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III
L’avvocato Zummo credeva d’aver finito per quel giorno e rassettava le carte su
la scrivania, per andarsene, quando si vide innanzi quei tre nuovi, ignoti
clienti.
- Lor signori? - domandò di mala grazia.
- Piccirilli Serafino, - ripeté l’uomo funebre, inchinandosi più profondamente e
guardando la moglie e la figliuola per vedere come facevano la riverenza.
La fecero bene, e istintivamente egli accompagnò col corpo la loro mossa da
bertucce ammaestrate.
- Seggano, seggano, - disse l’avvocato Zummo, sbarrando tanto d’occhi allo
spettacolo di quella mimica. -- È tardi. Debbo andare.
I tre sedettero subito innanzi alla scrivania, imbarazzatissimi. La contrazione
del timido sorriso, nella faccia cerea del Piccirilli, era orribile: stringeva
il cuore. Chi sa da quanto tempo non rideva più quel pover’uomo!
- Ecco, signor avvocato...
- Siamo venuti, - cominciò contemporaneamente la figlia.
E la madre, con gli occhi al soffitto, sbuffò:
- Cose dell’altro mondo!
- Insomma, parli uno, - disse Zummo, accigliato. - Chiaramente e brevemente. Di
che si tratta?
- Ecco, signor avocato, - riprese il Piccirilli, dando un’ingollatina. - Abbiamo
ricevuto una citazione.
- Assassinio, signor avvocato! - proruppe di nuovo la moglie.
- Mammà, - fece timidamente la figlia per esortarla a tacere o a parlar più
pacata.
Il Piccirilli guardò la moglie, e, con quella autorità che la meschinissima
corporatura gli poteva conferire, aggiunse:
- Mararo’, ti prego parlo io. Una citazione, signor avvocato. Noi abbiamo dovuto
lasciar la casa in cui abitavamo, perché...
- Ho capito. Sfratto? - domandò Zummo per tagliar corto.
- Nossignore, - rispose umilmente il Piccirilli. - Al contrario. Abbiamo pagato
sempre la pigione, puntualmente, anticipata. Ce ne siamo andati da noi, contro
la volontà del proprietario, anzi. E il proprietario ora ci chiama a rispettare
il contratto di locazione e per di più, responsabili di danni e interessi,
perché, dice, la casa noi gliel’abbiamo infamata
- Come come? - fece Zummo, rabbujandosi e guardando, questa volta, la moglie. -
Ve ne siete andati da voi; gli avete infamato la casa, e il proprietario... Non
capisco Parliamoci chiaro, signori miei! L’avvocato è come il confessore.
Commercio illecito?
- Nossignore! - s’affrettò a rispondere il Piccirilli, ponendosi le mani sul
petto. - Che commercio? Niente! Noi non siamo commercianti. Solo tua moglie dà
qualche cosina... così... in prestito, ma a un interesse...
- Onesto, ho capito!
- Creda, sissignore, consentito finanche dalla Santa Chiesa... Ma questo non
c’entra. Il Granella, proprietario della casa, dice che noi gliel’abbiamo
infamata, perché in tre mesi, in quella casa maledetta, ne abbiamo vedute di
tutti i colori, signor avvocato! Mi vengono... mi vengono i brividi solo a
pensarci!
- Oh Signore, scampatene e liberatene tutte le creature della terra! - esclamò
con un formidabile sospiro la moglie levandosi in piedi levando le braccia e poi
facendosi con la mano piena d’anelli il segno della croce.
La figlia, col capo basso e con le labbra strette, aggiunse:
- Una persecuzione... (Siedi, mammà).
- Perseguitati, sissignore! - rincalzò il padre. - (siedi, Mararo’!)
Perseguitati, è la parola. Noi siamo stati per tre mesi perseguitati a morte in
quella casa.
- Perseguitati da chi? - gridò Zummo, perdendo alla fine la pazienza.
- Signor avvocato, - riprese piano il Piccirilli, protendendosi verso la
scrivania e ponendosi una mano presso la bocca, mentre con l’altra imponeva
silenzio alle due donne. - (Ssss...) Signor avvocato, dagli spiriti!
- Da chi? - fece Zummo, credendo d’aver sentito male.
- Dagli spiriti, sissignore! - raffermò forte, coraggiosamente, la moglie,
agitando in aria le mani.
Zummo scattò in piedi, su le furie:
- Ma andate là! Non mi fate ridere! Perseguitati dagli spiriti? Io devo andare a
mangiare, signori miei!
Quelli, allora, alzandosi anche loro, lo circondarono per trattenerlo, e presero
a parlare tutti e tre insieme, supplici:
- Sissignore, sissignore! Vossignoria non ci crede? Ma ci ascolti... Spiriti,
spiriti infernali! Li abbiamo veduti noi, coi nostri occhi. Veduti e sentiti...
Siamo stati martoriati, tre mesi!
E Zummo, scrollandosi rabbiosamente:
- Ma andate, vi dico! Sono pazzie! Siete venuti da me? Al manicomio, al
manicomio, signori miei!
- Me se ci hanno citato... - gemette a mani giunte il Piccirilli.
