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Pallino a questo punto sternutì due o tre volte, come in segno d’approvazione. Fanfulla ne fu molto contento, e seguitò a conversare a lungo con lui, ogni
giorno; e quello ad ascoltare serio serio, finché, prima una zampa ad annaspare,
poi levava la testa e spalancava la bocca a uno sbadiglio seguito da un variato
mugolio, per far intendere al padrone che bastava.
Fosse per la triste esperienza fatta in casa di babbo Colombo, per via della
coda che gli mancava, fosse per gli ammaestramenti di Fanfulla, fatto sta ed è
che Pallino divenne un cane di carattere, un cane che si faceva notare, non
solamente perché scodato, ma anche per il suo particolar modo di condursi tra le
bestie sue pari e le superiori.
Era un cane serio, che non dava confidenza a nessuno.
Se qualche suo simile gli veniva dietro o incontro, esso lo puntava raccolto in
sé, fermo su le quattro zampe, come per dirgli:
- Chi ti cerca? Lasciami andare!
E questo faceva, non certo per paura, sì per profondo disprezzo dei cani del suo
paese, tanto maschi che femmine.
Pareva almeno così, perché d’estate quando a Chianciano venivano per la cura
dell’acqua i villeggianti in gran numero coi loro cagnolini, e le loro
cagnoline, Pallino cangiava di punto in bianco, diventava socievole, chiassone,
proprio un altro; tutto il giorno in giro da questa a quella Pensione, a
lasciare a suo modo, alzando un’anca, biglietti da visita, il benvenuto ai cani
forestieri, agli ospiti, che poi accompagnava da per tutto e, al bisogno,
difendeva con feroce zelo dalle aggressioni dei paesani.
Scodinzolare non poteva per salutarli, e si dimenava tutto, si storcignava, si
buttava finanche a terra per invitarli a ruzzare. E i cagnolini forestieri
gliene sapevano grado. In città, uscivano incatenati e con la museruola; qua
invece, liberi e sciolti, perché i padroni erano sicuri di non perderli e di non
incorrere in multe. Quei cagnolini, insomma, facevano la villeggiatura anche
loro, e Pallino era il loro spasso. Se qualche giorno tardava, essi, in tre, in
quattro, si presentavano innanzi alla bottega di Fanfulla a reclamarlo.
- Bistecchino, abbi senno! - gli diceva Fanfulla, minacciandolo col dito. -
Codesti cani signorini non sono per te. Tu cane di strada sei, proletario
rinnegato! Non mi piace che tu faccia così da buffone ai cani dei signori.
Ma Pallino non gli dava retta, non gli dava retta, non gliene poteva dare,
segnatamente quell’anno, perché tra quei cani signorini che venivano a
stuzzicarlo in bottega, c’era un amor di canina, piccola quanto un pugno, un batuffoletto bianco arruffato, che non si sapeva dove avesse le zampe, dove le
orecchie; letichina di prima forza, che mordeva però per davvero qualche volta.
Certi morsichetti, che ardevano e lasciavano il segno per più d’un giorno!
Ma Pallino se li pigliava tanto volentieri.
Quella cosina bianca gli guizzava, abbajando, di tra i piedi per assaltarlo di
qua e di là. Fermo per farle piacere, esso la seguiva con gli occhi in quelle
mossette aggraziate; poi, quasi temendo che si straccasse e affiochisse dal
troppo abbajare (donde la cavava quella voce più grossa di lei?) si sdrajava a
terra, a pancia all’aria, e aspettava che essa, dopo essersi sfogata per finta,
tornasse indietro con la stessa furia e gli saltasse addosso; la abbracciava e
si lasciava mordere beatamente il muso e le orecchie.
Se n’era proprio innamorato insomma; e, così rozzo e senza coda, povero Pallino,
ne’ suoi vezzi smorfiosi a quel niente fatto di peli, era d’una ridicolaggine
compassionevole.
La canina si chiamava Mimì e alloggiava con la padrona alla Pensione Ronchi.
La padrona era una signorina americana, ormai un po’ attempatella, da parecchi
anni dimorante in Italia - in cerca d’un marito, dicevano le male lingue.
Perché non lo trovava?
Brutta non era: alta di statura, svelta e anche formosa; begli occhi, bei
capelli, labbra un po’ tumide, accese, e in tutto il corpo e nel volto un’aria
di nobiltà e una certa grazia malinconica. E poi miss Galley vestiva con ricca e
linda semplicità e portava enormi cappelli ondeggianti di lunghi e tenui veli,
che le stavano a maraviglia.
