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II
Il matrimonio, però, almeno nei primi tre anni, fu disgraziatissimo. Tempestoso.
Nel fuoco dei primi giorni Martino Lori buttò, per così dire, tutto se stesso;
la moglie vi lasciò cadere, invece, pochino pochino di sè. Attutita la fiamma
che fonde anime e corpi, la donna ch’egli credeva divenuta ormai tutta sua come
egli era divenuto tutto di lei, gli balzò innanzi molto diversa da quella che
s’era immaginata.
S’accorse, insomma, il Lori che ella non lo amava, che s’era lasciata sposare
come in un sogno strano, da cui ora si destava a aspra, cupa, irrequieta.
Che aveva sognato?
Di ben altro il Lori s’accorse col tempo: che ella, cioè, non solo non lo amava,
ma non poteva neanche amarlo, perché le loro nature erano proprio opposte. Non
era possibile tra loro nemmeno il compatimento reciproco. Che se egli, amandola,
era disposto a rispettare il carattere vivacissimo, lo spirito indipendente di
lei, ella che non lo amava, non sapeva aver neppure sofferenza dell’indole e
delle opinioni di lui.
- Che opinioni! - gli gridava, scrollandosi sdegnosamente. - Tu non puoi avere
opinioni, caro mio! Sei senza nervi...
Che c’entravano i nervi con le opinioni? Il povero Lori restava a bocca aperta.
Ella lo stimava duro e freddo perché taceva, è vero? Ma egli taceva per cansar
liti! taceva perché si era chiuso nel cordoglio, rassegnato già al crollo del
suo bel sogno, d’avere cioè una compagna affettuosa e premurosa, una casetta
linda, sorrisa dalla pace e dall’amore.
Rimaneva stupito Martino Lori del concetto che sua moglie si andava man mano
formando di lui, delle interpretazioni che dava dei suoi atti, delle sue parole.
Certi giorni quasi quasi dubitava fra se ch’egli non fosse quale si riteneva,
quale si era sempre ritenuto, e che avesse, senz’accorgersene, tutti quei
difetti, tutti quei vizii che ella gli rinfacciava.
Aveva avuto sempre vie piane innanzi a sè; non si era mai addentrato negli
oscuri e profondi meandri della vita, e forse perciò non sapeva diffidare né di
se stesso né d’alcuno. La moglie, all’incontro, aveva assistito fin
dall’infanzia a scene orribili e imparato, purtroppo, che tutto può esser
tristo, che nulla vi è di sacro al mondo, se finanche la madre, la madre. Dio
mio... - Ah, sì: povera Silvia, meritava scusa, compatimento, anche se vedeva il
male dove non era e si dimostrava perciò ingiusta verso di lui. Ma più egli, con
la mite bontà, cercava d’accostarsi a lei, per ispirarle una maggior fiducia
nella vita, per persuaderla a più equi giudizii, e più ella s’inaspriva e si
rivoltava.
Ma se non amore, buon Dio, almeno un po’ di gratitudine per lui che, alla fin
fine, le aveva ridato una casa, una famiglia, togliendola a una vita randagia e
insidiosa! No; neppure gratitudine. Era superba, sicura di sé, di potere e di
saper bastare a se stessa col proprio lavoro. E sei o sette volte, in quei primi
tre anni, lo minacciò di riprendere l’insegnamento e di separarsi da lui. Un
giorno, alla fine, pose anche ad effetto la minaccia.
Ritornando quel giorno dall’ufficio, il Lori non trovò in casa la moglie. La
mattina, aveva avuto con lei un nuovo e più aspro litigio per un lieve
rimprovero che aveva osato di muoverle. Ma già da un mese circa si addensava la
tempesta ch’era scoppiata quella mattina. Ella era stata stranissima tutto quel
mese; di fosche maniere; e aveva finanche mostrato un’acerba ripugnanza per lui.
Senza ragione, al solito!
