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III
Nella borgata marina il Ciunna era noto a tutti.
– Immenso Ciunna! – si sentì infatti chiamare, appena smontato dalla vettura; e
si trovò tra le braccia d’un tal Tino Imbrò, suo giovane amico, che gli scoccò
due sonori baci, battendogli una mano su la spalla.
– Come va? Come va? Che è venuto a far qui, in questo paesettaccio di
piediscalzi?
– Un affaruccio... – rispose il Ciunna sorridendo imbarazzato.
– Questa vettura è a sua disposizione?
– Sì, l’ho presa a nolo!
– Benone. Dunque: vetturino, va’ a staccare! Caro Ciunna, per male che si senta,
occhi pallidi, naso pallido, labbra pallide, io la sequestro. Se ha mal di capo,
glielo faccio passare; le faccio passare la qualunquissima cosa!
– Grazie, Tino mio, – disse il Ciunna intenerito dalla festosa accoglienza
dell’allegro giovinetto. – Guarda, ho davvero un affare molto urgente da
sbrigare. Poi bisogna che torni su di fretta. Tra l’altro, non so, forse oggi
m’arriva di botto, tra capo e collo, l’ispettore.
– Di domenica ? E poi, come? senza preavviso?
– Ah sì! – replicò il Ciunna. – Vorresti anche il preavviso? Ti piombano addosso
quando meno te l’aspetti.
– Non sento ragione, – protestò l’altro. – Oggi è festa, e vogliamo ridere. Io
la sequestro. Sono di nuovo scapolo, sa? Mia moglie, poverina, piangeva notte e
giorno... «Che hai, carina mia, che hai?» «Voglio mammà! voglio papà!» «O mi
piangi per questo? Sciocchina, va’ da mammà, va’ da papà, che ti daranno la
bobona, le toserelle belle belle...» Lei che è mio maestro, ho fatto bene?
Rise anche dalla cassetta il vetturino. E allora l’Imbrò:
– Scemo, sei ancora lì? Marche! T’ho detto: Va’ a staccare!
– Aspetta, – disse allora il Ciunna, cavando dalla tasca in petto il portafogli.
– Pago avanti.
Ma l’Imbrò gli trattenne il braccio:
– Non sia mai! Pagare e morire, più tardi che si può!
– No: avanti, – insisté il Ciunna. – Devo pagare avanti. Se mi trattengo, sia
pure per poco, in questo paese di galantuomini, capirai, c’è pericolo mi rubino
finanche le suole delle scarpe, appena alzo il piede per camminare.
– Ecco il mio vecchio maestro! Alfin ti riconosco! Paghi, paghi e andiamo via.
Il Ciunna tentennò lievemente il capo, con un sorriso amaro su le labbra; pagò
il vetturino e poi domandò all’Imbrò:
– Dove mi porti? Bada, per una mezzoretta soltanto.
– Lei scherza. La carrozza è pagata: può aspettar fino a sera. Senza no no: ora
concerto io la giornata. Vede? ho con me la borsetta: andavo al bagno. Venga con
me.
– Ma neanche per idea! – negò energicamente il Ciunna. – Io, il bagno? Altro che
bagno, caro mio!
Tino Imbrò lo guardò meravigliato.
– Idrofobia?
– No, senti, – replicò il Ciunna, puntando i piedi come un mulo. – Quando ho
detto no, è no. Il bagno, io, se mai, me lo farò più tardi.
– Ma l’ora è questa! – esclamò l’Imbrò. – Un buon bagno, e poi, con tanto
d’appetito, di corsa al Leon d’oro: pappatoria e trinchesvàine! Si lasci
servire!
– Un festino addirittura. Ma che! Mi fai ridere. Per altro, vedi, sono
sprovvisto di tutto: non ho maglia, non ho accappatoio. Penso ancora alla
decenza, io.
– Eh via! – esclamò quello, trascinando il Ciunna per un braccio. – Troverà
tutto l’occorrente alla rotonda.