Corteggiatori, non gliene mancavano; ne aveva anzi sempre attorno due o tre alla
volta, e tutti dapprima, sapendola americana, animati dai più serii propositi;
ma poi... eh poi, discorrendo, tastando il terreno... Ecco: povera no, e si
vedeva dal modo come viveva; ma ricca miss Galley non era neppure. E allora...
allora perché era americana?
Senza una buona dote, tanto valeva sposare una signorina paesana. E tutti i
corteggiatori si ritiravano pulitamente in buon ordine. Miss Galley se ne rodeva
e sfogava il rodio segreto in furiose carezze alla sua piccola, cara, fedele
Mimì.
Ma fossero state carezze soltanto! La voleva zitella miss Galley sempre zitella,
zitella come lei la sua piccola, cara, fedele Mimì. Oh avrebbe saputo guardarla
lei dalle insidie dei maschiacci! Guaj, guaj se un canino le si accostava.
Subito miss Galley se la toglieva in braccio; ed eran busse, se Mimì, che aveva
già cinque anni e non sapeva capacitarsi per qual ragione, rimanendo zitella la
padrona, dovesse rimaner zitella anche lei, si ribellava; busse se agitava le
zampette per springare a terra, busse se allungava il collo o cacciava il
musetto sotto il braccio della sua tiranna per vedere se il canino innamorato la
seguisse tuttavia.
Per fortuna, questa crudele sorveglianza si faceva men rigorosa ogni qual volta
un nuovo corteggiatore veniva a rinverdir le speranze di miss Galley. Se Mimì
avesse potuto ragionare e riflettere, dalla maggiore o minore libertà di cui
godeva, avrebbe potuto argomentare di quanta speranza la nuova avventura desse
alimento al cuore inesausto della sua padrona, uccellino dal becco sempre
aperto.
Ora, quell’estate, a Chianciano, Mimì era liberissima.
C’era, difatti, alla Pensione Ronchi, un signore, un bell’uomo d’oltre
quarant’anni, molto bruno, precocemente canuto, ma coi baffi ancor neri (forse
un po’ troppo), elegantissimo, il quale, venuto a Chianciano pei quindici giorni
della cura, vi si tratteneva da oltre un mese e non accennava ancora
d’andarsene, per quanto all’arrivo avesse dichiarato d’avere a Roma urgentissimi
affari, a cui s’era sottratto a stento e non senza grave rischio. Di che genere
fossero questi affari, non diceva; aveva molto viaggiato e mostrava di conoscer
bene Londra e Parigi e d’aver molte aderenze nel mondo giornalistico romano. Sul
registro della Pensione s’era firmato: Comm. Basilio Gori. Fin dal primo giorno
s’era messo a parlare in inglese, a lungo, con miss Galley. Ora l’uno e l’altra
ogni mattina uscivano dalla Pensione per tempissimo e si recavano a piedi per il
lungo stradale alberato alle Terme dell’Acqua Santa.
Miss Galley non beveva: diceva d’esser venuta a Chianciano solo per cambiamento
d’aria.
Beveva lui.
Passeggiavano accanto, loro due soli pe’ vialetti del prato in pendìo sotto gli
alti platani, bersagliati dalla maligna curiosità di tutti gli altri bagnanti. A
lui questa maligna curiosità pareva non dispiacesse punto; e se due o tre si
fermavano apposta per godere davvicino e con una certa impertinenza di quello
spettacolo d’amor peripatetico, egli volgeva loro uno sguardo freddo,
sprezzante, ma con un’aria di vanità soddisfatta, ella, invece, abbassava gli
occhi, per levarli poco dopo in volto a lui, a ricevere il compenso di quella
tenera, istintiva gratitudine che ogni uomo prova per la donna che, sacrificando
un po’ del suo pudore, dimostra di voler piacere a uno solo, sfidando la
malignità degli altri.
Mimì li seguiva, e spesso provocava le risa di quanti stavano a osservar la
coppia innamorata, perché di tratto in tratto addentava di dietro la veste della
padrona e gliela tirava, gliela scoteva, squassando rabbiosamente la testina,
come se volesse richiamarla in sé, arrestarla. Miss Galley assalita dalla
stizza, strappava la veste dai denti della cagnolina e la mandava a ruzzolar
lontano su l’erbetta del prato. Ma, poco dopo, Mimì ritornava all’assalto, non
già perché le premesse la buona reputazione della padrona, ma perché a girar lì
per quei pratelli scoscesi s’annojava maledettamente e voleva ritornare in
paese, ove si sapeva aspettata dal suo Pallino.