Ora, nella lettera lasciata in casa, ella gli annunziava il proposito
irremovibile di romperla per sempre e che avrebbe fatto di tutto per riottenere
il posto di maestra; e in fine, perché egli non désse in vane smanie e non
facesse chiassose ricerche, gl’indicava l’albergo ove provvisoriamente aveva
preso alloggio: ma che non andasse a trovarla, perché sarebbe stato inutile.
Il Lori rimase a lungo a riflettere con quella lettera in mano, perplesso.
Aveva troppo sofferto, e ingiustamente. Il liberarsi però di quella donna
sarebbe stato, sì, forse, un sollievo; ma anche un indicibile dolore. Egli la
amava. E dunque, un sollievo momentaneo, e poi una gran pena e un gran vuoto per
tutta la vita. Sapeva, sentiva bene che non avrebbe potuto più amare alcun’altra
donna, mai. E lo scandalo inoltre, che non si meritava: egli, così corretto in
tutto, separato ora dalla moglie, esposto alla malignità della gente che avrebbe
potuto sospettar chi sa quali torti in lui, quando Dio era testimonio di quanta
longanimità, di quanta condiscendenza avesse dato prova in quei tre anni.
Che fare?
Deliberò di non muoversi per quella sera. La notte avrebbe portato a lui
consiglio, a lei forse il pentimento.
Il giorno dopo non andò all’ufficio e attese tutta la mattinata in casa. Nel
pomeriggio si disponeva ad uscire, senza aver bene tuttavia fermato l’animo ad
alcuna deliberazione, quando gli pervenne dalla Camera dei deputati un invito
dell’on. Marco Verona.
Si era in crisi ministeriale: e, da alcuni giorni, alla Minerva si faceva con
insistenza il nome del Verona come probabile Sottosegretario di Stato: qualcuno
lo preconizzava anche Ministro.
Al Lori, fra le tante idee, era venuta anche quella di recarsi dal Verona per
consiglio. Se n’era astenuto, immaginando a quali brighe egli dovesse trovarsi
in mezzo, di quei giorni. Silvia, evidentemente, non aveva avuto questo ritegno
e, sapendo ch’egli sarebbe stato a capo della Pubblica Istruzione, era forse
andata da lui per farsi riammettere nell’insegnamento.
Martino Lori si rabbuiò, pensando che forse il Verona, avvalendosi adesso
dell’autorità di suo prossimo superiore, volesse ordinargli di non interporsi
negli ufficii contro il desiderio della moglie.
Ma invece Marco Verona lo accolse alla Camera con molta benignità.
Si mostrò seccatissimo d’esserne stato preso, come lui diceva, al laccio.
Ministro, no, no, per fortuna! Sottosegretario Non avrebbe voluto assumersi
neanche questa minore responsabilità, date le condizioni di quel momento
politico. La disciplina dei partito lo aveva forzato. Orbene egli avrebbe voluto
almeno nel gabinetto l’ausilio d’un uomo onesto a tutta prova ed espertissimo, e
aveva perciò pensato subito a lui, al cavalier Lori. Accettava?
Pallido per l’emozione e con le orecchie infocate, il Lori non seppe come
ringraziarlo dell’onore che gli faceva, della fiducia che gli dimostrava; ma
tuttavia, profondendo questi ringraziamenti, aveva negli occhi una domanda
ansiosa, lasciava intendere chiaramente con lo sguardo ch’egli, in verità, si
aspettava un altro discorso. Non voleva proprio nient’altro da lui l’on. Verona,
anzi Sua Eccellenza?
Questi sorrise, alzandosi, e gli posò lievemente una mano su la spalla. Eh sì,
qualcos’altro voleva; pazienza, voleva, e perdono per la signora Silvia. Via,
ragazzate!
- È venuta a trovarmi e mi ha esposto i suoi «fieri» propositi, - disse, sempre
sorridendo. - Le ho parlato a lungo e... ma sì! ma sì! non c’è proprio bisogno
che lei si discolpi cavaliere. So bene che il torto è della signora, e gliel’ho
detto, sa? francamente. Anzi l’ho fatta piangere... Sì, perché le ho parlato del
padre, di quanto il padre sofferse per il tristo disordine della famiglia... e
d’altro ancora le ho parlato. Vada via tranquillo, cavaliere. Ritroverà a casa
la signora.
