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Prima
pubblicazione: Il Marzocco, 12 agosto 1906, poi in La vita nuda, Treves 1910. |
ANALISI
da
Neurotube.org
“La toccatina” che dà il titolo alla novella di Luigi Pirandello arrivò
come un fulmine a ciel sereno:
“…Mentre desinava con la sorella vedova e il
nipote, Cristoforo Golisch improvvisamente stravolse gli occhi, storse la bocca
quasi per uno sbadiglio mancato; e il capo gli cadde sul petto e la faccia sul
piatto.
Una toccatina, lieve lieve, anche a lui.
Perdette lì per lì la parola e mezzo lato del corpo:
il destro.
In “La toccatina”, la malattia ha il tipico aspetto dell’afasia (perdita della
capacità di esprimersi con la parola, di comprendere e di scrivere) del
poliglotta.
Dal momento in cui Cristoforo Golisch diventa afasico a causa di un ictus, perde
la capacità di comunicare con il suo linguaggio acquisito e, come se tutta
l’esperienza della sua vita fosse stata cancellata, ritorna a balbettare le
sillabe della sua lingua nativa: quel tedesco che usava ormai così poco da dare
l’impressione di averlo completamente dimenticato.
L’afasia del poliglotta è stata descritta nel 1895 dal neurologo francese
Pitres, primo ricercatore a definire il modo in cui i pazienti poliglotti
potevano recuperare la perduta capacità di parlare la lingua materna.
Pirandello era probabilmente a conoscenza della regola, ritenuta valida alla
fine del secolo diciannovesimo, secondo la quale i nuovi ricordi si cancellano
prima dei vecchi; quindi, in caso di malattia, la nuova lingua scompare prima di
quella materna.
Più recentemente è stato invece dimostrato che le persone bilingui o poliglotte
manifestano approssimativamente disturbi simili per tutte le lingue che
conoscono e che il miglioramento avviene in modo parallelo per ognuna di esse.
La ripresa di ogni lingua è proporzionale alla conoscenza che il paziente ne
aveva prima della malattia e può essere influenzata da fattori come le
caratteristiche cliniche dell’afasia e l’ambiente linguistico che precede e
segue l’inizio dell’afasia.
Niente di tutto ciò riguarda Pirandello. Lo scrittore aveva 39 anni quando
pubblicò la novella e la malattia della moglie l’aveva certamente già costretto
a stabilire un contatto diretto e personale con l’ambiente neuro-psichiatrico
dell’epoca. Anche in questo caso le sue conoscenze mediche gli permettono di
sottolineare la strana e multiforme natura della realtà. Il tema fondamentale
di “La toccatina” , non è infatti la strana forma di perdita del linguaggio, ma
piuttosto la capacità dell’uomo di affrontare la vita con tutte le risorse di
cui dispone.
Prima di essere colpito dall’ictus, Cristoforo Golisch aveva reagito alla
paralisi che aveva leso un suo amico in ben altro modo:
“- ‘Ah, si? – diceva. – Ti tocco e ti lascio? No, ah,
no perdio! Io non mi riduco in quello stato! Ti faccio tornare per forza, io! Mi
passeggi accanto e ti diverti a vedere come mi hai conciato? a vedermi
strascinare un piede? a sentirmi biascicare? Mi rubi mezzo alfabeto, mi fai dire
oa e cao, e ridi? No, caa! Vieni qua! Mi tio una pistoettata, com’è veo Dio.
Questo spasso io non te lo do! Mi sparo, m’ammazzo com’è vero Dio! Questo spasso
non te lo do’.
E poi quando venne la sua ora di confrontarsi con la
stessa situazione, e si trovava in una condizione tale per cui: ‘Chiamava
Giovannino il nipote, Ciofaio. E il nipote – scimunito! – ne rideva, come se lo
zio lo chiamasse così per ischerzo’.
…Egli non aveva punto coscienza della curiosissima
impressione che faceva, parlando a quel modo.
