La
signorina Silvia Ascensi, venuta a Roma per ottenere il trasferimento dalla
Scuola normale di Perugia in altra sede - qualunque e dovunque fosse, magari in
Sicilia, magari in Sardegna - si rivolse per ajuto al giovane deputato del
collegio, onorevole Marco Verona, che era stato discepolo devotissimo del suo
povero babbo, il professor Ascensi dell'Università di Perugia, illustre fisico,
morto da un anno appena, per uno sciagurato accidente di gabinetto.
Era sicura che il Verona, conoscendo bene i motivi per cui ella voleva andar via
dalla città natale, avrebbe fatto valere in suo favore la grande autorità che in
poco tempo era riuscito ad acquistarsi in Parlamento.
Il
Verona, difatti, la accolse non solo cortesemente, ma con vera benevolenza. Ebbe
finanche la degnazione di ricordarle le visite che, da studente, egli aveva
fatto al compianto professore, perché ad alcune di queste visite, se non
s'ingannava, ella era stata presente, giovinetta allora, ma non tanto piccolina,
se già - ma sicuro! - se già faceva da segretaria al babbo...
La
signorina Ascensi, a tal ricordo, s'invermigliò tutta. Piccolina? Altro che!
Aveva nientemeno che quattordici anni lei, allora... E lui, l'onorevole Verona,
quanti poteva averne. Venti, ventuno al piú. Oh, ella avrebbe potuto ripetergli
ancora, parola per parola, tutto ciò ch'egli era venuto a chiedere al babbo in
quelle visite.
Il
Verona si mostrò dolentissimo di non aver seguitato gli studii, pei quali il
professor Ascensi aveva saputo ispirargli in quel tempo tanto fervore; poi
esortò la signorina a farsi animo, poiché ella, al ricordo della sciagura
recente, non aveva saputo trattener le lagrime. Infine, per raccomandarla con
maggiore efficacia, volle accompagnarla - (ma proprio scomodarsi fino a tal
punto?) - sí sí, lui in persona volle accompagnarla al Ministero della Pubblica
Istruzione.
D'estate, però, erano tutti in vacanza, quell'anno, alla Minerva. Per il
ministro e il sotto-segretario di Stato l'onorevole Verona lo sapeva; ma non
credeva di non trovare in ufficio il capo-divisione, neppure il capo-sezione...
Dovette contentarsi di parlare col cavalier Martino Lori, segretario di prima
classe, che reggeva in quel momento lui solo l'intera divisione.
Il
Lori, scrupolosissimo impiegato, era molto ben visto dai superiori e dai
subalterni per la squisita cordialità dei modi, per l'indole mite, che gli
traspariva dallo sguardo, dal sorriso, dai gesti, e per la correttezza anche
esteriore della persona linda, curata con diligenza amorosa.
Egli accolse l'onorevole Verona con molti ossequii e rosso in volto per la
gioja, non solo perché prevedeva che questo deputato, senza dubbio, un giorno o
l'altro sarebbe stato suo capo supremo, ma perché veramente da anni era
ammiratore fervido dei discorsi di lui alla Camera. Volgendosi poi a guardare la
signorina e sapendo ch'era figlia del compianto e illustre professore
dell'Ateneo perugino, il cavalier Lori provò un'altra gioja, non meno viva.
Egli aveva poco piú di trent'anni, e la signorina Silvia Ascensi aveva un
curioso modo di parlare: pareva che con gli occhi - d'uno strano color verde,
quasi fosforescenti - spingesse le parole a entrar bene nell'anima di chi
l'ascoltava; e s'accendeva tutta. Rivelava, parlando, un ingegno lucido e
preciso, un'anima imperiosa; ma quella lucidità man mano era turbata e quella
imperiosità vinta e sopraffatta da una grazia irresistibile che le affiorava in
volto, vampando. Ella notava con dispetto che, a poco a poco, le sue parole, il
suo ragionamento, non avevano piú efficacia, poiché chi stava ad ascoltarla era
tratto piuttosto ad ammirare quella grazia e a bearsene. Allora, nel volto
infocato, un po' per la stizza, un po' per l'ebbrezza, che istintivamente e suo
malgrado le cagionava il trionfo della sua femminilità, ella si confondeva; il
sorriso di chi la ammirava, si rifletteva, senza che lei lo volesse, anche su le
sue labbra; scoteva con una rabbietta il capo, si stringeva nelle spalle e
troncava il discorso, dichiarando di non saper parlare, di non sapersi
esprimere.
-
Ma no! Perché? Mi pare anzi che si esprima benissimo! - s'affrettò a dirle il
cavalier Martino Lori.
E
promise all'onorevole Verona che avrebbe fatto di tutto per contentar la
signorina e procurarsi il piacere di rendere un servizio a lui.
Due giorni dopo, Silvia Ascensi ritornò sola al Ministero. S'era accorta subito
che per il cavalier Lori non aveva proprio bisogno di alcun'altra
raccomandazione. E con la piú ingenua semplicità del mondo andò a dirgli che non
poteva piú assolutamente lasciare Roma: aveva tanto girato in quei tre giorni,
senza mai stancarsi, e tanto ammirato le ville solitarie vegliate dai cipressi,
la soavità silenziosa degli orti dell'Aventino e del Celio, la solennità tragica
delle rovine e di certe vie antiche, come l'Appia, e la chiara freschezza del
Tevere... S'era innamorata di Roma, insomma, e voleva esservi trasferita,
senz'altro. Impossibile? Perché impossibile? Sarebbe stato difficile, via!
