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Rise forte, a lungo. Rise altre volte, a scatti, mentre finiva di vestirsi, per
le comiche immagini che le suscitava il pensiero di Lulù, suo marito, scultore
in una scuola di nudo, con Livia del Carpine per modella. E guardava
obliquamente don Giulio, che s’era seduto di nuovo su la poltrona, col
cartoncino arrotolato fra le dita. Quando fu pronta, col cappellino in capo e la
veletta abbassata, si guardò allo specchio, di faccia, di fianco, poi disse:
- Non bisogna presumer troppo di sè, caro! Io ci ho piacere, per il povero Lulù,
e anche per me... Anche tu, del resto, dovresti esserne contento.
Scoppiò di nuovo a ridere, vedendo la faccia che lui le faceva; e corse a
sederglisi su le ginocchia e a carezzarlo:
- Véndicati su me, via, Giugiù! Come sei terribile. Ma chi la fa l’aspetta,
caro: proverbio! Poiché Lulù è contento, noi adesso...
- Io voglio prima accertarmene, capisci? - diss’egli duramente, con un moto di
rabbia mal represso, quasi respingendola.
Donna Giannetta si levò subito in piedi, risentita, e disse fredda fredda:
- Fa’ pure. Addio, eh?
Ma s’affrettò a levarsi anche lui pentito. L’espansione d’affetto a cui stava
per abbandonarsi gli fu però interrotta dalla stizza persistente. Tuttavia
disse:
- Scusami, Gianna... Mi... mi hai frastornato, ecco. Sì, hai ragione. Dobbiamo
vendicarci bene. Più mia, più mia, più mia...
E la prese, così dicendo, per la vita e la strinse forte a sé.
- No... Dio... mi guasti tutta di nuovo! - gridò lei, ma contenta, cercando
d’opporsi con le braccia.
Poi lo baciò pian piano, teneramente da dietro la veletta, e scappò via.
Giugiù del Carpine, aggrottato e con gli occhi fissi nel vuoto, rimase a
raschiarsi le guance rase con le unghie della mano spalmata sulla bocca.
Si riscosse come punto da un improvviso ribrezzo per quella donna che aveva
voluto morderlo velenosamente, così, per piacere.
Contenta ne era: ma non per la loro sicurezza. No! contenta di non esser sola; e
anche (ma sì, lo aveva detto chiaramente) per aver punito la presunzione di lui.
Senza capire, imbecille, che se lei, avendo Lulù per marito, poteva in certo
qual modo avere una scusa al tradimento, Livia no, perdio, Livia no!
S’era fisso ormai questo chiodo, e non si poteva dar pace.
Dell’onestà di sua moglie, come di quella di tutte le donne in genere, non aveva
avuto mai un gran concetto. Ma uno grandissimo ne aveva di sé, della sua forza,
della sua prestanza maschile; e riteneva perciò, fermamente, che sua moglie...
Forse però poteva essersi messa con Lulù Sacchi per vendetta.
Vendetta?
Ma Dio mio, che vendetta per lei? Avrebbe fatto, se mai, quella di Lulù Sacchi,
non già la sua, mettendosi con un uomo che valeva molto meno di suo marito.
Già! Ma non s’era egli messo scioccamente con una donna che valeva senza dubbio
molto meno di sua moglie?
Ecco allora perché Lulù Sacchi mostrava di curarsi così poco del tradimento di
donna Giannetta. Sfido! Erano suoi tutti i vantaggi di quello scambio. Anche
quello d’aver acquistato, dalla relazione di lui con donna Giannetta, il diritto
d’esser lasciato in pace. Il danno e le beffe, dunque. Ah, no, perdio! no, e poi
no!
Uscì, pieno d’astio e furioso. Tutto quel giorno si dibatté tra i più opposti
propositi, perché più ci pensava, più la cosa gli pareva inverosimile. In sei
anni di matrimonio aveva sperimentato sua moglie, se non al tutto insensibile,
certo non molto proclive all’amore. Possibile che si fosse ingannato così?