Il Ciunna si sottomise alla vivace, affettuosa tirannia del giovanotto.
Chiuso, poco dopo, nel camerino dei Bagni, si lasciò cadere su una seggiola e
appoggiò la testa cascante alla parete di tavole, con tutte le membra
abbandonate e impressa sul volto una sofferenza quasi rabbiosa.
– Un piccolo assaggio dell’elemento, – mormorò.
Sentì picchiare alle tavole del camerino accanto, e la voce dell’Imbrò:
– Ci siamo? Io sono già in maglia. Tinino dalle belle gambe!
Il Ciunna sorse in piedi:
– Ecco, mi svesto.
Cominciò a svestirsi. Nel trarre dal taschino del panciotto l’orologio, per
nasconderlo prudentemente dentro una scarpa, volle guardar l’ora. Erano circa le
nove e mezzo, e pensò: «Un’ora guadagnata!». Si mise a scendere la scaletta
bagnata, tutto in preda alla sensazione del freddo.
– Giù, giù in acqua! – gli gridò l’Imbrò che già s’era tuffato, e minacciava con
una mano di fargli una spruzzata.
– No, no! – gridò a sua volta il Ciunna, tremante e convulso, con quell’angoscia
che confonde o rattiene davanti alla mobile, vitrea compattezza dell’acqua
marina. – Bada, me ne risalgo! Non sarebbe uno scherzo... non ci resisto... Brrr,
com’è fredda! – aggiunse, sfiorando l’acqua con la punta del piede rattratto.
Poi, come colpito improvvisamente da un’idea, si tuffò giù tutto sott’acqua.
– Bravissimo! – gridò l’altro appena il Ciunna si rimise in piedi, grondante
come una fontana.
– Coraggioso, eh? – disse il Ciunna, passandosi le mani sul capo e su la faccia.
– Sa nuotare?
– No, m’arrabatto.
– Io m’allontano un po’.
L’acqua nel recinto era bassa. Il Ciunna s’accoccolò, tenendosi con un braccio a
un palo e battendo leggermente l’acqua con l’altra mano, come se volesse dirle:
sta’ bonina! sta’ bonina! a più tardi !
Era veramente un’irrisione atroce, quel bagno: lui, in mutandine, accoccolato e
sostenuto dal palo, che se l’intendeva con l’acqua.
Poco dopo però l’Imbrò, rientrando nel recinto e volgendo in giro lo sguardo,
non lo ritrovò più. Già risalito? E s’avviava per accertarsene verso la scaletta
del camerino, quand’ecco a un tratto, se lo vide springar davanti, dall’acqua,
paonazzo in volto, con uno sbruffo strepitoso.
– Ohé! Ma è matto? Che ha fatto? Non sa che così le può scoppiare qualche vena
del collo?
– Lascia scoppiare. – fece il Ciunna ansimando, mezz’affogato, con gli occhi
fuori dell’orbita.
– Ha bevuto?
– Un poco.
– Ohé, dico, – fece l’Imbrò e con la mano accennò di nuovo il dubbio che il suo
vecchio amico fosse impazzito. Lo guardò un po’ gli domandò: – Ha voluto
provarsi il fiato o s’è sentito male?
– Provarmi il fiato, – rispose cupo il Ciunna, passandosi di nuovo le mani su i
capelli zuppi.
– Dieci con lode al ragazzino! – esclamò l’Imbrò. – Andiamo, via, andiamo a
rivestirci! Troppo fredda oggi l’acqua. Tanto, l’appetito già c’è. Ma dica la
verità: si sente proprio male?
Il Ciunna s’era messo ad arcoreggiare come un tacchino.
– No, – disse, quand’ebbe finito. – Benone mi sento! È passato! Andiamo, andiamo
pure a rivestirci!
– Spaghetti ai vongoli, e glo glo, glo glo... un vinetto! Lasci fare; ci penso
io. Regalo dei parenti di mia moglie, buon’anima. Me ne resta ancora un
barilotto. Sentirà!
