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II
A piè della scala il dottore accolse la barella condotta da quattro militi della
carità mentre due questurini, ajutati dal portinajo impedivano a una folla di
curiosi d’entrare.
- Dottor Vocalòpulo! gridai a un giovanotto tra la folla.
Il dottore si voltò e gridò a sua volta alle guardie:
- Lo lascino passare: è il mio assistente. Entri, dottor Sià.
I quattro militi si riposavano un po’ preparando le cinghie per la salita. Il
portone fu chiuso. La gente di fuori vi picchiava con le mani e coi piedi,
fischiando, vociando.
- Ebbene? - domandò il dottor Vocalòpulo al Sià che sbuffava ancora, tutto
sudato. - La donna?
- Che corsa, caro professore! - rispose il dottor Cosimo Sià. - La donna?
All’ospedale... Sono tutto sudato! Frattura alla gamba e al braccio...
- Congestione?
- Credo. Non so... Son venuto a tempesta. Che caldo, per bacconaccio! Se potessi
avere un bicchier d’acqua...
Il dottor Vocalòpulo scostò un poco la tendina di cerata della barella per
vedere il ferito; la riabbassò subito e si volse ai militi:
- Andiamo, su! Piano e attenzione, figliuoli, mi raccomando.
Mentre si eseguiva con la massima cautela la penosa salita, allo scalpiccio, al
rumor delle voci brevi affannose, si schiudevano sui pianerottoli le porte degli
altri casigliani.
- Piano, piano... – ammoniva quasi a ogni scalino il dottor Vocalòpulo.
Il Sià veniva dietro, asciugandosi ancora il sudore dalla nuca e dalla fronte, e
rispondeva ai casigliani:
- Il signor... come si chiama? Corsi... Quarto piano è vero?
Una signora e una signorina madre e figlia scapparono su di corsa per la scala
con un grido d’orrore e, poco dopo, s’intesero le grida disperate di Adriana.
Il Vocalòpulo scosse la testa, contrariato, e voltosi al Sià:
- Ci badi lei, mi raccomando, - disse, e salì a balzi le altre due branche di
scala fino alla porta del Corsi.
- Ma si faccia forza, signora: non gridi cosi! Non capisce che gli farà male?
Prego, signore, la conducano di là!
- Voglio vederlo! Mi lascino! Voglio vederlo! - gridava piangendo e smaniando,
Adriana. E il medico:
- Lo vedrà, non dubiti, non ora però... La conducano di là!
La barella era già arrivata.
- La porta! - gridò uno dei militi, ansimando.
Il dottor Vocalòpulo accorse ad aprire l’altro battente della porta, mentre
Adriana, divincolandosi, trascinava seco le due vicine, imbalordite, verso la
barella.
- In quale camera? Prego... Dov’è il letto? - domandò il dottor Sià.
- Di qua... ecco! - disse il Vocalòpulo, e gridò alle due pigionali accorse: -
Ma la trattengano, perdio! Non son buone neanche da trattenerla?
- Oh Dio benedetto! - esclamò la signora del secondo piano, tozza, popputa,
parandosi davanti ad Adriana furibonda.
Le due guardie erano dietro la barella e se ne stavano innanzi alla porta
d’ingresso. A un tratto, per la scala, un vociare e un salire frettoloso di
gente. Certo il portinajo aveva riaperto il portone, e la folla curiosa aveva
invaso la scala.
Le due guardie tennero testa all’irruzione.
- Lasciatemi passare! - gridava tra la ressa su gli ultimi scalini, facendosi
largo con le braccia, una signora alta, ossuta, vestita di nero, con la faccia
pallida, disfatta, e i capelli aridi, ancor neri, non ostante l’età e le
sofferenze evidenti. Si voltava ora di qua ora di là, come se non vedesse: Aveva
infatti quasi spento lo sguardo tra le pàlpebre gonfie semichiuse. Pervenuta
alla fine innanzi alla porta, con l’aiuto di un giovinetto ben vestito, che le
veniva dietro fu su la soglia fermata dalle guardie:
- Non si entra!
- Sono la madre, - rispose imperiosamente e, con un gesto che non ammetteva
replica scostò le guardie e s’introdusse in casa.
Il giovinotto ben vestito sguisciò dentro dietro a lei, dandosi a vedere come
uno della famiglia anche lui.
La nuova arrivata si diresse a una stanza quasi buia, con un sol finestrino
presso il tetto. Non discernendo nulla, chiamò forte:
- Adriana!
Questa, che se ne stava tra le due pigionali che cercavano scioccamente di
confortarla, balzò in piedi, gridando:
- Mamma!
- Vieni! vieni con me, figlia mia! povera figlia mia! Andiamocene subito! -
disse in fretta, con voce vibrante di sdegno e di dolore, la vecchia signora. -
Non m’abbracciare! Tu non devi rimanere più qua un solo minuto!
- Oh! mamma! mamma mia! - piangeva intanto Adriana, con le braccia al collo
della madre.
Questa si sciolse dall’abbraccio, gemendo:
- Figlia disgraziata, più di tua madre!
Poi dominando la commozione, riprese con l’accento di prima:
- Un cappello, subito! uno scialle! Prendi questo mio... Andiamocene subito, coi
bambini... Dove sono? Già mi scottano i piedi, qua... Maledici questa casa,
com’io la maledico!
- Mamma.. che dici, mamma? - domandò Adriana, smarrita nell’atroce cordoglio.
- Ah, non sai? Non sai nulla ancora? non t’hanno detto nulla? non hai nulla
sospettato? Tuo marito è un assassino! - gridò la vecchia signora.
- Ma è ferito, mamma!
- Da sé s’è ferito, con le sue mani! Ha ucciso il Nori, capisci? Ti tradiva con
la moglie del Nori... E lei s’è buttata dalla finestra...
Adriana cacciò un urlo e s’abbandonò su la madre, priva di sensi. Ma la madre,
non badandole sorreggendola, seguitava a dirle tutta tremante:
- Per quella lì... per quella lì... te, te, figlia, angelo mio ch’egli non era
degno di guardare... Assassino!... Per quella lì... capisci? capisci?
E con una mano le batteva dolcemente la spalla, carezzandola, quasi ninnandola
con quelle parole.
- Che disgrazia! che tragedia! Ma com’è avvenuto? - domandò sottovoce la signora
tozza del secondo piano al giovinetto ben vestito che si teneva in un angolo,
con un taccuino in mano.