Pareva un naufrago che si arrabattasse disperatamente
per tenersi a galla, dopo essere stato tuffato e sommerso per un attimo eterno
nella vita oscura, a lui ignota, della sua gente. E da quel tuffo, ecco, era
balzato fuori un altro; ridivenuto bambino, a quarant’otto anni, e straniero.
E contentissimo era. Sì, perché proprio in quel giorno
aveva cominciato a poter muovere appena appena il braccio e la mano. La gamba
no, ancora. Ma sentiva che forse il giorno dopo, con uno sforzo, sarebbe
riuscito a muovere anche quella. Ci si provava anche adesso, ci si provava… e,
no eh? non scorgevano alcun movimento gli amici?
- Tomai… tomai…
- Ma sì, domani, sicuro!”
E’ proprio il comportamento di Cristoforo Golisch dopo l’ictus che rivela come
l’effettivo tema della novella vada molto oltre la descrizione della stranezza
dell’afasia nel poliglotta. Perché Pirandello vuole mostrare la capacità
dell’uomo di adattarsi alle condizioni più difficili pur di evitare di essere
sommerso “nell’oscurità della vita”.
Non sorprende che i capolavori della letteratura possono contenere una
rappresentazione così completa dell’uomo malato, della sua psicologia, della sua
capacità di reagire o di abbandonarsi.
Non ci sono mezzi scientifici per misurare la felicità o la sofferenza,
esattamente come non ci sono modi di misurare l’amore e la bellezza; questo è
compito dell’arte: è del vero artista il privilegio di capire ed esprimere
l’essenza della condizione umana.
da
Liber Liber
I
Col cappellaccio bianco buttato sulla nuca, le cui tese parevano una spera
attorno al faccione rosso come una palla di formaggio d'Olanda, Cristoforo
Golisch s'arrestò in mezzo alla via con le gambe aperte un po' curve per il peso
del corpo gigantesco; alzò le braccia; gridò:
-
Beniamino!
Alto quasi quanto lui, ma secco e tentennante come una canna, gli veniva
incontro pian piano, con gli occhi stranamente attoniti nella squallida faccia,
un uomo sui cinquant'anni, appoggiato a un bastone dalla grossa ghiera di gomma.
Strascicava a stento la gamba sinistra.
-
Beniamino! - ripeté il Golisch; e questa volta la voce espresse, oltre la
sorpresa, il dolore di ritrovare in quello stato, dopo tanti anni, l'amico.
Beniamino Lenzi batté piú volte le palpebre: gli occhi gli rimasero attoniti; vi
passò solamente come un velo di pianto, senza però che i lineamenti del volto si
scomponessero minimamente. Sotto i baffi già grigi le labbra, un po' storte, si
spiccicarono e lavorarono un pezzo con la lingua annodata a pronunziare qualche
parola:
-
O... oa... oa sto meo... cammío..
-
Ah bravo... - fece il Golisch, agghiacciato dall'impressione di non aver piú
dinanzi un uomo, Beniamino Lenzi, qual egli lo aveva conosciuto; ma quasi un
ragazzo ormai, un povero ragazzo che si dovesse pietosamente ingannare.
E
gli si mise accanto e si sforzò di camminare col passo di lui. (Ah, quel piede
che non si spiccicava piú da terra e strisciava, quasi non potesse sottrarsi a
una forza che lo tirava di sotto!)
Cercando di dissimulare alla meglio la pena, la costernazione strana che a mano
a mano lo vinceva nel vedersi accanto quell'uomo toccato dalla morte, quasi
morto per metà e cangiato, cominciò a domandargli dove fosse stato tutto quel
tempo, da che s'era allontanato da Roma; che avesse fatto; quando fosse
ritornato.
Beniamino Lenzi gli rispose con parole smozzicate quasi inintelligibili, che
lasciarono il Golisch nel dubbio che le sue domande non fossero state comprese.
Solo le pàlpebre, abbassandosi frequentemente su gli occhi, esprimevano lo
stento e la pena, e pareva che volessero far perdere allo sguardo quel teso,
duro, strano attonimento. Ma non ci riuscivano.
