|
III
Con quest’animo può immaginarsi che cosa fu la morte per la signora Piovanelli,
quando, colta all’improvviso da una nerissima polmonite, se la vide davanti
inesorabile, a poco più di trentasei anni. Non potendo più parlare, parlava con
gli occhi, parlava con le mani. Certi gesti! E gli occhi da bestia arrabbiata.
Il povero Piovanelli, quantunque straziato, ne ebbe paura: temette davvero che
lo volesse strozzare, quando gli buttò le braccia al collo e glielo strinse,
glielo strinse, per la Madonna santissima, con tutta la forza che le restava,
quasi se lo volesse trascinare giù nella fossa, con sé.
Ma volentieri lui, sì, volentieri giù con lei.
- Sì, sì, te lo giuro, stai tranquilla! - le ripeteva in un torrente di lagrime,
rispondendo al gesto di quelle mani e per placare la ferocia di quegli occhi.
Invano! La disperazione atroce in cui quella donna moriva per non volere, con
ostinata ingiustizia, neppure in quel momento supremo fidarsi di lui,
accordargli la stima che si meritava, riconoscere la verità del suo cordoglio,
di quelle sue lagrime sincere, esasperò talmente Piovanelli, che a un certo
punto si mise a urlare come un pazzo, si strappò i capelli, si percosse le
guance, se le graffiò; poi, buttandosi ginocchioni innanzi al letto, con le
braccia levate:
- Vuoi giurato, di’, vuoi giurato che non avvicinerò mai più una donna, finché
campo, perché le odio tutte? Te lo giuro! Non vivrò che per i nostri piccini! O
vuoi che mi uccida qua, davanti a te? Pronto! Ma pensa ai nostri piccini, e non
ti dannare per me! Oh Dio, che cosa! ah, che cosa... Dio! Dio!
Incanutì su le tempie in pochi giorni Teodoro Piovanelli, dopo il funerale.
Per nove interi anni non aveva vissuto che per quella donna, assorto
continuamente nel pensiero di lei, unico e tormentoso: che non avesse mai
cagione di lamentarsi, di diffidar minimamente di lui; in assidua, scrupolosa,
timorosa vigilanza di sè. Quasi con gli occhi chiusi, con le orecchie turate
aveva vissuto nove anni; quasi fuori del mondo, come se il mondo non fosse più
esistito.
Si sentì a un tratto come balzato nel vuoto; annichilito.
Il mondo seguitava a vivere intorno a lui; col tramenio incessante, con le mille
cure, le brighe giornaliere, svariate: lui n’era rimasto fuori, là serrato in
quel cerchio di diffidente clausura, in quella casa vuota, ma pur tutta piena,
come l’anima sua, degl’irti sospetti della moglie.
Da questi sospetti, dallo spirito ostile e alacre, dall’energia spesso
aggressiva della moglie, egli - vivendo di lei e per lei unicamente - s’era
sentito sostenere. Ora gli pareva d’esser rimasto come un sacco vuoto.
A chi affidarsi? a chi affidare la casa? a chi affidare i figliuoli?
Tutto il suo mondo era lì in quella casa. Ma che cos’era più ormai, quella casa
senza colei che la animava tutta? Egli non vi si sapeva più neanche rigirare.
Come curare i piccini? come attendere ad essi? Non sapeva da che parte rifarsi.
Tra pochi giorni gli sarebbe toccato ritornare all’ufficio; e quei piccini?
Nessuna serva era mai durata in casa più di sei mesi. Quest’ultima c’era da
pochi giorni; si era mostrata premurosa nella sventura; pareva una buona
vecchina; ma poteva fidarsene?
No. La moglie, dentro, gli diceva no. Non per quella serva soltanto; per tutte
le serve del mondo. No.