- Quella è la moglie? - domandò il giovinetto a sua volta, in luogo di
rispondere. - Scusi, saprebbe dirmi il casato?
- Di lei?... sì, fa Montesani, lei.
- E il nome, scusi?
- Adriana. Lei è giornalista?
- Zitta, per carità! A servirla. E mi dica, quella è la madre, è vero?
- La madre di lei, la signora Amalia, sissignore.
- Amalia, grazie, grazie. Una tragedia, sì, signora, una vera tragedia...
- E morta lei, la Nori?
- Ma che morta! La mal’erba, lei m’insegna... È morto lui, invece, il marito.
- Il giudice?
- Giudice? No, sostituto procuratore del re.
- Sì, quel giovane... brutto, insomma, mingherlino, calabrese, venuto da poco...
Erano tanto amici col signor Tommaso!
- Eh, si sa! - sghignò il giovinetto. - Avviene sempre così, lei m’insegna...
Ma, scusi, il Corsi dov’è? Vorrei vederlo... Se lei m’indicasse...
- Ecco l’Ada di là... Dopo quella stanza, l’uscio a destra.
- Grazie, signora. Scusi un’altra domanda: Quanti figliuoli?
- Due. Due angioletti! Un maschietto di otto anni, una bambino di cinque...
- Grazie di nuovo: scusi...
Il giovinetto s’avviò, seguendo l’indicazione, alla camera del ferito. Passando
per la saletta d’ingresso sorprese il bel ragazzo del Corsi che, con gli occhi
sfavillanti, un sorriso nervoso su le labbra e le mani dietro la schiena,
domandava a una delle guardie:
- E dimmi una cosa: come gli ha sparato, col fucile?
III
Tommaso Corsi, col torso nudo, poderoso, sorretto da guanciali, teneva i grandi
occhi neri e lucidissimi intenti sul dottor Vocalòpulo, il quale, scamiciato,
con le maniche rimboccate su le magre braccia pelose, premeva e studiava da
presso la ferita. Di tanto in tanto gli occhi del Corsi si levavano anche su
l’altro medico, come se, nell’attesa che qualcosa a un tratto dovesse mancargli
dentro, volesse coglierne il segno o il momento negli occhi altrui. L’estremo
pallore cresceva bellezza al suo maschio volto di solito acceso.
Ora egli fissò sul giornalista, che entrava timido, perplesso, uno sguardo
fiero, come se gli domandasse chi fosse e che volesse. Il giovinetto impallidì,
appressandosi al letto, pur senza poter chinare gli occhi quasi ammaliato da
quello sguardo.
- Oh, Vivoli! - disse il dottor Vocalòpulo, voltandosi appena.
Il Corsi chiuse gli occhi, traendo per le nari un lungo respiro.
Lello Vivoli aspettò che il Vocalòpulo gli volgesse di nuovo lo sguardo; ma poi,
impaziente:
- Ss, - lo chiamò piano e, accennando il giacente, domandò come stesse, con un
gesto della mano.
Il dottore alzò le spalle e chiuse gli occhi, poi con un dito accennò la ferita
alla mammella sinistra.
- Allora... - disse il Vivoli, alzando una mano in atto di benedire.
Una goccia di sangue si partì dalla ferita e rigò lungamente il petto. Il
dottore la deterse con un bioccolo di bambagia dicendo quasi tra sé:
- Dove diavolo si sarà cacciata la palla?
- Non si sa? - domandò timidamente il Vivoli, senza staccar gli occhi dalla
ferita, non ostante il ribrezzo che ne provava. - E di’, sai di che calibro era?
- Nove... calibro nove, - interloquì con evidente soddisfazione il giovine
dottor Sià. - Dalla ferita si può arguire...
- Suppongo, - rispose il Vocalòpulo accigliato, assorto, - che si sia cacciata
qua sotto la scapola... Eh sì, purtroppo... il polmone...
E torse la bocca.
Indovinare, determinare il corso capriccioso della palla: per il momento, non si
trattava d’altro per lui. Gli stava davanti un paziente qualunque, sul quale
egli doveva esercitare la sua bravura, valendosi di tutti gli espedienti della
sua scienza: oltre a questo suo compito materiale e limitato non vedeva nulla,
non pensava a nulla. Solo, la presenza del Vivoli gli fece considerare che,
essendo il Corsi conosciutissimo nella città e avendo quella tragedia sconvolto
tutta la cittadinanza, poteva giovargli che il pubblico sapesse che il dottor
Vocalòpulo era il medico curante.
- Oh, Vivoli, dirai che è affidato alle mie cure.
Il dottor Cosimo Sià dall’altra sponda del letto tossì leggermente.
- E puoi aggiungere, - riprese il Vocalòpulo, - che sono assistito dal dottor
Cosimo Sià: te lo presento.
Il Vivoli chinò appena il capo, con un lieve sorriso. Il Sià, che s’era
precipitato con la mano tesa per stringer quella del Vivoli, all’inchino
sostenuto di questo, restò goffo arrossì, trinciò in aria con la mano già tesa
un saluto, come per dire:
- Ecco, fa lo stesso: saluto così!
Il moribondo schiuse gli occhi e aggrottò le ciglia. I due medici e il Vivoli lo
guardarono quasi con paura.
- Adesso lo fasceremo, - disse con voce premurosa, chinandosi su lui, il
Vocalòpulo.
Tommaso Corsi scosse la testa sul guanciale, poi riabbassò lentamente le
palpebre su gli occhi foschi, come se non avesse compreso: così almeno parve al
dottor Vocalòpulo, li quale, storcendo un’altra volta la bocca, mormorò:
- La febbre...
- Io scappo, - disse piano il Vivoli, salutando con la mano il Vocalòpulo e di
nuovo inchinando appena il capo al Sià, che rispose, questa volta, con un
inchino frettoloso.
- Sià, venga da questa parte. Bisogna sollevarlo. Ci vorrebbero due dei nostri
infermieri.. - esclamò il Vocalòpulo. - Basta, ci proveremo. Ma tengo a fare una
sola fasciatura, ben solida, e lì.
- Lo laviamo, ora? - domandò il Sià.
- Sì! L’alcool dov’è? e il catino, prego. Così, aspetti... Intanto, lei prepari
le fasce. Preparate? Poi la vescica di ghiaccio.
Tommaso Corsi, allorché il dottor Vocalòpulo si fece a fasciarlo, aprì gli
occhi, s’infoscò in volto, tentò con una mano di scostar dal petto quelle del
dottore, dicendo con voce cavernosa:
- No... no...
