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Dopo aver assistito per un pezzetto a questo grazioso spettacolo, Cristoforo
Golisch uscì dal cortile a gran passi, sbuffando come un cavallo, dimenando le
braccia, furibondo.
Pareva che la morte avesse fatto a lui e non al povero Lenzi lo scherzo di
quella toccatina lì, al cervello.
N’era rivoltato.
Con gli occhi torvi, i denti serrati, parlava tra sé e gesticolava per via, come
un matto.
- Ah, si? - diceva. - Ti tocco e ti lascio? No, ah, no perdio! Io non mi riduco
in quello stato! Ti faccio tornare per forza, io! Mi passeggi accanto e ti
diverti a vedere come mi hai conciato? a vedermi strascinare un piede? a
sentirmi biascicare? Mi rubi mezzo alfabeto, mi fai dire oa e cao, e ridi? No,
caa! Vieni qua! Mi tio una pistoettata, com’è veo Dio. Questo spasso io non te
lo do! Mi sparo, m’ammazzo com’è vero Dio! Questo spasso non te lo do.
Tutta la sera e poi il giorno appresso e per parecchi giorni di fila non pensò
ad altro, non parlò d’altro, a casa, per via, al caffè, alla fiaschetteria,
quasi se ne fosse fatta una fissazione. Domandava a tutti:
- Avete veduto Beniamino Lenzi?
E se qualcuno gli rispondeva di no:
- Colpito! Morto per metà! Rimbambito... Come non s’ammazza? Se io fossi medico,
lo ammazzerei! Per carità di prossimo... Gli fanno girare il tornio, invece...
Sicuro! Il tornio... Il medico gli fa girare il tornio nel cortile... e lui
crede che guarirà! Beniamino Lenzi, capite? Beniamino Lenzi che s’è battuto tre
volte in duello, dopo aver fatto con me la campagna del ’66, ragazzotto...
Perdio, e quando mai l’abbiamo calcolata noi, questa pellaccia? La vita ha
prezzo per quello che ti dà... Dico bene? Non ci penserei neanche due volte...
Gli amici, alla fiaschetteria, alla fine non ne poterono più.
- M’ammazzo... m’ammazzo... E ammazzati una buona volta e falla finita!
Cristoforo Golisch si scosse, protese le mani:
- No; io dico, se mai...
II
Circa un mese dopo, mentre desinava con la sorella vedova e il nipote,
Cristoforo Golisch improvvisamente stravolse gli occhi, storse la bocca quasi
per uno sbadiglio mancato; e il capo gli cadde sul petto e la faccia sul piatto.
Una toccatina, lieve lieve, anche a lui.
Perdette lì per lì la parola e mezzo lato del corpo: il destro.
Cristoforo Golisch era nato in Italia, da genitori tedeschi; non era mai stato
in Germania, e parlava romanesco come un romano di Roma. Da un pezzo gli amici
gli avevano italianizzato anche il cognome, chiamandolo Golicci, e gl’intimi
anche Golaccia, in considerazione del ventre e del formidabile appetito. Solo
con la sorella egli soleva di tanto in tanto scambiare qualche parola in
tedesco, perché gli altri non intendessero.
Ebbene, riacquistato a stento, in capo a poche ore, l’uso della parola,
Cristoforo Golisch offrì al medico un curioso fenomeno da studiare; non sapeva
più parlare in italiano: parlava tedesco.
Aprendo gli occhi insanguati, pieni di paura, contraendo quasi in un mezzo
sorriso la sola guancia sinistra e aprendo alquanto la bocca da questo lato,
dopo essersi più volte provato a snodar la lingua inceppata, alzò la mano illesa
verso il capo e balbettò, rivolto al medico:
- Ih...ihr... wie ein Faustschlag...
Il medico non comprese, e bisognò che la sorella, mezzo istupidita
dall’improvvisa sciagura, gli facesse da interprete.
Era divenuto tedesco a un tratto, Cristoforo Golisch: cioè, un altro; perché
tedesco veramente, lui, non era mai stato. Soffiata via, come niente, dal suo
cervello ogni memoria della lingua italiana, anzi tutta quanta l’italianità sua.
Il medico si provò a dare una spiegazione scientifica del fenomeno: dichiarò il
male: emiplegia; prescrisse la cura. Ma la sorella, spaventata, lo chiamò in
disparte e gli riferì i propositi violenti manifestati dal fratello pochi giorni
innanzi avendo veduto un amico colpito da quello stesso male.
- Ah, signor dottore, da un mese non parlava più d’altro quasi se la fosse
sentita pendere sul capo la condanna! S’ammazzerà... Tiene la rivoltella lì, nel
cassetto del comodino... Ho tanta paura...
Il medico sorrise pietosamente.
- Non ne abbia! non ne abbia, signora mia! Gli daremo a intendere che è stato un
semplice disturbo digestivo e vedrà che...
- Ma che, dottore!