Se non che, per vivere com’ella voleva, com’egli le aveva giurato, avrebbe
dovuto lasciar l’ufficio e tapparsi in casa dalla mattina alla sera. Era
possibile? Doveva lavorare. Non poteva far le parti anche della moglie, che in
fondo faceva tutto in casa. La sventura non lo aveva colpito per nulla.
Bisognava pure che quella serva facesse qualche cosa invece della moglie. Ai
figliuoli, no, ai figliuoli voleva badar lui: lui vestirli la mattina; preparar
loro la colazione; poi condurre a scuola il maggiore; lui servirli a tavola, e
poi la sera a cena, e far loro recitare le orazioni e svestirli per metterli a
letto, nella loro cameretta vigilata da un ritratto fotografico ingrandito della
mamma che non c’era più. Quanti baci dava loro tra le lagrime!
Che orrore, poi, quella casa muta, quando i piccini erano a letto.
Tornava a sedere innanzi alla tavola non ancora sparecchiata e si metteva ad
arrotondare al solito pallottoline di mollica, rimeditando, angosciato la sua
orrenda sciagura.
Un cupo rammarico lo coceva per la crudele ingiustizia della sua sorte.
Aveva sofferto prima, immeritamente; soffriva tanto adesso! E nessuno lo poteva
consolare. La moglie non aveva saputo né voluto leggergli dentro, nell’anima; e
lo aveva torturato senza ragione; ora ella non poteva vedere com’egli vivesse
senza di lei in quella casa, come avesse mantenuto il giuramento fatto; e forse,
se di là poteva pensare, immaginava ancora, testarda e cieca, che egli ora
godesse, libero... Che irrisione!
Vedendolo così vinto e spronfodato nel cordoglio, la vecchia serva, una di
quelle sere, si fece animo e gli suggerì d’andare un po’ fuori a fare una
giratina per sollievo. Si voltò a guardarla torvo; alzò le spalle; non volle
neanche risponderle.
- Prenderà un po’ d’aria... - insistette, quella, timidamente. - Starò attenta
io ai bambini, non dubiti... Del resto, non mi svegliano mai... Lei dovrebbe
farlo anche per loro, mi perdoni. Così si ammalerà.
Teodoro Piovanelli scosse il capo lentamente, con le ciglia aggrottate e gli
occhi chiusi. Sotto la borsa delle palpebre gonfie gli fervevano le lagrime. Si
levò da tavola, s’appressò alla finestra e si mise a guardar fuori dietro ai
vetri.
Eh già... Egli poteva uscire, ormai, volendo. Nessuno più gliel’impediva. Ma
dove andare? e perché? Che funebre squallore nel buio delle vie deserte,
vegliate dai radi lampioni! Rivide col pensiero, come in sogno, altre vie meglio
illuminate; immaginò la gente che vi passava, assorta nelle proprie cure, con
affetti vivi in cuore, con desiderii vivi nell’anima, o guidata da una abitudine
ch’egli non aveva più; immaginò i caffè luccicanti di specchi...
D’un subito si voltò a guardar la camera, come a un richiamo imperioso,
minaccioso dello spettro della moglie. Cominciava già a venir meno al
giuramento? No, no! E si recò nella camera dei bambini; si chinò sui lettucci
per contemplarli nel dolce sonno; rattenne la mano tratta irresistibilmente a
carezzar le loro testoline: poi si volse soffocato dall’angoscia, a guardare il
ritratto della moglie.
Oh con quale ardore la desiderò in quel momento! Sì, sì, non ostante tutto il
martirio che ella gli aveva inflitto per nove anni. Sì, egli la voleva, la
voleva! aveva bisogno di lei! Senza di lei non poteva più vincere. Oh, anche a
costo di soffrire da lei le pene più ingiuste e più crudeli... Non poteva
rassegnarsi a vedere così spezzata per sempre la sua esistenza!
Aveva appena quarant’anni!
IV
Man mano che i giorni passavano, e i mesi ormai (eran già quattro mesi!), quel
posto vuoto, lì, nel letto matrimoniale, gli suscitava ogni notte, nel cocente
ricordo, smanie vieppiù disperate.
