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2. Canta l'epistola (1911)
«Corriere della Sera», 31
dicembre 1911, poi in "La trappola", Treves 1915. |
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– Avevate preso gli Ordini?
– Tutti no. Fino al Suddiaconato.
– Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono?
– Canta l’Epistola; regge il libro al diacono mentre canta il Vangelo;
amministra i vasi della Messa; tiene la patena avvolta nel velo in tempo del
Canone.
– Ah, dunque voi cantavate il Vangelo?
– Nossignore. Il Vangelo lo canta il diacono; il suddiacono canta l’Epistola.
– E voi allora cantavate l’Epistola?
– Io? proprio io? Il suddiacono.
– Canta l’Epistola? |
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– Canta l’Epistola.
Che c’era da ridere in tutto questo?
Eppure, nella piazza aerea del paese, tutta frusciante di foglie secche, che
s’oscurava e rischiarava a una rapida vicenda di nuvole e di sole, il vecchio
dottor Fanti, rivolgendo quelle domande a Tommasino Unzio uscito or ora dal
seminario senza più tonaca per aver perduto la fede, aveva composto la faccia
caprigna a una tale aria, che tutti gli sfaccendati del paese, seduti in giro
innanzi alla Farmacia dell’Ospedale, parte storcendosi e parte turandosi la
bocca, s’erano tenuti a stento di ridere.
Le risa erano prorotte squacquerate, appena andato via Tommasino inseguito da
tutte quelle foglie secche, poi l’uno aveva preso a domandare all’altro:
– Canta l’Epistola?
E l’altro a rispondere:
– Canta l’Epistola.
E così a Tommasino Unzio, uscito suddiacono dal seminario senza più tonaca, per
aver perduto la fede, era stato appiccicato il nomignolo di Canta l’Epistola.
La fede si può perdere per centomila ragioni; e, in generale, chi perde la fede
è convinto, almeno nel primo momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno;
non foss’altro, quello della libertà di fare e dire certe cose che, prima, con
la fede non riteneva compatibili.
Quando però cagione della perdita non sia la violenza di appetiti terreni, ma
sete d’anima che non riesca più a saziarsi nel calice dell’altare e nel fonte
dell’acqua benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d’aver
guadagnato in cambio qualche cosa. Tutt’al più, lì per lì, non si lagna della
perdita, in quanto riconosce d’aver perduto in fine una cosa che non aveva più
per lui alcun valore.
Tommasino Anzio, con la fede, aveva poi perduto tutto, anche l’unico stato che
il padre gli potesse dare, mercé un lascito condizionato d’un vecchio zio
sacerdote. Il padre, inoltre, non s’era tenuto di prenderlo a schiaffi, a calci,
e di lasciarlo parecchi giorni a pane e acqua, e di scagliargli in faccia ogni
sorta di ingiurie e di vituperii. Ma Tommasino aveva sopportato tutto con dura e
pallida fermezza, e aspettato che il padre si convincesse non esser quelli
propriamente i mezzi più acconci per fargli ritornar la fede e la vocazione.
Non gli aveva fatto tanto male la violenza, quanto la volgarità dell’atto così
contrario alla ragione per cui s’era spogliato dell’abito sacerdotale.
Ma d’altra parte aveva compreso che le sue guance, le sue spalle, il suo stomaco
dovevano offrire uno sfogo al padre per il dolore che sentiva anche lui,
cocentissimo, della sua vita irreparabilmente crollata e rimasta come un
ingombro lì per casa.
Volle però dimostrare a tutti che non s’era spretato per voglia di mettersi «a
fare il porco» come il padre pulitamente era andato sbandendo per tutto il
paese. Si chiuse in sé, e non uscì più dalla sua cameretta, se non per qualche
passeggiata solitaria o su per i boschi di castagni, fino al Pian della Britta,
o giù per la carraia a valle, tra i campi, fino alla chiesetta abbandonata di
Santa Maria di Loreto, sempre assorto in meditazioni e senza mai alzar gli occhi
in volto a nessuno.
È vero intanto che il corpo, anche quando lo spirito si fissi in un dolore
profondo o in una tenace ostinazione ambiziosa, spesso lascia lo spirito così
fissato e, zitto zitto, senza dirgliene nulla, si mette a vivere per conto suo,
a godere della buon’aria e dei cibi sani.
Avvenne così a Tommasino di ritrovarsi in breve e quasi per ischerno, mentre lo
spirito gli s’immalinconiva e s’assottigliava sempre più nelle disperate
meditazioni, con un corpo ben pasciuto e florido, da padre abate.
Altro che Tommasino, adesso! Tommasone Canta l’Epistola. Ciascuno, a guardarlo,
avrebbe dato ragione al padre. Ma si sapeva in paese come il povero giovine
vivesse; e nessuna donna poteva dire d’essere stata guardata da lui, fosse pur
di sfuggita.
Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non
ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di
vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né
memorie, né pensieri, senza più nulla che désse senso e valore alla propria
vita. Ecco: sdrajato lì su l’erba, con le mani intrecciate dietro la nuca,
guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole;
udire il vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di mare, e nella
voce di quel vento e in quel fragore sentire, come da un’infinita lontananza, la
vanità d’ogni cosa e il tedio angoscioso della vita.
Nuvole e vento.
Eh, ma era già tutto avvertire e riconoscere che quelle che veleggiavano
luminose per la sterminata azzurra vacuità erano nuvole. Sa forse d’essere la
nuvola? Né sapevan di lei l’albero e le pietre, che ignoravano anche se stessi.