IV
Si levarono di tavola, ch’erano circa le quattro. Il vetturino s’affacciò alla
porta della trattoria: – Debbo attaccare?
– Se non te ne vai! – minacciò l’Imbrò acceso in volto, tirandosi con un braccio
il Ciunna sul petto e ghermendo con l’altra mano un fiasco vuoto.
Il Ciunna, non meno acceso, si lasciò attirare: sorrise, non replicò; beato come
un bambino di quella protezione.
– T’ho detto che prima di sera non si riparte! – riprese l’Imbrò.
– Si sa! Si sa! – approvarono a coro molte voci.
Perché la sala da pranzo s’era riempita d’una ventina d’amici del Ciunna e dell’Imbrò
e gli altri avventori della trattoria si erano messi a desinare insieme,
formando così una gran tavolata, allegra prima, poi a mano a mano più rumorosa:
risa, urli, brindisi per burla, baccano d’inferno.
Tino Imbrò saltò su la seggiola. Una proposta! Tutti quanti a bordo del vapore
inglese ancorato nel porto.
– Col capitano siamo peggio che fratelli! È un giovanotto di trent’anni, pieno
di barba e di virtù: con certe bottiglie di Gin che non vi dico!
La proposta fu accolta da un turbine di applausi.
Verso le sei, scioltasi la compagnia dopo la visita al vapore, il Ciunna disse
all’Imbrò:
– Caro Tinino, è tempo di far via! Non so come ringraziarti.
– A questo non ci pensi, – lo interruppe l’Imbrò. – Pensi piuttosto che ha da
attendere ancora all’affaruccio di cui mi parlò stamattina.
– Ah, già, hai ragione, – disse il Ciunna aggrottando le ciglia e cercando con
una mano la spalla dell’amico, come se stesse per cadere. – Sì, sì, hai ragione.
E dire ch’ero sceso per questo. Bisogna infatti che vada.
– Ma se può farne a meno, – gli osservò l’Imbrò.
– No, – rispose il Ciunna, torvo; e ripeté: – Bisogna che vada. Ho bevuto, ho
mangiato, e ora... Addio, Tinino. Non posso farne a meno.
– Vuole che l’accompagni? – domandò questi.
– No! Ah ah, vorresti accompagnarmi? Sarebbe curiosa. No no, grazie, Tinino mio,
grazie. Vado solo, da me. Ho bevuto, ho mangiato, e ora... Addio, eh!
– Allora l’aspetto qua, con la carrozza, e ci saluteremo. Faccia presto!
– Prestissimo! prestissimo! Addio, Tinino!
E s’avviò.
L’Imbrò fece una smusata e pensò: «E gli anni! gli anni! Pare impossibile che
Ciunna... In fin dei conti, che avrà bevuto?».
Il Ciunna si voltò e, alzando e agitando un dito all’altezza degli occhi che
ammiccavano furbescamente, gli disse:
– Tu non mi conosci.
Poi si diresse verso il più lungo braccio del porto, quello di ponente, ancora
senza banchina, tutto di scogli rammentati l’uno su l’altro, fra i quali il mare
si cacciava con cupi tonfi, seguiti da profondi risucchi. Si reggeva male sulle
gambe. Eppure saltava da uno scoglio all’altro, forse con l’intento, non
preciso, di scivolare, di rompersi uno stinco, o di ruzzolare, così quasi senza
volerlo, in mare. Ansava, sbuffava, scrollava il capo per levarsi dal naso un
certo fastidio, che non sapeva se gli venisse dal sudore, dalle lacrime o dalla
spruzzaglia delle ondate che si cacciavano tra gli scogli. Quando fu alla punta
della scogliera, cascò a sedere, si levò il cappello, serrò gli occhi, la bocca,
e gonfiò le gote, quasi per prepararsi a buttar via, con tutto il fiato che
aveva in corpo, l’angoscia, la disperazione, la bile che aveva accumulato.