Col volto nascosto, affondato nel guanciale che si bagnava di lagrime,
bisbigliava nell’ambascia della passione il nome di lei:
- Cesira... Cesira...
E il cuore gli si schiantava.
- Sempre così... sempre così - mormorava poi, più calmo, con gli occhi sbarrati
nel bujo.
Ah come s’era ingannata la moglie sul conto di lui!
Ecco: questo pensiero lo struggeva più d’ogni altro, e di continuo vi ritornava
sù. Se n’era fatto una lima.
Che il mondo fosse tristo, tristi gli uomini, triste le donne, così come la
moglie aveva creduto, egli poteva ammettere; ammetteva. Ma lui? tristo anche
lui?
Certo, chi sa quanti uomini rimasti vedovi all’età sua, dopo tre o quattro mesi,
cedendo al bisogno stesso della natura... pur non volendo, pur serbando in cuore
viva sempre l’immagine della moglie morta e la pena d’averla perduta,
cominciavano a uscire di sera e... sì, a uscire per lo meno.
Aveva ragione la moglie: «Facilissime, le donne! Se ne incontrano tante per
via...».
Ma a quarantanni... eh, a quarantanni, senza più l’abitudine, non doveva esser
mica piacevole rimettersi a far la vita del giovanottino scapolo.
Chi sa quale avvilimento di vergogna!
D’altra parte però... a mettersi con altre donne... Prima di tutto perdita di
tempo: poi, chi sa quanti impicci e anche... anche una certa difficoltà...
Per esempio, quella guantaja dalla quale egli andava prima a comperare i guanti
per la sua Cesira, 6 e 1/4 (vi era andato dopo la disgrazia a comperarne un pajo
anche per sé, neri, per il funerale) - quella guantaja, ecco... una signora, una
vera signora! Come si moveva nella bella bottega lucida, tepida e profumata! Il
corpo leggermente proteso... E mica si sentiva il rumore dei passi; si sentiva
il fruscio discreto della sottana di seta... Nessun imbarazzo, come nessuna
sfrontatezza. Voce dolce, modulata; rneravigliosa prontezza a comprendere... E
non già soltanto per attirar la gente. Era così. O almeno, pareva così;
naturalmente. Che nettezza e che precisione! Ebbene, a mettersi con quella...
Dio liberi! E le conseguenze? I proprii piccini... Ah!
A questo pensiero, retrocedeva d’improvviso, quasi inorridito di essersi
indugiato a fantasticare su tale argomento. Ma, via! troppo bene sapeva che tali
cose non potevano e non dovevano più sussistere per lui. Si forzava a dormire.
Ma pur con gli occhi chiusi, poco dopo, ecco qualche altra visione tentatrice...
fingeva di non avvertirla, come se gli fosse apparsa non provocata da lui. La
lasciava fare... A poco a poco s’addormentava.
Ma la sera dopo, il supplizio ricominciava. E la vecchia serva a insistere, a
insistere, che via! uscisse di casa per una mezz’oretta sola, almeno, a prendere
un po’ d’aria...
Batti e batti, alla fine Teodoro Piovanelli si lasciò indurre. Ma quanto tempo
mise a vestirsi! e volle prima recarsi a vedere i bambini che dormivano, e
rassettò ben bene le coperte sui loro lettini, e poi quante raccomandazioni alla
serva, che stesse bene attenta, per carità! Tuttavia, non ardì alzare gli occhi
al ritratto della moglie.
E uscì.
V
Appena su la via si vide come sperduto. Da anni e anni non andava più fuori, la
sera. Il bujo, il silenzio gli fecero un’impressione quasi lugubre... e quel
riverbero là, vacillante, del gas sul lastricato... e più là, in fondo, nella
piazza deserta, quelle lanterne vaghe delle vetture... Dove si sarebbe diretto?