- Come no? - domandò, sorpreso, il dottor Vocalòpulo.
Ma un émpito di sangue impedì al Corsi di rispondere, e le parole gli
gorgogliarono nella strozza soffocate dalla tosse. Poi giacque, prostrato, privo
di sensi.
E allora fu ripulito e fasciato a dovere dai due medici curanti.
IV
- No. mamma no... E come potrei? - rispose Adriana, appena rinvenuta
all’ingiunzione della madre d’abbandonar la casa del marito insieme coi
figliuoli.
Si sentiva quasi inchiodata lì, su la seggiola, stordita e tremante come se un
fulmine le fosse caduto da presso. E invano la madre le smaniava innanzi e la
spingeva:
- Via, via, Adriana! Non mi senti?
Si era lasciata mettere uno scialletto addosso e il cappello, e guardava innanzi
a sè, come una mendicante. Non riusciva ancora a farsi un’idea dell’accaduto.
Che le diceva la madre? d’abbandonar quella casa? e come mai, in quel momento? O
prima o poi avrebbe dovuto abbandonarla per sempre? Perché? Il marito non le
apparteneva più? S’era spenta in lei l’ansia di vederlo. Che volevano intanto
quelle due guardie che la madre le accennava lì nella saletta d’ingresso?
- Meglio che muoja! Se vive, in galera!
- Mamma! - supplicò, guardandola. Ma riabbassò subito gli occhi per trattenere
le lagrime. Sul volto della madre rilesse la condanna del marito: - «Ha ucciso
il Nori, ti tradiva con la moglie del Nori». - Non sapeva però, né poteva ancor
quasi pensarlo, né immaginarlo: si vedeva ancora la barella sotto gli occhi e
non poteva immaginare altri che lui - Tommaso - ferito, forse moribondo, lì... E
Tommaso dunque aveva ucciso il Nori? aveva una tresca con Angelica Nori, e
tutt’e due erano stati scoperti dal marito? Pensò che Tommaso portava sempre con
sé la rivoltella. Per il Nori? No: l’aveva sempre portata, e il Nori e la moglie
erano in città da un anno soltanto.
Nello scompiglio della coscienza, una moltitudine d’immagini si ridestavano in
lei tumultuosamente: l’una chiamava l’altra e insieme si raggruppavano in
balenanti scene precise e subito si disgregavano per ricomporsi in altre scene
con vertiginosa rapidità. Quei due eran venuti da un paese di Calabria
accompagnati da una lettera di presentazione a Tommaso, il quale li aveva
accolti con la festosa espansione della sua indole sempre gioconda con aria
confidenziale, col sorriso schietto di quel suo maschio volto in cui gli occhi
lampeggiavano, esprimendo la vitalità piena, l’energia operosa, costante, che lo
rendevano caro a tutti.
Da quest’indole vivacissima, da questa natura esuberante, in continuo bisogno
d’espandersi quasi con violenza ella era stata investita fin dai primi giorni
del matrimonio: s’era sentita trascinare dalla fretta ch’egli aveva di vivere:
anzi furia, più che fretta: vivere senza tregua, senza tanti scrupoli, senza
tanto riflettere; vivere e lasciar vivere, passando sopra a ogni impedimento, a
ogni ostacolo. Più volte ella si era arrestata un po’ in questa corsa, per
giudicare fra sè qualche azione di lui non stimata perfettamente corretta. Ma
egli non dava tempo al giudizio, come non dava peso ai suoi atti. Ed ella sapeva
ch’era inutile richiamarlo indietro a considerare il mal fatto: scrollava le
spalle, sorrideva, e avanti! aveva bisogno d’andare avanti a ogni modo, per ogni
via, senza indugiarsi a riflettere tra il bene e il male; e rimaneva sempre
alacre e schietto, purificato dall’attività incessante, e sempre lieto e largo
di favori a tutti, con tutti alla mano: a trent’otto anni, un fanciullone,
capacissimo di mettersi a giocar sul serio coi due figliuoli, e ancora, dopo
dieci anni di matrimonio, così innamorato di lei, che ella tante volte, anche di
recente, aveva dovuto arrossire per qualche atto imprudente di lui innanzi ai
bambini o alla serva.
E ora così d’un colpo, quest’arresto fulmineo, questo scoppio! Ma come? come? La
cruda prova del fatto non riusciva ancora a dissociare in lei i sentimenti, più
che di solida stima, d’amore fortissimo e devoto per il marito, da cui si
sentiva in cuor suo ricambiata.
Forse qualche lieve inganno, sì, sotto quella tumultuosa vitalità; ma la
menzogna, no, la menzogna non poteva annidarsi sotto l’allegria costante di lui.
Che egli avesse una tresca con Angelica Nori, non significava, no, aver tradito
lei, la moglie; e questo la madre non poteva comprenderlo perché non sapeva, non
sapeva tante cose... Egli non poteva aver mentito con quelle labbra, con quegli
occhi con quel riso che allegrava tutti i giorni la casa. - Angelica Nori? Oh
ella sapeva bene che cosa fosse costei, anche per il marito: neppure un
capriccio: nulla, nulla! la prova soltanto d’una debolezza, nella quale nessun
uomo forse sa o può guardarsi dal cadere... Ma in quale abisso era egli adesso
caduto? e la sua casa e lei coi figliuoli giù, giù con lui?
- Figli miei! figli miei! - proruppe alla fine, singhiozzando, con le mani sul
volto quasi per non veder l’abisso che le si spalancava orribile davanti. -
Portali via con te, - aggiunse, rivolgendosi alla madre - Loro sì, portali via,
ché non vedano... Io no, mamma: io resto. Te ne prego...
Si alzò e, cercando alla meglio di trattener le lagrime, andò, seguita dalla
madre, in cerca dei bambini che giocavano tra loro in un camerino, ove la serva
li aveva chiusi. Si mise a vestirli, soffocando i singhiozzi che le irrompevano
dal petto a ogni loro lieta domanda infantile.
- Con la nonna, sì... a spasso con la nonna... E il cavalluccio, sì... la
sciabola pure... Te li compra la nonna...
Questa contemplava, straziata, la sua cara figliuola, la creatura sua adorata,
tanto buona, tanto bella, per cui tutto ormai era finito; e, nell’odio feroce
contro colui che gliela faceva soffrir così, avrebbe voluto strapparle dalle
mani quel bambino che somigliava tutto al padre, fin nella voce e nei gesti.
