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La signora, invitando le vecchie amiche, lasciava intendere con mezzi sorrisi e
mezze frasi che le loro figliuole avrebbero trovato presto marito; e molte mamme
sollecitavano di continuo, ansiosamente, l’onore di essere ammesse in casa di
lei.
Ella però voleva essere lasciata libera nella scelta, voleva che si avesse piena
fiducia in lei, nel suo tatto, nel suo intuito, nella sua esperienza.
Guai se una fanciulla, non contenta del giovane ch’ella, nella sua saggezza, le
aveva destinato, faceva invece l’occhiolino a qualche altro! Subito la signora
Cargiuri-Crestari si dava attorno per dividere questi illeciti ravvicinamenti,
di cui si aveva proprio per male, ecco, e lo lasciava intendere in tutti i modi.
Ma sì, per male, perché Dio solo sapeva quanto e quale studio le costassero
quelle sue combinazioni ideali. Prima di decidere, prima d’assegnare a quel tale
giovine quella tal fanciulla, ella teneva l’uno e l’altra quattro o cinque mesi
in esperimento; li interrogava su tutti i punti secondo un formulario
prestabilito e segnava in un taccuino le risposte; e gusti, educazione, costumi,
aspirazioni, tutto indagava, pesava tutto. E se qualche coppia, messa su da lei
con tanto scrupolo, faceva alla fine una cattiva riuscita, non se ne sapeva
proprio dar pace. Possibile? Ma se dovevano andar così bene d’accordo quei due!
Ci doveva esser sotto certamente qualche malinteso fra loro! Ed ecco la signora
Cargiuri-Crestari affannata. in continue spedizioni alle case delle tante coppie
messe sè da lei per ristabilir l’accordo. che non poteva mancare, diamine’ a
chiarir quel malinteso che senza dubbio doveva esser sorto tra i due coniugi
cosi bene appaiati.
Le vittime designate a quelle combinazioni ideali erano naturalmente
gl’impiegati subalterni del marito. La promozione a segretario di prima classe,
la croce di cavaliere, avevano per conseguenza inevitabile l’invito ai venerdì
del commendatore e, in capo a un anno, il matrimonio. Il garbo del
capo-divisione e della moglie era tanto e tale, che riusciva quasi impossibile
ribellarsi; si temeva poi il malumore, l’astio e, chi sa, fors’anche la vendetta
del superiore.
Pei due amici Barbi e Pagliocco la signora Cargiuri-Crestari non ebbe bisogno né
di studio né di esame. Suo marito li teneva d’occhio, li covava da un pezzo;
glien’aveva tanto parlato, come di due paranzelle che presto sarebbero entrate
placidamente in porto!
Li aveva già belli e assegnati in precedenza la signora Cargiuri-Crestari e,
come sempre, con intuito meraviglioso, a due fanciulle, amiche anch’esse tra
loro, indivisibili: Gemma Gandini e Giulia Montà: quella bionda e questa bruna:
la bionda a Pagliocco ch’era bruno, la bruna a Barbi che, se non era proprio
biondo, ci pendeva.
Erano belline tutt’e due, e - già s’intende - buone come la stessa bontà. Ah,
niente lezii! Niente bischenchi! Il commendatore e la moglie non ammettevano in
casa se non future mogli per bene, e dunque fanciulle sagge e modeste, econome e
massaie. I giovani potevano fidarsene a occhi chiusi. Magari la signora
Cargiuri-Crestari non badava tanto alle fattezze esteriori, perché - si sa tutto
non si può avere, e la bellezza non è dote che vada molto d’accordo con la
modestia e con le altre virtù che a fare una perfetta moglie si ricercano.
Appena scoperta l’insidia, i due amici s’arrestarono alquanto sconcertati.
Avevano da un pezzo non solo chiuso la porta del cuore alla donna, ci avevano
anche messo il catenaccio. Non ne aspettavano più, neanche in sonno. Che se
talvolta qualche desiderio monello saltava dentro all’improvviso per la finestra
degli occhi, subito la ragione arcigna lo cacciava via a pedate.
Non perché avessero in odio il sesso femminile: discorrendo di donne e di
pigliar moglie, riconoscevano anzi, in astratto, che lo stato coniugale (fondato
- beninteso nell’onestà e governato dalla pace e dall’amore) era preferibile
alla vita da scapolo. Ma purtroppo il matrimonio, nelle presenti tristissime
condizioni sociali, doveva esser considerato come un lusso, che pochi solamente
potevano concedersi, i quali poi non erano i più adatti a pregiarne i vantaggi.