La
morte, passando e toccando, aveva fissato cosí la maschera di quell'uomo. Egli
doveva aspettare con quel volto, con quegli occhi, con quell'aria di spaurita
sospensione, ch'ella ripassasse e lo ritoccasse un tantino piú forte per
renderlo immobile del tutto e per sempre.
-
Che spasso! - fischiò tra i denti Cristoforo Golisch.
E
lanciò di qua e di là occhiatacce alla gente che si voltava e si fermava a mirar
col volto atteggiato di compassione quel pover'uomo accidentato.
Una sorda rabbia prese a bollirgli dentro.
Come camminava svelta la gente per via! svelta di collo, svelta di braccia,
svelta di gambe... E lui stesso! Era padrone, lui, di tutti i suoi movimenti; e
si sentiva cosí forte... Strinse un pugno. Perdio! Sentí come sarebbe stato
poderoso a calarlo bene scolpito su la schiena di qualcuno. Ma perché? Non
sapeva...
Lo
irritava la gente, lo irritavano in special modo i giovani che si voltavano a
guardare il Lenzi. Cavò dalla tasca un grosso fazzoletto di cotone turchino e si
asciugò il sudore che gli grondava dal faccione affocato.
-
Beniamino, dove vai adesso?
Il
Lenzi si era fermato, aveva appoggiata la mano illesa a un lampione e pareva lo
carezzasse, guardandolo amorosamente. Biascicò:
-
Da dottoe... Esecíio de piee.
E
si provò ad alzare il piede colpito.
-
Esercizio? - disse il Golisch. - Ti eserciti il piede?
-
Piee, ripeté il Lenzi.
-
Bravo! - esclamò di nuovo il Golisch.
Gli venne la tentazione d'afferrargli quel piede, stringerglielo, prendere per
le braccia l'amico e dargli un tremendo scrollone, per scomporlo da
quell'orribile immobilità.
Non sapeva, non poteva vederselo davanti, ridotto in quello stato. Eccolo qua,
il compagno delle antiche scapataggini, nei begli anni della gioventú e poi
nelle ore d'ozio, ogni sera, scapoli com'eran rimasti entrambi. Un bel giorno,
una nuova via s'era aperta innanzi all'amico, il quale s'era incamminato per
essa, svelto anche lui, allora, - oh tanto! - svelto e animoso. Sissignore!
Lotte, fatiche, speranze; e poi, tutt'a un tratto: eccolo qua, com'era
ritornato... Ah, che buffonata! che buffonata!
Avrebbe voluto parlargli di tante cose, e non sapeva. Le domande gli
s'affollavano alle labbra e gli morivano assiderate.
-
Ti ricordi, - avrebbe voluto dirgli, - delle nostre famose scommesse alla
Fiaschetteria Toscana? E di Nadina, ti ricordi? L'ho ancora con me, sai! Tu
me l'hai appioppata, birbaccione, quando partisti da Roma. Cara figliuola,
quanto bene ti voleva... Ti pensa ancora, sai? mi parla ancora di te, qualche
volta. Andrò a trovarla questa sera stessa e le dirò che t'ho riveduto,
poveretto... È proprio inutile ch'io ti domandi: tu non ricordi piú nulla; tu
forse non mi riconosci piú, o mi riconosci appena.
Mentre il Golisch pensava cosí, con gli occhi gonfi di lacrime, Beniamino Lenzi
seguitava a guardare amorosamente il lampione e pian piano con le dita gli
levava la polvere.
Quel lampione segnava per lui una delle tre tappe della passeggiata giornaliera.
Strascinandosi per via, non vedeva nessuno, non pensava a niente; mentre la vita
gli turbinava intorno, agitata da tante passioni, premuta da tante cure, egli
tendeva con tutte le forze che gli erano rimaste a quel lampione, prima; poi,
piú giú, alla vetrina d'un bazar, che segnava la seconda tappa; e qui si
tratteneva piú a lungo a contemplare con gioja infantile una scimmietta di
porcellana sospesa a un'altalena dai cordoncini di seta rossa. La terza sosta
era alla ringhiera del giardinetto in fondo alla via, donde poi si recava alla
casa del medico.