- Eccellenza, io non so come ringraziarla... - si provò a dire, commosso, il
Lori inchinandosi.
Ma il Verona lo interruppe subito:
- Non mi ringrazi, e sopra tutto, non mi chiami Eccellenza.
E, licenziandolo, lo assicurò che la signora Silvia, donna di carattere, avrebbe
mantenuto senza dubbio le promesse che gli aveva fatte; e che, non solo le scene
spiacevoli non si sarebbero più rinnovate, ma che ella gli avrebbe dimostrato in
tutti i modi il pentimento delle ingiuste amarezze che gli aveva finora
cagionate.
III
Fu veramente così.
La sera della riconciliazione segnò per Martino Lori una data indimenticabile:
indimenticabile per tante ragioni ch’egli comprese o meglio intuì subito, dal
modo com’ella fin dal primo vederlo gli s’abbandonò tra le braccia.
Quanto, quanto pianse! Ma quanta e quale gioja egli bevve in quelle lagrime di
pentimento e di amore.
Le vere sue nozze le celebrò allora; da quel giorno ebbe la compagna sognata; e
un altro suo segreto ardentissimo sogno si compì certo in quel primo
ricongiungimento.
Quando Martino Lori non poté più avere alcun dubbio su lo stato della moglie e
quand’ella poi gli mise al mondo una bambina, nel vedere di quale gratitudine,
di qual devozione per lui e di quali sacrifizio per la figliuola la maternità
avesse reso capace quella donna, tant’altre cose comprese e si spiegò. Ella
voleva esser madre. Forse non comprendeva e non sapeva spiegarselo neppur lei,
questo segreto bisogno della sua natura; e perciò era prima così strana e la
vita le sembrava così insulsa e vuota. Voleva esser madre.
La felicità del sogno finalmente raggiunto, fu turbata soltanto dall’improvvisa
caduta del Ministero di cui faceva parte l’onorevole Verona e un po’ anche -
nell’ombra - Martino Lori, suo segretario particolare.
Forse più indignato dello stesso on. Verona si mostrò il Lori per l’aggressione
violenta delle opposizioni coalizzate per rovesciare, quasi senza ragione, il
Ministero. L’on. Verona, per conto suo, dichiarò d’averne fino alla gola della
vita politica, e che voleva ritirarsene per riprendere con miglior frutto e
maggiore soddisfazione gli studii interrotti.
Alle nuove elezioni, infatti riuscì a vincere le pressioni insistenti degli
elettori, e non si presentò. S’era infervorato d’una grande opera scientifica
lasciata a mezzo dal professor Bernardo Ascensi. Se la figliuola, signora Lori,
gli faceva l’onore d’affidargliela, egli si sarebbe provato a seguitare gli
esperimenti del maestro e a portare a compimento quell’opera.
Silvia ne fu felicissima.
In quell’anno di devota fervida collaborazione, s’erano stretti fortemente i
legami d’amicizia fra il marito e il Verona. Il Lori, però per quanto il Verona
non avesse mai fatto pesar su di lui il proprio grado e la propria dignità e lo
trattasse ora con la massima confidenza, con la massima cordialità, fino a
dargli e a farsi dare del tu, si mostrava timido e un po’ impacciato, vedeva
sempre nell’amico il superiore. Il Verona se n’aveva per male e spesso lo
motteggiava. Rideva, sì, di quei motteggi il Lori, ma con una segreta
afflizione, perché notava nell’animo dell’amico una certa amarezza che diveniva
di giorno in giorno più acre. Ne attribuiva la causa al ritiro sdegnoso dalla
vita politica, dalle lotte parlamentari: e ne parlava alla moglie e le
consigliava di avvalersi di quell’ascendente ch’ella pareva avesse su di lui,
per indurlo, per spingerlo a rituffarsi nella vita.
- Sì! vorrà dare ascolto a me! - gli rispondeva Silvia. - Quando ha detto no, è
no, lo sai. Del resto, a me non pare. Lavora con tanto impegno, con tanta
passione...
