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Ma pure, se il marito è così dabbenaccio da rinzelarsi, vedendola per esempio a
letto come una diavola, coi capelli incartocciati, col viso impiastricciato, e
via dicendo:
- Ma io lo faccio per te! - è capace di rispondergli lei.
- Per me?
- Sicuro. Per non farti sfigurare. Ti piacerebbe che la gente, vedendoci per
via, dicesse: «Oh guarda un po’ che moglie è andato a scegliere quel
pover’uomo»?
E il marito, che - gliel’assicuro - non è più uomo, si sta zitto; quand’invece
dovrebbe gridare:
- Ma me lo dico io da me, cara, che moglie sono andato a scegliermi, nel vederti
così, adesso, accanto a me! Ah tu mi ti mostri brutta per casa e a letto, perché
gli altri poi, per via possano esclamare: «Oh guarda che bella moglie ha quel
pover’uomo»? E mi debbono invidiare per giunta? Ma grazie, grazie, cara, di
quest’invidia per me, che si traduce, naturalmente, in un desiderio per te. Tu
vuoi esser desiderata perché io sia invidiato? Quanto sei buona! Ma più buono
sono io che t’ho sposata.
E il dialogo potrebbe seguitare. Perché c’è il caso, sa? che la moglie abbia
anche l’impudenza incosciente di domandare al marito se, acconciata adesso e
parata per uscire a passeggio, gli pare che stia bene.
Il marito dovrebbe risponderle:
- Ma sai. cara? I gusti son tanti. A me, come a me, già te l’ho detto, codesti
capelli pettinati così non mi garbano. A chi vuoi piacere? Bisognerebbe che tu
me lo dicessi, per saperti rispondere. A nessuno? proprio a nessuno? Ma allora,
benedetta te, nessuno per nessuno, cerca di piacere a tuo marito, che almeno è
uno!
Caro signore, a una tale risposta la moglie guarderebbe il marito quasi per
compassione, poi farebbe una spallucciata, come a dire:
- Ma tu che c’entri?
E avrebbe ragione. Le donne non possono farne a meno: per istinto, vogliono
piacere. Han bisogno d’esser desiderate, le donne.
Ora, capirà, un marito non può più desiderar la moglie che ha giorno e notte con
sé. Non può desiderarla, intendo, com’ella vorrebbe esser desiderata.
Già, come la moglie nel marito non vede più l’uomo così l’uomo nella moglie, a
lungo andare, non vede più la donna.
L’uomo, più filosofo per natura, ci passa sopra; la donna, invece, se ne
offende; e perciò il marito le diventa presto increscioso e spesso
insopportabile.
Essa deve fare il comodo suo, e il marito no.
Ma qualunque cosa egli facesse, creda pure, non andrebbe mai bene per lei,
perché l’amore, quel tale amore di cui ella ha bisogno, il marito, solamente
perché marito, non può più darglielo. Più che amore è una cert’aura di
ammirazione di cui ella vuol sentirsi avviluppata. Ora vada lei ad ammirarla per
casa coi diavoletti in capo, senza busto, in ciabatte e oggi, poniamo, col mal
di pancia, e domani col mal di denti. Quella cert’aura può spirar fuori, dagli
occhi degli uomini che non sanno, e dei quali essa, senza parere, con arte
sopraffina, ha voluto e saputo attirare e fermare gli sguardi per inebriarsene
deliziosamente. Se è una moglie onesta, questo le basta. Le parlo adesso delle
mogli oneste, io, intendiamoci, anzi delle intemerate addirittura. Delle altre
non c’è più sugo a parlarne.
Mi consenta un’altra piccola riflessione. Noi uomini abbiamo, preso il vezzo di
dire che la donna è un essere incomprensibile Signor mio, la donna, invece, è
tal quale come noi, ma non può né mostrarlo, né dirlo, perché sa, prima di
tutto, che la società non glielo consente, recando a colpa di lei quel che
invece reputa naturale per l’uomo: e poi perché sa che non farebbe piacere agli
uomini, se lo mostrasse e lo dicesse. Ecco spiegato l’enimma. Chi ha avuto come
me la disgrazia d’intoppare in una moglie senza peli sulla lingua, lo sa bene.