Impossibile, no. Dif-fi-ci-lis-si-mo, là! Ma volendo, via... Anche comandata
in qualche classe aggiunta... Sí, sí. Doveva farle questo piacere! Sarebbe
venuta tante, tante, tante volte a seccarlo, altrimenti. Non lo avrebbe lasciato
piú in pace! Un comando era facile, no? Dunque...
Dunque, la conclusione fu un'altra.
Dopo sei o sette di quelle visite, un dopopranzo, il cavalier Martino Lori si
assentò dall'ufficio, s'abbigliò come per le grandi occasioni e andò a
Montecitorio a domandare dell'onorevole Verona.
Si
guardava i guanti, si guardava le scarpine, si tirava fuori i polsini con le
punte delle dita, molto irrequieto, aspettando l'usciere che doveva introdurlo.
Appena introdotto, per nascondere l'imbarazzo, prese a dir calorosamente
all'onorevole Verona che la sua protetta chiedeva proprio l'impossibile, ecco!
-
La mia protetta? - lo interruppe l'onorevole Verona. - Quale protetta?
Il
Lori, riconoscendo addoloratissimo d'aver usato, senz'ombra di malizia però, una
parola che poteva prestarsi veramente a una... sí, a una malevola
interpretazione, s'affrettò a dire che intendeva parlare della signorina
Ascensi.
-
Ah, la signorina Ascensi? Ma allora sí, protetta! - gli rispose l'onorevole
Verona, sorridendo e accrescendo l'imbarazzo del povero cavalier Martino Lori. -
Non ricordavo piú d'avergliela raccomandata e non ho indovinato in prima di chi
intendesse parlarmi. Io venero la memoria dell'illustre professore, padre della
signorina e mio maestro, e vorrei che anche lei, cavaliere, ne proteggesse la
figliuola - proteggesse, proprio - e me la contentasse a ogni modo,
perché lo merita.
Ma
se era venuto appunto per questo, il cavalier Martino Lori! Trasferirla a Roma,
però, non poteva in nessun modo. Se era lecito, ecco, desiderava di conoscere la
vera ragione per cui... per cui la signorina voleva andar via da Perugia.
Mah! Non bella, pur troppo, questa ragione. Il professor Ascensi era stato
tradito e abbandonato dalla moglie, tristissima donna, molto danarosa, la quale
s'era messa a convivere con un altr'uomo degno di lei, da cui aveva avuto due o
tre figli. L'Ascensi s'era tenuta con sé, naturalmente, l'unica figliuola,
restituendo a colei tutto il suo avere. Grand'uomo, ma sprovvisto del tutto di
senso pratico, il professor Ascensi aveva avuto un'esistenza tribolatissima, tra
angustie e amarezze d'ogni genere. Comperava libri e libri e libri, strumenti
per il suo gabinetto, e poi non sapeva spiegarsi come mai il suo stipendio non
bastasse a sopperire ai bisogni d'una famiglia ormai cosí ristretta. Per non
affliggere il babbo con privazioni, la signorina Ascensi s'era veduta costretta
a darsi anche lei all'insegnamento. Oh, la vita di quella ragazza, fino alla
morte del padre, era stata un continuo esercizio di pazienza e di virtú. Ma ella
era orgogliosa, e giustamente, della fama del padre, che a fronte alta poteva
contrapporre alla vergogna materna. Ora però, morto sciaguratamente il padre e
rimasta senza presidio, quasi povera e sola, non sapeva piú adattarsi a vivere a
Perugia, dove stava anche la madre ricca e svergognata. Ecco tutto.
Martino Lori, commosso a questo racconto (commosso veramente anche prima
d'ascoltarlo dalla bocca autorevole d'un deputato di grande avvenire), nel
licenziarsi gli lasciò intravedere il proposito di ricompensare del suo meglio
quella fanciulla, tanto del sacrifizio e delle amarezze, quanto della
meravigliosa devozione filiale.
E
cosí la signorina Silvia Ascensi, venuta a Roma per ottenere un trasferimento,
vi trovò - invece - marito.
II
Il
matrimonio, però, almeno nei primi tre anni, fu disgraziatissimo. Tempestoso.
Nel fuoco dei primi giorni Martino Lori buttò, per cosí dire, tutto se stesso;
la moglie vi lasciò cadere, invece, pochino pochino di sé. Attutita la fiamma
che fonde anime e corpi, la donna ch'egli credeva divenuta ormai tutta sua, come
egli era divenuto tutto di lei, gli balzò innanzi molto diversa da quella che
s'era immaginata.
S'accorse, insomma, il Lori che ella non lo amava, che s'era lasciata sposare
come in un sogno strano, da cui ora si destava aspra, cupa, irrequieta.
Che aveva sognato?
Di
ben altro il Lori s'accorse col tempo: che ella, cioè, non solo non lo amava, ma
non poteva neanche amarlo, perché le loro nature erano proprio opposte. Non era
possibile tra loro nemmeno il compatimento reciproco. Che se egli, amandola, era
disposto a rispettare il carattere vivacissimo, lo spirito indipendente di lei,
ella, che non lo amava, non sapeva aver neppure sofferenza dell'indole e delle
opinioni di lui.