E lui, avvertendo e riconoscendo le nuvole, poteva anche – perché no? – pensare
alla vicenda dell’acqua, che divien nuvola per ridivenir poi acqua di nuovo. E a
spiegar questa vicenda bastava un povero professoruccio di fisica; ma a spiegare
il perché del perché?
Su nel bosco dei castagni, picchi d’accetta; giù nella cava, picchi di piccone.
Mutilare la montagna; atterrare gli alberi, per costruire case. Lì, in quel
borgo montano, altre case. Stenti, affanni, fatiche e pene d’ogni sorta, perché?
per arrivare a un comignolo e per fare uscir poi da questo comignolo un po’ di
fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
Ma davanti all’ampio spettacolo della natura, a quell’immenso piano verde di
querci e d’ulivi e di castagni, digradante dalle falde del Cimino fino alla
valle tiberina laggiù laggiù, sentiva a poco a poco rasserenarsi in una blanda
smemorata mestizia.
Tutte le illusioni e tutti i disinganni e i dolori e le gioie e le speranze e i
desiderii degli uomini gli apparivano vani e transitorii di fronte al sentimento
che spirava dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili. Quasi
vicende di nuvole gli apparivano nell’eternità della natura i singoli fatti
degli uomini. Bastava guardare quegli alti monti di là dalla valle tiberina,
lontani lontani, sfumanti all’orizzonte, lievi e quasi aerei nel tramonto.
Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria, perché l’uomo s’era messo a
volare come un uccellino! Ma ecco qua un uccellino come vola: è la facilità più
schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioia. Pensare
adesso al goffo apparecchio rombante, e allo sgomento, all’ansia, all’angoscia
mortale dell’uomo che vuoi fare l’uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un
motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta, il
motore s’arresta; addio uccellino!
– Uomo, – diceva Tommasino Unzio lì sdraiato sull’erba, – lascia di volare.
Perché vuoi volare? E quando hai volato?
D’un tratto, come una raffica, corse per tutto il paese una notizia che sbalordì
tutti: Tommasino Unzio, Canta l’Epistola, era stato prima schiaffeggiato e poi
sfidato a duello dal tenente De Venera, comandante il distaccamento, perché,
senza voler dare alcuna spiegazione, aveva confermato d’aver detto: – Stupida! –
in faccia alla signorina Olga Fanelli, fidanzata del tenente, la sera avanti,
lungo la via di campagna che conduce alla chiesetta di Santa Maria di Loreto.
Era uno sbalordimento misto d’ilarità, che pareva s’appigliasse a
un’interrogazione su questo o quel dato della notizia, per non precipitare di
botto nell’incredulità.
– Tommasino? – Sfidato a duello? – Stupida, alla signorina Fanelli? –
Confermato? – Senza spiegazioni? – E ha accettato la sfida?
– Eh, perdio, schiaffeggiato!
– E si batterà?
– Domani, alla pistola.
– Col tenente De Venera alla pistola?
– Alla pistola.
E dunque il motivo doveva esser gravissimo. Pareva a tutti non si potesse
mettere in dubbio una furiosa passione tenuta finora segreta. E forse le aveva
gridato in faccia «Stupida!» perché ella, invece di lui, amava il tenente De
Venera. Era chiaro! E veramente tutti in paese giudicavano che soltanto una
stupida si potesse innamorare di quel ridicolissimo De Venera. Ma non lo poteva
credere lui, naturalmente, il De Venera; e perciò aveva preteso una spiegazione.
Dal canto suo, però, la signorina Olga Fanelli giurava e spergiurava con le
lagrime agli occhi che non poteva esser quella la ragione dell’ingiuria, perché
ella non aveva veduto se non due o tre volte quel giovine, il quale del resto
non aveva mai neppure alzato gli occhi a guardarla; e mai e poi mai, neppure per
un minimo segno, le aveva dato a vedere di covar per lei quella furiosa passione
segreta, che tutti dicevano. Ma che! no! non quella: qualche altra ragione
doveva esserci sotto! Ma quale? Per niente non si grida: – Stupida! – in faccia
a una signorina.
Se tutti, e in ispecie il padre e la madre, i due padrini, il De Venera e la
signorina stessa si struggevano di saper la vera ragione dell’ingiuria; più di
tutti si struggeva Tommasino di non poterla dire, sicuro com’era che, se
l’avesse detta, nessuno la avrebbe creduta, e che anzi a tutti sarebbe sembrato
che egli volesse aggiungere a un segreto inconfessabile l’irrisione.
Chi avrebbe infatti creduto che lui, Tommasino Unzio, da qualche tempo in qua,
nella crescente e sempre più profonda sua melanconia, si fosse preso d’una
tenerissima pietà per tutte le cose che nascono alla vita e vi durano alcun
poco, senza saper perché, in attesa del deperimento e della morte? Quanto più
labili e tenui e quasi inconsistenti le forme di vita, tanto più lo
intenerivano, fino alle lagrime talvolta. Oh! in quanti modi si nasceva, e per
una volta sola, e in quella data forma, unica, perché mai due forme non erano
uguali, e così per poco tempo, per un giorno solo talvolta, e in un piccolissimo
spazio, avendo tutt’intorno, ignoto, l’enorme mondo, la vacuità enorme e
impenetrabile del mistero dell’esistenza. Formichetta, si nasceva, e moscerino,
e filo d’erba. Una formichetta, nel mondo! nel mondo, un moscerino, un filo
d’erba. Il filo d’erba nasceva, cresceva, fioriva, appassiva; e via per sempre;
mai più, quello; mai più!
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