E diamo ancora una bevutina. Coraggio!
Non era così dapprima, Carlotta. Diventò così subito dopo il matrimonio, appena
cioè si senti a posto e s’accorse ch’io cominciai naturalmente a vedere in lei
non soltanto il piacere, ma anche quella bruttissima cosa che è il dovere.
Io dovevo rispettarla, adesso, no? Era mia moglie! Ebbene, forse lei non voleva
essere rispettata. Chi sa perché, il vedermi diventare di punto in bianco un
marito esemplare, le diede terribilmente ai nervi.
Cominciò per noi una vita d’inferno. Lei, sempre ingrugnata, spinosa,
irrequieta; io, paziente, un po’ per paura, un po’ per la coscienza d’aver
commesso la più grossa delle bestialità e di doverne piangere le conseguenze. Le
andavo appresso come un cagnolino. E facevo peggio! Per quanto mi ci scapassi,
non riuscivo però a indovinare, che diamine volesse mia moglie. Ma avrei sfidato
chiunque a indovinarlo! Sa che volava? Voleva esser nata uomo, mia moglie. E se
la pigliava con me perché era nata femmina. «Uomo, - diceva, - e magari cieco
d’un occhio!»
Un giorno le domandai:
- Ma sentiamo un po’, che avresti fatto, se fossi nata uomo?
Mi rispose, sbarrando tanto d’occhi:
- Il mascalzone!
- Brava!
- E moglie, niente, sai! Non l’avrei presa.
- Grazie cara.
- Oh, puoi esserne più che sicuro!
- E ti saresti spassato? Dunque tu credi che con le donne ci si possa spassare?
Mia moglie mi guardò nel fondo degli occhi.
- Lo domandi a me? - mi disse. - Tu forse non lo sai? Io non avrei preso moglie
anche per non far prigioniera una povera donna.
- Ah, - esclamai. - Prigioniera ti senti?
E lei:
- Mi sento? E che sono? che sono stata sempre, da che vivo? Io non conosco che
te. Quando mai ho goduto io?
- Avresti voluto conoscer altri?
- Ma certo! ma precisamente come te, che ne hai conosciute tante prima e chi sa
quante dopo!
Dunque, signor mio, tenga bene a mente questo: che una donna desidera proprio
tal quale come noi. Lei, per modo d’esempio, vede una bella donna, la segue con
gli occhi, se la immagina tutta, e col pensiero la abbraccia, senza dirne nulla,
naturalmente, a sua moglie che le cammina accanto? Nel frattempo, sua moglie
vede un bell’uomo, lo segue con gli occhi, se lo immagina tutto, e col pensiero
lo abbraccia, senza dirne nulla a lei, naturalmente.
Niente di straordinario in questo; ma creda pure che non fa punto piacere il
supporre questa cosa ovvia e comunissima nella propria moglie, prigioniera col
corpo, non con l’anima. E il corpo stesso! Dica un po’: non abbiamo noi uomini
la coscienza che, avendo un’opportunità, non sapremmo affatto resistere? Ebbene,
s’immagini che è proprio lo stesso per la donna. Cascano, cascano che è un
piacere, con la stessa facilità, se loro vien fatto, se trovano cioè un uomo
risoluto, di cui si possan fidare. Me l’ha lasciato intender bene mia moglie,
parlando - s’intende delle altre.
E vengo al caso mio.
Naturalmente dopo un anno di matrimonio, m’ammalai di fegato.
Per sei anni di fila, cure inutili, che fecero strazio del mio povero corpo,
ridotto in uno stato da far pietà finanche agli altri ammalati del mio stesso
male.
Il rimedio dovevo trovarlo qua.
Ci venni con mia moglie e, nei primi giorni, alloggiai da Rori, dove ora è lei.
