|
|
4.
L'Avemaria di Bobbio (1912)
«Corriere della Sera», 21
febbraio 1912.
|
|
|
Un caso singolarissimo era accaduto,
parecchi anni addietro, a Marco Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i più
stimati.
Nel poco tempo che la professione gli lasciava libero, si era sempre dilettato
di studii filosofici, e molti e molti libri d’antica e nuova filosofia aveva
letti e qualcuno anche riletto e profondamente meditato.
Purtroppo Bobbio aveva in bocca più di un dente guasto. E niente, secondo lui,
poteva meglio disporre allo studio della filosofia, che il mal di denti. Tutti i
filosofi, a suo dire, avevano dovuto avere e dovevano avere in bocca almeno un
dente guasto. Schopenhauer, certo, più d’uno.
Il mal di denti, lo studio della filosofia; e lo studio della filosofia, a poco
a poco, aveva avuto per conseguenza la perdita della fede, fervidissima un
tempo, quando Bobbio era fanciullino e ogni mattina andava a messa con la mamma
e ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al
Carmine.
Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e forse piccolissima, di
ciò che siamo a nostra insaputa. Bobbio anzi diceva che ciò che chiamiamo
coscienza è paragonabile alla poca acqua che si vede nel collo d’un pozzo senza
fondo. E intendeva forse significare con questo che, oltre i limiti della
memoria, vi sono percezioni e azioni che ci rimangono ignote, perché veramente
non sono più nostre, ma di noi quali fummo in altro tempo, con pensieri e
affetti già da un lungo oblio oscurati in noi, cancellati, spenti; ma che al
richiamo improvviso di una sensazione, sia sapore, sia colore o suono, possono
ancora dar prova di vita, mostrando ancor vivo in noi un altro essere
insospettato. |
|
Marco Saverio Bobbio, ben noto a Richieri non solo per la sua qualità di
eccellente e scrupolosissimo notajo, ma anche e forse più per la gigantesca
statura, che la tuba, tre menti e la pancia esorbitante rendevano spettacolosa;
ormai senza fede e scettico, aveva tuttora dentro – e non lo sapeva – il
fanciullo che ogni mattina andava a messa con la mamma e le due sorelline e ogni
domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine;
e che forse tuttora, all’insaputa di lui, andando a letto con lui, per lui
giungeva le manine e recitava le antiche preghiere, di cui Bobbio forse non
ricordava più neanche le parole.
Se n’era accorto bene lui stesso, parecchi anni fa, quando appunto gli era
occorso questo singolarissimo caso.
Si trovava a villeggiare con la famiglia in un suo poderetto a circa due miglia
da Richieri. Andava la mattina col somarello (povero somarello!) in città, per
gli affari dello studio, che non gli davano requie; ritornava, la sera.
La domenica, però, ah la domenica voleva passarsela tutta, e beatamente, in
vacanza. Venivano parenti, amici; e si facevano gran tavolate all’aperto: le
donne attendevano a preparare il pranzo o cicalavano; i ragazzi facevano il
chiasso tra loro; gli uomini andavano a caccia o giocavano alle bocce.
Era uno spasso e uno spavento veder correre Bobbio dietro alle bocce, con quei
tre menti e il pancione traballanti.
– Marco, – gli gridava la moglie da lontano, – non ti strapazzare! Bada, Marco,
se starnuti!
Perché, Dio liberi se Bobbio starnutava! Era ogni volta una terribile esplosione
da tutte le parti; e spesso, tutto sgocciolante, doveva correre ai ripari con
una mano davanti e l’altra dietro.
Non aveva il governo di quel suo corpaccio. Pareva che esso, rompendo ogni
freno, gli scappasse via, gli si precipitasse sbalestrato, lasciando tutti con
l’anima pericolante in atto di pararglielo. Quando poi gli ritornava in dominio,
riequilibrato, gli ritornava con certi strani dolori e guasti improvvisi, a un
braccio, a una gamba, alla testa.
Più spesso, ai denti.
I denti, i denti erano la disperazione di Bobbio! Se n’era fatti strappare
cinque, sei, non sapeva più quanti; ma quei pochi che gli erano restati pareva
si fossero incaricati di torturarlo anche per gli altri andati via.
Una di quelle domeniche, ch’era sceso in villa da Richieri il cognato con tutta
la famiglia, moglie e figli e parenti della moglie e parenti dei parenti, cinque
carrozzate, e si era stati allegri più che mai, paf! all’improvviso, sul tardi,
giusto nel momento di mettersi a tavola, uno di quei dolori... ma uno di quelli!