Martino Lori si stringeva nelle spalle.
- Sarà così!
Gli pareva però che il Verona ritrovasse la serenità di prima solamente quando
scherzava con la loro piccola Ginetta, che cresceva a vista d’occhio, florida e
vispa.
Marco Verona aveva veramente per quella bimba certe tenerezze, che commovevano
il Lori fino alle lagrime. Gli diceva che stesse bene attento perché qualche
giorno gliel’avrebbe portata via. Sul serio, veh! non scherzava. E Ginetta non
se lo sarebbe lasciato dire due volte: avrebbe abbandonato il babbo, la mamma è
vero? anche la mamma, per andar via con lui... Ginetta diceva di sì: cattivona!
pei regali, eh? pei regali ch’egli le faceva a ogni minima occasione. E che
regali! Ne soffrivano finanche, ogni volta il Lori e la moglie. Questa anzi non
sapeva tenersi dal dimostrare al Verona che se ne sentiva offesa. Avvilimento di
superbia? No. Erano proprio troppi e di troppo costo, quei regali, e lei non
voleva! Il Verona però, beandosi della festa che Ginetta faceva a quei
giocattoli scrollava le spalle urtato dal loro rammarico e dalle loro proteste,
e finanche si rivoltava con poco garbo a imporre che si stessero zitti e
lasciassero godere la bambina. Silvia cominciò a poco a poco a dirsi stufa di
questi modi del Verona, e al marito che, per scusarlo, tornava a battere su quel
chiodo, ch’era stato cioè un grave danno per l’amico il ritiro dalla vita
politica, rispondeva che questa non era una buona ragione perché egli venisse a
sfogare in casa loro il malumore.
Il Lori avrebbe voluto far notare alla moglie che, in fin dei conti, quel
malumore il Verona lo sfogava facendo felice la loro bambina; ma si stava zitto
per non turbare l’accordo che, fin dal primo giorno della riconciliazione, s’era
stabilito fra essi.
Ciò che egli, nei primi anni, aveva trovato d’ostile in lei era divenuto pregio,
ora, e virtù agli occhi suoi. Dallo spirito, dalla fermezza, dall’energia di
lei, non più volti adesso contro di lui, egli si sentiva riempire tutto e
sostenere. E gli pareva così piena, ora, la vita e così solidamente fondata, con
quella donna accanto, sua, tutta sua, tutta per la casa e per la figliuola.
Stimava, sì, preziosa in cuor suo l’amicizia del Verona e avrebbe voluto perciò
che nell’animo della moglie non si raffermasse l’impressione ch’egli fosse
divenuto importuno e fastidioso per quella soverchia affezione per Ginetta;
d’altra parte però, se questa affezione troppo invadente doveva turbargli la
pace della casa, la buona armonia con la moglie... Ma come farlo intendere al
Verona che non voleva accorgersi neppure della freddezza con cui Silvia, ora, lo
accoglieva?
Col crescer degli anni, Ginetta cominciò a dimostrare una passione vivissima per
la musica. Ed ecco il Verona, due, tre volte la settimana pronto con la vettura
per condurre la ragazza a questo e a quel concerto: e spesso, durante la
stagione lirica, veniva a congiurar con lei a metterla sù, perché inducesse con
le sue graziette la mamma e il babbo ad accompagnarla a teatro nel palco già
fissato per lei.
Il Lori, angustiato, imbarazzato, sorrideva: non sapeva dir di no, per non
scontentare l’amico e la figliuola; ma, santo Dio, il Verona avrebbe dovuto
comprendere ch’egli non poteva, così spesso: la spesa non era soltanto per il
palco e per la vettura: Silvia doveva pure vestirsi bene; non poteva far cattiva
figura. Sì, egli era ormai capodivisione, aveva già un discreto stipendio; ma
non aveva certo denari da buttar via.
Era tanta la passione per quella ragazza, che il Verona non avvertiva a queste
cose e non s’avvedeva neppure del sacrifizio che doveva far Silvia, certe sere,
rimanendo sola a casa, con la scusa che non si sentiva bene.