Ordinai, appena arrivato, che mi si chiamasse un medico per farmi visitare e
prescrivere quanti bicchieri al giorno avrei dovuto bere, o se mi sarebbero
convenute più le docce o i bagni d’acqua sulfurea.
Mi si presentò un bel giovane, bruno, alto, aitante della persona, dall’aria
marziale, tutto vestito di nero. Seppi poco dopo che era stato, difatti,
nell’esercito, medico militare, tenente medico; che a Rovigo aveva contratto una
relazione con la figlia d’un tipografo; che ne aveva avuto una bambina, e che,
costretto a sposare, s’era dimesso ed era venuto qua in condotta. Otto mesi dopo
questo suo grande sacrifizio, gli erano morte quasi contemporaneamente moglie e
figliuola. Erano già passati circa tre anni dalla doppia sciagura, ed egli
vestiva ancora di nero, come un bellissimo corvo.
Faceva furore, capirà, con quel sacrifizio delle dimissioni per amore, così mal
ricompensato dalla sorte; con quelle due disgrazie che gli si leggevano ancora
scolpite in tutta la persona, impostata che neanche Carlomagno. Tutte le donne,
a lasciarle fare, avrebbero voluto consolarlo. Egli lo sapeva e si mostrava
sdegnoso.
Dunque venne da me; mi visitò ben bene, palpandomi tutto; mi ripeté press’a poco
quel che già tant’altri medici mi avevano detto, e infine mi prescrisse la cura:
tre mezzi bicchieri, di questi mezzani pei primi giorni, poi tre interi, e un
giorno bagno, un giorno doccia. Stava per andarsene, quando finse d’accorgersi
della presenza di mia moglie.
- Anche la signora? - domandò, guardandola freddamente.
- No no - negò subito mia moglie con un viso lungo lungo e le sopracciglia
sbalzate fino all’attaccatura dei capelli.
- Eppure permette? - fece lui.
Le si accostò, le sollevò con delicatezza il mento con una mano, e con l’indice
dell’altra le rovesciò appena una palpebra.
- Un po’ anemica - disse.
Mia moglie mi guardò, pallidissima, come se quella diagnosi a bruciapelo la
avesse lì per lì anemizzata. E con un risolino nervoso su le labbra, alzò le
spalle, disse: - Ma io non mi sento nulla... Il medico s’inchinò, serio: -
Meglio così. E andò via con molta dignità.
Fosse l’acqua o il bagno o la doccia, o piuttosto, com’io credo, la bella aria
che si gode qua e la dolcezza della campagna toscana, il fatto è che mi sentii
subito meglio; tanto che decisi di fermarmi per un mese o due; e, per stare con
maggior libertà, presi a pigione un appartamentino presso la Pensione, un po’
più giù, da Coli, che ha un bel poggiolo donde si scopre tutta la vallata coi
due laghetti di Chiusi e di Montepulciano.
Ma - non so se lei lo ha già supposto - cominciò a sentirsi male mia moglie.
Non diceva anemia, perché lo aveva detto il medico; diceva che si sentiva una
certa stanchezza al cuore e come un peso sul petto che le tratteneva il respiro.
E allora io, con l’aria più ingenua che potei:
- Vuoi farti visitare anche tu, cara?
Si stizzì fieramente, com’io prevedevo, e rifiutò.
Il male, si capisce, crebbe di giorno in giorno, crebbe quanto più lei s’ostinò
nel rifiuto. Io, duro, non le dissi più nulla. Finché lei stessa, un giorno, non
potendone più, mi disse che voleva la visita ma non di quel medico, no,
recisamente no; dell’altro medico condotto (ce n’erano due, allora): dal dottor
Berri voleva farsi visitare, ch’era un vecchiotto ispido, asmatico, quasi cieco,
già mezzo giubilato ora giubilato del tutto, all’altro mondo.