Nel cortile di quella casa, tra i vasi di fiori e i cassoni d'aranci, di lauro e
di bambú, eran disposti parecchi attrezzi di ginnastica, tra i quali alcune
pertiche elastiche, fermate orizzontalmente in cima a certi pali tozzi e solidi;
pertiche da tornitore, dalla cui estremità pendeva una corda, la quale, dato un
giro attorno a un rocchetto, scendeva ad annodarsi a una leva di legno, fermata
per un capo al suolo da una forcella.
Beniamino Lenzi poneva il piede colpito su questa leva e spingeva; la pertica in
alto molleggiava e brandiva, e il rocchetto, sostenuto orizzontalmente da due
toppi, girava per via della corda.
Ogni giorno, mezz'ora di questo esercizio. E in capo a pochi mesi, sarebbe
guarito. Oh, non c'era alcun dubbio! Guarito del tutto...
Dopo aver assistito per un pezzetto a questo grazioso spettacolo, Cristoforo
Golisch uscí dal cortile a gran passi, sbuffando come un cavallo, dimenando le
braccia, furibondo.
Pareva che la morte avesse fatto a lui e non al povero Lenzi lo scherzo di
quella toccatina lí, al cervello.
N'era rivoltato.
Con gli occhi torvi, i denti serrati, parlava tra sé e gesticolava per via, come
un matto.
-
Ah, sí? - diceva - Ti tocco e ti lascio? No, ah, no perdio! Io non mi riduco in
quello stato! Ti faccio tornare per forza, io! Mi passeggi accanto e ti diverti
a vedere come mi hai conciato? a vedermi strascicare un piede? a sentirmi
biascicare? Mi rubi mezzo alfabeto, mi fai dire oa e cao, e ridi?
No, caa! Vieni qua! Mi tio una pistoettata, com'è veo Dio! Questo spasso io non
te lo do! Mi sparo, m'ammazzo com'è vero Dio! Questo spasso non te lo do.
Tutta la sera e poi il giorno appresso e per parecchi giorni di fila non pensò
ad altro, non parlò d'altro, a casa, per via, al caffè, alla fiaschetteria,
quasi se ne fosse fatta una fissazione. Domandava a tutti:
-
Avete veduto Beniamino Lenzi?
E
se qualcuno gli rispondeva di no:
-
Colpito! Morto per metà! Rimbambito... Come non s'ammazza? Se io fossi medico,
lo ammazzerei! Per carità di prossimo... Gli fanno fare il tornio nel cortile...
e lui crede che guarirà! Beniamino Lenzi, capite? Beniamino Lenzi che s'è
battuto tre volte in duello, dopo aver fatto con me la campagna del '66,
ragazzotto... Perdio, e quando mai l'abbiamo calcolata noi, questa pellaccia? La
vita ha prezzo per quello che ti dà... Dico bene? Non ci penserei neanche due
volte...
Gli amici, alla fiaschetteria, alla fine non ne poterono piú.
-
M'ammazzo... m'ammazzo... E ammazzati una buona volta e falla finita!
Cristoforo Golisch si scosse, protese le mani:
-
No; io dico, se mai...
II
Circa un mese dopo, mentre desinava con la sorella vedova e il nipote,
Cristoforo Golisch improvvisamente stravolse gli occhi, storse la bocca, quasi
per uno sbadiglio mancato; e il capo gli cadde sul petto e la faccia sul piatto.
Una toccatina, lieve lieve, anche lui.
Perdette lí per lí la parola e mezzo lato del corpo: il destro.
Cristoforo Golisch era nato in Italia, da genitori tedeschi; non era mai stato
in Germania, e parlava romanesco, come un romano di Roma. Da un pezzo gli amici
gli avevano italianizzato anche il cognome, chiamandolo Golicci, e gl'intimi
anche Golaccia, in considerazione del ventre e del formidabile appetito. Solo
con la sorella egli soleva di tanto in tanto scambiare qualche parola in
tedesco, perché gli altri non intendessero.
