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Ma lei non mentiva.
Giovinetta ancora, lei, certamente avrebbe preso la patente di maestra, se il
padre, che la manteneva con tanto amore agli studii, non le fosse venuto a
mancare così di colpo, laggiù, in Calabria, assassinato, non per odio diretto ma
durante le elezioni politiche, per mano d’un sicario rimasto ignoto, pagato
senza dubbio dalla fazione avversaria del barone Barni, di cui egli era
segretario zelante e fedele.
Eletto deputato, il Barni, sapendola anche orfana di madre e sola per farsi
bello d’un atto di carità di fronte agli elettori, la aveva accolta in casa.
Così era venuta a Roma, in uno stato incerto: la trattavano come se fosse della
famiglia, ma figurava intanto come istitutrice dei figliuoli più piccoli del
Lei lavorava: il Barni si prendeva il merito della carità.
Ma che glien’importava, allora? Lavorava con tutto il cuore, per acquistarsi la
benevolenza paterna di chi la ospitava, con una speranza segreta: che quelle sue
cure amorose, cioè, quei suoi servizi senz’alcun compenso, dopo il sacrificio
del padre, valessero a vincere l’opposizione che forse il barone avrebbe fatta
al figliuolo maggiore, Riccardo, quando questi, come già le aveva promesso, gli
avrebbe dichiarato l’amore che sentiva per lei. Oh, era sicurissimo Riccardo che
il padre avrebbe condisceso di buona voglia; ma aveva appena diciannove anni,
era ancora Studente di liceo; non si sentiva il coraggio di far quella
dichiarazione ai genitori meglio aspettare qualche anno.
Ora, aspettando... Ma lì, possibile? nella stessa casa, sempre vicini, fra tante
lusinghe, dopo tante promesse, con tanti giuramenti...
La passione la aveva accecata.
Quando, alla fine, il fallo non s’era più potuto nascondere, cacciata via! Sì,
prono cacciata via, poteva dire, senz’alcuna misericordia, senz’alcun riguardo
neanche per il suo stato. Il Barni aveva scritto a una vecchia zia di lei perché
fosse venuta subito a riprendersela e a portarsela via, laggiù in Calabria,
promettendo un assegno; ma la zia aveva scongiurato il barone di aspettare
almeno che la nipote si fosse prima liberata a Roma, per non affrontar lo
scandalo in un piccolo paese; e il Barni aveva ceduto, ma a patto che il
figliuolo non ne avesse saputo nulla e le avesse credute già fuori di Roma. Dopo
il parto, però, ella non era voluta tornare in Calabria; il barone allora, su
tutte le furie, aveva minacciato di togliere l’assegno; e lo aveva tolto
difatti, dopo il tentato suicidio. Riccardo era partito per Firenze; lei,
salvata per miracolo, s’era messa a far la giovine di sarta per mantenere sé e
la zia. Era passato un anno; Riccardo era ritornato a Roma, ma ella non aveva
nemmen tentato di rivederlo. Fallitole il proposito violento, s’era fitto in
capo di lasciarsi morire a poco a poco. La zia, un bel giorno aveva perduto la
pazienza e se n’era ritornata in Calabria. Un mese addietro durante uno
svenimento in casa della sarta presso la quale lavorava, era stata condotta lì
all’ospedale, e c’era rimasta per curarsi dell’anemia.
L’altro giorno, intanto, dal suo lettino Raffaella Òsimo aveva veduto passare
per la corsia gli studenti di medicina che facevano il corso di semejotica, e
fra questi studenti aveva riveduto, dopo circa due anni, Riccardo, con accanto
una giovinetta, che doveva essere una studentessa anche lei, bionda, bella,
straniera all’aspetto: e dal modo con cui la guardava... - ah, Raffaella non
poteva ingannarsi! - appariva chiaramente che n’era innamorato. E come gli
sorrideva lei, pendendo quasi dagli occhi di lui...
Li aveva seguiti con lo sguardo fino in fondo alla corsia; poi era rimasta con
gli occhi sbarrati levata su un gomito. Nannina, la sua vicina di letto, s’era
messa a ridere.
- Che hai veduto?
- Nulla...
E aveva sorriso anche lei, riabbandonandosi sul letto, perché il cuore le
batteva come volesse balzarle dal seno.
Era venuta poi la capo-sala a invitare Nannina a vestirsi, perché il professore
la voleva di là per la lezione agli studenti.
- E che debbono farmi? - aveva domandato Nannina.
- Ti mangeranno! Che vuoi che ti facciano? - le aveva risposto quella. Tocca a
te: toccherà anche alle altre. Tanto, tu domani andrai via.
Aveva tremato, dapprima, Raffaella al pensiero che potesse toccare anche a lei.
Ah, così caduta, così derelitta, come ricomparirgli davanti, lì? Per certi
falli, quando la bellezza sia sparita, né compatimento, né commiserazione.
Certo i compagni di Riccardo, vedendola così misera, lo avrebbero deriso:
- Come! Con quella lucertolina t’eri messo?
Non sarebbe stata una vendetta. Né lei, del resto, voleva vendicarsi.
Quando però, dopo circa mezz’ora, Nannina era ritornata al suo lettuccio aveva
spiegato che cosa le avevano fatto di là e mostrato il corpo tutto segnato,
Raffaella improvvisamente aveva cangiato idea; ed ecco, fremeva d’impazienza,
ora, aspettando l’arrivo degli studenti.
Giunsero, alla fine, verso le dieci. C’era Riccardo e, come l’altro giorno
accanto alla studentessa straniera. Si guardavano e si sorridevano.
- Mi vesto? - domandò Raffaella alla capo-sala, balzando a sedere tutt’accesa
sul letto, appena quelli entrarono nella sala in fondo alla corsia.
