III.
Il fratello fu irremovibile.
Ne' pochi giorni che occorsero per le pubblicazioni di rito,
prima del matrimonio, s'accanì nello scandalo. Per prevenir
le beffe che s'aspettava da tutti, prese ferocemente il
partito d'andar sbandendo la sua vergogna, con orribili
crudezze di linguaggio. Pareva impazzito; e tutti lo
commiseravano.
Gli toccò, tuttavia, a combattere un bel po' col mezzadro,
per farlo condiscendere alle nozze del figliuolo.
Quantunque d'idee larghe, il vecchio, dapprima, parve
cascasse dalle nuvole: non voleva creder possibile una cosa
simile. Poi disse:
- Vossignoria non dubiti: me lo pesterò sotto i piedi; sa
come? come si pigia l'uva. O piuttosto, facciamo così:
glielo consegno, legato mani e piedi; e Vossignoria si
prenderà tutta quella soddisfazione che vuole. Il nerbo, per
le nerbate, glielo procuro io, e glielo tengo prima apposta
tre giorni in molle, perché picchi più sodo.
Quando però comprese che il padrone non intendeva questo, ma
voleva altro, il matrimonio, trasecolò di nuovo:
- Come! Che dice, Vossignoria? Una signorona di quella fatta
col figlio d'un vile zappaterra?
E oppose un reciso rifiuto.
- Mi perdoni. Ma la signorina aveva il giudizio e l'età;
conosceva il bene e il male; non doveva far mai con mio
figlio quello che fece. Debbo parlare? Se lo tirava su in
casa tutti i giorni. Vossignoria m'intende... Un
ragazzaccio... A quell'età, non si ragiona, non si bada...
Ora ci posso perdere così il figlio, che Dio sa quanto mi
costa? La signorina. Con rispetto parlando, gli può esser
madre...
Il Bandi dovette promettere la cessione in dote del podere e
un assegno giornaliero alla sorella.
Così il matrimonio fu stabilito; e, quando ebbe luogo, fu un
vero avvenimento per quella cittaduzza.
Parve che tutti provassero un gran piacere nel far
pubblicamente strazio dell'ammirazione, del rispetto per
tanti anni tributati a quella donna; come se tra
l'ammirazione e il rispetto, di cui non la stimavano più
degna, e il dileggio, con cui ora la accompagnavano a quelle
nozze vergognose, non ci potesse esser posto per un po' di
commiserazione.
La commiserazione era tutta per il fratello; il quale,
s'intende, non volle prender parte alla cerimonia. Non vi
prese parte neanche il D'Andrea, scusandosi che doveva tener
compagnia, in quel triste giorno, al suo povero Giorgio.
Un vecchio medico della città, ch'era già stato di casa dei
genitori d'Eleonora, e a cui il D'Andrea, venuto di fresco
dagli studii, con tutti i fumi e le sofisticherie della
novissima terapeutica, aveva tolto gran parte della
clientela, si profferse per testimonio e condusse con sé un
altro vecchio, suo amico, per secondo testimonio.
Con essi Eleonora si recò in vettura chiusa al Municipio;
poi in una chiesetta fuorimano, per la cerimonia religiosa.
In un'altra vettura era lo sposo, Gerlando, torbido e
ingrugnato, coi genitori.
Questi, parati a festa, stavano su di sé, gonfi e serii,
perché, alla fin fine, il figlio sposava una vera signora,
sorella d'un avvocato, e gli recava in dote una campagna con
una magnifica villa, e denari per giunta. Gerlando, per
rendersi degno del nuovo stato, avrebbe seguitato gli studii.
Al podere avrebbe atteso lui, il padre, che se n'intendeva.
La sposa era un po' anzianotta? Tanto meglio! L'erede già
c'era per via. Per legge di natura ella sarebbe morta prima,
e Gerlando allora sarebbe rimasto libero e ricco.
Queste e consimili riflessioni facevano anche, in una terza
vettura, i testimonii dello sposo, contadini amici del
padre, in compagnia di due vecchi zii materni. Gli altri
parenti e amici dello sposo innumerevoli, attendevano nella
villa, tutti parati a festa, con gli abiti di panno
turchino, gli uomini; con le mantelline nuove e i fazzoletti
dai colori più sgargianti, le donne; giacché il mezzadro,
d'idee larghe, aveva preparato un trattamento proprio coi
fiocchi.