Scese verso Piazza delle Terme, tutta sonora dell’acqua luminosa della fontana
delle Najadi. Ricordò che la moglie non voleva ch’egli si fermasse a guardar
quelle Najadi sguajate. E non si fermò.
Povera Cesira! Com’era sdegnata che il corpo della donna fosse esposto in
atteggiamenti così procaci agli sguardi maligni e indiscreti degli uomini! Ci
vedeva come un’irrisione, una mancanza di rispetto per il suo sesso, e voleva
sapere perché nelle fontane i signori scultori non esponevano invece uomini
nudi. Ma in Piazza Navona, veramente... la fontana del Moro... E poi, gli uomini
nudi... in atteggiamenti procaci... via, forse sarebbero stati un pochino più
scandalosi...
Teodoro Piovanelli, così pensando, ebbe un barlume di sorriso su le labbra
amare; e imboccò Via Nazionale.
A mano a mano che andava, sopite immagini, impressioni rimaste nella sua
coscienza d’altri tempi, non cancellate, sì svanite a lui per il sovrapporsi
d’altri stati di coscienza opprimenti, gli si ridestavano, sommovendo e
disgregando a poco a poco, con un senso di dolce pena, la triste compagine della
coscienza presente. E ascoltò dentro di sé la voce lontana lontana di lui
stesso, qual era in gioventù; la voce delle memorie sepolte che risorgevano al
respiro di quell’aria notturna, al suono de’ suoi passi nel silenzio della via.
Arrivato all’imboccatura di Via del Boschetto, s’arrestò, come se qualcuno a un
tratto lo avesse trattenuto. Si guardò attorno; poi, perplesso, con infinita
tristezza, guardò giù per quella via, e scosse mestamente il capo.
Tutti i ricordi, le immagini. le impressioni del suo vagabondare notturno
d’altri tempi, del tempo in cui era scapolo, si associavano al pensiero di una
donna, di quell’unica ch’egli aveva conosciuta prima delle nozze, donna non sua
solamente, ma a cui egli, per abitudine, per timidezza, era pure stato sempre
fedele, come poi alla moglie.
Quella donna stava lì, allora, in Via del Boschetto.
Si chiamava Annetta; lavorava d’astucci e di sopraffondi; ma le piaceva vestir
bene e gli ori le piacevano e i gioielli, anche falsi... Finché aveva avuta la
madre, s’era mantenuta onesta; poi la madre le era morta, e lei non aveva più
saputo veder la ragione di sacrificarsi a vivere in quel modo, senza il compenso
di qualche godimento... Così era caduta. Ogni volta, come per rialzarsi innanzi
a se stessa, per non sentir l’avvilimento di ciò che stava per fare, affliggeva
quei pochi fidati che andavano a trovarla narrando quanto aveva fatto durante la
lunga malattia della madre, tutte le cure che le aveva prodigate, i medicinali
costosi che le aveva comperati, quasi per assicurare se stessa che, almeno per
questo, non doveva aver rimorsi
Ebbene, Teodoro Piovanelli, abbandonato in quella sua prima uscita ai ricordi
d’allora, guidato naturalmente dall’istintiva esemplare fedeltà così crudelmente
misconosciuta e negata dalla moglie, ecco, s’era proprio arrestato là,
all’imboccatura di Via del Boschetto
Si vietò d’assumer coscienza del pensiero sortogli d’improvviso, che non sarebbe
stato un tradimento alla memoria della moglie, un venir meno al giuramento che
le aveva fatto di non avvicinare mai più altra donna, se fosse ritornato a
quella, che già la moglie sapeva per sua stessa confessione. Quella non sarebbe
stata un’altra; quella era già stata sua; ed egli non avrebbe smentito, con
quella, la sua fedeltà. La avrebbe anzi confermata.