- Hanno fatto benone! - gli gridò Zummo sul muso.
- Che dice, signor avvocato? - s’intromise la moglie, scostando tutti. - È
questa l’assistenza che Vossignoria presta alla povera gente perseguitata? Oh
Signore! Vossignoria parla così perché non ha veduto come noi! Ci sono, creda
pure, ci sono gli spiriti! ci sono! E nessuno meglio di noi lo può sapere!
- Voi li avete veduti? - le domandò Zummo con un sorriso di scherno.
- Sissignore. con gli occhi miei, - affermò, subito, non interrogato, il
Piccirilli.
- Anch’io coi miei - aggiunse la figlia, con lo stesso gesto.
- Ma forse coi vostri! - non poté tenersi dallo sbuffare l’avvocato Zummo con
gl’indici tesi verso i loro occhi strabi.
- E i miei. allora? - saltò a gridare la moglie, dandosi una manata furiosa sul
petto e spalancando gli occhiacci. - Io ce li ho giusti, per grazia di Dio, e
belli grossi, signor avvocato! E li ho veduti anch’io, sa, come ora vedo Lei.
- Ah sì? - fece Zummo. - Come tanti avvocati?
- E va bene! - sospirò la donna. - Vossignoria non ci crede; ma abbiamo tanti
testimoni, sa? tutto il vicinato che potrebbe venire a deporre...
Zummo aggrottò le ciglia:
- Testimoni che hanno veduto?
- Veduto e udito, sissignore!
- Ma veduto... che cosa per esempio? - domandò Zummo, stizzito.
- Per esempio, seggiole muoversi, senza che nessuno le toccasse...
- Seggiole?
- Sissignore.
- Quella seggiola là, per esempio?
- Sissignore, quella seggiola là, mettersi a far le capriole per la stanza, come
fanno i ragazzacci per istrada; e poi, per esempio... che debbo dire? un
portaspilli, per esempio, di velluto, in forma di melarancia, fatto da mia
figlia Tinina, volare dal cassettone su la faccia del povero mio marito, come
lanciato... come lanciato da una mano invisibile; l’armadio a specchio
scricchiolare e tremar tutto, come avesse le convulsioni, e dentro... dentro
l’armadio, signor avvocato... mi s’aggricciano le carni solo a pensarci...
risate!
- Risate! - aggiunse la figlia.
- Risate! - il padre
E la moglie, senza perder tempo, seguitò:
- Tutte queste cose, signor avvocato mio, le hanno vedute e udite le nostre
vicine, che sono pronte, come le ho detto, a testimoniare. Noi abbiamo veduto e
udito ben altro!
- Tinina, il ditale, - suggerì, a questo punto, il padre.
- Ah, sissignore, - prese a dire la figlia, riscotendosi con un sospiro. - Avevo
un ditalino d’argento, ricordo della nonna, sant’anima! Lo guardavo, come la
pupilla degli occhi. Un giorno, lo cerco nella tasca e non lo trovo! lo cerco
per tutta la casa e non lo trovo. Tre giorni a cercarlo, che a momenti ci
perdevo anche la testa. Niente! Quando una notte, mentre stavo a letto, sotto la
zanzariera...
- Perché ci sono anche le zanzare, in quella casa, signor avvocato! - interruppe
la madre.
- E che zanzare! - appoggiò il padre, socchiudendo gli occhi e tentennando il
capo.
- Sento, - riprese la figlia, - sento qualcosa che salta sul cielo della
zanzariera...
A questo punto il padre la fece tacere con un gesto della mano. Doveva attaccar
lui. Era un pezzo concertato, quello.
- Sa, signor avvocato? tal quale come si fanno saltare le palle di gomma, che si
dà loro un colpetto e rivengono alla mano.
- Poi, - seguitò la figlia, - come lanciato più forte, il mio ditalino dal cielo
della zanzariera va a schizzare al soffitto e casca per terra, ammaccato.
- Ammaccato - ripeté la madre.
E il padre:
- Ammaccato!
- Scendo dal letto, tutta tremante, per raccoglierlo e, appena mi chino, al
solito, dal tetto...
- Risate, risate, risate... - terminò la madre.
L’avvocato Zummo restò a pensare, col capo basso e le mani dietro la schiena,
poi si riscosse, guardò negli occhi i tre clienti, si grattò il capo con un dito
e disse con un risolino nervoso:
- Spiriti burloni, dunque! Seguitate, seguitate... mi diverto.
- Burloni? Ma che burloni, signor avvocato! - ripigliò la donna. - Spiriti
infernali, deve dire Vossignoria! Tirarci le coperte del letto; sederci su lo
stomaco, la notte; percuoterci alle spalle; afferrarci per le braccia; e poi
scuotere tutti i mobili, sonare i campanelli, come se, Dio liberi e scampi, ci
fosse il terremoto; avvelenarci i bocconi, buttando la cenere nelle pentole e
nelle casseruole... Li chiama burloni Lei? Non ci hanno potuto né il prete né
l’acqua benedetta! Allora ne abbiamo parlato al Granella, scongiurandolo di
scioglierci dal contratto, perché non volevamo morire là, dallo spavento, dal
terrore... Sa che ci ha risposto quell’assassino? Storie! ci ha risposto. Gli
spiriti? Mangiate, dice, buone bistecche, dice, e curatevi i nervi. Lo abbiamo
invitato a vedere con gli occhi suoi, a sentir con le sue orecchie. Niente. Non
ha voluto saperne; anzi ci ha minacciati: «Guardatevi bene» dice «dal farne
chiasso, o vi fulmino!». Proprio così.