Nelle loro conversazioni serali, Barbi e Pagliocco avevano definito insieme il
feminismo questione essenzialmente economica. Ma sì, perché le donne, poverine,
avevano compreso bene la ragione per cui diventava loro di giorno in giorno più
difficile trovar marito. Il veder frustrata la loro naturale aspirazione, il
dover soffocare il loro smanioso bisogno istintivo, le aveva esasperate e le
faceva un po’ farneticare. Ma tutta quella loro rivolta ideale contro i così
detti pregiudizii sociali, tutte quelle loro prediche fervorose per la così
detta emancipazione della donna, che altro erano in fondo se non una sdegnosa
mascheratura del bisogno fisiologico, che urlava sotto? Le donne desiderano gli
uomini e non lo possono dire; poverine. E volevano lavorare per trovar marito,
ecco. Era un rimedio, questo, suggerito dal loro naturale buon senso. Ma, ahimé,
il buon senso è nemico della poesia! E anche questo capivano le donne: capivano
cioè che una donna, la quale lavori come un uomo, fra uomini, fuori di casa, non
è più considerata dalla maggioranza degli uomini come l’ideale delle mogli, e si
ribellavano contro a questo modo di considerare, che frustrava il loro rimedio,
e lo chiamavano pregiudizio.
Ecco il torto. Pregiudizio il supporre che la donna, praticando di continuo con
gli uomini, si sarebbe alla fine immascolinata troppo? Pregiudizio il prevedere
che n casa senza più le cure assidue, intelligenti, amorose della donna avrebbe
perduto quella poesia intima e cara, che è la maggiore attrattiva del matrimonio
per l’uomo? Pregiudizio il supporre che la donna, cooperando anch’essa col
proprio giudizio ai mantenimento della casa, non avrebbe più avuto per l uomo
quella devozione e quel rispetto, di cui tanto esso si compiace? Ingiusto,
questo rispetto? Ma perché allora, dal canto suo, voleva esser tanto rispettata
la donna? Via! Via! Se l’uomo e la donna non erano stati fatti da natura allo
stesso modo, segno era che una cosa deve far l’uomo e un’altra la donna, e che
pari dunque non possono essere.
Mai e poi mai Barbi e Pagliocco avrebbero sposato una donna emancipata,
impiegata, padrona di sé. Non perché volessero schiava la moglie, ma perché
tenevano alla loro dignità maschile e non avrebbero saputo tollerare che questa,
di fronte ai guadagni della moglie, restasse anche minimamente diminuita. Metter
su casa, d’altra parte, con lo scarso stipendio di segretario, sarebbe stata una
vera e propria pazzia, e dunque niente: non ci pensavano nemmeno.
Ben radicati in queste idee, i due amici deliberarono di resistere; ma, per
timore d’offendere il loro capo, non osarono fuggire; seguitarono a frequentare
i venerdì del commendator Cargiuri-Crestari.
In capo a tre mesi, il ragno nero che si faceva di tratto in tratto fin su
l’orlo dell’ombrellino giapponese a spiare i due amici, intisichì, diventò come
una spoglia secca, morì d’inedia, là su la vedetta. I due amici non gli avevano
dato più materia per quella sua bava seguace; s’erano anch’essi immalinconiti
profondamente; giocavano a dama svogliati; non conversavano più tra loro.
Pareva che l’uno volesse avvertire all’altro il vuoto di quella loro esistenza,
non mai prima avvertito.
Nessuno dei due però voleva muovere il discorso per il primo.
Una sera, finalmente, si mossero a parlare insieme e ciascuno ripeté le parole
che l’altro aveva su la punta della lingua da un pezzo, perché all’uno e
all’altro erano venute da una medesima fonte: dal commendator Cargiuri-Crestari,
il quale aveva stimato opportuno far loro in segreto una paternale, così senza
parere, parlando in generale dei giovani d’oggi che ragionano troppo e sentono
poco, che lasciano languire la fiamma della vita, perché han paura di scottarsi
(parlava bene, poeticamente, alle volte, il commendatore), e che ci voleva un
po’ di coraggio, perdio: là, avanti, contro alle difficoltà dell’esistenza.
Le signorine Gandini e Montà avevano, per altro, una discreta doticina; erano
poi tra loro da tanti anni amiche inseparabili, e non avrebbero perciò né
sciolto, né allentato d’un punto il legame che teneva anch’essi uniti; e
dunque... E dunque, giudiziosamente, al solito, i due amici stabilirono di
prendere a pigione due appartamenti contigui, per seguitare a vivere insieme,
uniti e separati a un tempo.
Le nozze furono fissate per lo stesso giorno. Ma una contrarietà piuttosto grave
minacciò di rompere nel bel meglio la perfetta identità di sorte de’ due amici.
La fidanzata di Guido Pagliocco, Gemma Gandini, non poteva recare in dote più di
dodici mila lire, mentre la Montà ne recava al Barbi venti.
Guido Pagliocco piantò i piedi, risolutamente.
Non tanto, veh, per il danno materiale che al suo contratto di nozze avrebbero
arrecato quelle otto mila lire di meno, quanto per le conseguenze morali, che
quella disparità avrebbe potuto cagionare, ponendo la propria sposa in una
condizione alquanto inferiore a quella della Montà.