- Non vuoi proprio venire? - domandò alla figlia, quando i bambini furono
pronti. - Io, bada, qua non metto più piede. Resti sola... La casa di tua madre
è aperta. Ci verrai, se non oggi, domani. Ma già, anche se non morisse...
- Mamma! - supplicò Adriana, additandole i bambini.
La vecchia signora tacque e andò via coi nipotini, vedendo uscire dalla camera
del ferito il dottor Vocalòpulo.
Questi si apprestò ad Adriana per raccomandarle di non farsi vedere per il
momento dal marito.
- L’emozione improvvisa, anche lieve potrebbe riuscirgli fatale. Non si faccia
nulla, per carità, che possa contrariarlo o impressionarlo in qualche modo.
Questa notte resterà a vegliarlo il mio collega. Se ci fosse bisogno di me...
Non terminò il discorso, notando che ella non gli dava ascolto né gli domandava
notizie intorno alla gravità della ferita, e che aveva in capo il cappellino,
come se stesse per abbandonare la casa. Socchiuse gli occhi, scosse un po’ il
capo, sospirando, e andò via.
V
Nella notte, Tommaso Corsi si riscosse incosciente dal letargo. Stordito dalla
febbre, teneva gli occhi aperti nella penombra della camera. Un lampadino ardeva
sul cassettone, riparato da uno specchio a tre luci: il lume si projettava su la
parete vivamente, precisando il disegno e i colori della carta da parato.
Aveva solo la sensazione che il letto fosse più alto, e che soltanto per ciò
notasse in quella camera qualcosa che prima non vi aveva mai notato. Vedeva
meglio l’insieme dell’arredo, il quale, nella quiete altissima, gli pareva
spirasse, dall’immobilità sua quasi rassegnata, un conforto familiare, a cui le
ricche tende, che dall’alto scendevano fin sul tappeto, davano un’aria insolita
di solennità. «Noi siamo qui, come tu ci hai voluti, per i tuoi comodi » pareva
gli dicessero, nella coscienza che man mano si risentiva i varii oggetti della
camera: «Siamo la tua casa: tutto è come prima.»
A un tratto richiuse gli occhi, quasi abbagliato bruscamente nella penombra da
un lampo di luce cruda: la luce che s’era fatta in quell’altra camera, quando
colei, urlando aveva aperto la finestra, d’onde s’era buttata.
Riebbe allora, d’un subito, la memoria orrenda: rivide tutto come se accadesse
proprio allora.
Egli trattenuto dall’istintivo pudore, non riusciva a balzar dal letto, svestito
com’era, e il Nori, ecco, gli esplodeva contro il primo colpo che infrangeva il
vetro di una immagine sacra al capezzale; egli tendeva la mano alla rivoltella
sul comodino, ed ecco il sibilo della seconda palla innanzi al volto... Ma non
ricordava d’aver tirato sul Nori: solo quando questi era caduto a sedere sul
pavimento e poi s’era ripiegato bocconi, egli s’era accorto d’aver l’arma ancora
calda e fumante in pugno. Era allora saltato dal letto, e, in un attimo, entro
di sé, la tremenda lotta di tutte le energie vitali contro l’idea della morte;
prima, l’orrore di essa; poi la necessità e il sorgere d’un sentimento atroce,
oscuro, a vincere ogni ripugnanza e ogni altro sentimento. Aveva guardato il
cadavere, la finestra donde quella era saltata; aveva udito i clamori della via
sottostante, e s’era sentito aprire come un abisso nella coscienza: allora la
determinazione violenta gli s’era imposta lucidamente, come un atto a lungo
meditato e discusso. Sì. Così era stato.
- No. - diceva a se stesso, un istante dopo, riaprendo gli occhi brillanti di
febbre. - No; se questa è la mia casa, se io sto qui sul mio letto...
Gli pareva di udir voci liete e confuse di là, nelle altre stanze. Aveva fatto
mettere quelle tende nuove e i tappeti nelle stanze per il battesimo dell’ultimo
bambino, morto di venti giorni. Ecco, gli invitati tornavano or ora dalla
chiesa. Angelica Nori, a cui egli offriva il braccio, glielo stringeva a un
tratto furtivamente con la mano; egli si voltava a guardarla, stupito, ed ella
accoglieva quello sguardo con un sorriso impudente, da scema, e chiudeva
voluttuosamente le palpebre su i grandi occhi neri, globulenti, in presenza di
tutti.
«Quel bambino è morto, - pensava ora egli - perché l’ha tenuto a battesimo
colui, ch’era tra l’altro un jettatore.»
Immagini imprevedute, visioni strane, confuse, sensazioni fantastiche,
improvvise, pensieri lucidi e precisi, si avvicendavano in lui, nel delirio
intermittente.
Si, si, lo aveva ucciso. Ma due volte quel forsennato s’era messo per uccider
lui ed egli nel volgersi per prendere l’arma dal comodino gli aveva gridato
sorridendo: «Che fai?» tanto gli pareva impossibile che colui, prima ch’egli si
vedesse costretto a minacciarlo e a reagire, non comprendesse ch’era un’infamia,
una pazzia ucciderlo a quel modo, in quel momento, uccider lui che si trovava lì
per caso, che aveva tant’altra vita fuori di lì: i suoi affari, gli affetti suoi
vivi e veri, la sua famiglia, i figli da difendere. Eh via, disgraziato!
Come mai tutt’a un tratto, quell’omiciattolo sbricio, brutto, scialbo,
dall’anima apatica, attediata, che si trascinava nella vita senza alcuna voglia,
senz’alcun affetto, e che da tant’anni si sapeva spudoratamente ingannato dalla
moglie e non se ne curava, a cui pareva costasse pena e fatica guardare o trar
fuori quella sua voce molle miagolante; come mai, tutt’a un tratto, s’era
sentito muovere il sangue e per lui soltanto? Non sapeva che donna fosse sua
moglie? e non sentiva ch’era una cosa ridicola e pazza e infame nello stesso
tempo difender a quel modo ancora l’onor suo affidato a colei, che ne aveva
fatto strazio tant’anni, senza che egli avesse mai mostrato d’accorgersene? Ma
aveva pure assistito - sì, sì - a tante scene familiari, in cui ella, proprio
sotto gli occhi di lui, sotto gli occhi stessi d’Adriana, aveva cercato di
sedurlo con quei suoi lezii da scimmietta patita. Adriana sì se n’era accorta, e
lui no? Ne avevano riso tanto insieme, lui e Adriana. Per una donna come quella
lì, dunque, sul serio, una tragedia? Lo scandalo, la morte di lui, la sua morte?
