, intronato da
tutti quegli urli e un po’ perplesso, a un avventore che se ne stava discosto,
appartato in un angolo in ombra, tutto aggruppato, con uno scialle di lana su le
spalle e un berretto da viaggio in capo, dalla larga visiera che gli tagliava
con l’ombra metà del volto.
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Prima di rispondere, costui levò dal pomo del bastoncino una delle mani
ischeletrite, nella quale teneva un fazzoletto appallottolato, e se la portò
alla bocca, su i baffetti squallidi, spioventi. Mostrò così la faccia smunta,
gialla, su cui era ricresciuta rada rada qua e là una barbettina da malato. Con
la bocca otturata, combatté un pezzo, sordamente, con la propria gola, ove una
tosse profonda irrompeva, rugliando tra sibili; in fine disse con voce
cavernosa:
– Mi ha fatto aria, accostandosi. Scusi, lei, non è di Costanova, è vero?
(E raccolse e nascose nel fazzoletto qualche cosa.) Il forestiere, dolente,
mortificato, imbarazzato dal ribrezzo che non riusciva a dissimulare, rispose:
– No; sono di passaggio.
– Siamo tutti di passaggio, caro signore.
E aprì la bocca, così dicendo, e scoprì i denti, in un ghigno frigido, muto,
restringendo in fitte rughe, attorno agli occhi aguzzi, la gialla cartilagine
del viso emaciato.
– Guido Mazzarini, – riprese poi, lentamente, – è il deputato di Costanova.
Grand’uomo.
E stropicciò l’indice e il pollice d’una mano, a significare il perché della
grandezza.
– Dopo sette mesi dalle elezioni politiche, a Costanova, caro signore, ribolle
ancora furioso, come vede, lo sdegno contro di lui, perché, avversato qui da
tutti, è riuscito a vincere col suffragio ben pagato delle altre sezioni
elettorali del collegio. Le furie non sono svaporate, perché Mazzarini, per
vendicarsi, ha fatto mandare al Municipio di Costanova... – si scosti, si scosti
un poco; mi manca l’aria –. un regio commissario. Grazie. Già! un regio
commissario. Cosa... cosa di gran momento... Eh, un regio commissario...
Allungò una mano e, sotto gli occhi del forestiere che lo mirava stupito, chiuse
le dita, lasciando solo ritto il mignolo, esilissimo; appuntì le labbra e rimase
un pezzo intontissimo a fissar l’unghia livida di quel dito.
– Costanova è un gran paese, – disse poi. – L’universo, tutto quanto, gràvita
attorno a Costanova. Le stelle, dal cielo, non fanno altro che sbirciar
Costanova; e c’è chi dice che ridano; c’è chi dice che sospirino dal desiderio
d’avere in sé ciascuna una città come Costanova. Sa da che dipendono le sorti
dell’universo? Dal partito repubblicano di Costanova, il quale non può aver bene
in nessun modo, tra Mazzarini da un lato, e l’ex–sindaco Cappadona dall’altro,
che fa il re. Ora il Consiglio comunale è stato sciolto e per conseguenza
l’universo è tutto scombussolato. Eccoli là: li sente? Quello che strilla più di
tutti è Paroni, sì, quello là col pizzo, la cravatta rossa e il cappello alla
Lobbia; strilla così, perché vuole che la vita universa, e anche la morte,
stiano a servizio dei repubblicani di Costanova. Anche la morte, sissignore. S’è
ucciso Pulino... Sa chi era Pulino? Un povero malato, come me. Siamo parecchi, a
Costanova, malati così. E dovremmo servire a qualche cosa. Stanco di penare, il
povero Pulino oggi si è...
– Impiccato?
– All’ansola del lume, in cucina. Eh, ma così, no, non mi piace. Troppa fatica,
impiccarsi. C’è la rivoltella, caro signore. Morte più spiccia. Bene; sente che
dice Paroni? Dice che Pulino è stato un imbecille, non perché si è impiccato, ma
perché, prima di impiccarsi, non è andato a Roma ad ammazzar Guido Mazzarini.
Già! Perché Costanova, e conseguentemente l’universo, rifiatasse. Quando uno non
sa più che farsi della propria vita, se non fa così, se prima d’uccidersi non
ammazza un Mazzarini qualunque, è un imbecille. Gliel’avrebbe pagato lui il
viaggio, dice. Con permesso, caro signore.
