- Come... vestita? - domandò, timida e ansiosa la
signorina.
- Ma no, scusi! - riprese con calore il Colli. - Lei ha
fatto la Vita in camicia... cioè, con la tunica,
diciamo! Ma no, nuda, nuda, nuda! la Vita dev'esser
nuda, signorina mia, che c'entra!
- Scusi, - disse con gli occhi bassi, la signorina
Consalvi. - La prego di guardar più attentamente.
- Ma sì, vedo, - replicò con maggior vivacità il Colli.
- Lei ha voluto raffigurarsi qua, ha voluto fare il suo
ritratto; ma lasciamo andare che Lei è molto più bella;
qua siamo nel campo... nel camposanto dell'arte, scusi!
e questa vuol essere la Vita che si sposa alla Morte.
Ora, se lo scheletro è panneggiato, la Vita dev'esser
nuda, c'è poco da dire; tutta nuda e bellissima,
signorina, per compensare col contrasto la presenza
macabra dello scheletro involto! Nuda, Pogliani, non ti
pare? Nuda, è vero, signora? Tutta nuda, signorina mia!
Nudissima, dal capo alle piante! Creda pure che
altrimenti, così, verrebbe una scena da ospedale: quello
col lenzuolo, questa con l'accappatojo... Dobbiamo fare
scultura, e non c'è ragioni che tengano!
- No, no, scusi, - disse la signorina Consalvi alzandosi
con la madre. - Lei avrà forse ragione, dal lato
dell'arte; non nego, ma io voglio dire qualche cosa, che
soltanto così potrei esprimere. Facendo come vorrebbe
Lei, dovrei rinunciarvi.
- Ma perché, scusi? perché Lei vede qua la sua persona e
non il simbolo, ecco! Dire che sia bello, scusi, non si
potrebbe dire...
E la signorina:
- Niente bello, lo so; ma appunto come dice lei, non il
simbolo ho voluto rappresentare, ma la mia persona, il
mio caso, la mia intenzione, e non potrei che così.
Penso poi anche al luogo dove il monumento dovrà
sorgere... Insomma, non potei transigere.
Il Colli aprì le braccia e s'insaccò nelle spalle.
- Opinioni!
- O piuttosto, - corresse la signorina con un dolce,
mestissimo sorriso, - un sentimento da rispettare!
Stabilirono che i due amici si sarebbero intesi per
tutto il resto col commendator Seralli, e poco dopo la
signora Consalvi e la figliuola in gramaglie tolsero
commiato.
Ciro Colli - due passetti - trallarallèro trallarallà -
girò sopra un calcagno e si fregò le mani.
Circa una settimana dopo, Costantino Pogliani si recò in
casa Consalvi per invitar la signorina a qualche seduta
per l'abbozzo della testa.
Dal commendator Seralli, amico molto intimo della
signora Consalvi, aveva saputo che il Sorini,
sopravvissuto tre giorni allo sciagurato incidente,
aveva lasciato alla fidanzata tutta intera la cospicua
fortuna ereditata dal padre, e che però quel monumento
doveva esser fatto senza badare a spese.
Epuisé s'era dichiarato il commendator Seralli delle
cure, dei pensieri, delle noje che gli eran diluviati da
quella sciagura; noje, cure, pensieri, aggravati dal
caratterino un po'... emporté, voilà, della signorina
Consalvi la quale, sì, poverina, meritava veramente
compatimento; ma pareva, buon Dio, si compiacesse troppo
nel rendersi più grave la pena. Oh, uno choc orribile,
chi diceva di no? un vero fulmine a ciel sereno! E tanto
buono lui, il Sorini, poveretto! Anche un bel giovine,
sì. E innamoratissimo! La avrebbe resa felice senza
dubbio, quella figliuola. E forse per questo era morto.
Pareva anche fosse morto e fosse stato tanto buono per
accrescer le noje del commendator Seralli.
Ma figurarsi che la signorina non aveva voluto disfarsi
della casa, che egli, il fidanzato, aveva già messa su
di tutto punto: un vero nido, un joli rêve de luxe et de
bien-être. Ella vi aveva portato tutto il suo bel
corredo da sposa, e stava lì gran parte del giorno, a
piangere, no; a straziarsi fantasticando intorno alla
sua vita di sposina così miseramente stroncata...
arrachée...
Difatti il Pogliani non trovò in casa la signorina
Consalvi. La cameriera gli diede l'indirizzo della casa
nuova, in via di Porta Pinciana. E Costantino Pogliani,
andando, si mise a pensare all'angosciosa, amarissima
voluttà che doveva provare quella povera sposina, già
vedova prima che maritata, pascendosi nel sogno - lì
quasi attuato - d'una vita che il destino non aveva
voluto farle vivere.