E così fosse sempre rimasta a casa! Una di quelle sere, ella ritornò dal teatro
in preda a continui brividi di freddo. La mattina dopo tossiva, con una febbre
violenta. E in capo a cinque giorni moriva.
IV
Per la violenza fulminea di quella morte, Martino Lori restò dapprima quasi più
sbigottito che addolorato.
Venuta la sera, il Verona, come urtato da quell’attonimento angoscioso, da quel
cordoglio cupo, che minacciava di vanir nell’ebetismo, lo spinse fuori della
camera mortuaria, lo forzò a recarsi dalla figlia, assicurandolo che sarebbe
rimasto lui, là, a vegliare tutta la notte.
Il Lori si lasciò mandar via; ma poi, a notte alta, silenzioso come un’ombra,
ricomparve nella camera mortuaria e vi trovò il Verona con la faccia affondata
nella sponda del letto, su cui giaceva rigido e illividito il cadavere.
Dapprima gli parve che, vinto dal sonno, il Verona avesse reclinato lì la testa,
inavvertitamente; poi, osservando meglio, s’accorse che il corpo di lui era
scosso a tratti come da singhiozzi soffocati. Allora il pianto, il pianto che
finora non aveva potuto rompergli dal cuore, assalì anche lui furiosamente
vedendo piangere così l’amico. Ma questi, di scatto gli si levò contro,
fremente, tra sfigurato e - come egli, convulso, gli tendeva le mani per
abbracciarlo - lo respinse, proprio lo respinse con fosca durezza, con rabbia.
Doveva sentirsi in gran parte responsabile di quella sciagura, perché proprio
lui, cinque sere prima, aveva forzato Silvia ad andare a teatro, ed ora non gli
reggeva l’animo a veder soffrire in quel modo l’amico. Così pensò il Lori, per
spiegarsi quella violenza; pensò che il dolore può diversamente su gli animi:
certi, li atterra; certi altri li arrabbia.
E né le visite senza fine degli impiegati subalterni, che lo amavano come un
padre, né le esortazioni del Verona, che gl’indicava la figliuola smarrita nella
pena e costernata per lui, valsero a scuoterlo da quella specie d’annientamento
in cui era caduto, quasi che il mistero cupo e crudo di quella morte improvvisa
lo avesse circondato, diradandogli tutt’intorno la vita.
Gli pareva, ora, di veder tutto diversamente, e che i rumori gli arrivassero
come di lontano, e le voci, le voci stesse a lui più note, quella dell’amico,
quella della figliuola, avessero un suono ch’egli non aveva mai prima avvertito.
Cominciò così man mano a sorgere in lui da quell’attonimento come una curiosità
nuova, ma spassionata, per il mondo che lo circondava, che prima non gli era mai
apparso né aveva conosciuto così.
Era mai possibile che Marco Verona fosse stato - sempre quale egli lo vedeva
ora? Finanche la persona, l’aria del volto gli sembravano diverse. E la sua
stessa figliuola? Ma come! Era davvero già cresciuta di tanto? o dalla sciagura,
tutta un tratto, era balzata sù un’altra Ginetta, così alta, esile, un po’
fredda, segnatamente con lui? Sì, somigliava nelle fattezze alla madre, ma non
aveva quella grazia che, in gioventù, accendeva, illuminava la bellezza della
sua Silvia; e perciò tante volte Ginetta non pareva neanche bella. Aveva la
stessa imperiosità della madre, ma senza quegl’impeti franchi, senza scatti.
Ora il Verona veniva con più scioltezza, quasi ogni giorno a casa del Lori:
spesso rimaneva a desinare o a cenare. Aveva finalmente compiuto la poderosa
opera scientifica concepita e iniziata da Bernardo Ascensi, e già attendeva a
mandarla a stampa in una magnifica edizione. Molti giornali ne recavano le prime
notizie, e di alcune fra le più importanti conclusioni avevano anche preso a
discutere animatamente le maggiori riviste non solo italiane ma anche straniere,
lasciando così prevedere la fama altissima, a cui tra breve quell’opera sarebbe
salita.