S’alzò di scatto; si strinse, da sotto, con ambo le mani lo scialle attorno al
volto, fino alla visiera del berretto; e, così imbacuccato, curvo, lanciando
occhiatacce al crocchio degli urloni uscì dal caffè.
Quel forestiere di passaggio restò imbalordito; lo seguì con gli occhi fino alla
porta: poi si volse al vecchio cameriere del caffè e gli domandò,
costernatissimo:
– Chi è?
Il vecchio cameriere tentennò il capo amaramente; si picchiò il petto con un
dito; e rispose, sospirando:
– Anche lui... eh, poco più potrà tirare. Tutti di famiglia! Già due fratelli e
una sorella... Studente. Si chiama Fazio. Luca Fazio. Colpa della madraccia, sa?
Per soldi, sposò un tisico, sapendo ch’era tisico. Ora lei sta così, grossa e
grassa, in campagna, come una badessa, mentre i poveri figliuoli, a uno a uno...
Peccato! Sa che testa ha quello lì? e quanto ha studiato! Dotto; lo dicono
tutti. Viene da Roma, dagli studii. Peccato!
E il vecchio cameriere accorse al crocchio degli urloni che, pagata la
consumazione, si disponevano a uscire dal caffè con Leopoldo Paroni in testa.
Serataccia, umida, di novembre. La nebbia s’affettava. Bagnato tutto il
lastricato della piazza; e attorno a ogni fanale sbadigliava un alone.
Appena fuori della porta del caffè tutti si tirarono su il bavero del pastrano,
e ciascuno, salutando, s’avviò per la sua strada.
Leopoldo Paroni, nell’atteggiamento che gli era abituale, di sdegnosa,
accigliata fierezza, sollevò di traverso il capo, e così col pizzo all’aria
attraversò la piazza, facendo il mulinello col bastone. Imboccò la via di contro
al caffè; poi voltò a destra, al primo vicolo, in fondo al quale era la sua
casa.
Due fanaletti piagnucolosi, affogati nella nebbia, stenebravano a mala pena quel
lercio budello: uno a principio, uno in fine.
Quando Paroni fu a metà del vicolo, nella tenebra, e già cominciava a sospirare
al barlume che arrivava fioco dall’altro fanaletto ancor remoto, credette di
discernere laggiù in fondo, proprio innanzi alla sua casa, qualcuno appostato.
Si sentì rimescolar tutto il sangue e si fermò.
Chi poteva essere, lì, a quell’ora? C’era uno, senza dubbio, ed evidentemente
appostato; lì proprio innanzi alla porta di casa sua. Dunque, per lui. Non per
rubare, certo: tutti sapevano ch’egli era povero come Cincinnato. Per odio
politico, allora... Qualcuno mandato da Mazzarini, o dal regio commissario?
Possibile? Fino a tanto?
E il fiero repubblicano si voltò a guardare indietro, perplesso, se non gli
convenisse ritornare al caffè o correre a raggiungere gli amici, da cui si era
separato or ora; non per altro, per averli testimonii della viltà, dell’infamia
dell’avversario. Ma s’accorse che l’appostato, avendo udito certamente, nel
silenzio, il rumore dei passi fin dal suo entrare nel vicolo, gli si faceva
incontro, là dove l’ombra era più fitta. Eccolo: ora si scorgeva bene: era
imbacuccato. Paroni riuscì a stento a vincere il tremore e la tentazione di
darsela a gambe; tossì, gridò forte:
– Chi è là?
– Paroni, – chiamò una voce cavernosa. Un’improvvisa gioia invase e sollevò
Paroni, nel riconoscere quella voce:
– Ah, Luca Fazio... tu? Lo volevo dire! Ma come? Tu qua, amico mio? Sei tornato
da Roma?
– Oggi, – rispose, cupo, Luca Fazio.
– M’aspettavi, caro?
– Sì. Ero al caffè. Non m’hai visto?
– No, affatto. Ah, eri al caffè? Come stai, come stai, amico mio?
– Male; non mi toccare.
– Hai qualche cosa da dirmi?
Sì; grave.
Grave? Eccomi qua!
Qua, no: su a casa tua.
– Ma... c’è cosa? Che c’è, Luca? Tutto quello che posso, amico mio...
– T’ho detto, non mi toccare: sto male.
Erano arrivati alla casa. Paroni trasse di tasca la chiave; aprì la porta;
accese un fiammifero, e prese a salir la breve scaletta erta, seguito da Luca
Fazio.
– Attento... attento agli scalini...