- Le assicuro che lo crederà. Del resto, il colpo, per fortuna, non è stato
molto grave. Ho fiducia che tra pochi giorni riacquisterà l’uso degli arti
offesi, se non bene del tutto, almeno da potersene servire pian piano... e, col
tempo, chi sa! Certo è stato per lui un terribile avviso. Bisognerà cangiar vita
e tenersi a un regime scrupolosissimo per allontanare quanto più sarà possibile
un nuovo assalto del male.
La sorella abbassò le palpebre per chiudere e nascondere negli occhi le lagrime.
Non fidandosi però dell’assicurazione del medico, appena questo andò via,
concertò col figliuolo e con la serva il modo di portar via dal cassetto del
comodino la rivoltella: lei e la serva si sarebbero accostate alla sponda del
letto con la scusa di rialzare un tantino le materasse, e nel frattempo - ma,
attento per carità! - il ragazzo avrebbe aperto il cassetto senza far rumore
e... - attento! - via, l’arma.
Così fecero. E di questa sua precauzione la sorella si lodò molto, non parendole
naturale, di lì a poco, la facilità con cui il fratello accolse la spiegazione
del male, suggerita dal medico: disturbo digestivo.
- Ja... ja... es ist doch...
Da quattro giorni se lo sentiva ingombro lo stomaco.
- Unver... Unverdaulichkeit... ja... ja...
Ma possibile, - pensava la sorella, - ch’egli non avverta la paralisi di mezzo
lato del corpo? possibile ch’egli, già prevenuto dal caso recente del Lenzi,
creda che una semplice indigestione possa avere un tale effetto?
Fin dalla prima veglia cominciò a suggerirgli amorosamente, come a un bambino,
le parole della lingua dimenticata: gli domandò perché non parlasse più
italiano.
Egli la guardò imbalordito. Non s’era accorto peranche di parlare in tedesco:
tutt’a un tratto gli era venuto di parlar così né credeva che potesse parlare
altrimenti. Si provò tuttavia a ripetere le parole italiane, facendo eco alla
sorella Ma le pronunziava ora con voce cangiata e con accento straniero, proprio
come un tedesco che si sforzasse di parlare italiano. Chiamava Giovannino il
nipote, Ciofaio. E il nipote - scimunito! - ne rideva, come se lo zio lo
chiamasse così per ischerzo.
Tre giorni dopo, quando alla Fiaschetteria Toscana si seppe del malore
improvviso del Golisch, gli amici accorsi a visitarlo poterono avere un saggio
pietoso di quella sua nuova lingua. Ma egli non aveva punto coscienza della
curiosissima impressione che faceva, parlando a quel modo.
Pareva un naufrago che si arrabattasse disperatamente per tenersi a galla, dopo
essere stato tuffato e sommerso per un attimo eterno nella vita oscura, a lui
ignota, della sua gente. E da quel tuffo, ecco, era balzato fuori un altro;
ridivenuto bambino, a quarant’otto anni, e straniero.
E contentissimo era. Sì, perché proprio in quel giorno aveva cominciato a poter
muovere appena appena il braccio e la mano. La gamba no, ancora. Ma sentiva che
forse il giorno dopo, con uno sforzo, sarebbe riuscito a muovere anche quella.
Ci si provava anche adesso, ci si provava... e, no eh? non scorgevano alcun
movimento gli amici?
- Tomai... tomai...
- Ma sì, domani, sicuro!
A uno a uno gli amici, prima d’andar via - quantunque lo spettacolo offerto dal
Golisch non désse più luogo ad alcun timore - stimarono prudente raccomandare
alla sorella la sorveglianza.
Da un momento all’altro, non si sa mai... Può darsi che la coscienza gli si
ridesti, e...
Ciascuno pensava ora, come già aveva pensato il Golisch da sano: che l’unica,
cioè, era di finirsi con una pistolettata per non restar così malvivo e sotto la
minaccia terribile, inovviabile d’un nuovo colpo da un momento all’altro.
Ma loro sì, adesso, lo pensavano: non più il Golisch però. L’allegrezza del
Golisch, invece, quando - una ventina di giorni dopo - sorretto dalla sorella e
dal nipote, poté muovere i primi passi per la camera!
Gli occhi, è vero, no, senza uno specchio non se li poteva vedere: attoniti,
smarriti, come quelli di Beniamino Lenzi; ma della gamba sì, perbacco, avrebbe
potuto accorgersi bene che la strascicava a stento... Eppure, che allegrezza!
Si sentiva rinato. Aveva di nuovo tutte le meraviglie d’un bambino, e anche le
lagrime facili, come le hanno i bambini, per ogni nonnulla. Da tutti gli oggetti
della camera sentiva venirsi un conforto dolcissimo, familiare, non mai provato
prima; e il pensiero ch’egli ora poteva andare co’ suoi piedi fino a quegli
oggetti, a carezzarli con le mani, lo inteneriva di gioja fino a piangerne.
Guardava dall’uscio gli oggetti delle altre stanze e si struggeva dal desiderio
di recarsi a carezzare anche quelli. Sì, via... pian piano, pian piano, sorretto
di qua e di là... Poi volle fare a meno del braccio del nipote, e girò
appoggiato alla sorella soltanto e col bastone nell’altra mano; poi, non più
sorretto da alcuno, col bastone soltanto; e finalmente volle dare una gran prova
di forza:
- Oh... oh... guaddae, guaddae, sea battoe...