- E ci ha fulminato! - concluse il marito, scotendo il capo amaramente. - Ora,
signor avvocato, noi ci mettiamo nelle sue mani. Vossignoria può fidarsi di noi:
siamo gente dabbene: sapremo fare il nostro dovere.
L’avvocato Zummo finse, al solito, di non udire queste ultime parole: si stirò
per un pezzo ora un baffo ora l’altro, poi guardò l’orologio. Era presso il
tocco. La famiglia, di là, lo aspettava da un’ora per il desinare.
- Signori miei, - disse, - capirete benissimo che io non posso credere ai vostri
spiriti. Allucinazioni... storielle da femminucce. Guardo il caso, adesso, dal
lato giuridico. Voi dite d’aver veduto... non diciamo spiriti, per carità! dite
d’avere anche testimoni, e va bene; dite che l’abitazione in quella casa vi era
resa intollerabile da questa specie di persecuzione... diciamo, strana... ecco!
Il caso è nuovo e speciosissimo; e mi tenta, ve lo confesso. Ma bisognerà
trovare nel codice un qualche appoggio, mi spiego? un fondamento giuridico alla
causa. Lasciatemi vedere, studiare, prima di prendermene l’accollo. Ora è tardi.
Ritornate domani e vi saprò dare una risposta. Va bene così?
IV
Subito il pensiero di quella strana causa si mise a girar nella mente
dell’avvocato Zummo come una ruota di molino. A tavola, non poté mangiare; dopo
tavola, non poté riposare come soleva d’estate, ogni giorno, buttato sul letto
- Gli spiriti! - ripeteva tra sè di tratto in tratto; e le labbra gli s’aprivano
a un sorriso canzonatorio, mentre davanti agli occhi gli si ripresentavano le
comiche figure dei tre nuovi clienti, che giuravano e spergiuravano d’averli
veduti.
Tante volte aveva sentito parlar di spiriti; e, per certi racconti delle serve,
ne aveva avuto anche lui una gran paura, da ragazzo. Ricordava ancora le angosce
che gli avevano strizzato il coricino atterrito nelle terribili insonnie di
quelle notti lontane.
- L’anima! - sospirò a un certo punto, stirando le braccia verso il cielo della
zanzariera, e lasciandole poi ricader pesantemente sul letto. - L’anima
immortale... Eh già! Per ammetter gli spiriti bisogna presupporre l’immortalità
dell’anima; c’è poco da dire. L’immortalità dell’anima... Ci credo, o non ci
credo? Dico e ho detto sempre di no. Dovrei ora, almeno, ammettere il dubbio,
contro ogni mia precedente asserzione. E che figura ci faccio? Vediamo un po’.
Noi spesso fingiamo con noi stessi, come con gli altri. Io lo so bene. Sono
molto nervoso e, qualche volta, sissignore, trovandomi solo io ho avuto paura.
Paura di che? Non lo so. Ho avuto paura! Noi... ecco, noi temiamo di indagare il
nostro intimo essere, perché una tale indagine potrebbe scoprirci diversi da
quelli che ci piace di crederci o di esser creduti. Io non ho mai pensato sul
serio a queste cose. La vita ci distrae. Faccende, bisogni, abitudini, tutte le
minute brighe cotidiane non ci lasciano tempo di riflettere a queste cose, che
pure dovrebbero interessarci sopra tutte le altre. Muore un amico? Ci arrestiamo
là, davanti alla sua morte, come tante bestie, e preferiamo di volgere indietro
il pensiero, alla sua vita, rievocando qualche ricordo, per vietarci di andar
oltre con la mente, oltre il punto cioè che ha segnato per noi la fine del
nostro amico. Buona notte! Accendiamo un sigaro per cacciar via col fumo il
turbamento e la malinconia. La scienza s’arresta anch’essa, là, ai limiti della
vita, come se la morte non ci fosse e non ci dovesse dare alcun pensiero. Dice:
«Voi siete ancora qua; attendete a vivere, voialtri: l’avvocato pensi a far
l’avvocato; l’ingegnere a far l’ingegnere...». E va bene! Io faccio l’avvocato.
Ma ecco qua: l’anima immortale, i signori spiriti che fanno? vengono a bussare
alla porta del mio studio: «Ehi, signor avvocato, ci siamo anche noi, sa?
Vogliamo ficcare anche noi il naso nel suo codice civile! Voi, gente positiva,
non volete curarvi di noi? Non volete più darvi pensiero della morte? E noi,
allegramente, dal regno della morte, veniamo a bussare alle porte dei vivi, a
sghignazzar dentro gli armadii, a far rotolare sotto gli occhi vostri le
seggiole, come se fossero tanti monellacci ad atterrir la povera gente e a
mettere in imbarazzo, oggi, un avvocato che passa per dotto; domani, un
tribunale chiamato a dar su noi una novissima sentenza... ».