– Auff, vediamo un po’, – disse alla fine, dopo lo sbuffo, riaprendo gli occhi.
Il sole tramontava. Il mare, d’un verde vitreo presso la riva, s’indorava
intensamente in tutta la vastità tremula dell’orizzonte. Il cielo era tutto in
fiamme, e limpidissima l’aria, nella viva luce, su tutto quel tremolio d’acque
incendiate.
– Io là? – domandò il Ciunna poco dopo, guardando il mare, oltre gli ultimi
scogli. – Per duemila e settecento lire?
Gli parvero pochissime. Come togliere a quel mare una botte d’acqua.
– Non si ha il diritto di rubare, lo so. Ma è da vedere se non se ne ha il
dovere, perdio, quando quattro bambini ti piangono per il pane e tu questo
schifoso denaro lo hai tra le mani e lo stai contando. La società non te ne dà
il diritto; ma tu, padre, hai il dovere di rubare in simili casi. E io sono due
volte padre per quei quattro innocenti là! E se muoio io, come faranno? Per la
strada a mendicare? Ah, no, signor Ispettore; la farò piangere io, con me. E se
lei, signor Ispettore, ha il cuore duro come questo scoglio qua, ebbene, mi
mandi pure davanti ai giudici: voglio vedere se avranno cuore loro da
condannarmi. Perdo il posto? Ne troverò un altro, signor Ispettore! Non si
confonda. Là, io, non mi ci butto! Ecco le paranze! Compro un chilo di triglie
grosse così, e ritorno a casa a mangiarmele coi miei nipotini!
Si alzò. Le paranze entravano a tutta vela, virando. Si mosse in fretta per
arrivare in tempo al mercato del pesce.
Comprò, tra la ressa e le grida, le triglie ancora vive, guizzanti. Ma – dove
metterle? Un panierino da pochi soldi: àliga, dentro; e: – non dubiti, signor
Ciunna, arriveranno ancora vive vive al paese.
Su la strada, innanzi al Leon d’oro, ritrovò l’Imbrò, che subito gli fece con le
mani un gesto espressivo:
– Svaporato?
– Che cosa? Ah, il vino... Credevi? Ma che! – fece il Ciunna. – Vedi, ho
comperato le triglie. Un bacio, Tinino mio, e un milione di grazie.
– Di che?
– Un giorno forse te lo dirò. Oh, vetturino, su il mantice: non voglio esser
veduto.
V
Appena fuori della borgata, cominciò l’erta penosa.
I due cavalli tiravano la carrozza chiusa, accompagnando con un moto della testa
china ogni passo allungato a stento, e i sonagli ciondolanti pareva misurassero
la lentezza e la pena.
Il vetturino, di tratto in tratto, esortava le povere magre bestie con una voce
lunga e lamentosa.
A mezza via, era già sera chiusa.
Il bujo sopravvenuto, il silenzio quasi in attesa d’un lieve rumore nella
solitudine brulla di quei luoghi mal guardati, richiamarono lo spirito del
Ciunna ancora tra annebbiato dai vapori del vino e abbagliato dallo splendore
del tramonto sul mare.
A poco a poco, col crescere dell’ombra, aveva chiuso gli occhi, quasi per
lusingar se stesso che poteva dormire. Ora, invece, si ritrovava con gli occhi
sbarrati nel bujo della vettura, fissi sul vetro dirimpetto, che strepitava
continuamente.
Gli pareva che fosse or ora uscito, inavvertitamente, da un sogno. E, intanto,
non trovava la forza di riscuotersi, di muovere un dito. Aveva le membra come di
piombo e una tetra gravezza al capo. Sedeva quasi sulla schiena, abbandonato,
col mento sul petto, le gambe contro il sedile di fronte, e la mano sinistra
affondata nella tasca dei calzoni.
Oh che! Era davvero ubriaco?
– Ferma, – borbottò con la lingua grossa.