Il merito del Verona per il proseguimento di essa e per le nuove ardite
deduzioni tratte dalla prima idea fu, dopo la pubblicazione, riconosciuto
universalmente non inferiore a quello dello stesso Ascensi. Ne ebbe gloria
questi, ma assai più il Verona. Da ogni parte gli fioccarono plausi e
onorificenze. Tra le altre, la nomina a senatore. Non aveva voluto averla subito
dopo la sua uscita dal mondo parlamentare; la accolse ora di buon grado, perché
non gli veniva per il tramite della politica.
Martino Lori in quei giorni, pensando alla gioia, all’esultanza che avrebbe
provato la sua Silvia nel veder così glorificato il nome del padre, s’indugiò
più a lungo nelle visite che ogni sera, uscendo dal Ministero, soleva fare alla
tomba della moglie. Aveva preso quest’abitudine; e andava anche d’inverno, con
le cattive giornate, a curar le piante attorno alla gentilizia, a rinnovare i
lumini nella lampada; e parlava pian piano con la morta. La vista quotidiana del
camposanto e le riflessioni ch’essa gli suggeriva, gl’improntavano sempre più di
squallore il volto.
Tanto la figlia quanto il Verona avevano cercato di distoglierlo da questa
abitudine: egli dapprima aveva negato come un bambino colto in fallo: poi,
costretto a confessare, aveva alzato le spalle, sorridendo pallidamente.
- Non mi fa nulla... Anzi è per me un conforto, - aveva detto - Lasciatemi
andare.
Tanto se fosse ritornato a casa subito, dopo l’ufficio, chi vi avrebbe trovato?
Giornalmente il Verona veniva a prendersi Ginetta. Non se ne lagnava lui, no;
anzi era gratissimo all’amico degli svaghi che procurava alla figliuola. Quella
certa asprezza che aveva avvertito in talune occasioni nei modi di lui e qualche
altro lieve difetto di carattere non avevano potuto fargli scemare
l’ammirazione, né tanto meno ora la gratitudine, la devozione per quest’uomo a
cui né l’altezza dell’ingegno e della fama e degli uffici a cui era salito, né
la fortuna toglievano d’accordare una così intima, più che fraterna amicizia a
un pover’uomo come lui che, tranne il buon cuore, non si riconosceva altra
virtù, altro pregio per meritarsela.
Egli vedeva adesso con soddisfazione che non s’era ingannato quando diceva alla
moglie che l’affetto del Verona sarebbe stato una fortuna per la loro Ginetta.
N’ebbe la prova maggiore allorché questa compì diciott’anni. Oh come avrebbe
voluto che la sua Silvia fosse stata presente quella sera, dopo la festa per il
compleanno!
Il Verona, venuto apposta senza alcun regalo in mano per Ginetta, appena questa
se ne andò a dormire, se lo trasse in disparte e, serio e commosso, gli annunziò
che un suo giovane amico, il marchese Flavio Gualdi, chiedeva a lui per suo
mezzo la mano della figliuola.
Martino Lori, lì per lì, rimase stupito. Il marchese Gualdi? Un nobile...
ricchissimo... la mano di Ginetta? Andando col Verona nei concerti, nelle
conferenze, a passeggio Ginetta, sì, era potuta entrare in un mondo, a cui né
per nascita né per condizione sociale avrebbe potuto accostarsi, vi aveva
destato qualche simpatia; ma lui...
- Tu lo sai, - disse all’amico, quasi smarrito e afflitto nella gioja, - sai
qual è il mio stato... Non vorrei che il marchese Gualdi...
Il Verona lo interruppe:
- Gualdi sa... sa quel che deve sapere.
- Capisco. Ma, essendo tanta la disparità, non vorrei che egli, per quanto
predisposto, non riuscisse neppure a figurarsi tante cose...
Il Verona tornò a interromperlo, stizzito:
- Mi pareva ozioso dirtelo, ma giacché tu, scusa, mi tieni ora un discorso così
sciocco, per tranquillarti ti dirò che, via, essendo io da tant’anni tuo
amico...
- Eh, lo so!