Tira e tira, raggiunse finalmente l’intento. Miss Galley la lasciò, con molti
avvertimenti, alla Pensione, adducendo in iscusa che temeva si stancasse troppo,
la povera bestiolina.
Difatti miss Galley e il commendator Gori, dopo aver girato per più d’un’ora pei
viali dell’Acqua Santa, ritornavano sempre a piedi al paese, ma per riprender
poco dopo a vagabondare o sù per la strada di Montepulciano, o giù per quella
che conduce alla stazione, o salivano al poggio dei Cappuccini e non rientravano
alla Pensione se non all’ora di pranzo. E, via facendo, ella con l’ombrellino
rosso riparava anche lui dai raggi dei sole, e tutti e due andavano mollemente
quasi avviluppati in una tenerezza deliziosa, assaporando l’ebrietà squisita
delle carezze rattenute, dei contatti fuggevoli delle mani, dei lunghi sguardi
appassionati, in cui le anime si allacciano, si stringono fino a spasimar di
voluttà.
Intanto i vetturini, che non li potevano soffrire perché li vedevano sempre a
piedi, si facevano venir la tosse ogni qual volta li incontravano per la strada,
e quella tosse faceva ridere i signori che traballavano nelle vetturette
sgangherate.
A Chianciano ormai non si parlava d’altro; in tutte le Pensioni, al Circolo, al
Caffè, in farmacia, al Giuoco del Pallone, all’Arena, miss Galley e il
commendator Gori facevano da mane a sera le spese della conversazione. Chi li
aveva incontrati qua e chi là, e lui era messo così e lei era messa cosà...
Quelli che, finita la cura, partivano, ragguagliavano i nuovi arrivati, e dopo
quattro o cinque giorni domandavano ancora, da lontano, nelle cartoline
illustrate, notizie della coppia felice.
Tutt’a un tratto (si era ormai ai primi di settembre) si sparse per Chianciano
la notizia che il commendator Gori partiva per Roma all’improvviso, lui solo. I
commenti furono infiniti e grandissimo lo stupore.
Che era accaduto?
Alcuni dicevano che miss Galley aveva saputo che egli era ammogliato e diviso
dalla moglie; altri, che il Gori, essendo d’un balzo in principio salito ai
sette cieli, aveva avuto bisogno di tutto quel tempo per calare con garbo e
ghermir la preda, la quale, alla stretta, gli s’era scoperta magra e spennata;
altri poi volevano sostenere che non c’era rottura; che miss Galley avrebbe
raggiunto a Roma il fidanzato, e altri infine, che il Gori sarebbe ritornato a
Chianciano fra pochi giorni per ripartire quindi con la sposa per Firenze. Ma
quelli della Pensione Ronchi assicuravano che l’avventura era proprio finita,
tanto vero che miss Galley non era scesa quel giorno in sala a desinare e che il
Gori s’era mostrato a tavola molto turbato.
Tutti questi discorsi s’intrecciavano nella piazza del Giuoco del Pallone, ove
l’intera colonia bagnante e molti del paese eran convenuti per assistere alla
partenza del Gori.
Quando la vettura uscì dalla porta del paese, tutti si fecero alla spalletta
della piazza.
Il Gori, in vettura, leggeva tranquillamente il giornale. Passando sotto la
piazza, levò gli occhi, come per godere, lui attore, dello spettacolo di tanti
spettatori.
Ma all’improvviso, dietro la piccola Arena che sorge in mezzo alla piazza si
levò un furibondo abbaio d’una frotta di cani azzuffati, aggrovigliati in una
mischia feroce. Tutti si voltarono a guardare, alcuni ritraendosi per paura,
altri accorrendo coi bastoni levati.
In mezzo a quel groviglio c’era Pallino con la sua Mimì, Pallino e
Mimì che, tra
l’invidia e la gelosia terribile dei loro compagni, erano riusciti finalmente a
celebrare le loro nozze.
Le signore torcevano il viso, gli uomini sghignazzavano, quando, preceduta da
una frotta di monellacci, si precipitò nella piazza miss Galley, come una furia,
scapigliata dal vento e dalla corsa, col cappello in mano e gli occhi gonfii e
rossi di pianto.
- Mimì! Mimì! Mimì!