- Ih che prescia! giù, - le impose la capo-sala, - aspetta prima che il
professore dia l’ordine.
Ma Raffaella, come se colei le avesse detto: «Vestiti!» prese a vestirsi di
nascosto.
Era già bella e pronta sotto le coperte, quando la capo-sala venne a chiamarla.
Pallida come una morta, convulsa in tutto il misero corpicino, sorridente, con
gli occhi sfavillanti e i capelli che le cascavano da tutte le parti, entrò
nella sala.
Riccardo Barni parlava con la giovine studentessa e non s’accorse in prima di
lei, che - smarrita fra tanti giovani - lo cercava con gli occhi e non sentiva
il medico primario, libero docente di semejotica, che le diceva:
- Qua, qua, figliuola!
Alla voce del professore, il Barni si voltò e vide Raffaella che lo fissava
avvampata ora in volto: allibì; diventò pallidissimo; gli s’intorbidò la vista.
- Insomma! - gridò il professore. - Qua!
Raffaella sentì ridere tutti gli studenti e si riscosse vie più smarrita; vide
che Riccardo si ritraeva in fondo alla sala, verso la finestra; si guardò
attorno: sorrise nervosamente e domandò:
- Che debbo fare?
- Qua, qua, qua, stendetevi qua! - le ordinò il professore che stava a capo d’un
tavolino, su cui era stesa una specie d’imbottita.
- Eccomi, sissignore! - s’affrettò a ubbidire Raffaella; ma siccome stentava a
tirarsi su a sedere sul tavolino, sorrise di nuovo e disse: - Non ci arrivo
Uno studente la ajutò a montare. Seduta, prima di stendersi, guardò il
professore, ch’era un bell’uomo, alto di statura, tutto raso, con gli occhiali
d’oro, e gli disse, indicando la studentessa straniera:
- Se me lo facesse disegnare da lei...
Nuovo scoppio di risa degli studenti. Sorrise anche il professore:
- Perché? Ti vergogni?
- Nossignore. Ma sarei più contenta.
E si volse a guardare verso la finestra, là in fondo, ove Riccardo s’era
rincantucciato, con le spalle volte alla sala.
La bionda studentessa seguì istintivamente quello sguardo. Aveva già notato
l’improvviso turbamento del Barni. Ora s’accorse ch egli s’era ritirato là, e si
turbò anche lei vivamente.
Ma il professore la chiamò:
- Su, dunque, a lei, signorina Orlitz. Contentiamo la paziente.
Raffaella si stese sul tavolino e guardò la studentessa che si sollevava la
veletta su la fronte. Ah, com’era bella, bianca e delicata, con gli occhi
celesti dolci dolci. Ecco, si liberava della mantella, prendeva il lapis
dermografico, che il professore le porgeva e si chinava su lei per scoprirle,
con mani non ben sicure, il seno.
Raffaella Òsimo serrò gli occhi per vergogna di quel suo misero seno, e sposto
agli sguardi di tanti giovani, là, attorno al tavolino. Sentì posarsi una mano
fredda sul cuore.
- Batte troppo... - disse subito, con spiccato accento esotico, la signorina,
ritraendo la mano.
- Quant’è che siete all’ospedale? - domandò il professore.
Raffaella rispose, senza schiuder gli occhi; ma con le palpebre che le
fervevano, nervosamente:
- Trentadue giorni. Son quasi guarita.
- Senta se c’è soffio anemico, - riprese il professore, porgendo alla
studentessa lo stetoscopio.
Raffaella sentì sul seno il freddo dello strumento; poi la voce della signorina
che diceva:
- Soffio, no... Palpitazione, troppo.
- Andiamo, faccia la percussione, - ingiunse allora il professore.
Ai primi picchi, Raffaella piegò da un lato la testa, strinse i denti e si provò
ad aprire gli occhi: li richiuse subito, facendo un violento sforzo su se stessa
per contenersi. Di tratto in tratto come la studentessa sospendeva un po’ la
percussione per segnare sotto il dito medio una breve lineetta col lapis intinto
in un bicchier d’acqua che uno studente lì presso reggeva, ella soffiava
penosamente per le nari il fiato trattenuto.
Quanto durò quel supplizio? Ed egli era sempre là, presso la finestra... Perché
non lo richiamava il professore? perché non lo invitava a vedere il cuore di
lei, che la sua bionda compagna tracciava man mano su quello squallido seno,
così ridotto per lui?
Ecco, finalmente la percussione era finita. Ora la studentessa congiungeva tutte
le lineette per compire il disegno. Raffaella fu tentata di guardarselo, quel
suo cuore, lì disegnato; ma, improvvisamente, non poté più reggere; scoppiò in
singhiozzi.
Il professore, seccato, la rimandò nella corsia, ordinando alla capo-sala
d’introdurre un’altra inferma meno isterica e meno scema di quella.
La Òsimo sopportò in pace i rimbrotti della capo-sala e tornò al suo lettuccio
ad aspettare, tutta tremante, che gli studenti uscissero dalla sala.
La avrebbe egli cercata con gli occhi, almeno, attraversando la corsia? Ma no,
no: che importava più a lei, ormai? Non avrebbe alzato nemmeno il capo per farsi
scorgere. Egli non doveva più vederla. Le bastava di avergli fatto conoscere
come s’era ridotta per lui.
Prese con le mani tremanti la rimboccatura del lenzuolo e se la tirò sul volto,
come se fosse morta.
Per tre giorni Raffaella Òsimo vigilò con attenta cura che il segno del cuore
non le si cancellasse dal seno.
Uscita dall’ospedale, innanzi a un piccolo specchio nella sua povera cameretta,
si confisse uno stiletto puntato contro la parete, là, nel bel mezzo del segno
che la rivale ignara le aveva tracciato.
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