- Ginetta è cresciuta più con me che con te, si può dire...
- Sì... sì...
- O che mi piangi, adesso? Non vorrò mica essere l’intermediario di questo
matrimonio per nulla. Sù, sù, finiscila! Io me ne vado. Ne parlerai tu,
domattina, a Ginetta. Vedrai che non ti riuscirà difficile.
- Se l’aspetta? - domandò, sorridendo tra le lagrime il Lori.
- E non hai visto che non s’è punto meravigliata nel vedermi arrivare questa
sera a mani vuote?
Così dicendo, Marco Verona rise
gajamente, come da tant’anni il Lori non lo aveva più sentito ridere.
V
Un’impressione curiosa, di gelo, dapprincipio. Ma non ci avrebbe fatto caso
Martino Lori, perché, come tant’altre cose in vita sua s’era spiegate, persuaso
dall’ingenua bontà, anche questa si sarebbe spiegata qual effetto naturale della
preveduta disparità di condizione, e un po’ anche del carattere,
dell’educazione, della figura stessa del genero.
Non era più giovanissimo il marchese Gualdi: era ancor biondo, d’un biondo
acceso, ma già calvo: lucido e roseo come una figurina di finissima porcellana
smaltata; e parlava piano con accento più francese che piemontese, piano, piano,
affettando nella voce una tal quale benignità condiscendente, che contrastava
però in modo strano con lo sguardo rigido degli occhi azzurri, vitrei.
Da questi occhi il Lori s’era sentito se non propriamente respinto, quasi
allontanato; e gli era parso finanche di scorgervi come una commiserazione
lievemente derisoria per lui, per i suoi modi forse troppo semplici prima, ora
troppo circospetti, forse.
Ma anche il tratto del tutto diverso che il Gualdi usava tanto col Verona quanto
con Ginetta, egli si sarebbe spiegato, quantunque, via, paresse che la moglie a
colui fosse venuta da parte dell’amico e non da lui ch’era il padre... Veramente
era stato così, ma il Verona...
Ecco: il Verona non sapeva spiegarsi più, Martino Lori.
Ora che egli era rimasto solo in casa e non aveva più neanche l’ufficio,
essendosi messo a riposo per far piacere al genero, non avrebbe dovuto Marco
Verona prodigargli con maggior premura il conforto dell’amicizia fraterna di cui
per tanti anni aveva voluto onorarlo?
Egli, il Verona, andava ogni giorno a trovar Ginetta nel villino del Gualdi; e
da lui, dall’amico, dopo il giorno delle nozze, non era più venuto, neanche una
volta per isbaglio. S’era forse stancato di vederlo così chiuso ancora nel
cordoglio antico, ed essendo ormai vecchio anche lui, preferiva andare dove si
godeva, dove Ginetta, per opera di lui, pareva felice?
Sì, anche questo poteva darsi. Ma perché poi, quand’egli andava a veder la
figlia, e lo trovava lì, a tavola con lei e il genero, come se fosse di casa,
era accolto da lui quasi con dispetto, gelidamente? Poteva darsi che
quest’impressione di gelo gli fosse data dal luogo, da quella vasta sala da
pranzo, lucida di specchi, splendidamente arredata? Ma che! no! no! Non si era
soltanto allontanato il Verona; il tratto, il tratto di lui era proprio
cangiato; gli stringeva appena la mano, appena lo guardava, e seguitava a
conversar col Gualdi, come se non fosse entrato nessuno.
Per poco lì non lo lasciavano in piedi, innanzi alla tavola. Solo Ginetta gli
rivolgeva qualche parola, di tanto in tanto ma così, fuor fuori, perché non si
potesse dire che proprio nessuno si curava di lui.
Col cuore strizzato da un’angoscia inesplicabile, confuso e avvilito, Martino
Lori se n’andava.
Non doveva proprio avere alcun rispetto per lui, alcun riguardo, il genero?
