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«Sai dove siamo noi? Siamo in un ufficio di spedizione. Ce n’è di tante specie.
Questo è detto delle pompe funebri.»
«Pompa funebre sai che vuol dire? Vuol dire tirare un carro nero di forma
curiosa, alto, con quattro colonnini che reggono il cielo, tutto adorno di balze
e paramenti e dorature. Insomma, un bel carrozzone di lusso. Ma roba sprecata,
non credere! Tutta roba sprecata, perché dentro vedrai che non ci sale mai
nessuno.»
«Solo il cocchiere, serio serio, in serpe.»
«E si va piano, sempre di passo. Ah, non c’è pericolo che tu sudi e ti
strofinino al ritorno, né che il cocchiere ti dia mai una frustata o ti
solleciti in qualche altro modo!»
«Piano – piano – piano.»
«Dove devi arrivare, arrivi sempre a tempo.»
«E quel carro lì – io l’ho capito bene – dev’essere per gli uomini oggetto di
particolare venerazione.»
«Nessuno, come t’ho detto, ardisce montarci sopra; e tutti, appena lo vedono
fermo davanti a una casa, restano a mirarlo con certi visi lunghi spauriti; e
certi gli vengono attorno coi ceri accesi; e poi appena cominciamo a muoverci,
tanti dietro, zitti zitti, lo accompagnano.»
«Spesso, anche, davanti a noi, c’è la banda. Una banda, caro mio, che ti suona
una certa musica, da far cascare a terra le budella.»
«Tu, ascolta bene, tu hai il vizio di sbruffare e di muover troppo la testa.
Ebbene, codesti vizii te li devi levare. Se sbruffi per nulla, figuriamoci che
sarà quando ascolterai quella musica!»
«Il nostro è un servizio piano, non si nega; ma vuole compostezza e solennità.
Niente sbruffi, niente beccheggio. È già troppo, che ti concedano di dondolar la
coda, appena appena.»
«Perché il carro che noi tiriamo, torno a dirtelo, è molto rispettato. Vedrai
che tutti, come ci vedono passare, si levano il cappello.»
«Sai come ho capito, che si debba trattare di spedizione? L’ho capito da
questo.»
«Circa due anni fa, me ne stavo fermo, con uno de’ nostri carri a padiglione,
davanti alla gran cancellata che è la nostra mèta costante.»
«La vedrai, questa gran cancellata! Ci sono dietro tanti alberi neri, a punta,
che se ne vanno dritti dritti in due file interminabili, lasciando di qua e di
là certi bei prati verdi, con tanta buon’erba grassa, sprecata anche quella,
perché guai se, passando, ci allunghi le labbra.»
«Basta. Me ne stavo lì fermo, allorché mi s’accostò un povero mio antico
compagno di servizio al reggimento, ridotto assai male: a tirare, figurati, un
traino ferrato, di quei lunghi, bassi e senza molle.»
Dice:
– Mi vedi? Ah, Fofo, non ne posso proprio più!
– Che servizio? – gli domando io.
E lui:
– Trasporto casse, tutto il giorno, da un ufficio di spedizione alla dogana.
– Casse? – dico io. – Che casse?
– Pesanti! – fa lui. – Casse piene di roba da spedire.
Fu per me una rivelazione.
«Perché devi sapere, che una certa cassa lunga lunga, la trasportiamo anche noi.
La introducono pian piano (tutto, sempre, pian piano) entro il nostro carro,
dalla parte di dietro; e mentre si fa quest’operazione, la gente attorno si
scopre il capo e sta a mirare sbigottita. Chi sa perché! Ma certo, se
traffichiamo di casse anche noi, deve trattarsi di spedizione, non ti pare?»
«Che diavolo contiene quella cassa? Pesa oh, non credere! Fortuna, che ne
trasportiamo sempre una alla volta.»
«Roba da spedire, certo. Ma che roba, non lo so. Pare di gran conto, perché la
spedizione avviene con molta pompa e molto accompagnamento.»
«A un certo punto, di solito (non sempre), ci fermiamo davanti a un fabbricato
maestoso, che forse sarà l’ufficio di dogana per le spedizioni nostre. Dal
portone si fanno avanti certi uomini parati con una sottana nera e la camicia di
fuori (che saranno, suppongo, i doganieri); la cassa è tratta dal carro; tutti
di nuovo si scoprono il capo; e quelli segnano sulla cassa il lasciapassare.»
«Dove vada tutta questa roba preziosa, che noi spediamo – questo, vedi – non
sono riuscito ancora a capirlo. Ma ho un certo dubbio, che non lo capiscano bene
neanche gli uomini; e mi consolo.»
«Veramente, la magnificenza delle casse e la solennità della pompa potrebbero
far supporre, che qualche cosa gli uomini debbano sapere su queste loro
spedizioni. Ma li vedo troppo incerti e sbigottiti. E dalla lunga consuetudine,
che ormai ho con essi, ho ricavato questa esperienza: che tante cose fanno gli
uomini, caro mio, senza punto sapere perché le facciano!»
Come Fofo, quella mattina, alle bestemmie del capostalla s’era figurato:
gualdrappe, fiocchi e pennacchi. Tir’a quattro. Era proprio di prima classe.
«Hai visto? Te lo dicevo io?»
Nero si trovò attaccato con Fofo al timone. E Fofo, naturalmente, seguitò a
seccarlo con le sue eterne spiegazioni.
Ma era seccato anche lui, quella mattina, della soperchieria del capostalla, che
nei tiri a quattro lo attaccava sempre al timone e mai alla bilancia.