- Ma via! - esclamai. - Chi chiama più il dottor Berri? E sarebbe poi uno sgarbo
immeritato al dottor Loero che s’è dimostrato sempre così premuroso e cortese
con noi!
Di fatti ogni giorno qua alle Terme, vedendomi scendere dalla vettura con mia
moglie, il dottor Loero ci si faceva innanzi con quella impostatura altera e
compunta; si congratulava con me della rapida miglioria; m’accompagnava alla
fonte e poi sù e giù per questi vialetti del parco, non mancando ai debiti
riguardi verso mia moglie, ma curandosi pochissimo, nei primi giorni, di lei,
che ne gonfiava, s’intende, in silenzio.
Da una settimana, però, avevano preso a battagliar fra loro su l’eterna
questione degli uomini e delle donne, dell’uomo che è prepotente, della donna
che è vittima, della società che è ingiusta, ecc. ecc.
Creda, signor mio, non posso più sentirne parlare, di queste baggianate. In
sette anni di matrimonio, fra me e mia moglie non si parlò mai d’altro.
Le confesso tuttavia che in quella settimana gongolai nel sentir ripetere al
dottor Loero con molta compostezza le mie stesse argomentazioni, e col pepe e
col sale dell’autorità scientifica. Mia moglie, a me, mi caricava d’insulti; col
dottor Loero, invece, doveva rodere il freno della convenienza; ma della bile
che non poteva sputare, insaporava ben bene le parole.
Speravo, con questo, che il mal di cuore le passasse. Ma che! Come le ho detto,
le crebbe di giorno in giorno. Segno, non le pare? ch’ella voleva convincere con
altri argomenti l’avversario. E guardi un po’ che razza di parte tocca talvolta
di rappresentare a un povero marito! Sapevo benissimo ch’ella voleva esser
visitata dal dottor Loero e ch’era tutta una commedia l’antipatia che questi le
faceva, una commedia la pretesa d’esser visitata invece da quel vecchio asmatico
e rimbecillito, come una commedia era quel suo mal di cuore. Eppure dovetti
fingere di credere sul serio a tutt’e tre le cose e sudare una camicia per
indurla a far quello che lei in fondo desiderava.
Caro signore quando mia moglie, senza busto - s’intende - si stese sul letto e
lui il dottore, la guardò negli occhi nel chinarsi per posarle l’orecchio sulla
mammella, io la vidi quasi mancare, quasi disfarsi; le vidi negli occhi e nel
volto quel tale turbamento... quel tale tremore, che... - lei m’intende bene. La
conoscevo e non potevo sbagliare.
Poteva bastare, no? Una moglie rimane onestissima, illibata, inammendabile dopo
una visita come quella, visita medica, c’è poco da dire, sotto gli occhi del
marito. E va bene! Che bisogno c’era, domando io, di venirmi a cantar sul muso
quel che già sapevo dentro di me e avevo visto con gli occhi miei e quasi
toccato con mano?
Sù, sù. Coraggio. Ribeviamo. Ribeviamo.
Me ne stavo una sera sul poggiolo a contemplare il magnifico spettacolo
dell’ampia vallata sotto la luna.
Mia moglie s’era già messa a letto.
Lei mi vede così grasso e forse non mi suppone capace di commuovermi a uno
spettacolo di natura. Ma creda che ho un’anima piuttosto mingherlina.
Un’animaccia coi capelli biondi ho, e col visino dolce dolce, diafano e
afffilato e gli occhi color di cielo. Un’animuccia insomma che pare un’inglesina,
quando, nel silenzio, nella solitudine, s’affaccia alle finestre di questi miei
occhiacci di bue, e s’intenerisce alla vista della luna e allo scampanellio che
fanno i grilli sparsi per la campagna.
Gli uomini, di giorno, nelle città, e i grilli non si dànno requie la notte
nelle campagne. Bella professione, quella del grillo!
- Che fai?
- Canto.
- E perché canti?
Non lo sa nemmeno lui. Canta. E tutte le stelle tremano nel cielo. Lei le
guarda. Bella professione anche quella delle stelle! Che stanno a farci lassù!