Tutte le feste e gl’inviti per il Verona, perché ricco e illustre? Ma se doveva
esser così, se volevano tutte e tre seguitare ad accoglierlo ogni sera a quel
modo, come un importuno, come un intruso, egli non sarebbe andato più; no, no,
perdio, non sarebbe andato più! Voleva stare a vedere che cosa avrebbero fatto
quei signori, tutt’e tre, allora.
Ebbene, passarono due giorni; ne passarono quattro e cinque; passò un’intera
settimana, e né il Verona, né il genero e neanche Ginetta, nessuno, neppure un
servo, venne a chieder di lui, se per caso fosse malato...
Con gli occhi senza sguardo, vagando per la camera, il Lori si grattava di
continuo la fronte con le dita irrequiete, quasi per destar la mente dal torpore
angoscioso in cui era caduta. Non sapendo più che pensare, riandava, riandava
con l’anima smarrita il passato...
Tutt’a un tratto, senza saper perché, il pensiero gli s’appuntò in un ricordo
lontano, nel più triste ricordo della sua vita. Ardevano in quella notte funesta
quattro ceri e Marco Verona, con la faccia affondata nella sponda dei letto, su
cui giaceva Silvia morta, piangeva.
Fu all’improvviso come se, nella sua anima scombujata, quei ceri funebri
guizzassero e accendessero un lampo livido a rischiarargli orridamente tutta la
vita, fin dal primo giorno che Silvia gli era venuta innanzi, accompagnata da
Marco Verona.
Sentì mancarsi le gambe, e gli parve che tutta la camera gli girasse attorno. Si
nascose il volto con le mani, tutto ristretto in sé:
- Possibile? Possibile?
Alzò gli occhi al ritratto della moglie, dapprima quasi sgomento di ciò che gli
avveniva dentro: poi aggredì quel ritratto con lo sguardo, serrando le pugna e
contraendo tutta la faccia in una espressione d’odio, di ribrezzo, d’orrore:
- Tu? tu?
Più di tutti lei lo aveva ingannato. Forse perché il pentimento di lei, dopo,
era stato sincero. Il Verona, no... il Verona, no... Costui gli veniva in casa,
là, come un padrone e... ma sì! forse sospettava ch’egli sapesse e fingesse di
non accorgersi di nulla per vile tornaconto..
Come questo pensiero odioso gli balenò, Martino Lori sentì artigliarsi le dita e
le reni fènderglisi. Balzò in piedi; ma una nuova vertigine lo colse. L’ira, il
dolore gli si sciolsero in un pianto convulso, impetuoso.
Si riebbe, alla fine, stremato di forze e come tutto vuoto, dentro.
Più di vent’anni c’eran voluti perché comprendesse. E non avrebbe compreso, se
quelli con la loro freddezza, con la loro noncuranza sdegnosa non gliel’avessero
dimostrato e quasi detto chiaramente.
Che fare più, dopo tant’anni? ora che tutto era finito... così, da un pezzo, in
silenzio... pulitamente, come usa fra gente per bene, fra gente che sa fare a
modo le cose? Non glielo avevano lasciato intendere con garbo forse, che oramai
non aveva più nessuna parte da rappresentare? Aveva rappresentato la parte del
marito, poi quella del padre... e ora basta: ora non c’era più bisogno di lui,
poiché essi, tutti e tre, si erano così bene intesi fra loro...
La men trista fra tutti, la meno perfida, forse era stata colei che s’era
pentita subito dopo il fallo ed era morta...
E Martino Lori, quella sera, come tutte le sere, seguendo l’antica abitudine, si
ritrovò per la via che conduce al cimitero. S’arrestò, fosco e perplesso, se
andare avanti o tornare indietro Pensò alle piante attorno alla gentilizia, che
da tant’anni ormai, curava con amore. Là tra poco, anch’egli avrebbe riposato...
Là sotto accanto a lei? Ah, no, no: non più ormai... Eppure come aveva pianto
quella donna allora ritornando a lui e di quanto affetto lo aveva circondato
dopo... Sì, sì: s’era pentita... A lei, sì, a lei soltanto egli forse poteva
perdonare.
E Martino Lori riprese la via per il cimitero. Aveva qualche cosa di nuovo da
dire alla morta, quella sera.
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