No: non se lo volle dire; non se lo volle fare questo ragionamento. Scese per
Via del Boschetto soltanto per curiosità, ecco; per la voluttà amara di seguir
la traccia del tempo lontano; senza alcun altro scopo. Del resto, non sapeva più
neppure se colei stesse ancora lì. Era molto difficile, dopo nove anni...
L’aveva riveduta tre o quattro volte per via, vestita poveramente, invecchiata,
imbruttita, certo caduta più in basso; ma, naturalmente, aveva fatto finta non
solo di non riconoscerla, ma di non averla mai conosciuta.
Quando, di pochi passi lontano dal portoncino ben noto, a destra, scorse la
finestrella quadra del mezzanino, sulla porta con le persiane accostate, che
dalle stecche e da sotto lasciavano intravedere il lume della cameretta, Teodoro
Piovanelli si turbò profondamente assalito dall’immagine precisa, là, vivente,
del ricordo lontano... Tutto, tal quale, come allora! Ma ci stava proprio lei,
là, ancora? S’accostò al muro, cauto, trepidante, e passò rasente, sotto la
finestra; alzò il capo; scorse dietro alle persiane un’ombra, una donna... -
lei? - Passò oltre, tutto sconvolto, insaccato nelle spalle, col sangue che gli
frizzava per le vene, come sotto l’imminenza di qualche cosa che dovesse
cadergli addosso.
Violentemente gli si ricompose la coscienza tetra e dura del suo stato presente;
rivide in un baleno col pensiero la camera dei bambini e quel ritratto, là,
vigilante, terribile, della moglie; e s’arrestò affannato nella corsa che aveva
preso. A casa! a casa!
Se non che, davanti al portoncino... ma sì, lei... lei ch’era scesa... Annetta,
sì. Egli la riconobbe subito. E anche lei lo riconobbe:
- Doro... tu?
E stese una mano. Egli si schermì:
- Lasciami... No, ti prego... Non posso... Lasciami...
- Come! - fece lei, ridendo e trattenendolo. - Se sei venuto a cercarmi... T’ho
visto, sai? Caro... caro... sei tornato!... Sù. via! Perché no? Se sei tornato a
me... Sù. sù...
E lo trasse per forza dentro il portoncino, e poi su per la scala, tenendolo per
il braccio. Egli ansava col cuore in tumulto, la mente scombujata. Voleva
svincolarsi e non sapeva, non poteva. Rivide la cameretta, tal quale anch’essa
dal tetto basso... il letto, il cassettone, il divanuccio, le oleografie alle
pareti...
Ma quando ella, tra tante parole affollate di cui egli non udiva altro che il
suono, gli tolse il cappello e il bastone e poi i guanti, e fece per
abbracciarlo, Teodoro Piovanelli, che già tremava tutto, la respinse, si portò
le mani al volto, vacillò, come per una vertigine.
- Che hai? - domandò ella sorpresa, un po’ costernata: e lo trasse a sedere sul
divanuccio.
Un impeto di pianto scosse le spalle di lui. Ella si provò a staccargli le mani
dal volto; ma egli squassò il capo rabbiosamente.
- No! No!
- Tu piangi? - domandò la donna; poi, dopo aver guardato il cappello fasciato di
lutto: - Forse... forse t’è morta?..
Egli accennò di sì col capo.
- Ah, poveretto... - sospirò lei, pietosamente.
Teodoro Piovanelli scattò in piedi, convulso; prese i guanti, il bastone, si
buttò in capo il cappello; balbettò, soffocato:
- Impossibile... impossibile, lasciami andare...
Ella non si provò più a trattenerlo; lo accompagnò, dolente, fino alla porta.
Poi lì, sicurissima ormai che sarebbe ritornato, gli domandò, con voce mesta e
con un mesto sorriso:
- T’aspetto, eh, Doro?... Presto...
Ma egli s’era messo sulla bocca il fazzoletto listato di nero, e non le rispose.
Inizio pagina
 |