L’avvocato Zummo lasciò il letto in preda a una viva eccitazione e rientrò nello
studio per compulsare il codice civile.
Due soli articoli potevano offrire un certo fondamento alla lite: l’articolo
1575 e il 1577.
Il primo diceva:
Il locatore è tenuto per la natura del contratto e senza bisogno di speciale
stipulazione.
1° a consegnare al conduttore la cosa locata.
2° a mantenerla in istato di servire all’uso per cui viene locata,
3° a garantirne al conduttore il pacifico godimento per tutto il tempo della
locazione.
L’altro articolo diceva:
Il conduttore debb’essere garantito per tutti quei vizii o difetti della cosa
locata che ne impediscano l’uso, quantunque non fossero noti al locatore al
tempo della locazione. Se da questi vizii o difetti proviene qualche danno al
conduttore il locatore è tenuto a farnelo indenne, salvo che provi d’averli
ignorati.
Se non che, eccependo questi due articoli, non c’era via di mezzo, bisognava
provare l’esistenza reale degli spiriti.
C’erano i fatti e c’erano le testimonianze. Ma fino a qual punto erano queste
attendibili? e che spiegazione poteva dare la scienza di quei fatti?
L’avvocato Zummo interrogò di nuovo, minutamente, i Piccirilli; raccolse le
testimonianze indicategli e, accettata la causa, si mise a studiarla
appassionatamente.
Lesse dapprima una storia sommaria dello Spiritismo, dalle origini delle
mitologie fino ai dì nostri, e il libro del Jacolliot su i prodigi del
fachirismo; poi tutto quanto avevano pubblicato i più illustri e sicuri
sperimentatori, dal Crookes al Wagner, all’Aksakof; dal Gibier allo Zoellner al
Janet, al de Rochas, al Richet, al Morselli; e con suo sommo stupore venne a
conoscere che ormai i fenomeni così detti spiritici, per esplicita dichiarazione
degli scienziati più scettici e più positivi, erano innegabili.
- Ah, perdio! - esclamò Zummo, già tutto acceso e vibrante. - Qua la cosa cambia
d’aspetto!
Finché quei fenomeni gli erano stati riferiti da gentuccia come i Piccirilli e i
loro vicini, egli, uomo serio, uomo colto, nutrito di scienza positiva, li aveva
derisi e senz’altro respinti. Poteva accettarli? Seppure glieli avessero fatti
vedere e toccar con mano avrebbe piuttosto confessato di essere un allucinato
anche lui. Ma ora ora che li sapeva confortati dall’autorità di scienziati come
il Lombroso, come il Richet, ah perdio, la cosa cambiava d’aspetto!
Zummo, per il momento, non pensò più alla lite dei Piccirilli, e si sprofondò
tutto, a mano a mano sempre più convinto e con fervore crescente, ne’ nuovi
studii.
Da un pezzo non trovava più nell’esercizio dell’avvocatura, che pur gli aveva
dato qualche soddisfazione e ben lauti guadagni, non trovava più nella vita
ristretta di quella cittaduzza di provincia nessun pascolo intellettuale,
nessuno sfogo a tante scomposte energie che si sentiva fremere dentro, e di cui
egli esagerava a se stesso l’intensità, esaltandole come documenti del proprio
valore, via! quasi sprecato lì, tra le meschinità di quel piccolo centro.
Smaniava da un pezzo, scontento di sè, di tutto e di tutti; cercava un puntello,
un sostegno morale e intellettuale, una qualche fede, sì, un pascolo per
l’anima, uno sfogo per tutte quelle energie. Ed ecco, ora, leggendo quei
libri... Perdio! Il problema della morte, il terribile essere o non essere
d’Amleto, la terribile questione era dunque risolta? Poteva l’anima d’un
trapassato tornare per un istante a «materializzarsi» e venire a stringergli la
mano? Sì, a stringere la mano a lui, Zummo, incredulo, cieco fino a ieri, per
dirgli: - Zummo, sta’ tranquillo; non ti curare più delle miserie di codesta tua
meschinissima vita terrena! C’è ben altro, vedi? ben altra vita tu vivrai un
giorno! Coraggio! Avanti!
Ma Serafino Piccirilli veniva anche lui, ora con la moglie ora con la figliuola,
quasi ogni giorno, a sollecitarlo, a raccomandarglisi.
- Studio! studio! - rispondeva loro Zummo, su le furie. - Non mi distraete,
perdio! state tranquilli; sto pensando a voi.
Non pensava più a nessuno, invece. Rinviava le cause, rimandava anche tutti gli
altri clienti.
Per debito di gratitudine, tuttavia, verso quei poveri Piccirilli, i quali,
senza saperlo, gli avevano aperto innanzi allo spirito la via della luce, si
risolse alla fine a esaminare attentamente il loro caso.