Ebbene, riacquistato a stento, in capo a poche ore, l'uso della parola,
Cristoforo Golisch offrí al medico un curioso fenomeno da studiare; non sapeva
piú parlare in italiano: parlava tedesco.
Aprendo gli occhi insanguati, pieni di paura, contraendo quasi in un mezzo
sorriso la sola guancia sinistra e aprendo alquanto la bocca da questo lato,
dopo essersi piú volte provato a snodar la lingua inceppata, alzò la mano illesa
verso il capo e balbettò, rivolto al medico:
- Ih... ihr... wie ein Faustschlag...
Il
medico non comprese, e bisognò che la sorella, mezzo istupidita dall'improvvisa
sciagura, gli facesse da interprete.
Era divenuto tedesco a un tratto, Cristoforo Golisch: cioè, un altro; perché
tedesco veramente, lui, non era mai stato. Soffiata via, come niente, dal suo
cervello ogni memoria della lingua italiana, anzi tutta quanta l'italianità sua.
Il
medico si provò a dare una spiegazione scientifica del fenomeno: dichiarò il
male: emiplegia; prescrisse la cura. Ma la sorella, spaventata, lo chiamò in
disparte e gli riferí i propositi violenti manifestati dal fratello pochi giorni
innanzi, avendo veduto un amico colpito da quello stesso male.
-
Ah, signor dottore, da un mese non parlava piú d'altro; quasi se la fosse
sentita pendere sul capo la condanna! S'ammazzerà... Tiene la rivoltella lí, nel
cassetto del comodino... Ho tanta paura...
Il
medico sorrise pietosamente.
-
Non ne abbia, non ne abbia, signora mia! Gli daremo a intendere che è stato un
semplice disturbo digestivo, e vedrà che...
-
Ma che, dottore!
-
Le assicuro che lo crederà. Del resto, il colpo, per fortuna, non è stato molto
grave. Ho fiducia che tra pochi giorni riacquisterà l'uso degli arti offesi, se
non bene del tutto, almeno da potersene servire pian piano... e, col tempo, chi
sa! Certo è stato per lui un terribile avviso. Bisognerà cangiar vita e tenersi
a un regime scrupolosissimo per allontanare quanto piú sarà possibile un nuovo
assalto del male.
La
sorella abbassò le pàlpebre per chiudere e nascondere negli occhi le lagrime.
Non fidandosi però dell'assicurazione del medico, appena questi andò via,
concertò col figliuolo e con la serva il modo di portar via dal cassetto del
comodino la rivoltella: lei e la serva si sarebbero accostate alla sponda del
letto con la scusa di rialzare un tantino le materasse, e nel frattempo - ma,
attento per carità! - il ragazzo avrebbe aperto il cassetto senza far rumore
e... - attento! - via, l'arma.
Cosí fecero. E di questa sua precauzione la sorella si lodò molto, non parendole
naturale, di lí a poco, la facilità con cui il fratello accolse la spiegazione
del male, suggerita dal medico: disturbo digestivo.
- Ja... ja... es ist doch...
Da
quattro giorni se lo sentiva ingombro lo stomaco.
- Unver... Unverdaulichkeit... ja... ja...
Ma
possibile, - pensava la sorella, - ch'egli non avverta la paralisi di mezzo lato
del corpo? possibile c'egli, già prevenuto dal caso recente del Lenzi, creda che
una semplice indigestione possa aver fatto un tale effetto?
Fin dalla prima veglia cominciò a suggerirgli amorosamente, come a un bambino,
le parole della lingua dimenticata; gli domandò perché non parlasse piú
italiano.
Egli la guardò imbalordito. Non s'era accorto peranche di parlare in tedesco:
tutt'a un tratto gli era venuto di parlar cosí, né credeva che potesse parlare
altrimenti. Si provò tuttavia a ripetere le parole italiane, facendo eco alla
sorella. Ma le pronunziava ora con voce cangiata e con accento straniero,
proprio come un tedesco che si sforzasse di parlare italiano. Chiamava
Giovannino, il nipote, Ciofaío. E il nipote - scimunito! - ne rideva,
come se lo zio lo chiamasse cosí per ischerzo.