Per non guastare agli altri la festa, il povero Bobbio s’era ritirato in camera
con una mano sulla guancia, la bocca semiaperta, e gli occhi come di piombo,
pregando tutti che attendessero a mangiare senza darsi pensiero di lui. Ma,
un’ora dopo, era ricomparso come uno che non sapesse più in che mondo si fosse,
se un molino a vapore, proprio un molino a vapore, strepitoso, rombante, era
potuto entrargli nella testa e macinargli in bocca, sì, sì, in bocca, in bocca,
furiosamente. Tutti erano restati sospesi e costernati a guardargli la bocca,
come se davvero s’aspettassero di vederne colar farina. Ma che farina! bava,
bava gli colava. Non questo soltanto, però, era assurdo: tutto era assurdo nel
mondo, e mostruoso, e atroce. Non stavano lì tutti a banchettare festanti,
mentre lui arrabbiava, impazziva? mentre l’universo gli si sconquassava nella
testa?
Ansando, con gli occhi stravolti, la faccia congestionata, le mani sfarfallanti,
levava come un orso ora una cianca ora l’altra da terra, e dimenava la testa,
come se la volesse sbattere alle pareti. Tutti gli atti e i gesti erano,
nell’intenzione, di rabbia e violenti: ma si manifestavano molli e invano, quasi
per non disturbare il dolore, per non arrabbiarlo di più.
Per carità, per carità, a sedere! a sedere! Oh, Dio! Lo volevano fare impazzire
peggio, saltandogli addosso così? A sedere! a sedere! Niente. Nessuno poteva
dargli ajuto! Sciocchezze... imposture... Niente, per carità! Non poteva
parlare... Uno solo... andasse giù uno solo a far attaccare subito i cavalli a
una delle carrozze arrivate la mattina. Voleva correre a Richieri a farsi
strappare il dente. Subito! subito! Intanto, tutti a sedere. Appena pronta la
carrozza... Ma no, voleva andar su, solo! Non poteva sentir parlare, non poteva
veder nessuno... Per carità, solo! solo!
Poco dopo, in carrozza – solo, come aveva voluto – abbandonato, sprofondato,
perduto nel rombo dello spasimo atroce, mentre lungo lo stradone in salita i
cavalli andavano quasi a passo nella sera sopravvenuta... Ma che era accaduto?
Nello sconvolgimento della coscienza, Bobbio all’improvviso aveva provato un
tremore, un tremito di tenerezza angosciosa per se stesso, che soffriva, oh Dio,
soffriva da non poterne più. La carrozza passava in quel momento davanti a un
rozzo tabernacolo della SS. Vergine delle Grazie, con un lanternino acceso,
pendulo innanzi alla grata, e Bobbio, in quel fremito di tenerezza angosciosa,
con la coscienza sconvolta, senza sapere più quello che si facesse, aveva
fissato lo sguardo lagrimoso a quel lanternino, e...
«Ave Maria, piena di grazie, il Signore è con Te, benedetta tra tutte le donne,
e benedetto il frutto del Tuo ventre, Gesù. Santa Maria madre di Dio, prega per
noi peccatori, ora e nell’ora della nostra morte. Così sia.»
E, all’improvviso, un silenzio, un gran silenzio gli s’era fatto dentro; e,
anche fuori, un gran silenzio misterioso, come di tutto il mondo: un silenzio
pieno di freschezza, arcanamente lieve e dolce.
Si era tolta la mano dalla guancia, ed era rimasto attonito, sbalordito, ad
ascoltare. Un lungo, lungo respiro di refrigerio, di sollievo, gli aveva ridato
l’anima. Oh Dio! Ma come? Il mal di denti gli era passato, gli era proprio
passato, come per un miracolo. Aveva recitato l’avemaria, e... Come, lui? Ma sì,
passato, c’era poco da dire. Per l’avemaria? Come crederlo? Gli era venuto di
recitarla così, all’improvviso, come una feminuccia...
La carrozza, intanto, aveva seguitato a salire verso Richieri; e Bobbio,
intronato, avvilito, non aveva pensato di dire al vetturino di ritornare
indietro, alla villa.
Una pungente vergogna di riconoscere, prima di tutto, il fatto che lui, come una
feminuccia, aveva potuto recitare l’avemaria, e che poi, veramente, dopo
l’avemaria il mal di denti gli era passato, lo irritava e lo sconcertava; e poi
il rimorso di riconoscere anche, nello stesso tempo, che si mostrava ingrato non
credendo, non potendo credere, che si fosse liberato dal male per quella
preghiera, ora che aveva ottenuto la grazia; e infine un segreto timore che, per
questa ingratitudine, subito il male lo potesse riassalire.
Ma che! Il male non lo aveva riassalito. E, rientrando nella villa, leggero come
una piuma, ridente, esultante, a tutti i convitati, che gli erano corsi
incontro, Bobbio aveva annunziato:
– Niente! Mi è passato tutt’a un tratto, da sé, lungo lo stradone, poco dopo il
tabernacolo della Madonna delle Grazie. Da sè!
Inizio pagina

|