-
Che opinioni! - gli gridava, scrollandosi sdegnosamente. - Tu non puoi avere
opinioni, caro mio! Sei senza nervi...
Che c'entravano i nervi con le opinioni? Il povero Lori restava a bocca aperta.
Ella lo stimava duro e freddo perché taceva, è vero? Ma egli taceva per cansar
liti! taceva perché s'era chiuso nel cordoglio, rassegnato già al crollo del suo
bel sogno, d'avere cioè una compagna affettuosa e premurosa, una casetta linda,
sorrisa dalla pace e dall'amore.
Rimaneva stupito Martino Lori del concetto che sua moglie s'andava man mano
formando di lui, delle interpretazioni che dava dei suoi atti, delle sue parole.
Certi giorni quasi quasi dubitava fra sé ch'egli non fosse quale si riteneva,
quale si era sempre ritenuto, e che avesse, senz'accorgersene, tutti quei
difetti, tutti quei vizii che ella gli rinfacciava.
Aveva avuto sempre vie piane innanzi a sé; non si era mai addentrato negli
oscuri e profondi meandri della vita, e forse perciò non sapeva diffidare né di
se stesso né d'alcuno. La moglie, all'incontro, aveva assistito fin
dall'infanzia a scene orribili e imparato, purtroppo, che tutto può esser
tristo, che nulla vi è di sacro al mondo, se finanche la madre, la madre, Dio
mio... - Ah, sí: povera Silvia, meritava scusa, compatimento, anche se vedeva il
male dove non era e si dimostrava perciò ingiusta verso di lui. Ma piú egli, con
la mite bontà, cercava d'accostarsi a lei, per ispirarle una maggior fiducia
nella vita, per persuaderla a piú equi giudizii, e piú ella s'inaspriva e si
rivoltava.
Ma
se non amore, buon Dio, almeno un po' di gratitudine per lui che, alla fin fine,
le aveva ridato una casa, una famiglia, togliendola a una vita randagia e
insidiosa! No; neppure gratitudine. Era superba, sicura di sé, di potere e di
saper bastare a se stessa col proprio lavoro. E sei o sette volte, in quei primi
tre anni, lo minacciò di riprendere l'insegnamento e di separarsi da lui. Un
giorno, alla fine, pose anche ad effetto la minaccia.
Ritornando quel giorno dall'ufficio, il Lori non trovò in casa la moglie. La
mattina, aveva avuto con lei un nuovo e piú aspro litigio per un lieve
rimprovero che aveva osato di muoverle. Ma già da un mese circa si addensava la
tempesta ch'era scoppiata quella mattina. Ella era stata stranissima tutto quel
mese; di fosche maniere; e aveva finanche mostrato un'acerba ripugnanza per lui.
Senza ragione, al solito!
Ora, nella lettera lasciata in casa, ella gli annunziava il proposito
irremovibile di romperla per sempre e che avrebbe fatto di tutto per riottenere
il posto di maestra; e in fine, perché egli non desse in vane smanie e non
facesse chiassose ricerche, gl'indicava l'albergo ove provvisoriamente aveva
preso alloggio: ma che non andasse a trovarla, perché sarebbe stato inutile.
Il
Lori rimase a lungo a riflettere con quella lettera in mano, perplesso. Aveva
troppo sofferto, e ingiustamente. Il liberarsi però di quella donna sarebbe
stato, sí, forse, un sollievo; ma anche un indicibile dolore. Egli la amava. E
dunque, un sollievo momentaneo, e poi una gran pena e un gran vuoto per tutta la
vita. Sapeva, sentiva bene che non avrebbe potuto piú amare alcun'altra donna,
mai. E lo scandalo, inoltre, che non si meritava: egli, cosí corretto in tutto,
separato ora dalla moglie, esposto alla malignità della gente, che avrebbe
potuto sospettare chi sa quali torti in lui, quando Dio era testimonio di quanta
longanimità, di quanta condiscendenza avesse dato prova in quei tre anni.
Che fare?
Deliberò di non muoversi per quella sera. La notte avrebbe portato a lui
consiglio, a lei forse il pentimento.
Il
giorno dopo non andò all'ufficio e attese tutta la mattinata in casa. Nel
pomeriggio si disponeva ad uscire, senza aver bene tuttavia fermato l'animo ad
alcuna deliberazione, quando gli pervenne dalla Camera dei deputati un invito
dell'on. Marco Verona.
Si
era in crisi ministeriale: e, da alcuni giorni, alla Minerva si faceva con
insistenza il nome del Verona come probabile Sottosegretario di Stato: qualcuno
lo preconizzava anche Ministro.
Al
Lori, fra le tante idee, era venuta anche quella di recarsi dal Verona per
consiglio. Se n'era astenuto, immaginando a quali brighe egli dovesse trovarsi
in mezzo, di quei giorni. Silvia, evidentemente, non aveva avuto questo ritegno
e, sapendo ch'egli sarebbe stato a capo della Pubblica Istruzione, era forse
andata da lui per farsi riammettere nell'insegnamento.
Martino Lori si rabbujò, pensando che forse il Verona, avvalendosi adesso
dell'autorità di suo prossimo superiore, volesse ordinargli di non interporsi
negli uffici contro il desiderio della moglie.