Tutti quei mobili nuovi, scelti chi sa con quanta cura
amorosa da entrambi gli sposini, e festivamente disposti
in quella casa che tra pochi giorni doveva essere
abitata, quanto promesse chiudevano?
Riponi in uno stipetto un desiderio: aprilo: vi troverai
un disinganno. Ma lì, no: tutti quegli oggetti avrebbero
custodito, con le dolci lusinghe, i desiderii e le
promesse e le speranze. E come dovevano esser crudeli
gl'inviti che venivano alla sposina da quelle cose
intatte attorno!
- In un giorno come questo! - sospirò Costantino
Pogliani.
Si sentiva già nella limpida freschezza dell'aria
l'alito della primavera imminente; e il primo tepore del
sole inebriava.
Nella casa nuova, con le finestre aperte a quel sole,
povera signorina Consalvi, chi sa che sogni e che
strazio!
La trovò che disegnava, innanzi a un cavalletto, il
ritratto del fidanzato. Con molta timidezza lo ritraeva
ingrandito da una fotografia di piccolo formato, mentre
la madre, per ingannare il tempo, leggeva un romanzo
francese della biblioteca del commendator Seralli.
Veramente la signorina Consalvi avrebbe voluto star sola
lì, in quel suo nido mancato. La presenza della madre la
frastornava. Ma questa, temendo fra sé che la fanciulla,
nell'esaltazione, si lasciasse andare a qualche atto di
romantica disperazione, voleva seguirla e star lì,
gonfiando in silenzio e sforzandosi di frenar gli sbuffi
per quell'ostinato capriccio intollerabile.
Rimasta vedova giovanissima, senza assegnamenti, con
quell'unica figliuola, la signora Consalvi non aveva
potuto chiuder le porte alla vita e porvi il dolore per
sentinella come ora pareva volesse fare la figliuola.
Non diceva già che Giulietta non dovesse piangere per
quella sua sorte crudele; ma credeva, come il suo intimo
amico commendator Seralli, credeva che... ecco, sì, ella
esagerasse un po' troppo e che, avvalendosi della
ricchezza che il povero morto le aveva lasciata, volesse
concedersi il lusso di quel cordoglio smodato.
Conoscendo pur troppo le crude e odiose difficoltà
dell'esistenza, le forche sotto alle quali ella, ancora
addolorata per la morte del marito, era dovuta passare
per campar la vita, le pareva molto facile quel
cordoglio della figliuola; e le sue gravi esperienze
glielo facevano stimare quasi una leggerezza scusabile,
sì, certamente, ma a patto che non durasse troppo... -
voilà, come diceva sempre il commendator Seralli.
Da savia donna, provata e sperimentata nel mondo, aveva
già, più d'una volta, cercato di richiamare alla giusta
misura la figliuola - invano! Troppo fantastica, la sua
Giulietta aveva, forse più che il sentimento del proprio
dolore, l'idea di esso. E questo era un gran guajo!
Perché il sentimento, col tempo, si sarebbe per forza e
senza dubbio affievolito, mentre l'idea no, l'idea s'era
fissata e le faceva commettere certe stranezze come
quella del monumento funerario con la Vita che si marita
alla Morte (bel matrimonio!) e quest'altra qua della
casa nuziale da serbare intatta per custodirvi il sogno
quasi attuato d'una vita non potuta vivere.
Fu molto grata la signora Consalvi al Pogliani di quella
visita.
Le finestre erano aperte veramente al sole, e la
magnifica pineta di Villa Borghese, sopra
l'abbagliamento della luce che pareva stagnasse su i
vasti prati verdi, sorgeva alta e respirava felice nel
tenero limpidissimo azzurro del cielo primaverile.
Subito la signorina Consalvi accennò di nascondere il
disegno, alzandosi; ma il Pogliani la trattenne con
dolce violenza.
- Perché? Non vuol lasciarmi vedere?
- È appena cominciato...
- Ma cominciato benissimo! - esclamò egli, chinandosi a
osservare. - Ah, benissimo... Lui, è vero? il Sorini...
Già, ora mi pare di ricordarmi bene, guardando il
ritratto. Sì, sì... L'ho conosciuto... Ma aveva questa
barbetta?
- No, - s'affrettò a rispondere la signorina. - Non
l'aveva più ultimamente.
- Ecco, mi pareva... Bel giovine, bel giovine...