Una grave questione gli si parò davanti e lo sconcertò non poco su le prime. In
tutti gli esperimenti, la manifestazione dei fenomeni avveniva costantemente per
la virtù misteriosa d’un medium. Certo, uno dei tre Piccirilli doveva esser
medium senza saperlo. Ma in questo caso il vizio non sa ebbe stato più della
casa del Granella, bensì degli inquilini; e tutto il processo crollava. Però,
ecco, se uno dei Piccirilli era medium senza saperlo, la manifestazione dei
fenomeni non sarebbe avvenuta anche nella nuova casa presa da essi in affitto?
Invece, no! E anche nelle case precedentemente abitate i Piccirilli assicuravano
d’esser stati sempre tranquilli. Perché dunque nella sola casa del Granella si
erano verificate quelle paurose manifestazioni? Evidentemente, doveva esserci
qualcosa di vero nella credenza popolare delle case abitate dagli spiriti. E poi
c’era la prova di fatto. Negando nel modo più assoluto la dote della medianità
alla famiglia Piccirilli, egli avrebbe dimostrato falsa la spiegazione
biologica, che alcuni scienziati schizzinosi avevan tentato di dare dei fenomeni
spiritici. Che biologia d’Egitto! Bisognava senz’altro ammettere l’ipotesi
metafisica. O che era forse medium, lui, Zummo? Eppure parlava col tavolino. Non
aveva mai composto un verso in vita sua; eppure il tavolino gli parlava in
versi, coi piedi. Che biologia d’Egitto!
Del resto, giacché a lui più che la causa dei Piccirilli premeva ormai
d’accertare la verità, avrebbe fatto qualche esperimento in casa dei suoi
clienti.
Ne parlò ai Piccirilli; ma questi si ribellarono, impauriti. Egli allora
s’inquietò e diede loro a intendere che quell’esperimento era necessario, per la
lite, anzi imprescindibile! Fin dalle prime sedute, la signorina Piccirilli,
Tinina, si rivelò un medium portentoso. Zummo, convulso, coi capelli irti su la
fronte, atterrito e beato, potè assistere a tutte, o quasi, le manifestazioni
più stupefacenti registrate e descritte nei libri da lui letti con tanta
passione. La causa crollava, è vero; ma egli, fuori di sé, gridava ai suoi
clienti a ogni fine di seduta:
- Ma che ve n’importa, signori miei? Pagate, pagate... Miserie! Sciocchezze!
Qua, perdio, abbiamo la rivelazione dell’anima immortale!
Ma potevano quei poveri Piccirilli condividere questo generoso entusiasmo del
loro avvocato? Lo presero per matto. Da buoni credenti, essi non avevano mai
avuto il minimo dubbio su l’immortalità delle loro afflitte e meschine animelle.
Quegli esperimenti, a cui si prestavano da vittime, per obbedienza, sembravano
loro pratiche infernali. E invano Zummo cercava di rincorarli. Fuggendo dalla
casa del Granella, essi credevano d’essersi liberati dalla tremenda
persecuzione; e ora, nella nuova casa, per opera del signor avvocato, eccoli di
nuovo in commercio coi demonii, in preda ai terrori di prima! Con voce
piagnucolosa scongiuravano l’avvocato di non farne trapelar nulla, di quelle
sedute, di non tradirli, per carità!
- Ma va bene, va bene! - diceva loro Zummo, sdegnato - Per chi mi prendete? per
un ragazzino? State tranquilli, signori miei! Io esperimento qua, per conto mio.
L’uomo di legge, poi, saprà fare il suo dovere in tribunale, che diamine!
Sosterremo il vizio occulto della casa, non dubitate!
V
Lo sostenne, difatti, il vizio occulto della casa, ma senz’alcun calore di
convinzione, certo com’era ormai della medianità della signorina Piccirilli.
Invece sbalordì i giudici, i colleghi, il pubblico che stipava l’aula del
tribunale, con una inaspettata, estrosa, fervida professione di fede. Parlò di
Allan Kardech come d’un novello messia; definì lo spiritismo la religione nuova
dell’umanità; disse che la scienza co’ suoi saldi ma freddi ordigni, col suo
formalismo troppo rigoroso aveva sopraffatto la natura; che l’albero della vita
allevato artificialmente dalla scienza, aveva perduto il verde, s’era isterilito
o dava frutti che imbozzacchivano e sapevano di cenere e tosco, perché nessun
calore di fede più li maturava. Ma ora, ecco, il mistero cominciava a schiudere
le sue porte tenebrose: le avrebbe spalancate domani! Intanto, da questo primo
spiraglio all’umanità sgomenta, in angosciosa ansia, venivano ombre ancora
incerte e paurose a rivelare il mondo di là: strane luci, strani segni...
E qui l’avvocato Zummo, con drammaticissima eloquenza, entrò a parlare delle più
meravigliose manifestazioni spiritiche, attestate, controllate, accettate dai
più grandi luminari della scienza: fisici, chimici, psicologi, fisiologi,
antropologi, psichiatri; soggiogando e spesso atterrendo addirittura il pubblico
che ascoltava a bocca aperta e con gli occhi spalancati.