Ma
invece Marco Verona lo accolse alla Camera con molta benignità.
Si
mostrò seccatissimo d'essere stato preso, come lui diceva, al laccio. Ministro,
no, no, per fortuna! Sottosegretario. Non avrebbe voluto assumersi neanche
questa minore responsabilità, date le condizioni di quel momento politico. La
disciplina del partito lo aveva forzato. Orbene, egli avrebbe voluto almeno nel
gabinetto l'ausilio d'un uomo onesto a tutta prova ed espertissimo, e aveva
perciò pensato subito a lui, al cavalier Lori. Accettava?
Pallido per l'emozione e con le orecchie infocate, il Lori non seppe come
ringraziarlo dell'onore che gli faceva, della fiducia che gli dimostrava; ma
tuttavia, profondendo questi ringraziamenti, aveva negli occhi una domanda
ansiosa, lasciava intender chiaramente con lo sguardo ch'egli, in verità, si
aspettava un altro discorso. Non voleva proprio nient'altro da lui l'on. Verona,
anzi Sua Eccellenza?
Questi sorrise, alzandosi, e gli posò lievemente una mano su la spalla. Eh sí,
qualcos'altro voleva; pazienza, voleva, e perdono per la signora Silvia. Via,
ragazzate!
-
È venuta a trovarmi e mi ha esposto i suoi «fieri» propositi, - disse, sempre
sorridendo. - Le ho parlato a lungo e... ma sí! ma sí! non c'è proprio bisogno
che lei si discolpi, cavaliere. So bene che il torto è della signora, e gliel'ho
detto, sa? francamente. Anzi, l'ho fatta piangere... Sí, perché le ho parlato
del padre, di quanto il padre sofferse per il tristo disordine della famiglia...
e d'altro ancora le ho parlato. Vada via tranquillo, cavaliere. Ritroverà a casa
la signora.
-
Eccellenza, io non so come ringraziarla... - si provò a dire, commosso, il Lori
inchinandosi.
Ma
il Verona lo interruppe subito:
-
Non mi ringrazi; e sopra tutto, non mi chiami Eccellenza.
E,
licenziandolo, lo assicurò che la signora Silvia, donna di carattere, avrebbe
mantenuto senza dubbio le promesse che gli aveva fatte; e che, non solo le scene
spiacevoli non si sarebbero piú rinnovate, ma che ella gli avrebbe dimostrato in
tutti i modi il pentimento delle ingiuste amarezze che gli aveva finora
cagionate.
III
Fu
veramente cosí.
La
sera della riconciliazione segnò per Martino Lori una data indimenticabile:
indimenticabile per tante ragioni ch'egli comprese, o meglio, intuí subito, dal
modo com'ella fin dal primo vederlo gli s'abbandonò tra le braccia.
Quanto, quanto pianse! Ma quanta e quale gioja egli bevve in quelle lagrime di
pentimento e di amore!
Le
vere sue nozze le celebrò allora; da quel giorno ebbe la compagna sognata; e un
altro suo segreto ardentissimo sogno si compí certo in quel primo
ricongiungimento.
Quando Martino Lori non poté piú avere alcun dubbio su lo stato della moglie e
quand'ella poi gli mise al mondo una bambina, nel vedere di quale gratitudine,
di qual devozione per lui e di quali sacrifizii per la figliuola la maternità
avesse reso capace quella donna, tant'altre cose comprese e si spiegò. Ella
voleva esser madre. Forse non comprendeva e non sapeva spiegarselo neppur lei,
questo segreto bisogno della sua natura; e perciò era prima cosí strana e la
vita le sembrava cosí insulsa e vuota. Voleva esser madre.
La
felicità del sogno finalmente raggiunto, fu turbata soltanto dall'improvvisa
caduta del Ministero di cui faceva parte l'onorevole Verona e un po' anche -
nell'ombra - Martino Lori, suo segretario particolare.
Forse piú indignato dello stesso on. Verona si mostrò il Lori per l'aggressione
violenta delle opposizioni coalizzate per rovesciare, quasi senza ragione, il
Ministero. L'on. Verona, per conto suo, dichiarò d'averne fino alla gola della
vita politica, e che voleva ritirarsene per riprendere con miglior frutto e
maggiore soddisfazione gli studii interrotti.
Alle nuove elezioni, infatti, riuscí a vincere le pressioni insistenti degli
elettori, e non si presentò. S'era infervorato d'una grande opera scientifica
lasciata a mezzo dal professor Bernardo Ascensi. Se la figliuola, signora Lori,
gli faceva l'onore d'affidargliela, egli si sarebbe provato a seguitare gli
esperimenti del maestro e a portare a compimento quell'opera.
Silvia ne fu felicissima.
In
quell'anno di devota, fervida collaborazione, s'erano stretti fortemente i
legami d'amicizia fra il marito e il Verona. Il Lori, però, per quanto il Verona
non avesse mai fatto pesar su lui il proprio grado e la propria dignità e lo
trattasse ora con la massima confidenza, con la massima cordialità, fino a
dargli e a farsi dare del tu, si mostrava timido e un po' impacciato, vedeva
sempre nell'amico il superiore. Il Verona se n'aveva per male e spesso lo
motteggiava. Rideva, sí, di quei motteggi il Lori, ma con una segreta
afflizione, perché notava nell'animo dell'amico una certa amarezza che diveniva
di giorno in giorno piú acre. Ne attribuiva la causa al ritiro sdegnoso dalla
vita politica, dalle lotte parlamentari; e ne parlava alla moglie e le
consigliava di avvalersi di quell'ascendente, ch'ella pareva avesse su lui, per
indurlo, per spingerlo a rituffarsi nella vita.