Tre giorni dopo, quando alla Fiaschetteria Toscana si seppe del malore
improvviso del Golisch, gli amici accorsi a visitarlo poterono avere un saggio
pietoso di quella sua nuova lingua. Ma egli non aveva punto coscienza della
curiosissima impressione che faceva, parlando a quel modo.
Pareva un naufrago che si arrabattasse disperatamente per tenersi a galla, dopo
essere stato tuffato e sommerso per un attimo eterno nella vita oscura, a lui
ignota, della sua gente. E da quel tuffo, ecco, era balzato fuori un altro;
ridivenuto bambino, a quarant'otto anni, e straniero.
E
contentissimo era. Sí, perché proprio in quel giorno aveva cominciato a poter
muovere appena il braccio e la mano. La gamba no, ancora. Ma sentiva che forse
il giorno dopo, con uno sforzo, sarebbe riuscito a muovere anche quella. Ci si
provava anche adesso, ci si provava... e, no eh? non scorgevano alcun movimento
gli amici?
-
Tomai... tomai...
-
Ma sí, domani, sicuro!
A
uno a uno gli amici, prima d'andar via - quantunque lo spettacolo offerto dal
Golisch non desse piú luogo ad alcun timore - stimarono prudente raccomandare
alla sorella la sorveglianza.
-
Da un momento all'altro, non si sa mai... Può darsi che la coscienza gli si
ridesti, e...
Ciascuno pensava, ora, come già aveva pensato il Golisch, da sano: che l'unica,
cioè, era di finirsi con una pistolettata per non restar cosí malvivo e sotto la
minaccia terribile, inovviabile, d'un nuovo colpo da un momento all'altro.
Ma
loro sí, adesso, lo pensavano: non piú il Golisch però. L'allegrezza del
Golisch, invece, quando - una ventina di giorni dopo - sorretto dalla sorella e
dal nipote, poté muovere i primi passi per la camera!
Gli occhi, è vero, no, senza uno specchio non se li poteva vedere: attoniti,
smarriti, come quelli di Beniamino Lenzi; ma della gamba sí, perbacco, avrebbe
potuto accorgersi bene che la strascicava a stento... Eppure, che allegrezza!
Si
sentiva rinato. Aveva di nuovo tutte le meraviglie d'un bambino, e anche le
lagrime facili, come le hanno i bambini, per ogni nonnulla. Da tutti gli oggetti
della camera sentiva venirsi un conforto dolcissimo, familiare, non mai provato
prima; e il pensiero ch'egli ora poteva andare co' suoi piedi fino a quegli
oggetti, a carezzarli con le mani, lo inteneriva di gioja fino a piangerne.
Guardava dall'uscio gli oggetti delle altre stanze e si struggeva dal desiderio
di recarsi a carezzare anche quelli. Sí, via... pian piano, pian piano, sorretto
di qua e di là... Poi volle fare a meno del braccio del nipote, e girò
appoggiato alla sorella soltanto e col bastone nell'altra mano; poi, non piú
sorretto da alcuno, col bastone soltanto; e finalmente volle dare una gran prova
di forza:
-
Oh... oh... guaddae, guaddae... sea battoe...
E
davvero, tenendo il bastone levato, mosse due o tre passi. Ma dovettero
accorrere con una seggiola per farlo subito sedere.
Gli era quasi scolata addosso tutta la carne, e pareva l'ombra di se stesso; pur
non di meno, neanche il minimo dubbio in lui che il suo non fosse stato un
disturbo digestivo; e, sedendo ora di nuovo a tavola con la sorella e il nipote,
condannato a bere latte invece di vino, ripeteva per la millesima volta che
s'era preso una bella paura:
-
Una bea paua...
Se
non che, la prima volta che poté uscir di casa, accompagnato dalla sorella, in
gran segreto manifestò a questa il desiderio d'esser condotto alla casa del
medico che curava Beniamino Lenzi. Nel cortile di quella casa voleva esercitarsi
il piede al tornio anche lui.
La
sorella lo guardò, sbigottita. Dunque egli sapeva?
-
Di', vuoi andarci oggi stesso?