Oh, per quel disgraziato, forse, era stata un bene la morte: un regalo! Ma
egli... doveva egli morire per così poco? Sul momento, col cadavere sotto gli
occhi, assalito dai clamori della via, aveva creduto di non poter farne a meno.
Ebbene e intanto come mai non era tutto finito? Egli viveva ancora, lì, nella
sua stessa camera tranquilla, coricato sul suo letto, come se nulla fosse
accaduto. Ah, se veramente fosse un sogno orribile!... No: e quel dolore cocente
al petto, che gli toglieva il respiro? E poi il letto...
Stese pian piano un braccio nel posto accanto: vuoto... ecco! Adriana... Sentì
di nuovo l’abisso aprirglisi dentro.
Dov’era ella? e i figliuoli? Lo avevano abbandonato? Solo, dunque, nella casa? e
come mai?
Riaprì gli occhi per accertarsi, se quella fosse veramente la sua camera da
letto. Sì: tutto come prima. Allora un dubbio crudele, in quell’alternativa di
delirio e di lucidità mentale, lo vinse: non sapeva più se, aprendo gli occhi,
vedesse per allucinazione la sua camera che spirava la pace consueta, o se
sognasse chiudendo gli occhi e rivedendo, con lucidezza di percezione ch’era
quasi realtà, l’orribile tragedia della mattina. Emise un gemito, e subito
davanti agli occhi si vide un volto sconosciuto; sentì posarsi una mano su la
fronte, la cui pressione lo confortava, e richiuse gli occhi sospirando,
sentendo di dover rassegnarsi a non comprendere più nulla, a non saper che cosa
fosse veramente accaduto. Era fors’anche sogno quel volto or ora intraveduto, la
mano che gli premeva la fronte... E ricadde nel letargo.
Il dottor Sià si accostò in punta di piedi a un angolo della camera quasi al
buio, dove Adriana vegliava nascosta.
- Forse è meglio, - le disse sottovoce, - che si mandi per il dottor Vocalòpulo.
La febbre cresce e l’aspetto non mi...
S’interruppe; le domandò:
- Vuol vederlo?
Adriana fece segno di no col capo, angosciata. Poi, sentendo di non poter
trattenere un émpito improvviso di pianto, balzò in piedi e scappò via dalla
camera.
Il dottor Sià richiuse, cauto, l’uscio per impedire che giungesse all’orecchio
del morente il pianto convulso della moglie; poi tolse dal petto di lui la
vescica, ne vuotò l’acqua e, riempitala nuovamente di pezzetti di ghiaccio, la
ripose su la fasciatura al posto della ferita.
- Ecco fatto.
Osservò quindi di nuovo, a lungo, il volto del giacente, ne ascoltò la
respirazione affannosa; poi, non avendo altro da fare, e come se per lui
bastasse l’aver provveduto al ghiaccio e l’aver fatto quelle osservazioni,
ritornò al proprio posto, alla poltrona, dall’altra parte del letto.
Lì, con gli occhi chiusi, godeva di lasciarsi prendere a mano a mano dal sonno,
spegnendo gradatamente in sé la volontà di resistervi, fino al punto estremo in
cui il capo gli dava un crollo: schiudeva allora gli occhi e tornava da capo ad
abbandonarsi a quella voluttà proibita, che quasi lo inebriava.
VI
Le complicazioni temute dal dottor Vocalòpulo si verificarono pur troppo: prima
e più grave fra tutte, l’infiammazione polmonare, che cagionava quell’altissima
febbre.
Senza alcuna preoccupazione estranea alla scienza, di cui era fervidamente
appassionato, il dottor Vocalòpulo raddoppiò lo zelo, come se si fosse fatta una
fissazione di salvare a ogni costo quel moribondo.
Negli infermi sotto la sua cura egli non vedeva uomini, ma casi da studiare: un
bel caso, un caso strano, un caso mediocre o comune; quasi che le infermità
umane dovessero servire per gli esperimenti della scienza, e non la scienza per
le infermità. Un caso grave e complicato lo interessava sempre a quel modo; ed
egli allora non sapeva staccare più il pensiero dal malato: metteva in pratica
le più recenti esperienze delle primarie cliniche del mondo, di cui consultava
scrupolosamente i bollettini, le rassegne e le minute esposizioni dei tentativi,
degli espedienti dei più grandi luminari della scienza medica, e spesso adottava
le cure più arrischiate con fermo coraggio, con fiducia incrollabile. Si era
costituita così una grande reputazione Ogni anno faceva un viaggio e ritornava
entusiasta degli esperimenti a cui aveva assistito, soddisfatto di qualche nuova
cognizione appresa, provvisto di nuovi e più perfezionati strumenti chirurgici
che disponeva dopo averne studiato minutamente il congegno e averli ripuliti con
la massima cura - entro l’armamentario di cristallo, che aveva la forma di
un’urna, lì, in mezzo al camerone da studio, e, chiusi, li contemplava ancora,
stropicciandosi le mani solide, sempre fredde, o stirandosi con due dita il naso
armato di quel pajo di lenti fortissime, che accrescevano la rigidezza austera
del suo volto pallido, lungo, equino.
Attorno al letto del Corsi condusse alcuni suoi colleghi, a studiare, a
discutere; spiegò tutti i suoi tentativi, l’uno più nuovo e più ingegnoso
dell’altro, finora però riusciti vani. Il ferito, sotto quell’altissima febbre,
restava in uno stato quasi letargico, interrotto tuttavia da certe crisi di
smania delirante, nelle quali, più d’una volta, eludendo la vigilanza, aveva
finanche tentato di disfare la fasciatura.
Di questo «fenomeno» il Vocalòpulo non si era curato più che tanto; gli era
bastato di raccomandare al dottor Sià maggiore attenzione. Aveva potuto, per
mezzo della radiografia, estrarre il proiettile di sotto l’ascella, aveva
rischiosamente applicato i lenzuoli freddi per abbassare la temperatura. E
finalmente c’era riuscito! La febbre era abbassata, l’infiammazione polmonare
era vinta, il pericolo quasi superato. Nessun compenso materiale avrebbe potuto
uguagliare la soddisfazione morale del dottor Vocalòpulo. Era raggiante; e il
dottor Sià con lui, per riflesso.