Attraversarono una saletta; entrarono nello scrittoio, appestato da un acre fumo
stagnante di pipa. Paroni accese un sudicio lumetto bianco a petrolio, su la
scrivania ingombra di carte, e si volse premuroso al Fazio. Ma lo trovò con gli
occhi schizzanti dalle orbite; il fazzoletto, premuto forte con ambo le mani, su
la bocca. La tosse lo aveva riassalito, terribile, a quel puzzo di tabacco.
– Oh Dio... stai proprio male, Luca...
Questi dovette aspettare un pezzo per rispondere. Chinò più volte il capo. S’era
fatto cadaverico.
– Non chiamarmi amico, e scostati – prese infine a dire. – Sono agli estremi..
No, resto... resto in piedi... Tu scostati.
– Ma... ma io non ho paura... – protestò Paroni.
– Non hai paura? Aspetta... – sghignò Luca Fazio. – Lo dici troppo presto. A
Roma, vedendomi così agli estremi, mi mangiai tutto: serbai solo poche lire per
comperarmi questa rivoltella.
Cacciò una mano nella tasca del pastrano e ne trasse fuori una grossa
rivoltella.
Leopoldo Paroni, alla vista dell’arma, in pugno a quell’uomo in quello stato,
diventò pallido come un cencio, levò le mani, balbettò:
– Che... che è carica? Ohé, Luca...
– Carica, – rispose frigido il Fazio. – Hai detto che non hai paura...
– No... ma, se, Dio liberi...
– Scòstati! Aspetta... M’ero chiuso in camera, a Roma, per finirmi. Quando, con
la rivoltella già puntata alla tempia, ecco che sento picchiare all’uscio...
– Tu, a Roma?
– A Roma. Apro. Sai chi mi vedo davanti? Guido Mazzarini.
– Lui? a casa tua?
Luca Fazio fece di sì, più volte, col capo. Poi seguitò:
– Mi vide con la rivoltella in pugno, e subito, anche dalla mia faccia, comprese
che cosa stessi per fare; mi corse innanzi; m’afferrò per le braccia; mi scosse
e mi gridò: «Ma come? così t’uccidi? Oh Luca, sei tanto imbecille? Ma va’... se
vuoi far questo... ti pago io il viaggio; corri a Costanova, e ammazzami prima
Leopoldo Paroni!»
Paroni, intontissimo finora al truce e strano discorso, con l’animo in subbuglio
nella tremenda aspettativa d’una qualche atroce violenza davanti a lui, si sentì
d’un tratto sciogliere le membra; e aprì la bocca a un sorriso squallido, vano:
– ... Scherzi?
Luca Fazio si trasse un passo indietro; ebbe come un tiramento convulso in una
guancia, presso il naso, e disse, con la bocca scontorta:
– Non scherzo. Mazzarini m’ha pagato il viaggio; ed eccomi qua. Ora io, prima
ammazzo te, e poi m’ammazzo.
Così dicendo, levò il braccio con l’arma, e mirò.
Paroni, atterrito, con le mani innanzi al volto, cercò di sottrarsi alla mira,
gridando:
– Sei pazzo?... Luca... sei pazzo?
– Non ti muovere! – intimò Luca Fazio. – Pazzo, eh? ti sembro pazzo? E non hai
urlato per tre ore al caffè che Pulino è stato un imbecille perché, prima
d’impiccarsi, non è andato a Roma ad ammazzar Mazzarini?
Leopoldo Paroni tentò d’insorgere:
– Ma c’è differenza, per dio! Io non sono Mazzarini!
– Differenza? – esclamò il Fazio, tenendo sempre sotto mira il Paroni. – Che
differenza vuoi che ci sia tra te e Mazzarini, per uno come me o come Pulino, a
cui non importa più nulla della vostra vita e di tutte le vostre pagliacciate?
Ammazzar te o un altro, il primo che passa per via, è tutt’uno per noi! Ah,
siamo imbecilli per te, se non ci rendiamo strumento, all’ultimo, del tuo odio o
di quello d’un altro, delle vostre gare e delle vostre buffonate? Ebbene: io non
voglio essere imbecille come Pulino, e ammazzo te!
– Per carità, Luca... che fai? Ti sono stato sempre amico! – prese a scongiurar
Paroni, storcendosi, per scansar la bocca della rivoltella.
Guizzava veramente negli occhi di Fazio la folle tentazione di premere il
grilletto dell’arma.
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