Pari in tutto, anche le doti dovevano esser pari.
La vedova Gandini, madre della sposa, riuscì per fortuna con qualche sacrifizio,
a metter la propria figliuola perfettamente in bilancia con la Montà; e così i
due matrimoni furono celebrati nello stesso giorno e le due coppie partirono per
lo stesso viaggio di nozze a Napoli.
Nessuna ragione d’invidia fra le due spose. Se Guido Pagliocco era di fattezze
più bello del Barbi questi era però più intelligente del Pagliocco. Del resto,
poi, eran così uniti idealmente quei due uomini, che quasi formavano un uomo
solo, da amare insieme, senz’alcuna invidia né da una parte né dall’altra per
quel tanto che a ciascuna necessariamente ne toccava, chiudendo a sera le porte
de’ due quartierini gemelli.
Ma che Giulia Montà, moglie di Bartolo Barbi, avesse segretamente, in fondo
all’anima, una punta d’invidia non confessata neppure a se stessa, per quel
tanto che del tipo ideale Barbi-Pagliocco toccava a Gemma Gandini, si vide
chiaramente allorquando vennero a Roma i due fratelli degli sposi, Attilio
Pagliocco e Federico Barbi, a intraprendere gli studii universitarii.
Le due amiche, che avrebbero provato orrore se anche fugacissimamente su lo
specchio interiore della loro coscienza avesse fatto capolino, col viso
spaventato del ladro, il desiderio d’un reciproco tradimento, sentirono subito e
videro crescere in sè a un tratto e divampare una vivissima simpatia l’una per
il cognato dell’altra, e non tardarono a dichiararsela apertamente, con gran
sollievo dell’anima, come se ciascuna avesse acquistato di punto in bianco
qualcosa che si sentiva mancare.
I due giovani, in fatti, somigliavano moltissimo ai loro fratelli.
Attilio Pagliocco era forse un po’ più ottuso di mente del fratello maggiore e
fors’anche men bello, ma più tacchinotto e violento. Federico Barbi era più
proporzionato e men dinoccolato di Bartolo, con gli occhi meno languidi e le
labbra meno aride; era poi più intelligente del fratello, faceva finanche
poesie.
Giulia Barbi-Montà stimò come un pregio quel che di più animalesco aveva il
giovine Pagliocco a paragone del fratello. perché le parve come un compenso alla
cresciuta intellettualità intorno a sé, nel suo quartierino, con l’arrivo del
cognato poeta: e Gemma Pagliocco-Gandini pregiò maggiormente quel che di più
aereo, di più poetico aveva il giovine Barbi a paragone del fratello, perché le
parve come un compenso alla cresciuta bestialità intorno a sé, nel suo
quartierino con l’arrivo del giovine Attilio che le pareva un mulotto
accappucciato.
Naturalmente, né Bartolo Barbi né Guido Pagliocco s’accorsero punto della
simpatia delle loro mogli pei loro fratelli. Se ne accorsero bene questi, però;
e, se l’uno e l’altro da un canto ne furono lieti per sè, cominciarono
dall’altro a guardarsi fra loro in cagnesco, volendo ciascuno custodir l’onore e
la pace del proprio fratello.
E il giovine Federico Barbi, un giorno, andò a rinzelarsi acerbamente con Guido
Pagliocco, perché...
- Zitto, per amor di Dio! - scongiurò questi, a mani giunte. - Non dica nulla al
povero Bartolo, per carità! Lasci fare a me...
E zitto, sì, si stette zitto il giovine Barbi, per prudenza; ma né lui seppe
accontentarsi, né la moglie del Pagliocco volle che s’accontentasse senz’altro
della fiera paternale, che Guido rivolse a quattr’occhi al fratello minore.
Venne allora la volta di questo. Non volendo, per la pace del fratello, accusar
la cognata, e d’altro canto, non potendo prendersi soddisfazione da sè, poiché
si sentiva in colpa anche lui, andò a rinzelarsi non meno acerbamente con
Bartolo Barbi. E:
- Zitto, per amor di Dio! - scongiurò questi parimenti, a mani giunte. - Non ne
dica nulla al povero Guido, per carità! Lasci fare a me...
Pochi giorni dopo, i due amici si trovarono d’accordo - come sempre - nell’idea
di allontanare da casa i fratelli, con la scusa che - giovanotti, si sa! -
davano un po’ d’impaccio e di soggezione, limitando la libertà delle rispettive
mogli.
- È vero, Giulia? - domandò Barbi alla sua, in presenza di Pagliocco.
E Giulia, con gli occhi bassi, rispose di sì.
- È vero, Gemma? - domandò alla sua Pagliocco, in presenza di Barbi.
E Gemma, con gli occhi bassi, rispose di sì.
«Povero Pagliocco!» pensava intanto Barbi.
«Povero Barbi!» pensava Pagliocco.
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