- Collega, collega, qua la mano! Questo si chiama vincere.
Il Sià gli rispondeva con una sola parola:
- Miracoloso!
Ora la primavera imminente avrebbe senza dubbio affrettato la convalescenza
Già l’infermo cominciava a risentirsi un po’, a uscir dallo stato d’incoscienza
in cui s’era mantenuto per tanti giorni. Ma non sapeva ancora, non sospettava
neppure, come si fosse ridotto.
Una mattina si provò a sollevare le mani dal letto, per guardarsele e, nel veder
le dita esangui tremolare. sorrise. Si sentiva ancora come nel vuoto, in un
vuoto però tranquillo, soave, di sogno. Solo qualche minuzia, lì, nella camera,
gli s’avvistava di tratto in tratto: un fregio dipinto nel soffitto, la peluria
verde della coperta di lana sul letto, che gli richiamava alla memoria i fili
d’erba d’un prato o d’una ajuola; e vi concentrava tutta l’attenzione, beato;
poi, prima di stancarsene, richiudeva gli occhi e provava un dolce smarrimento
d’ebbrezza, vaneggiava in una delizia ineffabile.
Tutto, tutto era finito; la vita ricominciava adesso... Ma non era forse rimasta
sospesa anche per gli altri? No, no: ecco: un rumor di vettura... Fuori, per le
vie, la vita in tutto quel tempo aveva seguito il suo corso...
Provò come una vellicazione irritante al ventre, a questo pensiero che
oscuramente lo contrariava; e si rimise a guardar la calugine verde della
coperta, dove gli pareva di veder la campagna: qua la vita, sì, ricominciava
veramente, con tutti quei fili d’erba... E anche così per lui ricominciava...
Nuovo, tutto nuovo, egli si sarebbe riaffacciato alla vita... Un po’ d’aria
fresca! Ah, se il medico avesse voluto aprirgli un tantino la finestra...
- Dottore, - chiamò; e la sua stessa voce gli fece una strana impressione.
Ma nessuno rispose. Si provò a guardar nella camera. Nessuno. Come mai? Dov’era?
- Adriana! Adriana! - Un’angosciosa tenerezza per la moglie lo vinse; e si mise
a piangere come un bambino, nel desiderio cocente di buttarle le braccia al
collo e stringersela forte, forte al petto... Chiamò di nuovo, nel dolce pianto:
- Adriana! Adriana!... Dottore!
Nessuno sentiva? Sgomento allora, soffocato, stese un braccio al campanello sul
comodino: ma avvertì subito un acuta trafittura interna, che lo tenne un tratto
quasi senza respiro col volto pallido, contratto dallo spasimo: poi sonò, sonò
furiosamente. Accorse, con la sua aria spiritata il dottor Sià:
- Eccomi! Che abbiamo, signor Tommaso?
- Solo! Mi hanno lasciato solo...
- Ebbene? E perché codesta agitazione? Eccomi qua.
- No. Adriana! Mi chiami Adriana... Dov’è? Voglio vederla.
Comandava ora, eh? Il dottor Sià fece un viso lungo lungo e piegò il capo da un
lato:
- Così no! Se non si calma, no.
- Voglio veder mia moglie! - replicò egli stizzito, imperioso. - Può proibirmelo
lei?
Il Sià sorrise, perplesso:
- Ecco... vorrei che... No no, si stia zitto: vado a chiamargliela.
Non ce ne fu bisogno. Adriana era dietro l’uscio: si asciugò in fretta le
lagrime, accorse, si buttò singhiozzando tra le braccia del marito, come in un
abisso d’amore e di disperazione. Egli non provò dapprima che la gioia di
tenersi così stretta quella sua adorata, il cui calore, l’odor dei capelli, lo
incipriavano. Quanto, quanto, quanto la amava... Ma, a un tratto, la sentì
singhiozzare. Si provò a sollevarle con tuttte due le mani il capo che si
affondava su lui; non ne ebbe la forza, e si volse, stordito, al dottor Sià.
Questi accorse e costrinse la signora a strapparsi dal letto; la condusse,
sorreggendola in quella crisi violenta di pianto fuori della camera; poi ritornò
presso il convalescente.
- Perché? - domandò il Corsi, sconvolto.
Un pensiero gli attraversò la mente, in un baleno.
Senza badare alla risposta del medico, il Corsi richiuse gli occhi, trafitto.
«Non mi Perdona» pensò.
VII
Alle notizie di miglioramento, di prossima guarigione, era cresciuta la
sorveglianza alla casa del ferito. Il dottor Vocalòpulo, temendo che l’autorità
giudiziaria désse intempestivamente l’ordine che fosse tradotto in carcere,
pensò di recarsi da un avvocato amico suo e del Corsi, e a cui il Corsi
certamente avrebbe affidato la sua difesa, per pregarlo di andare insieme dal
questore a impegnar la loro parola, che l’infermo non avrebbe in alcun modo
tentato di sottrarsi alla giustizia.
L’avvocato Camillo Cimetta accettò l’invito. Era un uomo sui sessant’anni,
smilzo, altissimo di statura, tutto gambe. Gli spiccavano stranamente nel volto
squallido, giallognolo, malaticcio, gli occhietti neri, acuti, d’una vivacità
straordinaria. Dotto più di filosofia che di legge, scettico, oppresso dalla
noja della vita, stanco delle amarezze che essa gli aveva procacciate, non aveva
mai posto alcun impegno a guadagnarsi la grandissima fama di cui godeva e che
gli aveva procurato una ricchezza di cui non sapeva più che farsi. La moglie,
donna bellissima, insensibile, dispotica, che lo aveva torturato per tanti anni,
gli s’era uccisa per neurastenia; l’unica figliuola gli era fuggita di casa con
un misero scritturale del suo studio ed era morta soprapparto, dopo aver
sofferto un anno di maltrattamenti dal marito indegno. Era rimasto solo, senza
più scopo nella vita, e aveva rifiutato ogni carica onorifica, la soddisfazione
di far valere le sue doti non comuni in una grande città. E mentre i suoi
colleghi si presentavano al banco dell’accusa o della difesa armati di cavilli,
abbottati di procedura o si empivano la bocca di paroloni altisonanti; egli, che
non poteva soffrire la toga che l’usciere gli poneva su le spalle, si alzava con
le mani in tasca e si metteva a parlare ai giurati, ai giudici, con la massima
naturalezza, alla buona, cercando di presentare con la maggiore evidenza
possibile qualche pensiero che potesse logicamente far loro impressione:
distruggeva con irresistibile arguzia le magnifiche architetture oratorie de
suoi avversarii e riusciva così talvolta ad abbattere i confini formalistici del
tristo ambiente giudiziario, perché un’aura di vita vi spirasse, vi passasse un
soffio doloroso di umanità, di pietà fraterna, oltre e sopra la legge, per
l’uomo nato a soffrire, a errare.