Niente. Guardano anche loro nel vuoto e par che n’abbiano un brivido continuo. E
sapesse quanto mi piace il gufo che, in mezzo a tanta dolcezza, si mette a
singhiozzare da lontano, angosciato. Ci piange lui, dalla dolcezza.
Basta. Guardavo commosso, come le ho detto, quello spettacolo, ma già sentivo un
po’ di fresco (eran passate le undici) e stavo per ritirarmi: quando udii
picchiar forte e a lungo all’uscio di strada. Chi poteva essere a quell’ora?
Il dottor Loero.
In uno stato, signor mio, da far compassione finanche alle pietre.
Ubriaco fradicio.
Erano venuti da Firenze, da Perugia e da Roma cinque o sei medici, per la cura
dell’acqua, ed egli, col farmacista, aveva pensato bene di dare una cena ai
colleghi, nell’Ospedaletto della Croce Verde, dietro la Collegiata, lì vicino a
Rori.
Allegra, come lei può immaginare, una cenetta all’ospedale! E altro che cura
d’acqua! s’erano ubriacati tutti come tanti... non diciamo majali, perché i
majali, poveracci, non hanno veramente quest’abitudine.
Che idea gli era balenata, nel vino, di venire a inquietar me, ch’ero quella
sera, come le ho detto, tutto chiaro di luna?
Barcollava, e dovetti sorreggerlo fino al poggiolo. Lì m’abbracciò stretto
stretto e mi disse che mi voleva bene, un bene da fratello, e che tutta la sera
aveva parlato di me coi colleghi, del mio fegato e del mio stomaco rovinati, che
gli stavano a cuore, tanto a cuore che, passando innanzi alla mia porta, non
aveva voluto trascurare di farmi una visitina, temendo che il giorno appresso
non sarebbe potuto andare alle Terme, perché - non si sarebbe detto, veh! ma
aveva proprio bevuto un pochino. Io a ringraziarlo, si figuri, e a esortarlo ad
andarsene a casa, ché era già tardi... Niente! Volle una seggiola per mettersi a
sedere sul poggiolo e cominciò a parlarmi di mia moglie, che gli piaceva tanto,
e voleva che andassi a destarla, perché con lui ci stava, la signora Carlottina,
oh se ci stava! e come! e come! Bella puledra ombrosa, che sparava calci per
amore, per farsi carezzare... E via di questo passo, sghignazzando e tentando
con gli occhi, che gli si chiudevano soli, certi furbeschi ammiccamenti.
Mi dica lei che potevo fargli, in quello stato. Schiaffeggiare un ubriaco che
non si reggeva in piedi? Mia moglie, che s’era svegliata, me lo gridò
rabbiosamente tre o quattro volte dal letto. Anche a me la volontà di
schiaffeggiarlo era scesa alle mani: ma chi sa che impressione avrebbe fatto uno
schiaffo a quel povero giovine che, nella beata incoscienza del vino, aveva
perduto ogni nozione sociale e civile e gridava in faccia la verità
allegramente. Lo afferrai e lo tirai sù dalla seggiola: una certa scrollatina
non potei far a meno di dargliela, ma fu lì lì per cascare e dovetti aver cura
del suo stato fino alla porta; là... sì, gli diedi un piccolo spintone e lo
mandai a ruzzolare per la strada.
Quando entrai in camera da letto, trovai mia moglie con un diavolo per capello:
frenetica addirittura. S’era levata da letto. Mi assaltò con ingiurie
sanguinose; mi disse che se fossi stato un altro uomo, avrei dovuto pestarmi
sotto i piedi quel mascalzone e poi buttarlo dal poggiolo; che ero un uomo di
cartapesta, senza sangue nelle vene, senza rossore in faccia, incapace di
difendere la rispettabilità della moglie, e capacissimo invece di far tanto di
cappello al primo venuto che...