Ma i giudici, purtroppo, si vollero tenere terra terra, forse per reagire ai
voli troppo sublimi dell’avvocato difensore. Con irritante presunzione,
sentenziarono che le teorie, tuttora incerte, dedotte dai fenomeni così detti
spiritici, non erano ancora ammesse e accettate dalla scienza moderna,
eminentemente positiva; che, del resto, venendo a considerar più da vicino il
processo, se per l’articolo 1575 il locatore è tenuto a garantire al conduttore
il pacifico godimento della cosa locata, nel caso in esame, come avrebbe potuto
il locatore stesso garantir la casa dagli spiriti, che sono ombre vaganti e
incorporee? come scacciare le ombre? E, d’altra parte, riguardo all’articolo
1577, potevano gli spiriti costituire uno di quei vizii occulti che impediscono
l’uso dell’abitazione? Erano forse ingombranti? E quali rimedii avrebbe potuto
usare il locatore contro di essi? Senz’altro, dunque, dovevano essere respinte
le eccezioni dei convenuti.
Il pubblico, commosso ancora e profondamente impressionato dalle rivelazioni
dell’avvocato Zummo, disapprovò unanimemente questa sentenza, che nella sua
meschinità, pur presuntuosa sonava come un’irrisione. Zummo inveì contro il
tribunale con tale scoppio d’indignazione che per poco non fu tratto in arresto.
Furibondo, sottrasse alla commiserazione generale i Piccirilli, proclamandoli in
mezzo alla folla plaudente martiri della nuova religione.
Il Granella intanto, proprietario della casa, gongolava di gioia maligna.
Era un omaccione di circa cinquant’anni, adiposo e sanguigno. Con le mani in
tasca, gridava forte a chiunque volesse sentirlo, che quella sera stessa sarebbe
andato a dormire nella casa degli spiriti - solo! Solo, solo, sì, perché la
vecchia serva che stava da tant’anni con lui, grazie all’infamia dei Piccirilli,
lo aveva piantato, dichiarandosi pronta a servirlo dovunque, foss’anche in una
grotta, tranne che in quella povera casa infamata da quei signori là. E non gli
era riuscito di trovare in tutto il paese un’altra serva o un servo che fosse, i
quali avessero il coraggio di stare con lui. Ecco il bel servizio che gli
avevano reso quegli impostori! E una casa perduta, come andata in rovina!
Ma ora egli avrebbe dimostrato a tutto il paese che il tribunale, condannando
alle spese e al risarcimento dei danni quegli imbecilli, gli aveva reso
giustizia. Là, egli solo! Voleva vederli in faccia questi signori spiriti!
E sghignazzava.
VI
La casa sorgeva nel quartiere più alto della città, in cima al colle.
La città aveva lassù una porta, il cui nome arabo, divenuto stranissimo nella
pronunzia popolare: Bibirrìa, voleva dire Porta dei Venti.
Fuori di questa porta era un largo spiazzo sterrato; e qui sorgeva solitaria la
casa del Granella. Dirimpetto aveva soltanto un fondaco abbandonato, il cui
portone imporrito e sgangherato non riusciva più a chiudersi bene, e dove solo
di tanto in tanto qualche carrettiere s’avventurava a passar la notte a guardia
del carro e della mula.
Un solo lampioncino a petrolio stenebrava a mala pena, nelle notti senza luna,
quello spiazzo sterrato. Ma, a due passi, di qua dalla porta, il quartiere era
popolatissimo, oppresso anzi di troppe abitazioni.
La solitudine della casa del Granella non era dunque poi tanta, e appariva
triste (più che triste, ora, paurosa) soltanto di notte. Di giorno, poteva
essere invidiata da tutti coloro che abitavano in quelle case ammucchiate.
Invidiata la solitudine, e anche la casa per se stessa, non solo per la libertà
della vista e dell’aria, ma anche per il modo com’era fabbricata, per
l’agiatezza e i comodi che offriva, a molto minor prezzo di quelle altre, che
non ne avevano né punto né poco.
Dopo l’abbandono del Piccirilli, il Granella l’aveva rimessa tutta a nuovo;
carte da parato nuove; pavimenti nuovi, di mattoni di Valenza; ridipinti i
soffitti; rinverniciati gli usci, le finestre, i balconi e le persiane. Invano!
Erano venuti tanti a visitarla, per curiosità; nessuno aveva voluto prenderla in
affitto. Ammirandola, così pulita, così piena d’aria e di luce, pensando a tutte
le spese fatte, quasi quasi il Granella piangeva dalla rabbia e dal dolore.
Ora egli vi fece trasportare un letto, un cassettone, un lavamano e alcune
seggiole, che allogò in una delle tante camere vuote; e, venuta la sera, dopo
aver fatto il giro del quartiere per far vedere a tutti che manteneva la parola,
andò a dormire solo in quella sua povera casa infamata.
Gli abitanti del quartiere notarono che s’era armato di ben due pistole. E
perché?
Se la casa fosse stata minacciata dai ladri, eh, quelle armi avrebbero potuto
servirgli, ed egli avrebbe potuto dire che se le portava per prudenza. Ma contro
gli spiriti, caso mai, a che gli sarebbero servite? Uhm!