-
Sí! vorrà dare ascolto a me! - gli rispondeva Silvia. - Quando ha detto no, è
no, lo sai. Del resto, a me non pare. Lavora con tanto impegno, con tanta
passione...
Martino Lori si stringeva nelle spalle.
-
Sarà cosí!
Gli pareva però che il Verona ritrovasse la serenità di prima solamente quando
scherzava con la loro piccola Ginetta, che cresceva a vista d'occhio, florida e
vispa.
Marco Verona aveva veramente per quella bimba certe tenerezze, che commovevano
il Lori fino alle lagrime. Gli diceva che stesse bene attento perché qualche
giorno gliel'avrebbe portata via. Sul serio, veh! non scherzava. E Ginetta non
se lo sarebbe lasciato dire due volte: avrebbe abbandonato il babbo, la mamma, è
vero? anche la mamma, per andar via con lui... Ginetta diceva di sí: cattivona!
pei regali, eh? pei regali ch'egli le faceva a ogni minima occasione. E che
regali! Ne soffrivano finanche, ogni volta, il Lori e la moglie. Questa, anzi,
non sapeva tenersi dal dimostrare al Verona che se ne sentiva offesa.
Avvilimento di superbia? No. Erano proprio troppi e di troppo costo, quei
regali, e lei non voleva! Il Verona, però, beandosi della festa che Ginetta
faceva a quei giocattoli, scrollava le spalle, urtato dal loro rammarico e dalle
loro proteste, e finanche si rivoltava con poco garbo a imporre che si stessero
zitti e lasciassero godere la bambina.
Silvia cominciò a poco a poco a dirsi stufa di questi modi del Verona, e al
marito che, per scusarlo, tornava a battere su quel chiodo, ch'era stato cioè un
grave danno per l'amico il ritiro dalla vita politica, rispondeva che questa non
era una buona ragione pèrché egli venisse a sfogare in casa loro il malumore.
Il
Lori avrebbe voluto far notare alla moglie che, in fin dei conti, quel malumore
il Verona lo sfogava facendo felice la loro bambina; ma si stava zitto per non
turbare l'accordo che, fin dal primo giorno della riconciliazione, s'era
stabilito fra essi,
Ciò che egli, nei primi anni, aveva trovato d'ostile in lei era divenuto pregio,
ora, e virtú a gli occhi suoi. Dallo spirito, dalla fermezza, dall'energia di
lei, non piú vòlti adesso contro di lui, egli si sentiva riempire tutto e
sostenere. E gli pareva cosí piena, ora, la vita e cosí solidamente fondata, con
quella donna accanto, sua, tutta sua, tutta per la casa e per la figliuola.
Stimava, sí, preziosa in cuor suo l'amicizia del Verona e avrebbe voluto perciò
che nell'animo della moglie non si raffermasse l'impressione ch'egli fosse
divenuto importuno e fastidioso per quella soverchia affezione per Ginetta;
d'altra parte però, se questa affezione troppo invadente doveva turbargli la
pace della casa, la buona armonia con la moglie... Ma come farlo intendere al
Verona, che non voleva accorgersi neppure della freddezza con cui Silvia, ora,
lo accoglieva?
Col crescer degli anni, Ginetta cominciò a dimostrare una passione vivissima per
la musica. Ed ecco il Verona, due, tre volte la settimana, pronto con la vettura
per condurre la ragazza a questo e a quel concerto; e spesso, durante la
stagione lirica, veniva a congiurar con lei, a metterla sú, perché inducesse con
le sue graziette la mamma e il babbo ad accompagnarla a teatro, nel palco già
fissato per lei.
Il
Lori, angustiato, imbarazzato, sorrideva; non sapeva dir di no, per non
scontentare l'amico e la figliuola; ma, santo Dio, il Verona avrebbe dovuto
comprendere ch'egli non poteva, cosí spesso: la spesa non era soltanto per il
palco e per la vettura: Silvia doveva pure vestirsi bene; non poteva far cattiva
figura. Sí, egli era ormai capo-divisione, aveva già un discreto stipendio; ma
non aveva certo denari da buttar via.
Era tanta la passione per quella ragazza, che il Verona non avvertiva a queste
cose e non s'avvedeva neppure del sacrifizio che doveva far Silvia, certe sere,
rimanendo sola a casa, con la scusa che non si sentiva bene.
E
cosí fosse sempre rimasta a casa! Una di quelle sere, ella ritornò dal teatro in
preda a continui brividi di freddo. La mattina dopo tossiva, con una febbre
violenta. E in capo a cinque giorni moriva.
IV
Per la violenza fulminea di quella morte, Martino Lori restò dapprima quasi piú
sbigottito che addolorato.
Venuta la sera, il Verona, come urtato da quell'attonimento angoscioso, da quel
cordoglio cupo, che minacciava di vanir nell'ebetismo, lo spinse fuori della
camera mortuaria, lo forzò a recarsi dalla figlia, assicurandolo che sarebbe
rimasto lui, là, a vegliare tutta la notte.