-
Sí... sí...
Nel cortile trovarono Beniamino Lenzi, già al tornio, puntuale.
-
Beiamío! - chiamò il Golisch.
Beniamino Lenzi non mostrò affatto stupore nel riveder lí l'amico, conciato come
lui: spiccicò le labbra sotto i baffi, contraendo la guancia destra; biascicò:
-
Tu pue?
E
seguitò a spingere la leva. Due pertiche ora molleggiavano e brandivano, facendo
girare i rocchetti con la corda.
Il
giorno dopo Cristoforo Golisch, non volendo esser da meno del Lenzi che si
recava al tornio da solo, rifiutò recisamente la scorta della sorella. Questa,
dapprima, ordinò al figliuolo di seguire lo zio a una certa distanza, senza
farsi scorgere; poi, rassicurata, lo lasciò davvero andar solo.
E
ogni giorno, adesso, alla stess'ora, i due colpiti si ritrovano per via e
proseguono insieme facendo le stesse tappe: al lampione, prima; poi, piú giú,
alla vetrina del bazar, a contemplare la scimmietta di porcellana sospesa
all'altalena; in fine, alla ringhiera del giardinetto.
Oggi, intanto, a Cristoforo Golisch è saltata in mente un'idea curiosa; ed ecco,
la confida al Lenzi. Tutti e due, appoggiati al fido lampione, si guardano negli
occhi e si provano a sorridere, contraendo l'uno la guancia destra, l'altro la
sinistra. Confabulano un pezzo, con quelle loro lingue torpide; poi il Golisch
fa segno col bastone a un vetturino d'accostarsi. Ajutati da questo, prima l'uno
e poi l'altro, montano in vettura, e via, alla casa di Nadina in Piazza di
Spagna.
Nel vedersi innanzi quei due fantasmi ansimanti, che non si reggono in piedi
dopo l'enorme sforzo della salita, la povera Nadina resta sgomenta, a bocca
aperta. Non sa se debba piangere o ridere. S'affretta a sostenerli, li trascina
nel salotto, li pone a sedere accanto e si mette a sgridarli aspramente della
pazzia commessa, come due ragazzini discoli, sfuggiti alla sorveglianza
dell'ajo.
Beniamino Lenzi fa il greppo, e giú a piangere.
Il
Golisch, invece, con molta serietà, accigliato, le vuole spiegare che si è
inteso di farle una bella sorpresa.
-
Una bea soppea...
(Bellino! Come parla adesso, il tedescaccio!)
-
Ma sí, ma sí, grazie... - dice subito Nadina. - Bravi! Siete stati bravi davvero
tutt'e due... e m'avete fatto un gran piacere... Io dicevo per voi... venire fin
qua, salire tutta questa scala... Sú, sú Beniamino! Non piangere, caro... Che
cos'è? Coraggio, coraggio!
E
prende a carezzarlo su le guance, con le belle mani lattee e paffutelle,
inanellate.
-
Che cos'è: che cos'è? Guardami!... Tu non volevi venire, è vero? Ti ha condotto
lui, questo discolaccio! Ma non farò nemmeno una carezza a lui... Tu sei il mio
buon Beniamino, il mio gran giovanottone sei... Caro! caro!... Suvvia,
asciughiamo codeste lagrimucce... Cosí... cosí... Guarda qua questa bella
turchese: chi me l'ha regalata? chi l'ha regalata a Nadina sua? Ma questo mio
bel vecchiaccio me l'ha regalata... Toh, caro!
E
gli posa un bacio su la fronte. Poi si alza di scatto e rapidamente con le dita
si porta via le lagrime dagli occhi.
-
Che posso offrirvi?
Cristoforo Golisch, rimasto mortificato e ingrugnato, non vuole accettar nulla;
Beniamino Lenzi accetta un biscottino e lo mangia accostando la bocca alla mano
di Nadina che lo tiene tra le dita e finge di non volerglielo dare, scattando
con brevi risatine:
-
No... no... no...
Bellini tutt'e due, adesso, come ridono, come ridono a quello scherzo...