- Non so come fare, - riprese la signorina. - Perché
questo ritratto non risponde...non è più veramente
l'immagine che ho di lui, in me.
- Eh sì, - riconobbe subito il Pogliani, - meglio, lui,
molto più... più animato, ecco... più sveglio, direi...
- Se l'era fatto in America, codesto ritratto, - osservò
la madre, - prima che si fidanzassero, naturalmente...
- E non ne ho altri! - sospirò la signorina. - Guardi:
chiudo gli occhi, così, e lo vedo preciso com'era
ultimamente; ma appena mi metto a ritrarlo, non lo vedo
più: guardo allora il ritratto, e lì mi pare che sia
lui, vivo. Mi provo a disegnare, e non lo ritrovo più in
questi lineamenti. È una disperazione!
- Ma guarda, Giulia, - riprese allora la madre, con gli
occhi fissi sul Pogliani, - tu dicevi la linea del
mento, volendo levare la barba... Non ti pare che qua
nel mento, il signor Pogliani...
Questi arrossì, sorrise. Quasi senza volerlo, alzò il
mento, lo presentò; come se con due dita, delicatamente,
la signorina glielo dovesse prendere per metterlo lì,
nel ritratto del Sorini.
La signorina levò appena gli occhi a guardarglielo,
timida e turbata. (Non aveva proprio alcun riguardo per
il suo lutto, la madre!)
- E anche i baffi, oh! Guarda!... - aggiunse la signora
Consalvi, senza farlo apposta. - Li portava così
ultimamente il povero Giulio, non ti pare?
- Ma i baffi, - disse, urtata, la signorina, - che vuoi
che siano? Non ci vuol niente a farli!
Costantino Pogliani, istintivamente, se li toccò.
Sorrise di nuovo. Confermò:
- Niente, già...
S'accostò quindi al cavalletto e disse:
- Guardi, se mi permette... vorrei farle vedere,
signorina... Così, in due tratti, qua... non s'incomodi,
per carità! qua in quest'angolo... (poi si cancella)...
com'io ricordo il povero Sorini.
Sedette e si mise a schizzare, con l'ajuto della
fotografia, la testa del fidanzato, mentre dalle labbra
della signorina Consalvi, che seguiva i rapidi tocchi
con crescente esultanza di tutta l'anima protesa e
spirante, scattavano di tratto in tratto certi sì...
sì... sì.... che animavano e quasi guidavano la matita.
Alla fine, non poté più trattenere la propria
commozione:
- Sì, oh guarda, mamma... è lui... preciso... oh,
lasci... grazie... Che felicità, poter così... è
perfetto... è perfetto...
- Un po' di pratica, - disse, levandosi, il Pogliani,
con umiltà che lasciava trasparire il piacere per quelle
vivissime lodi.
- E poi, le dico, lo ricordo tanto bene, povero Sorini...
La signorina Consalvi rimase a rimirare il disegno,
insaziabilmente.
- Il mento, sì... è questo... preciso... Grazie,
grazie...
In quel punto il ritrattino del Sorini che serviva da
modello, scivolò dal cavalletto, e la signorina, ancora
tutta ammirata nello schizzo del Pogliani, non si chinò
a raccoglierlo.
Lì per terra, quell'immagine già un po' sbiadita apparve
più che mai malinconica, come se comprendesse che non si
sarebbe rialzata mai più.
Ma si chinò a raccoglierla il Pogliani,
cavallerescamente.
- Grazie, - gli disse la signorina. - Ma io adesso mi
servirò del suo disegno, sa? Non lo guarderò più, questo
brutto ritratto.
E d'improvviso, levando gli occhi, le sembrò che la
stanza fosse più luminosa. Come se quello scatto
d'ammirazione le avesse a un tratto snebbiato il petto
da tanto tempo oppresso, aspirò con ebbrezza, bevve con
l'anima quella luce ilare viva, che entrava dall'ampia
finestra aperta all'incantevole spettacolo della
magnifica villa avvolta nel fascino primaverile.
Fu un attimo. La signorina Consalvi non poté spiegarsi
che cosa veramente fosse avvenuto in lei. Ebbe
l'impressione improvvisa di sentirsi come nuova fra
tutte quelle cose nuove attorno. Nuova e libera; senza
più l'incubo che l'aveva soffocata fino a poc'anzi. Un
alito, qualche cosa era entrata con impeto da quella
finestra a sommuovere tumultuosamente in lei tutti i
sentimenti, a infondere quasi un brillio di vita in
tutti quegli oggetti nuovi, a cui ella aveva voluto
appunto negar la vita, lasciandoli intatti lì, come a
vegliare con lei la morte d'un sogno.