Il
Lori si lasciò mandar via; ma poi, a notte alta, silenzioso come un'ombra,
ricomparve nella camera mortuaria e vi trovò il Verona con la faccia affondata
nella sponda del letto, su cui giaceva rigido e allividito il cadavere.
Dapprima gli parve che, vinto dal sonno, il Verona avesse reclinato lí la testa,
inavvertitamente; poi, osservando meglio, s'accorse che il corpo di lui era
scosso a tratti, come da singhiozzi soffocati. Allora il pianto, il pianto che
finora non aveva potuto rompergli dal cuore, assalí anche lui furiosamente,
vedendo piangere cosí l'amico. Ma questi, di scatto gli si levò contro,
fremente, trasfigurato; e - come egli, convulso, gli tendeva le mani per
abbracciarlo - lo respinse, proprio lo respinse con fosca durezza, con rabbia.
Doveva sentirsi in gran parte responsabile di quella sciagura, perché proprio
lui, cinque sere prima, aveva forzato Silvia ad andare a teatro, ed ora non gli
reggeva l'animo a veder soffrire in quel modo l'amico. Cosí pensò il Lori, per
spiegarsi quella violenza; pensò che il dolore può diversamente su gli animi:
certi, li atterra; certi altri li arrabbia.
E
né le visite senza fine degli impiegati subalterni, che lo amavano come un
padre, né le esortazioni del Verona, che gl'indicava la figliuola smarrita nella
pena e costernata per lui, valsero a scuoterlo da quella specie d'annientamento
in cui era caduto, quasi che il mistero cupo e crudo di quella morte improvvisa
lo avesse circondato, diradandogli tutt'intorno la vita.
Gli pareva, ora, di veder tutto diversamente, e che i rumori gli arrivassero
come di lontano, e le voci, le voci stesse a lui piú note, quella dell'amico,
quella della propria figliuola, avessero un suono ch'egli non aveva mai prima
avvertito.
Cominciò cosí man mano a sorgere in lui da quell'attonimento come una curiosità
nuova, ma spassionata, per il mondo che lo circondava, che prima non gli era mai
apparso né aveva conosciuto cosí.
Era mai possibile che Marco Verona fosse stato sempre quale egli lo vedeva ora?
Finanche la persona, l'aria del volto gli sembravano diverse. E la sua stessa
figliuola? Ma come! Era davvero già cresciuta di tanto? o dalla sciagura, tutt'a
un tratto, era balzata su un'altra Ginetta, cosí alta, esile, un po' fredda,
segnatamente con lui? Sí, somigliava nelle fattezze alla madre, ma non aveva
quella grazia che, in gioventú, accendeva, illuminava la bellezza della sua
Silvia; e perciò tante volte Ginetta non pareva neanche bella. Aveva la stessa
imperiosità della madre, ma senza quegl'impeti franchi, senza scatti.
Ora il Verona veniva con piú scioltezza, quasi ogni giorno a casa del Lori:
spesso rimaneva a desinare o a cenare. Aveva finalmente compiuto la poderosa
opera scientifica concepita e iniziata da Bernardo Ascensi, e già attendeva a
mandarla a stampa in una magnifica edizione. Molti giornali ne recavano le prime
notizie, e di alcune fra le piú importanti conclusioni avevano anche preso a
discutere animatamente le maggiori riviste non solo italiane ma anche straniere,
lasciando cosí prevedere la fama altissima, a cui tra breve quell'opera sarebbe
salita.
Il
merito del Verona per il proseguimento di essa e per le nuove ardite deduzioni
tratte dalla prima idea fu, dopo la pubblicazione, riconosciuto universalmente
non inferiore a quello dello stesso Ascensi. Ne ebbe gloria questi, ma assai piú
il Verona. Da ogni parte gli fioccarono plausi e onorificenze. Tra le altre, la
nomina a senatore. Non aveva voluto averla subito dopo la sua uscita dal mondo
parlamentare; la accolse ora di buon grado, perché non gli veniva per il tramite
della politica.
Martino Lori in quei giorni, pensando alla gioja, all'esultanza che avrebbe
provato la sua Silvia nel veder cosí glorificato il nome del padre, s'indugiò
piú a lungo nelle visite che ogni sera, uscendo dal Ministero, soleva fare alla
tomba della moglie. Aveva preso quest'abitudine; e andava anche d'inverno, con
le cattive giornate, a curar le piante attorno alla gentilizia, a rinnovare i
lumini nella lampada; e parlava pian piano con la morta. La vista quotidiana del
camposanto e le riflessioni ch'essa gli suggeriva, gl'improntavano sempre piú di
squallore il volto.
Tanto la figlia quanto il Verona avevano cercato di distoglierlo da questa
abitudine; egli dapprima aveva negato come un bambino colto in fallo; poi,
costretto a confessare, aveva alzato le spalle, sorridendo pallidamente.
-
Non mi fa nulla... Anzi è per me un conforto, - aveva detto. - Lasciatemi
andare.
Tanto, se fosse ritornato a casa subito, dopo l'ufficio, chi vi avrebbe trovato?