Ottenuta dal questore la promessa che la traduzione in carcere non sarebbe
avvenuta se non dopo il consenso del medico, egli e il dottor Vocalòpulo si
recarono insieme alla casa del Corsi.
In pochi giorni Adriana si era cangiata così, che non pareva più lei.
- Eccole, signora, il nostro caro avvocato, - le disse il Vocalòpulo. - Sarà
meglio preparare a poco a poco il convalescente alla dura necessità...
- E come, dottore? - esclamò Adriana. - Pare che egli non ne abbia ancora il più
lontano sospetto. È come un fanciullo... si commuove per ogni nonnulla... Giusto
questa mattina mi diceva che, appena in grado di muoversi, vuole andare in
campagna, in villeggiatura un mese...
Il Vocalòpulo sospirò, stirandosi al solito il naso. Stette un po’ a pensare,
poi disse:
- Aspettiamo qualche altro giorno. Intanto facciamogli vedere l’avvocato. Non è
possibile che il pensiero della punizione non gli si affacci.
- E lei crede, avvocato, - domandò Adriana, - crede che sarà grave?
Il Cimetta chiuse gli occhi, aprì le braccia. Gli occhi di Adriana si riempirono
di lagrime.
Giunse, in quella, dall’altra stanza la voce dell’infermo. Subito Adriana
accorse.
- Mi permettano!
Tommaso le tendeva le braccia dal letto. Ma appena le vide gli occhi rossi di
pianto, le prese un braccio e, nascondendosi il volto, le disse:
- Ancora, dunque? non mi perdoni ancora?
Adriana strinse le labbra tremanti, mentre nuove lagrime le sgorgavano dagli
occhi: e non trovò in prima la voce per rispondergli.
- No? - insistette egli, senza scoprire il volto.
- Io sì, - rispose Adriana, angosciata, timidamente.
- E allora? - ripigliò il Corsi, guardandola negli occhi lagrimosi.
Le prese il volto tra le mani, e aggiunse:
- Lo comprendi, lo senti, è vero? che tu mai, mai, nel mio cuore, nel mio
pensiero, non sei venuta mai meno, tu santa mia, amore, amore mio...
Adriana gli carezzò lievemente i capelli.
- È stata un’infamia! - riprese egli. - Sì, è bene, è bene che te lo dica, per
togliere ogni nube fra noi. Un’infamia sorprendermi in quel momento vergognoso,
di stupido ozio... Tu lo comprendi, se mi hai perdonato! Stupido fallo, che quel
disgraziato ha voluto rendere enorme, tentando d’uccidermi, capisci? due
volte... Uccider me, proprio me, che dovevo per forza difendermi... perché... tu
lo comprendi! non potevo lasciarmi uccidere per quella lì, è vero?
- Sì, sì, - diceva Adriana, piangendo, per calmarlo, più col cenno che con la
voce.
- È vero? - seguitò egli con forza. - Non potevo... per voi! Glielo dissi, ma
egli era come impazzito, tutt’a un tratto; m’era venuto sopra, con l’arma in
pugno... E allora io, per forza...
- Sì, sì, - ripeté Adriana, ringojando le lagrime. – Calmati, sì... Queste
cose...
S’interruppe, vedendo il marito abbandonarsi sfinito sui guanciali, e chiamò
forte:
- Dottore! Queste cose, - seguitò alzandosi e chinandosi sul letto, premurosa, -
tu le dirai... le dirai ai giudici, e vedrai che...
Tommaso Corsi si rizzò improvvisamente su un gomito e guardò fiso il dottore e
il Cimetta che gli si facevano incontro.
- Ma io, - disse, - eh già... il processo...
Allividì. Ricadde sul letto, annichilito.
- Formalità... - si lasciò cadere dalle labbra il Vocalòpulo, accostandosi di
più al letto.
- E quale altra punizione, - fece il Corsi, quasi tra sè, guardando il soffitto
con gli occhi sbarrati, - quale altra punizione maggiore di quella che mi son
data io, con le mie mani?
Il Cimetta trasse una mano dalla tasca e agitò l’indice in segno negativo.
- Non conta? - domandò il Corsi. - E allora?... - si provò a replicare; ma si
riprese: - Eh già! Sì, sì... Ci credi? Mi pareva che tutto fosse finito...
Adriana! - chiamò, e le buttò di nuovo le braccia al collo. - Adriana! Sono
perduto!
Il Cimetta, commosso, tentennò a lungo il capo, poi sbuffò:
- E perché? per una minchioneria di passata. Sarà difficile, difficilissimo,
caro dottore, farne capace quella rispettabile istituzione che si chiama giuria.
Non tanto, vedete, per il fatto in sé, quanto perché si tratta d’un sostituto
procuratore del re. Se fosse almeno possibile dimostrare che delle corna
precedenti il poveretto s’era già accorto! Ma i mezzi? Un morto non si può
chiamare a giurare su la sua parola d’onore... L’onore dei morti se lo mangiano
i vermi. Che valore può avere l’induzione contro la prova di fatto? Del resto,
siamo giusti: su la propria testa ciascuno è padrone di accoglier quelle corna
che gli garbano. Le tue, caro Tommaso, è chiaro, non le volle. Tu dici: «Ma
potevo lasciarmi uccidere da lui?». No. Ma se volevi rispettato questo diritto
di non aver tolta la vita non dovevi andare a prendergli la moglie, quella
bertuccia vestita! Così facendo, - bada, io vedo adesso le ragioni dell’accusa,
- tu stesso hai derogato al tuo diritto, ti sei esposto al rischio, e non dovevi
perciò reagire. Capisci? Due falli. Del primo, dell’adulterio dovevi lasciarti
punire da lui, dal marito offeso; e tu invece l’hai ucciso...
- Per forza! - gridò il Corsi, levando il volto rabbiosamente contratto. –
Istintivamente! Per non farmi uccidere!