Stette tutto quel giorno fuori; rincasò a tarda notte per non incontrarsi con
sua moglie. Temeva di tradirsi, quantunque dicesse ancora a se stesso che, prima
di credere, voleva vedere.
Il giorno dopo si svegliò fermo finalmente in questo proposito di andare a
vedere.
Ma, appena sulle mosse, cominciò a provare un’acre irritazione; avvilimento e
nausea.
Perché, dato il caso che il tradimento fosse vero, che poteva far lui? Nulla.
Fingere soltanto di non sapere. E non c’era il rischio d’imbattersi nell’uno o
nell’altra, per quella via? Forse sarebbe stato più prudente andar prima, di
mattina, a veder soltanto quella casa, far le prime indagini e deliberare quindi
sul posto ciò che gli sarebbe convenuto di fare.
Si vestì in fretta; andò. Vide così la casa al numero 96, la quale aveva
realmente al pianterreno lo studio di scultura, per cui donna Giannetta aveva
tanto riso. La verità di questa indicazione gli rimescolò tutto il sangue, come
se essa importasse di conseguenza la prova del tradimento. Dal portone d’una
casa dirimpetto, un po’ più giù si fermò a guardare le finestre di quella casa e
a domandarsi quali fossero quelle del quartierino appigionato da Lulù. Pensò
infine che quel portone, non guardato da nessuno, poteva essere per lui un buon
posto da vedere senz’esser visto, quando, a tempo debito, sarebbe venuto a
spiare.
Conoscendo le abitudini della moglie, le ore in cui soleva uscir di casa,
argomentò che il convegno con l’amante poteva aver luogo o alla mattina, fra le
dieci e le undici o nel pomeriggio poco dopo le quattro. Ma più facilmente di
mattina. Ebbene, poiché era lì, perché non rimanerci? Poteva darsi benissimo che
gli riuscisse di togliersi il dubbio quella mattina stessa. Guardò l’orologio;
mancava poco più di un’ora alle dieci. Impossibile star lì fermo, in quel
portone, tanto tempo Poiché lì vicino c’era l’entrata a Villa Borghese da Porta
Pinciana: ecco, si sarebbe recato a passeggiare a Villa Borghese per un’oretta.
Era una bella mattinata di novembre, un po’ rigida.
Entrato nella Villa, don Giulio vide nella prossima pista due ufficiali
d’artiglieria insieme con due signorine, che parevano inglesi, sorelle, bionde e
svelte nelle amazzoni grige, con due lunghi nastri scarlatti annodati attorno al
colletto maschile. Sotto gli occhi di don Giulio essi presero tutte quattro a un
tempo la corsa, come per una sfida. E don Giulio si distrasse: scese il ciglio
del viale, s’appressò alla pista per seguir quella corsa e notò subito, con
l’occhio esperto, che il cavallo, un sauro, montato dalla signorina che stava a
destra, buttava male i quarti anteriori. I quattro scomparvero nel giro della
pista. E don Giulio rimase lì a guardare, ma dentro di sè: sua moglie, donna
Livia, su un grosso baio focoso. Nessuna donna stava così bene in sella, come
sua moglie. Era veramente un piacere vederla. Cavallerizza nata! E con tanta
passione pei cavalli, così nemica dei languori femminili, s’era andata a mettere
con quel Lulù Sacchi frollo, melenso?... Era da vedere, via!
Girò, astratto, assorto, pe’ viali, dove lo portavano i piedi A un certo punto
consultò l’orologio e s’affrettò a tornare indietro. S’eran fatte circa le
dieci, perbacco! e diventava quasi un’impresa, ora, traversare Via Sardegna per
arrivare a quel portone là in fondo. Certo sua moglie non sarebbe venuta dalla
parte di Via Veneto, ma da laggiù, per una traversa di Via Boncompagni. C’era
però il rischio che di qua venisse Lulù e lo scorgesse.
Simulando una gran disinvoltura, senza voltarsi indietro, ma allungando lo
sguardo fin in fondo alla via, Del Carpine andava con un gran batticuore che,
dandogli una romba negli orecchi, quasi gli toglieva il senso dell’udito. Man
mano che inoltrava, l’ansia gli cresceva. Ma ecco il portone: ancora pochi
passi... E don Giulio stava per trarre un gran respiro di sollievo,
sgattaiolando dentro il portone, quando...