Giornalmente il Verona veniva a prendersi Ginetta. Non se ne lagnava lui, no;
anzi era gratissimo all'amico degli svaghi che procurava alla figliuola. Quella
certa asprezza che aveva avvertito in talune occasioni nei modi di lui e qualche
altro lieve difetto di carattere non avevano potuto fargli scemare
l'ammirazione, né tanto meno ora la gratitudine, la devozione per quest'uomo, a
cui né l'altezza dell'ingegno e della fama e degli uffici a cui era salito, né
la fortuna toglievano d'accordare una cosí intima, piú che fraterna amicizia a
un pover'uomo come lui che, tranne il buon cuore, non si riconosceva altra
virtú, altro pregio per meritarsela.
Egli vedeva adesso con soddisfazione che non s'era ingannato quando diceva alla
moglie che l'affetto del Verona sarebbe stato una fortuna per la loro Ginetta.
N'ebbe la prova maggiore allorché questa compí diciott'anni. Oh come avrebbe
voluto che la sua Silvia fosse stata presente quella sera, dopo la festa per il
compleanno!
Il
Verona, venuto apposta senza alcun regalo in mano per Ginetta, appena questa se
ne andò a dormire, se lo trasse in disparte e, serio e commosso, gli annunziò
che un suo giovane amico, il marchese Flavio Gualdi, chiedeva a lui per suo
mezzo la mano della figliuola.
Martino Lori, lí per lí, rimase stupito. Il marchese Gualdi? Un nobile...
ricchissimo... la mano di Ginetta? Andando col Verona nei concerti, nelle
conferenze, a passeggio, Ginetta, sí, era potuta entrare in un mondo, a cui né
per nascita né per condizione sociale avrebbe potuto accostarsi, vi aveva
destato qualche simpatia; ma lui...
-
Tu lo sai, - disse all'amico, quasi smarrito e afflitto nella gioja, - sai qual
è il mio stato... Non vorrei che il marchese Gualdi...
Il
Verona lo interruppe:
-
Gualdi sa... sa quel che deve sapere.
-
Capisco. Ma, essendo tanta la disparità, non vorrei che egli... per quanto
predisposto, non riuscisse neppure a figurarsi tante cose...
Il
Verona tornò a interromperlo, stizzito:
-
Mi pareva ozioso dirtelo, ma giacché tu, scusa, mi tieni ora un discorso cosí
sciocco, per tranquillarti ti dirò che, via, essendo io da tant'anni tuo
amico...
-
Eh, lo so!
-
Ginetta è cresciuta piú con me che con te, si può dire...
-
Sí... sí...
-
O che mi piangi, adesso? Non vorrò mica essere l'intermediario di questo
matrimonio per nulla. Sú, sú, finiscila! Io me ne vado. Ne parlerai tu,
domattina, a Ginetta. Vedrai che non ti riuscirà difficile.
-
Se l'aspetta? - domandò, sorridendo tra le lagrime, il Lori.
-
E non hai visto che non s'è punto meravigliata nel vedermi arrivare questa sera
a mani vuote?
Cosí dicendo, Marco Verona rise gajamente, come da tant'anni il Lori non lo
aveva piú sentito ridere.
V
Un'impressione curiosa, di gelo, dapprincipio. Ma non ci avrebbe fatto caso
Martino Lori, perché, come tant'altre cose in vita sua s'era spiegate, persuaso
dall'ingenua bontà, anche questa si sarebbe spiegata qual effetto naturale della
preveduta disparità di condizione, e un po' anche del carattere,
dell'educazione, della figura stessa del genero.
Non era piú giovanissimo il marchese Gualdi: era ancor biondo, d'un biondo
acceso, ma già calvo: lucido e roseo come una figurina di finissima porcellana
smaltata; e parlava piano con accento piú francese che piemontese, piano, piano,
affettando nella voce una tal quale benignità condiscendente, che contrastava
però in modo strano con lo sguardo rigido degli occhi azzurri, vitrei.
Da
questi occhi il Lori s'era sentito se non propriamente respinto, quasi
allontanato, e gli era parso finanche di scorgervi come una commiserazione
lievemente derisoria per lui, per i suoi modi forse troppo semplici prima, ora
troppo circospetti, forse.
Ma
anche il tratto del tutto diverso che il Gualdi usava tanto col Verona quanto
con Ginetta, egli si sarebbe spiegato; quantunque, via, paresse che la moglie a
colui fosse venuta da parte dell'amico e non da lui ch'era il padre... Veramente
era stato cosí, ma il Verona...
Ecco: il Verona non sapeva spiegarsi piú, Martino Lori.
Ora che egli era rimasto solo in casa e non aveva piú neanche l'ufficio,
essendosi messo a riposo per far piacere al genero, non avrebbe dovuto Marco
Verona prodigargli con maggior premura il conforto dell'amicizia fraterna, di
cui per tanti anni aveva voluto onoraro?
Egli, il Verona, andava ogni giorno a trovar Ginetta nel villino del Gualdi; e
da lui, dall'amico, dopo il giorno delle nozze, non era piú venuto, neanche una
volta per isbaglio. S'era forse stancato di vederlo cosí chiuso ancora nel
cordoglio antico, ed essendo ormai vecchio anche lui, preferiva andare dove si
godeva, dove Ginetta, per opera di lui, pareva felice?