E, udendo il giovane elegantissimo sculture con dolce
voce lodare la bellezza di quella vista e della casa,
conversando con la madre che lo invitava a veder le
altre stanze, seguì l'uno e l'altra con uno strano
turbamento, come se quel giovine, quell'estraneo, stesse
davvero per penetrare in quel suo sogno morto, per
rianimarlo.
Fu così forte questa nuova impressione, che non poté
varcar la soglia della camera da letto; e vedendo il
giovine e la madre scambiarsi lì un mesto sguardo di
intelligenza, non poté più reggere; scoppiò in
singhiozzi.
E pianse, sì, pianse ancora per la stessa cagione per
cui tante altre volte aveva pianto; ma avvertì
confusamente che, tuttavia, quel pianto era diverso, che
il suono di quei suoi singhiozzi non le destava dentro
l'eco del dolore antico, le immagini che prima le si
presentavano. E meglio lo avvertì, allorché la madre
accorsa prese a confortarla come tant'altre volte la
aveva confortata, usando le stesse parole, le stesse
esortazioni. Non poté tollerarle; fece un violento
sforzo su se stessa; smise di piangere; e fu grata al
giovine che, per distrarla, la pregava di fargli vedere
la cartella dei disegni scorta lì su una sedia a
libriccino.
Lodi, lodi misurate e sincere, e appunti, osservazioni,
domande, che la indussero a spiegare, a discutere; e
infine un'esortazione calda a studiare, a seguir con
fervore quella sua disposizione all'arte, veramente non
comune. Sarebbe stato un peccato! un vero peccato! Non
s'era mai provata a trattare i colori? Mai, mai? Perché?
Oh, non ci sarebbe mica voluto molto con quella
preparazione, con quella passione...
Costantino Pogliani si profferse d'iniziarla; la
signorina Consalvi accettò; e le lezioni cominciarono il
giorno appresso, lì, nella casa nuova, che invitava ed
attendeva.
Non più di due mesi dopo, nello studio del Pogliani,
ingombro già d'un colossale monumento funerario tutto
abbozzato alla brava, Ciro Colli, sdrajato sul canapè
col vecchio camice di tela stretto alle gambe, fumava la
pipa e teneva uno strano discorso allo scheletro,
fissato diritto su per la predellina nera, che s'era
fatto prestare per modello da un suo amico dottore.
Gli aveva posato un po' a sghembo sul teschio il suo
berretto di carta; e lo scheletro pareva un fantaccino
su l'attenti, ad ascoltar la lezione che Ciro Colli
scultore-caporale, tra uno sbuffo e l'altro di fumo
gl'impartiva:
- E tu perché te ne sei andato a caccia? Vedi come ti
sei conciato, caro mio? Brutto... le gambe secche...
tutto secco... Diciamo la verità, ti pare che codesto
matrimonio si possa combinare? La vita, caro... guardala
là, ma eh! che tocco di figliolona senza risparmio m'è
uscita dalle mani! Ti puoi sul serio lusingare che
quella lì ti voglia sposare? Ti s'è accostata, timida e
dimessa; lagrime giù a fontana... ma mica per ricevere
l'anello nuziale... levatelo dal capo! Spendola, caro,
spendola giù la borsa... Gliel'hai data? E ora che vuoi
da me! Inutile dire, se me lo credevo! Povero mondo e
chi ci crede! S'è messa a studiar pittura, la Vita, e il
suo maestro sai chi è? Costantino Pogliani. Scherzo che
passa la parte, diciamo la verità. Se fossi in te, caro
mio, lo sfiderei. Hai sentito stamane? Ordine positivo:
non vuole, mi pro-i-bi-sce assolutamente che io la
faccia nuda. Eppure lui, per quanto somaro, scultore è,
e sa bene che per vestirla bisogna prima farla nuda...
Ma te lo spiego io il fatto com'è: non vuole che si veda
su quel nudo là meraviglioso il volto della sua
signorina... è salito lassù, hai visto? su tutte le
furie, e con due colpi di stecca, taf! taf! me l'ha
tutto guastato... sai dirmi perché, fantaccino mio? Gli
ho gridato: «Lascia! Te la vesto subito! Te la vesto!».
Ma che vestire! Nuda la vogliono ora... la Vita nuda,
nuda e cruda com'è, caro mio! sono tornati al mio primo
disegno, al simbolo: via il ritratto! Tu che ghermisci,
bello mio, e lei che non ne vuol sapere... Ma perché te
ne sei andato a caccia? me lo dici?