- Tu, qua?
Trasecolò. Lulù Sacchi era lì anche lui, nello stesso portone. Curvo, carezzava
un cagnolino lungo lungo, basso basso, di pelo nero; e quel cagnolino gli faceva
un mondo di feste, tutto fremente, e si storcignava, si allungava, grattando con
le zampetto su le gambe di lui, o saltava per arrivare a lambirgli il volto. Ma
non era Liri, quello? Sì, Liri, il cagnolino di sua moglie.
Lulù era pallido, alterato dalla commozione; aveva gli occhi pieni di lagrime,
evidentemente per le feste che gli faceva il cagnolino quella bestiola buona,
quella bestiola cara, che lo conosceva bene e gli era fedele, ah esso sì, esso
sì! non come quella sua padronaccia, donna indegna, donna vile, sì, sì, o buon
Liri, anche vile, vile; perché una donna che si porta nel quartierino pagato dal
proprio amante un altro amante, il quale dov’essere per forza un miserabile, un
farabutto, un mascalzone, questa donna, o buon Liri, è vile, vile, vile.
Così diceva fra sè Lulù Sacchi, carezzando il cagnolino e piangendo dall’onta e
dal dolore, prima che Giulio del Carpine entrasse nel portone, dove anche lui
era venuto ad appostarsi.
Per un equivoco preso dalla vecchia serva che si recava dopo i convegni a
rassettare il quartierino, Lulù aveva scoperto quell’infamia di donna Livia; e,
venendo ad appostarsi, aveva trovato per istrada Liri, smarrito evidentemente
dalla padrona nella fretta di salir su al convegno.
La presenza del cagnolino lì in quella strada, aveva dato la prova a Lulù Sacchi
che il tradimento era vero, era vero! Anche lui non aveva voluto crederci; ma
con più ragione, lui, perché veramente una tale indegnità passava la parte. E
adesso si spiegava perché ella non aveva voluto ch’egli tenesse la chiave del
quartierino e se la fosse tenuta lei, invece, costringendolo ogni volta ad
aspettare lì, nello studio di scultura, ch’ella venisse. Oh com’era stato
imbecille, stupido, cieco!
Tutto intanto poteva aspettarsi il povero Lulù, tranne che don Giulio del
Carpine venisse a sorprenderlo nel suo agguato.
I due uomini si guardarono, allibiti. Lulù Sacchi non pensò che aveva gli occhi
rossi di pianto, ma istintivamente, poiché le lagrime gli si erano raggelate sul
volto in fiamme, se le portò via con due dita e, alla prima domanda lanciata
nello stupore da don Giulio: Tu qua! rispose balbettando e aprendo le labbra a
uno squallido sorriso:
- Eh?... già... sì.... a-aspettavo...
Del Carpine guardò, accigliato, il cane.
- E Liri?
Lulù Sacchi chinò gli occhi a guardarlo, come se non lo avesse prima veduto, e
disse:
- Già... Non so... si trova qui...
Di fronte a quella smarrita scimunitaggine, don Giulio ebbe come un fremito di
stizza; scese sul marciapiede della via e guardò in sè, al numero del portone.
- Insomma è qua? Dov’è?
- Che dici? - domandò Lulù Sacchi ancora col sorriso squallido su le labbra, ma
come se non avesse più una goccia di sangue nelle vene.
Del Carpine lo guardò con gli occhi invetrati.
- Chi aspettavi tu qua?
- Un... un mio amico - balbettò Lulù. - È... è andato sù...
- Con Livia, - domandò Del Carpine.
- No! Che dici? - fece Lulù Sacchi, smorendo vieppiù.
- Ma se Liri è qua...
- Già è qua; ma ti giuro che io l’ho proprio trovato per istrada, - disse col
calore della verità Lulù Sacchi, infoscandosi a un tratto.
- Qua? per istrada? - ripeté Del Carpine, chinandosi verso il cane. - Sai tu
dunque la strada, eh, Liri? Come mai? Come mai?