Alla vista dell’orribile scempio, levò le braccia, allibita, poi si coprì il
volto con le mani, volse le spalle e risalì in paese con la stessa furia con la
quale era venuta. Rientrata alla Pensione come una bufera, s’avventò contro il
Ronchi, contro i camerieri, con le dita artigliate, quasi volesse sbranarli si
contenne a stento, strozzata dalla rabbia, arrangolata, senza potere articolar
parola. Già dianzi aveva perduto la voce, strillando, nell’accorgersi (dopo
tanti giorni!) che Mimì non era sorvegliata, che Mimì non era in casa e non si
sapeva dove fosse. Salì nella sua camera, afferrò, ammassò tutte le sue robe nel
baule, nelle valige, ordinò una vettura a due cavalli, che la conducesse subito
subito alla stazione di Chiusi, perché non voleva trattenersi più a Chianciano,
neanche un’ora, neanche un minuto.
Sul punto di partire, da quegli stessi monellacci che eran corsi con lei in
cerca della cagnolina, ansanti, esultanti per la speranza d’una buona mancia, le
fu presentata la povera Mimì, più morta che viva. Ma miss Galley, contraffatta
dall’ira, con un violentissimo scatto la respinse, storcendo la faccia.
Mimì, all’urto furioso, cadde a terra, batté il musetto e, con acuti guaiti,
corse ranca ranca a ficcarsi sotto un divano alto appena tre dita dal suolo,
mentre la padrona inviperita montava sul legno e gridava al vetturino:
- Via!
Il Ronchi, i camerieri, i bagnanti rientrati di corsa alla Pensione, restarono
un pezzo a guardarsi tra loro, sbalorditi; poi ebbero pietà della povera
cagnolina abbandonata; ma, per quanto la chiamassero e la invitassero coi modi
più affettuosi, non ci fu verso di farla uscire da quel nascondiglio. Bisognò
che il Ronchi, ajutato da un cameriere, sollevasse e scostasse il divano. Ma
allora Mimì s’avventò alla porta come una freccia e prese la fuga. I monelli le
corsero dietro, girarono tutto il paese, per ogni verso, arrivarono fin presso
la stazione: non la poterono rintracciare.
Il Ronchi, che aveva avuto per lei tante noje, scrollò le spalle, esclamando:
- O vada a farsi benedire!
Dopo cinque o sei giorni, verso sera, Mimì , sudicia, scarduffata, famelica,
irriconoscibile, fu rivista per le vie di Chianciano, sotto la pioggia lenta,
che segnava la fine della stagione. Gli ultimi bagnanti partivano: in capo a una
settimana, il paesello, annidato su l’alto colle ventoso, avrebbe ripreso il
fosco aspetto invernale.
- To’, la cagnetta della signorina! - disse qualcuno, vedendola passare.
Ma nessuno si mosse a prenderla, nessuno la chiamò. E Mimì seguitò a vagare,
sotto la pioggia. Era già stata alla Pensione Ronchi, ma l’aveva trovata chiusa,
perché il proprietario s’era affrettato di andare in campagna per la vendemmia.
Di tratto in tratto s’arrestava a guardare con gli occhietti cisposi tra i peli,
come se non sapesse ancora comprendere come mai nessuno avesse pietà di lei così
piccola, di lei così carezzata prima e curata: come mai nessuno la prendesse per
riportarla alla padrona, che l’aveva perduta, alla padrona, che essa aveva
cercato invano per tanto tempo e cercava ancora. Aveva fame, era stanca, tremava
di freddo, e non sapeva più dove andare, dove rifugiarsi.
Nei primi giorni, qualcuno, nel vedersi seguìto da lei, si chinò a lisciarla, a
commiserarla; ma poi, seccato di trovarsela sempre alle calcagna, la cacciò via
sgarbatamente. Era gravida. Pareva quasi impossibile: una coserellina lì, che
non pareva nemmeno: gravida! E la scostavano col piede.
Fanfulla Mochi, dalla soglia della bottega, vedendola trotterellar per via,
sperduta, un giorno la chiamò; le diede da mangiare; e siccome la povera
bestiola, ormai avvezza a vedersi scacciata da tutti, se ne stava con la schiena
arcuata, per paura, come in attesa di qualche calcio, la lisciò, la carezzò, per
rassicurarla. La povera Mimì, quantunque affamata, lasciò di mangiare per leccar
la mano al benefattore. Allora Fanfulla chiamò Pallino, che dormiva nella cuccia
sotto il banco:
- Cane, figlio di cane, brutto libertino scodato, guarda qua la tua sposa!
Ma ormai Mimì non era più una cagnetta signorina, era divenuta una cagnetta di
strada, una delle tante del paese.
E Pallino non la degnò nemmeno d’uno sguardo.
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