E immaginò, senza scomporsi, che scendeva dalla vettura e si metteva a errare
per i campi, nella notte, senza direzione. Udì un lontano abbaiare, e pensò che
quel cane abbaiasse a lui errante laggiù laggiù, per la valle.
– Ferma, – ripeté poco dopo, quasi senza voce, riabbassando su gli occhi le
palpebre lente.
No! – egli doveva, zitto zitto, saltare dalla vettura, senza farla fermare,
senza farsi scorgere dal vetturino; aspettare che la vettura s’allontanasse un
po’ per l’erto stradone, e poi cacciarsi nella campagna e correre, correre fino
al mare là in fondo.
Intanto non si moveva.
– Plumf! – si provò a fare con la lingua torpida.
A un tratto un guizzo nel cervello lo fece sobbalzare, e con la mano destra
convulsa cominciò a grattarsi celermente la fronte:
– La lettera... la lettera...
Aveva lasciato la lettera per il figliuolo sul guanciale del letto. La vedeva. A
quell’ora, in casa lo piangevano morto. Tutto il paese, a quell’ora, era pieno
della notizia del suo suicidio. E l’ispettore? L’Ispettore era certo venuto:
«Gli avranno consegnato le chiavi; si sarà accorto del vuoto di cassa. La
sospensione disonorante, la miseria, il ridicolo, il carcere».
E la vettura intanto seguitava ad andare, lentamente, con pena.
No, no. In preda a un tremito angoscioso, il Ciunna avrebbe voluto fermarla. E
allora? No, no. Saltare dalla vettura? Trasse la mano sinistra dalla tasca e col
pollice e l’indice s’afferrò il labbro inferiore, come per riflettere, mentre
con l’altre dita stringeva, stritolava qualcosa. Aprì quella mano, sporgendola
dal finestrino, al chiaro di luna, e si guardò nella palma. Restò. Il veleno.
Lì, in tasca, il veleno dimenticato. Strizzò gli occhi, se lo cacciò in bocca:
inghiottì. Rapidamente ricacciò la mano in tasca, ne trasse altri pezzetti: li
inghiottì. Vuoto. Vertigine. Il petto, il ventre gli s’aprivano, squarciati.
Sentì mancarsi il fiato e sporse il capo dal finestrino.
– Ora muojo.
L’ampia vallata sottoposta era allagata da un fresco e lieve chiarore lunare;
gli alti colli di fronte sorgevano neri e si disegnavano nettamente nel cielo
opalino.
Allo spettacolo di quella deliziosa quiete lunare una grande calma gli si fece
dentro. Appoggiò la mano allo sportello, piegò il mento sulla mano e attese,
guardando fuori.
Saliva dal basso della valle un limpido assiduo scampanellare di grilli, che
pareva la voce del tremulo riflesso lunare sulle acque correnti d’un placido
fiume invisibile.
Alzò gli occhi al cielo, senza levare il mento dalla mano, poi guardò i colli
neri e la valle di nuovo, come per vedere quanto ormai rimaneva per gli altri,
poiché nulla più era per lui. Tra breve, non avrebbe veduto, non avrebbe udito
più nulla. S’era forse fermato il tempo? Come mai non sentiva ancora nessun
accenno di dolore?
– Non muojo?
E subito, come se il pensiero gli avesse dato la sensazione attesa, si ritrasse,
e con una mano si strinse il ventre. No: non sentiva ancor nulla. Però... Si
passò una mano sulla fronte: ah! era già bagnata d’un sudor gelido! Il terrore
della morte, alla sensazione di quel gelo, lo vinse: tremò tutto sotto l’enorme,
nera, orrida imminenza irreparabile, e si contorse nella vettura, addentando un
cuscino per soffocar l’urlo del primo spasimo tagliente alle viscere.
Silenzio. Una voce. Chi cantava? E quella luna...
Cantava il vetturino monotonamente mentre i cavalli stanchi trascinavano con
pena la carrozza nera per lo stradone polveroso, bianco di luna.
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