Aveva tanto riso, là, in tribunale, che ancora nel faccione sanguigno aveva
l’impronta di quelle risa.
In fondo in fondo, però... ecco, una specie di vellicazione irritante allo
stomaco se la sentiva, per tutti quei discorsi che si erano fatti, per tutte
quelle chiacchiere dell’avvocato Zummo.
Uh, quanta gente. anche gente per bene, spregiudicata, che in presenza sua aveva
dichiarato più volte di non credere a simili fandonie, ora, prendendo ardire
dalla fervida affermazione di fede dell’avvocato Zummo e dall’autorità dei nomi
citati e dalle prove documentate, non s’era messa di punto in bianco a
riconoscere che... sì, qualche cosa di vero infine poteva esserci, doveva
esserci, in quelle esperienze... (ecco, esperienze ora, non più fandonie!).
Ma che più? Uno degli stessi giudici, dopo la sentenza, uscendo dal tribunale,
s’era avvicinato all’avvocato Zummo che aveva ancora un diavolo per capello, e -
sissignori aveva ammesso anche lui che non pochi fatti riferiti in certi
giornali, col presidio di insospettabili testimonianze di scienziati famosi, lo
avevano scosso, sicuro! E aveva narrato per giunta che una sua sorella, maritata
a Roma, fin da ragazza, una o due volte l’anno, di pieno giorno, trovandosi
sola, era visitata, com’ella asseriva, da un certo ometto rosso misterioso, che
le confidava tante cose e le recava finanche doni curiosi...
Figurarsi Zummo, a una tale dichiarazione, dopo la sentenza contraria! E allora
quel giudice imbecille s’era stretto nelle spalle e gli aveva detto:
- Ma capirà, caro avvocato, allo stato delle cose...
Insomma, tutta la cittadinanza era rimasta profondamente scossa dalle
affermazioni e dalle rivelazioni di Zummo. E Granella ora si sentiva solo: solo
e stizzito, come se tutti lo avessero abbandonato, vigliaccamente.
La vista dello sterrato deserto, dopo il quale l’alto colle su cui sorge la
città strapiomba in rigidissimo pendio su un’ampia vallata, con quell’unico
lampioncino, la cui fiammella vacillava come impaurita dalla tenebra densa che
saliva dalla valle, non era fatta certamente per rincorare un uomo dalla
fantasia un po’ alterata. Né poté rincorarlo poi di più il lume d’una sola
candela stearica la quale - chi sa perché - friggeva ardendo, come se qualcuno
vi soffiasse sù per spegnerla. (Non s’accorgeva Granella che aveva un ansito da
cavallo, e che soffiava lui, con le nari, su la candela.)
Attraversando le molte stanze vuote silenziose rintronanti per entrare in quella
nella quale aveva allogato i pochi mobili, tenne fisso lo sguardo su la fiamma
tremolante riparata con una mano, per non veder l’ombra del proprio corpo
mostruosamente ingrandita, fuggente lungo le pareti e sul pavimento.
Il letto, le seggiole, il cassettone, il lavamano gli parvero come sperduti in
quella camera rimessa a nuovo. Posò la candela sul cassettone, vietandosi di
allungar lo sguardo all’uscio, oltre al quale le altre camere vuote eran rimaste
buje. Il cuore gli batteva forte. Era tutto in un bagno di sudore.
Che fare adesso? Prima di tutto, chiudere quell’uscio e metterci il paletto. Sì,
perché sempre, per abitudine, prima d’andare a letto, egli si chiudeva così, in
camera. È vero che, di là, adesso, non c’era nessuno, ma... l’abitudine, ecco! E
perché intanto aveva ripreso in mano la candela per andare a chiudere
quell’uscio nella stessa stanza? Ah... già, distratto!...
Non sarebbe stato bene, ora, aprire un tantino il balcone? Auff! si soffocava
dal caldo, là dentro... E poi, c’era ancora un tanfo di vernice... Sì, sì, un
tantino, il balcone. E nel mentre che la camera prendeva un po’ d’aria, egli
avrebbe rifatto il letto con la biancheria che s’era portata
Così fece. Ma appena steso il primo lenzuolo su le materasse, gli parve di
sentire come un picchio all’uscio. I capelli gli si drizzarono su la fronte, un
brivido gli spaccò le reni, come una rasoiata a tradimento. Forse il pomo della
lettiera di ferro aveva urtato contro la parete? Attese un po’, col cuore in
tumulto. Silenzio. Ma gli parve misteriosamente animato, quel silenzio...
Granella raccolse tutte le forze, aggrottò le ciglia, cavò dalla cintola una
delle pistole riprese in mano la candela, riaprì l’uscio e, coi capelli che gli
fremevano sul capo, gridò:
- Chi è là?
Rimbombò cupamente il vocione nelle vuote camere. E quei rimbombo, fece
indietreggiare il Granella. Ma subito egli si riprese: batté un piede; avanzò il
braccio con la pistola impugnata. Attese un tratto, poi si mise a ispezionare
dalla soglia quella camera accanto.