- Ma subito dopo, invece, - rimbeccò il Cimetta - hai tentato di ucciderti con
le tue mani.
- E non deve bastare?
Il Cimetta sorrise.
- Non può bastare. È anzi a tuo danno, caro mio! Perché, tentando d’ucciderti,
hai implicitamente riconosciuto il tuo fallo.
- Sì! E mi sono punito!
- No, caro, - disse con calma il Cimetta. – Hai tentato di sottrarti alla pena.
- Ma togliendomi la vita! - esclamò, infiammato, il Corsi. - Che potevo fare di
più?
Il Cimetta si strinse nelle spalle, e disse:
- Avresti dovuto morire. Non essendo morto...
- Ma sarei morto, - riprese Corsi, allontanando la moglie e additando fieramente
il dottor Vocalòpulo, - sarei morto, se lui non avesse fatto di tutto per
salvarmi!
- Come... io? - balbettò il Vocalòpulo, tirato in ballo quando meno se
l’aspettava.
- Voi! Sì. Per forza! Io non volevo le vostre cure. Per forza avete voluto
prodigarmele, ridarmi la vita. E perché, dunque, se ora...
- Con calma, con calma... - disse il Vocalòpulo, sorridendo nervosamente a fior
di labbra, costernato. - Vi fate male, agitandovi così...
- Grazie, dottore! Quanta premura... - sghignò il Corsi - Vi sta tanto a cuore
l’avermi salvato? Ma senti, Cimetta, senti! Io voglio ragionare. M’ero ucciso.
Viene un dottore, codesto nostro dottore. Mi salva. Con qual diritto mi salva?
con qual diritto mi ridà la vita ch’io m’ero tolta se non poteva farmi rivivere
per le mie creaturine, se sapeva ciò che m’aspettava?
Il Vocalòpulo tornò a sorridere nervosamente, intorbidandosi in volto.
- Dopo tutto. - disse - è un bel modo di ringraziarmi codesto. Che dovevo fare?
- Ma lasciarmi morire! - proruppe il Corsi, - se non avevate il diritto di
sottrarmi alla pena ch’io m’ero data molto maggiore del mio fallo! Non c’è più
pena di morte; e io sarei morto, senza di voi. Ora come faccio io? Di che debbo
ringraziarvi?
- Ma noi medici, scusate, - rispose, smarrito, il Vocalòpulo, - noi medici non
abbiamo di questi diritti: noi medici abbiamo il dovere della nostra
professione. E me n’appello all’avvocato qua presente.
- E in che differisce, allora, - domandò con amaro scherno il Corsi, - codesto
vostro dovere da quello d’un aguzzino?
- Oh insomma! - esclamò, scrollandosi tutto, il Vocalòpulo, - vorreste che un
medico passasse sopra la legge?
- Ah, bene! - Voi dunque la legge avete servito,- riprese il Corsi, con foga
rabbiosa. - La legge; non me, poveretto. Mi ero tolta la vita; voi me l’avete
ridata a forza. Tre, quattro volte tentai di strapparmi le fasce. Voi avete
fatto di tutto per salvarmi, per ridarmi la vita. E perché? Perché la legge,
ora, di nuovo me la ritolga, e in un modo più crudele. Ecco: a questo, dottore,
vi ha condotto il dovere della vostra professione. E non è un’ingiustizia?
- Ma, scusa, - si provò a interloquire il Cimetta, - del male che hai fatto...
- Mi sono lavato, col mio sangue! - compì subito la frase il Corsi, tutto acceso
e vibrante. - Io sono un altro, ora! Io sono rinato! Come posso restar sospeso a
un solo momento di quell’altra mia vita che non esiste più per me? sospeso,
agganciato a quel momento, come se esso rappresentasse tutta la mia esistenza,
come se io non fossi mai vissuto per altro? E la mia famiglia? mia moglie? i
miei figli, a cui devo dare il pane, la riuscita? Ma come! come! Che volete di
più? Non avete voluto che morissi... E allora perché? Per vendetta? Contro uno
che s’era ucciso...
- Ma che pure ha ucciso! - ribatté forte il Cimetta.
- Trascinato! - rispose pronto, il Corsi. - E il rimorso di quel momento io me
lo son tolto; in un’ora, io scontai il mio fallo; in un’ora che poteva esser
lunga quanto l’eternità. Ora non ho più nulla da scontare, io! Questa è un’altra
vita per me, che m’è stata ridata. Debbo rimettermi a vivere per la mia
famiglia, debbo rimettermi a lavorare per i miei figliuoli. M’avete ridato la
vita per mandarmi in galera? E non è un atroce delitto, questo? E che giustizia
può esser quella che punisce a freddo un uomo ormai privo di rimorsi? come starò
io in un reclusorio a scontare un delitto che non ho pensato di commettere, che
non avrei mai commesso, se non vi fossi stato trascinato; mentre, meditatamente,
ora, a freddo, coloro che approfitteranno della vostra scienza, dottore, la
quale mi ha tenuto per forza in vita solo per farmi condannare, commetteranno il
delitto più atroce, quello di farmi abbrutire in un ozio infame, e di fare
abbrutire nei vizii della miseria e dell’ignominia i miei figliuoli innocenti?
Con quale diritto?
Si rizzò sul busto, sospinto da una rabbia che il sentimento della propria
impotenza rendeva feroce: cacciò un urlo e s’afferrò con le dita artigliate la
faccia e se la stracciò; poi si riversò bocconi sul letto, convulso; tentò di
scoppiare in singhiozzi, ma non poté. Nella vanità di quello sforzo tremendo,
rimase un tratto stordito, come in un vuoto strano, in un attonimento
spaventevole. Diventò cadaverico nel volto segnato dallo strappo recente delle
dita.
Adriana spaventata, accorse; gli sollevò prima il capo, poi, aiutata dal Cimetta,
si provò a rialzarlo, ma ritrasse subito le mani con un grido di ribrezzo e di
terrore: la camicia, sul petto, era zuppa di sangue.
- Dottore! Dottore!
- Gli s’è riaperta la ferita! - esclamò il Cimetta.
Il dottor Vocalòpulo sbarrò gli occhi, impallidì, allibito.
- La ferita?
E istintivamente, s’appressò al letto. Ma il Corsi lo arrestò d’un subito, con
gli occhi invetrati.
- Ha ragione, - disse allora il dottore, lasciandosi cader le braccia. - Hanno
sentito? Io non posso, non debbo...
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