«Che cane! Perché, tu intendi bene, questi due, qua davanti a noi, sono per
comparsa. Che tirano? Non tirano un corno! Tiriamo noi. Si va tanto piano! Ora
si fanno una bella passeggiatina per sgranchirsi le gambe, parati di gala. E
guarda un po’ che razza di bestie mi tocca di vedermi preferire! Le riconosci?»
Erano quei due mori che Fofo aveva qualificati cavallo da medico e truttrù
calabrese.
«Codesto calabresaccio! Ce l’hai davanti tu, per fortuna! Sentirai, caro;
t’accorgerai che di porco non ha soltanto le orecchie, e ringrazierai il
capostalla, che lo protegge e gli dà doppia profenda. Ci vuol fortuna a questo
mondo, non sbruffare. Cominci fin d’adesso? Quieto con la testa! Ih, se fai
così, oggi caro mio, a furia di strappate di briglia, tu farai sangue dalla
bocca, te lo dico io. Ci sono i discorsi, oggi. Vedrai che allegria! Un
discorso, due discorsi, tre discorsi... M’è capitato il caso d’una prima classe
anche con cinque discorsi! Roba da impazzire. Tre ore di fermo, con tutte queste
galanterie addosso che ti levano il respiro: le gambe impastoiate, la coda
imprigionata, le orecchie tra due fori. Allegro, con le mosche che ti mangiano
sotto la coda! Che sono i discorsi? Mah! Ci capisco poco, dico la verità. Queste
di prima classe, debbono essere spedizioni molto complicate. E forse, con quei
discorsi, fanno la spiega. Una non basta, e ne fanno due; non bastano due, e ne
fanno tre. Arrivano a farne fino a cinque, come t’ho detto: mi ci son trovato
io, che mi veniva di sparar calci, caro mio, a dritta e a manca, e poi di
mettermi a rotolar per terra come un matto. Forse oggi sarà lo stesso. Gran
gala! Hai visto il cocchiere, come s’è parato anche lui? E ci sono anche i
famigli, i torcieri. Di’, tu sei sitoso?»
«Non capisco.»
«Via, pigli ombra facilmente? Perché vedrai che tra poco, i ceri accesi te li
metteranno proprio sotto il naso... Piano, uh... piano! che ti piglia? Vedi? Una
prima strappata... T’ha fatto male? Eh, ne avrai di molte tu oggi, te lo dico
io. Ma che fai? sei matto? Non allungare il collo così! (Bravo, cocco, nuoti?
giochi alla morra?). Sta’ fermo... Ah sì? Pigliati quest’altre... Ohé, dico
bada, fai strappar la bocca anche a me! Ma questo è matto! Dio, Dio, quest’è
matto davvero! Ansa, rigna, annitrisce, fa ciambella, che cos’è? Guarda che
rallegrata! È matto! è matto! fa la rallegrata, tirando un carro di prima
classe!»
Nero difatti pareva impazzito davvero: ansava, nitriva, scalpitava, fremeva
tutto. In fretta in furia, giù dal carro dovettero precipitarsi i famigli a
trattenerlo davanti al portone del palazzo, ove dovevano fermarsi, tra una gran
calca di signori incamatiti, in abito lungo e cappello a staio.
– Che avviene? – si gridava da ogni parte. – Uh, guarda, s’impenna un cavallo
del carro mortuario!
E tutta la gente, in gran confusione, si fece intorno al carro, curiosa,
meravigliata scandalizzata. I famigli non riuscivano ancora a tener fermo Nero.
Il cocchiere s’era levato in piedi e tirava furiosamente le briglie. Invano.
Nero seguitava a zampare, a nitrire, friggeva, con la testa volta verso il
portone del palazzo.
Si quietò, solo quando sopravvenne da quel portone un vecchio servitore in
livrea il quale, scostati i famigli, lo prese per la briglia, e subito,
riconosciutolo, si diede a esclamare con le lagrime agli occhi:
– Ma è Nero! è Nero! Ah, povero Nero, sicuro che fa così! Il cavallo della
signora! il cavallo della povera principessa! Ha riconosciuto il palazzo, sente
l’odore della sua scuderia! Povero Nero, povero Nero... buono, buono... sì,
vedi? sono io, il tuo vecchio Giuseppe. Sta’ buono, sì... Povero Nero, tocca a
te di portartela, vedi? la tua padrona. Tocca a te, poverino, che ti ricordi
ancora. Sarà contenta lei d’essere trasportata da te per l’ultima volta.
Si voltò poi al cocchiere, che, imbestialito per la cattiva figura che la Casa
di pompe faceva davanti a tutti quei signori, seguitava a tirar furiosamente le
briglie, minacciando frustate, e gli gridò:
– Basta! Smettila! Lo reggo qua io. È manso come una pecora. Mettiti a sedere.
Lo guiderò io per tutto il tragitto. Andremo insieme, eh Nero? a lasciar la
nostra buona signora. Pian piano, al solito, eh? E tu starai buono, per non
farle male, povero vecchio Nero, che ti ricordi ancora. L’hanno già chiusa nella
cassa; ora la portano giù.
Fofo, che dall’altra parte del timone se ne stava a sentire, a questo punto
domandò, stupito:
«Dentro la cassa, la tua padrona?»
Nero gli sparò un calcio di traverso.
Ma Fofo era troppo assorto nella nuova rivelazione, per aversene a male.
«Ah, dunque, noi,» seguitò a dir tra sé, «ah, dunque, noi... guarda, guarda...
lo volevo dire io... Questo vecchio piange; tant’altri ho visto piangere, altre
volte... e tanti visi sbigottiti... e quella musica languida. Capisco tutto,
adesso, capisco tutto.. Per questo il nostro servizio è così piano! Solo quando
gli uomini piangono, possiamo stare allegri e andar riposati nojaltri...»
E gli venne la tentazione di fare una rallegrata anche lui.
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