E davvero, tenendo il bastone levato, mosse due o tre passi Ma dovettero
accorrere con una seggiola per farlo subito sedere.
Gli era quasi scolata d’addosso tutta la carne, e pareva l’ombra di se stesso;
pur non di meno, neanche il minimo dubbio in lui che il suo non fosse stato un
disturbo digestivo; e sedendo ora di nuovo a tavola con la sorella e il nipote
condannato a bere latte invece di vino, ripeteva per la millesima volta che
s’era presa una bella paura:
- Una bea paua...
Se non che, la prima volta che poté uscir di casa, accompagnato dalla sorella,
in gran segreto manifestò a questa il desiderio d’esser condotto alla casa del
medico che curava Beniamino Lenzi. Nel cortile di quella casa voleva esercitarsi
il piede al tornio anche lui.
La sorella lo guardò, sbigottita. Dunque egli sapeva?
- Di’, vuoi andarci oggi stesso?
- Sì... sì...
Nel cortile trovarono Beniamino Lenzi, già al tornio, puntuale.
- Beiamìo! - chiamò il Golisch.
Beniamino Lenzi non mostrò affatto stupore nel riveder lì l’amico, conciato come
lui: spiccicò le labbra sotto i baffi, contraendo la guancia destra; biascicò:
- Tu pue?
E seguitò a spingere la leva. Due pertiche ora molleggiavano e brandivano,
facendo girare i rocchetti con la corda.
Il giorno dopo Cristoforo Golisch, non volendo esser da meno del Lenzi che si
recava al tornio da solo, rifiutò recisamente la scorta della sorella. Questa,
dapprima, ordinò al figliuolo di seguire lo zio a una certa distanza, senza
farsi scorgere; poi, rassicurata, lo lasciò davvero andar solo.
E ogni giorno, adesso, alla stess’ora, i due colpiti si ritrovano per via e
proseguono insieme facendo le stesse tappe; al lampione, prima; poi, più giù,
alla vetrina del bazar, a contemplare la scimmietta di porcellana sospesa
all’altalena; in fine, alla ringhiera del giardinetto.
Oggi, intanto, a Cristoforo Golisch è saltata in mente un’idea curiosa; ed ecco,
la confida al Lenzi. Tutti e due, appoggiati al fido lampione, si guardano negli
occhi e si provano a sorridere, contraendo l’uno la guancia destra, l’altro la
sinistra. Confabulano un pezzo, con quelle loro lingue torpide; poi il Golisch
fa segno col bastone a un vetturino d’accostarsi. Ajutati da questo, prima l’uno
e poi l’altro, montano in vettura, e via, alla casa di Nadina in Piazza di
Spagna.
Nel vedersi innanzi quei due fantasmi ansimanti. che non si reggono in piedi
dopo l’enorme sforzo della salita. La povera Nadina resta sgomenta, a bocca
aperta. Non sa se debba piangere o ridere. S’affretta a sostenerli, li trascina
nel salotto, li pone a sedere accanto e si mette a sgridarli aspramente della
pazzia commessa, come due ragazzini discoli, sfuggiti alla sorveglianza dell’ajo
Beniamino Lenzi fa il greppo, e giù a piangere.
Il Golisch, invece, con molta serietà, accigliato, le vuole spiegare che si è
inteso di farle una bella sorpresa.
- Una bea soppea...
(Bellino! Come parla adesso, il tedescaccio!)
- Ma sì, ma sì, grazie... - dice subito Nadina. - Bravi! Siete stati bravi
davvero tutt’e due... e m’avete fatto un gran piacere... Io dicevo per voi,
venire fin qua, salire tutta questa scala... Sù, sù, Beniamino! Non piangere,
caro... Che cos’è? Coraggio, coraggio!
E prende a carezzarlo su le guance, con le belle mani lattee e paffutelle,
inanellate.
- Che cos’è? che costa? Guardami!... Tu non volevi venire, è vero? Ti ha
condotto lui, questo discolaccio! Ma non farò nemmeno una carezza a lui... Tu
sei il mio buon Beniamino, il mio gran giovanottone sei... Caro! caro!...
Suvvia, asciughiamo codeste lagrimucce... Così... così... Guarda qua questa
bella turchese: chi me l’ha regalata? chi l’ha regalata a Nadina sua? Ma questo
mio bel vecchiaccio me l’ha regalata... Toh, caro!
E gli posa un bacio su la fronte. Poi si alza di scatto e rapidamente con le
dita si porta via le lagrime dagli occhi.
- Che posso offrirvi?
Cristoforo Golisch, rimasto mortificato e ingrugnato, non vuole accettar nulla;
Beniamino Lenzi accetta un biscottino e lo mangia accostando la bocca alla mano
di Nadina che lo tiene tra le dita e finge di non volerglielo dare, scattando
con brevi risatine:
- No... no... no...
Bellini tutt’e due, adesso, come ridono, come ridono a quello scherzo...
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