La povera bestiola, sentendo la voce del padrone insolitamente carezzevole, fu
presa da un subita gioia; gli si slanciò su le gambe, dimenandosi tutta;
cominciò a smaniare con le zampette; s’allungò, guajolando; poi s’arrotolò per
terra e, quasi fosse improvvisamente impazzita, si mise a girare, a girar di
furia per l’androne; poi a spiccar salti addosso al padrone, addosso a Lulù,
abbajando forte, ora, come se, in quel suo delirio d’affetto, in
quell’accensione della istintiva fedeltà, volesse uniti quei due uomini, fra i
quali non sapeva come spartire la sua gioia e la sua devozione.
Era davvero uno spettacolo commoventissimo la fedeltà di questo cane d’una donna
infedele, verso quei due uomini ingannati. L’uno e l’altro, ora, per sottrarsi
al penosissimo imbarazzo in cui si trovavano così di fronte, si compiacevano
molto della festa frenetica ch’esso faceva loro; e presero ad aizzarlo con la
voce, col frullo delle dita:
- « Qua, Liri! » - « Povero Liri! » - ridendo tutti
e due convulsamente.
A un tratto però Liri s’arrestò, come per fiuto improvviso: andò su la soglia
del portone, vi si acculò un po’, sospeso, inquieto, guardando nella via, con le
due orecchie tese e la testina piegata da una parte, quindi spiccò la corsa
precipitosamente.
Don Giulio sporse il capo a guardare, e vide allora sua moglie che svoltava
dalla via, seguita dal cagnolino. Ma sentì afferrarsi per un braccio da Lulù
Sacchi, il quale - pallido, stravolto, fremente - gli disse:
- Aspetta! Lasciami vedere con chi...
- Come! - fece don Giulio, restando.
Ma Lulù Sacchi non ragionava più; lo strappò indietro, ripetendo:
- Lasciami vedere, ti dico! Sta’ zitto..
Vide Liri, che s’era fermato all’angolo della via, perplesso, come tenuto tra
due, guardando verso il portone, in attesa. Poco dopo, dalla porta segnata col
numero 96 uscì un giovanottone su i vent’anni, tronfio, infocato in volto, con
un pajo di baffoni in su, inverosimili.
- Il Toti! - esclamò allora Lulù Sacchi, con un ghigno orribile, che gli
contraeva tutto il volto; e, senza lasciare il braccio di don Giulio, aggiunse:
- Il Toti, capisci? Un ragazzaccio! Uno studentello! Capisci, che fa tua moglie?
Ma gliel’accomodo io, adesso! Lasciami fare... Hai visto? E ora basta, Giulio!
Basta per tutti, sai?
Don Giulio del Carpine rimase come intronato. Eh che? Due, dunque? Lulù messo da
parte, oltrepassato? lì, un altro, nello stesso - quartierino? Un giovinastro...
Sua moglie! E come mai Lulù?.. Dunque, stava ad aspettare anche lui?... E quel
cagnolino smarrito lì, in mezzo alla via, confuso... eh sfido!... tra tanti... E
aveva fatto le feste anche a lui... carino... carino... carino...
- Ah! - fece don Giulio, scrollandosi tutto dalla nausea, dal ribrezzo, ma pur
con un segreto compiacimento che, per Lulù almeno, era come aveva detto lui: che
veramente, cioè, sua moglie non aveva potuto prenderlo sul serio, e lo aveva
ingannato, ecco qua; e non solo, ma anche schernito! anche schernito!
Cavò il fazzoletto e si stropicciò le mani che la bestiola devota gli aveva
lambite; se le stropicciò forte forte forte, fin quasi a levarsi la pelle.
Ma, a un tratto, se lo vide accanto, chiotto chiotto, con le orecchie basse, la
coda tra le gambe, quel povero Liri, che s’era provato a seguir prima la
padrona, poi il Toti, poi Lulù e che ora infine aveva preso a seguir lui.
Don Giulio fu assalito da una rabbia furibonda: gli parve oscenamente scandalosa
la fedeltà di quella brutta bestiola e le allungò anche lui un violentissimo
calcio.
- Va’ via!
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