C’era solamente una scala, in quella camera, appoggiata alla parete di contro:
la scala di cui s’erano serviti gli operai per riattaccar la carta da parato
nelle stanze. Nient’altro. Ma sì, via, non ci poteva esser dubbio: il pomo della
lettiera aveva urtato contro la parete.
E Granella rientrò nella camera, ma con le membra d’un subito rilassate e
appensatite così, che non poté più per il momento rimettersi a fare il letto.
Prese una seggiola e andò a sedere al balcone, al fresco.
- Zrì!
Accidenti al pipistrello! Ma riconobbe subito, eh, che quello era uno strido di
pipistrello attirato dal lume della candela che ardeva nella camera. E rise
Granella della paura che, questa volta, non aveva avuto, e alzò gli occhi per
discerner nel buio lo svolazzìo del pipistrello. In quel mentre, gli giunse
all’orecchio dalla camera uno scricchiolio. Ma riconobbe subito ugualmente che
quello scricchiolio era della carta appiccicata di fresco alle pareti, e ci si
divertì un mondo! Ah, erano uno spasso gli spiriti, a quella maniera... Se non
che, nel voltarsi, così sorridente, a guardar dentro la camera, vide... - non
comprese bene, che fosse, in prima: balzò in piedi, esterrefatto; s’afferrò,
rinculando, alla ringhiera del balcone. Una lingua spropositata, bianca,
s’allungava silenziosamente lungo il pavimento, dall’uscio dell’altra camera,
rimasto aperto!
Maledetto, maledetto, maledetto! un rotolo di carta da parato un rotolo di carta
da parato che gli operai forse avevano lasciato lì in capo a quella scala... Ma
chi lo aveva fatto precipitare di là e poi scivolare così, svolgendosi, lungo il
pavimento di due stanze, imbroccando perfettamente l’uscio aperto?
Granella non poté più reggere Rientrò con la sedia; richiuse di furia il
balcone; prese il cappello la candela, e scappò via, giù per la scala. Aperto
pian piano il portone, guardò nello sterrato. Nessuno! Tirò a sé il portone e,
rasentando il muro della casa, sgattaiolò per il viottolo fuori delle mura al
bujo.
Che doveva perderci la salute, lui, per amor della casa? Fantasia alterata, sì;
non era altro... dopo tutte quelle chiacchiere... Gli avrebbe fatto bene passare
una notte all’aperto, con quel caldo. La notte, del resto, era brevissima.
All’alba, sarebbe rincasato. Di giorno, con tutte le finestre aperte, non
avrebbe avuto più, di certo, quella sciocchissima paura; e, venendo di nuovo la
sera, avendo già preso confidenza con la casa, sarebbe stato tranquillo, senza
dubbio, che diamine! Aveva fatto male, ecco, ad andarci a dormire, così, in
prima, per una bravata. Domani sera...
Credeva il Granella che nessuno si fosse accorto della sua fuga. Ma in quel
fondaco dirimpetto alla casa, un carrettiere era ricoverato quella sera, che lo
vide uscire con tanta paura e tanta cautela, e lo vide poi rientrare ai primi
albori. Impressionato del fatto e di quei modi, costui ne parlò nel vicinato con
alcuni che, il giorno avanti, erano andati a testimoniare in favore dei
Piccirilli. E questi testimonii allora si recarono in gran segreto dall’avvocato
Zummo ad annunziargli la fuga del Granella spaventato.
Zummo accolse la notizia con esultanza.
- Lo avevo previsto! - gridò loro, con gli occhi che gli schizzavano fiamme. -
Vi giuro, signori miei, che lo avevo previsto! E ci contavo Farò appellare i
Piccirilli, e mi avvarrò di questa testimonianza dello stesso Granella! A noi,
adesso! Tutti d’accordo, ohé, signori miei!
Complottò subito, per quella notte stessa, l’agguato. Cinque o sei, con lui,
cinque o sei: non si doveva essere in più! Tutto stava a cacciarsi in quel
fondaco, senza farsi scorgere dal Granella. E zitti per carità! Non una parola
con nessuno, durante tutta la giornata.
- Giurate!
- Giuriamo’
Più viva soddisfazione di quella non poteva dare a Zummo l’esercizio della sua
professione d’avvocato! Quella notte stessa, poco dopo le undici, egli sorprese
il Granella che usciva scalzo dal portone della sua casa, proprio scalzo quella
notte, in maniche di camicia, con le scarpe e la giacca in una mano, mentre con
l’altra si reggeva su la pancia i calzoni che, sopraffatto dal terrore, non era
riuscito ad abbottonarsi.
Gli balzò addosso, dall’ombra, come una tigre, gridando: - Buon passeggio,
Granella!
Il pover’uomo, alle risa sgangherate degli altri appostati si lasciò cader le
scarpe di mano, prima una e poi l’altra e restò, con le spalle al muro,
avvilito, basito addirittura.
- Ci credi ora, imbecille, all’anima immortale? - ruggì Zummo, scrollandolo per
il petto. - La giustizia cieca ti ha dato ragione. Ma tu ora hai aperto gli
occhi. Che hai visto? Parla!
Ma il povero Granella, tutto tremante, piangeva, e non poteva parlare.
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