Sí, anche questo poteva darsi. Ma perché poi, quand'egli andava a veder la
figlia, e lo trovava lí, a tavola con lei e il genero, come se fosse di casa,
era accolto da lui quasi con dispetto, gelidamente? Poteva darsi che
quest'impressione di gelo gli fosse data dal luogo, da quella vasta sala da
pranzo, lucida di specchi, splendidamente arredata? Ma che! no! no! Non si era
soltanto allontanato il Verona; il tratto, il tratto di lui era proprio
cangiato; gli stringeva appena la mano, appena lo guardava, e seguitava a
conversar col Gualdi, come se non fosse entrato nessuno.
Per poco lí non lo lasciavano in piedi, innanzi alla tavola. Solo Ginetta gli
rivolgeva qualche parola, di tanto in tanto, ma cosí, fuor fuori, perché non si
potesse dire che proprio nessuno si curava di lui.
Col cuore strizzato da un'angoscia inesplicabile, confuso e avvilito, Martino
Lori se n'andava.
Non doveva proprio avere alcun rispetto per lui, alcun riguardo, il genero?
Tutte le feste e gl'inviti per il Verona, perché ricco e illustre? Ma se doveva
esser cosí, se volevano tutti e tre seguitare ad accoglierlo ogni sera a quel
modo, come un importuno, come un intruso, egli non sarebbe andato piú; no, no,
perdio, non sarebbe andato piú! Voleva stare a vedere che cosa avrebbero fatto
quei signori, tutt'e tre, allora.
Ebbene, passarono due giorni; ne passarono quattro e cinque; passò un'intera
settimana, e né il Verona, né il genero e neanche Ginetta, nessuno, neppure un
servo, venne a chieder di lui, se per caso fosse malato...
Con gli occhi senza sguardo, vagando per la camera, il Lori si grattava di
continuo la fronte con le dita irrequiete, quasi per destar la mente dal torpore
angoscioso in cui era caduta. Non sapendo piú che pensare, riandava, riandava
con l'anima smarrita il passato...
Tutt'a un tratto, senza saper perché, il pensiero gli s'appuntò in un ricordo
lontano, nel piú triste ricordo della sua vita. Ardevano in quella notte funesta
quattro ceri, e Marco Verona, con la faccia affondata nella sponda del letto, su
cui giaceva Silvia morta, piangeva.
Fu
all'improvviso come se, nella sua anima scombujata, quei ceri funebri
guizzassero e accendessero un lampo livido a rischiarargli orridamente tutta la
vita, fin dal primo giorno che Silvia gli era venuta innanzi, accompagnata da
Marco Verona.
Sentí mancarsi le gambe, e gli parve che tutta la camera gli girasse attorno. Si
nascose il volto con le mani, tutto ristretto in sé:
-
Possibile? Possibile?
Alzò gli occhi al ritratto della moglie, dapprima quasi sgomento di ciò che gli
avveniva dentro; poi aggredí quel ritratto con lo sguardo, serrando le pugna e
contraendo tutta la faccia in una espressione d'odio, di ribrezzo, d'orrore:
-
Tu? tu?
Piú di tutti lei lo aveva ingannato. Forse perché il pentimento di lei, dopo,
era stato sincero. Il Verona, no... il Verona, no... Costui gli veniva in casa,
là, come un padrone e... ma sí! forse sospettava ch'egli sapesse e fingesse di
non accorgersi di nulla per vile tornaconto...
Come questo pensiero odioso gli balenò, Martino Lori sentí artigliarsi le dita e
le reni fenderglisi. Balzò in piedi; ma una nuova vertigine lo colse. L'ira, il
dolore gli si sciolsero in un pianto convulso, impetuoso.
Si
riebbe, alla fine, stremato di forze e come tutto vuoto, dentro.
Piú di vent'anni c'eran voluti perché comprendesse. E non avrebbe compreso, se
quelli con la loro freddezza, con la loro noncuranza sdegnosa non gliel'avessero
dimostrato e quasi detto chiaramente.
Che fare piú, dopo tant'anni? ora che tutto era finito... cosí, da un pezzo, in
silenzio... pulitamente, come usa fra gente per bene, fra gente che sa fare a
modo le cose? Non glielo avevano lasciato intendere con garbo forse, che oramai
non aveva piú nessuna parte da rappresentare? Aveva rappresentato la parte del
marito, poi quella del padre... e ora basta: ora non c'era piú bisogno di lui,
poiché essi, tutti e tre, si erano cosí bene intesi fra loro...
La
men trista fra tutti, la meno perfida, forse era stata colei che s'era pentita
subito dopo il fallo ed era morta...
E
Martino Lori, quella sera, come tutte le sere, seguendo l'antica abitudine, si
ritrovò per la via che conduce al cimitero. S'arrestò, fosco e perplesso, se
andare avanti o tornare indietro. Pensò alle piante attorno alla gentilizia, che
da tant'anni, ormai, curava con amore. Là, tra poco, anch'egli avrebbe
riposato... Là sotto, accanto a lei? Ah, no, no: non piú ormai... Eppure, come
aveva pianto quella donna, allora, ritornando a lui, e di quanto affetto lo
aveva circondato, dopo... Sí, sí: s'era pentita... A lei, sí, a lei soltanto
egli forse poteva perdonare.
E
Martino Lori riprese la via per il cimitero. Aveva qualche cosa di nuovo da dire
alla morta, quella sera.