Non la lasciai finire; levai una mano; le gridai che badasse bene: lo schiaffo
che avrei dovuto dare a colui, se non fosse stato ubriaco, l’avrei appioppato a
lei, se non taceva. Non tacque, si figuri! Dal furore passò al dileggio. Ma
sicuro che m’era facilissimo fare il gradasso con lei, schiaffeggiare una donna,
dopo avere accolto e accompagnato coi debiti riguardi fino alla porta uno che
era venuto a insultarmi fino a casa. Ma perché, perché non ero andato a destarla
subito? Anzi perché non glielo avevo introdotto in camera e pregato di mettersi
a letto con lei?
- Tu lo sfiderai! mi gridò in fine, fuori di sé. - Tu lo sfiderai domani, e guaj
a te se non lo fai!
A sentirsi lire certe cose da una donna, qualunque uomo si ribella. M’ero già
spogliato e messo a letto. Le dissi che la smettesse una buona volta e mi
lasciasse dormire in pace: non avrei sfidato nessuno, anche per non dare a lei
questa soddisfazione.
Ma durante la notte, tra me e me, ci pensai molto. Non sapevo e non so di
cavalleria, se un gentiluomo debba raccogliere l’insulto e la provocazione di un
ubriaco che non sa quel che si dica. La mattina dopo, ero sul punto di recarmi a
prender consiglio da un maggiore in ritiro che avevo conosciuto alle Terme,
quando questo stesso maggiore, in compagnia di un altro signore del paese, venne
a chiedermi lui soddisfazione a nome del dottor Loero. Già! per il modo come lo
avevo messo alla porta la sera precedente. Pare che, al mio spintone, cadendo,
si fosse ferito al naso.
- Ma se era ubriaco! - gridai a quei signori.
Tanto peggio per me. Dovevo usargli un certo riguardo. Io, capisce? E per
miracolo mia moglie non mi aveva mangiato, perché non lo avevo buttato giù dal
poggiolo!
Basta. Voglio andar per le leste. Accettai la sfida; ma mia moglie mi sghignò
sul muso e, senza por tempo in mezzo, cominciò a preparar le sue robe. Voleva
partir subito; andarsene, senza aspettar l’esito del duello, che pure sapeva a
condizioni gravissime.
Da che ero in ballo, volevo ballare. Le impose lui, le condizioni: alla pistola.
Benissimo! Ma io pretesi allora, che si facesse a quindici passi. E scrissi una
lettera, alla vigilia, che mi fa crepar dalle risa ogni qual volta la rileggo.
Lei non può figurarsi che sorta di scempiaggini vengano in mente a un pover’uomo
in siffatti frangenti.
Non avevo mai maneggiato armi. Le giuro che, istintivamente, chiudevo gli occhi,
sparando. Il duello si fece sù alla Faggeta. I due primi colpi andarono a vuoto;
al terzo... no il terzo andò pure a vuoto; fu al quarto: al quarto colpo - veda
un po’ che testa dura quella del dottore! - la palla ci vide per me e andò a
bollarlo in fronte, ma non gl’intaccò l’osso, gli strisciò sotto la cute
capelluta e gli riuscì di dietro, dalla nuca.
Lì per lì parve morto. Accorremmo tutti; anch’io; ma uno dei miei padrini mi
consigliò d’allontanarmi, di salire in vettura e scappare per la via di Chiusi.
Scappai.
Il giorno dopo venni a sapere di che si trattava; e un’altra cosa venni a
sapere, che mi riempì di gioja e di rammarico a un tempo; di gioja per me, di
rammarico per il mio avversario, il quale dopo una palla in fronte, pover’uomo,
non se la meritava davvero.
Riaprendo gli occhi, nell’Ospedaletto della Croce Verde il dottor Loero si vide
innanzi un bellissimo spettacolo: mia moglie, accorsa al suo capezzale per
assisterlo!
Della ferita guarì in una quindicina di giorni: di mia moglie, caro signore, non
è più guarito.
Vogliamo andare per il secondo bicchiere?
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