Al Municipio, Eleonora, prima d'entrare nell'aula dello
Stato civile, fu assalita da una convulsione di pianto; lo
sposo che si teneva discosto, in crocchio coi parenti, fu
spinto da questi ad accorrere; ma il vecchio medico lo pregò
di non farsi scorgere, di star lontano, per il momento.
Non ben rimessa ancora da quella crisi violenta, Eleonora
entrò nell'aula; si vide accanto quel ragazzo, che
l'impaccio e la vergogna rendevano più ispido e goffo; ebbe
un impeto di ribellione; fu per gridare: «No! No!» e lo
guardò come per spingerlo a gridar così anche lui. Ma poco
dopo dissero sì tutti e due, come condannati a una pena
inevitabile. Sbrigata in gran fretta l'altra funzione nella
chiesetta solitaria, il triste corteo s'avviò alla villa.
Eleonora non voleva staccarsi dai due vecchi amici; ma le fu
forza salire in vettura con lo sposo e coi suoceri.
Strada facendo, non fu scambiata una parola nella vettura.
Il mezzadro e la moglie parevano sbigottiti: alzavano di
tanto in tanto gli occhi per guardar di sfuggita la nuora;
poi si scambiavano uno sguardo e riabbassavano gli occhi. Lo
sposo guardava fuori, tutto ristretto in sé, aggrottato.
In villa, furono accolti con uno strepitoso sparo di
mortaretti e grida festose e battimani. Ma l'aspetto e il
contegno della sposa raggelarono tutti i convitati, per
quanto ella si provasse anche a sorridere a quella buona
gente, che intendeva farle festa a suo modo, come usa negli
sposalizi.
Chiese presto licenza di ritirarsi sola; ma nella camera in
cui aveva dormito durante la villeggiatura, trovando
apparecchiato il letto nuziale, s'arrestò di botto, su la
soglia: - Lì? con lui? No! Mai! Mai! - E, presa da ribrezzo,
scappò in un'altra camera: vi si chiuse a chiave; cadde a
sedere su una seggiola, premendosi forte, forte, il volto
con tutt'e due le mani.
Le giungevano, attraverso l'uscio, le voci, le risa dei
convitati, che aizzavano di là Gerlando, lodandogli, più che
la sposa, il buon parentado che aveva fatto e la bella
campagna.
Gerlando se ne stava affacciato al balcone e, per tutta
risposta, pieno d'onta, scrollava di tratto in tratto le
poderose spalle.
Onta sì, provava onta d'esser marito a quel modo, di quella
signora: ecco! E tutta la colpa era del padre, il quale, per
quella maledetta fissazione della scuola, lo aveva fatto
trattare al modo d'un ragazzaccio stupido e inetto dalla
signorina, venuta in villeggiatura, abilitandola a certi
scherzi che lo avevano ferito. Ed ecco, intanto, quel che
n'era venuto. Il padre non pensava che alla bella campagna.
Ma lui, come avrebbe vissuto d'ora in poi, con quella donna
che gl'incuteva tanta soggezione, e che certo gliene voleva
per la vergogna e il disonore? Come avrebbe ardito d'alzar
gli occhi in faccia a lei? E, per giunta, il padre
pretendeva ch'egli seguitasse a frequentar la scuola!
Figurarsi la baja che gli avrebbero data i compagni! Aveva
venti anni più di lui, la moglie, e pareva una montagna,
pareva...
Mentre Gerlando si travagliava con queste riflessioni, il
padre e la madre attendevano a gli ultimi preparativi del
pranzo. Finalmente l'uno e l'altra entrarono trionfanti
nella sala, dove già la mensa era apparecchiata. Il servizio
da tavola era stato fornito per l'avvenimento da un trattore
della città che aveva anche inviato un cuoco e due camerieri
per servire il pranzo.
Il mezzadro venne a trovar Gerlando al balcone e gli disse:
- Va' ad avvertire tua moglie che a momenti sarà pronto.
- Non ci vado, gnornò! - grugnì Gerlando, pestando un piede.
- Andateci voi.
- Spetta a te, somarone! - gli gridò il padre. - Tu sei il
marito: va'!
- Grazie tante... Gnornò! non ci vado! - ripeté Gerlando,
cocciuto, schermendosi.
Allora il padre, irato, lo tirò per il bavero della giacca e
gli diede uno spintone.
- Ti vergogni, bestione? Ti ci sei messo, prima? E ora ti
vergogni? Va'! È tua moglie!
I convitati accorsero a metter pace, a persuadere Gerlando a
andare.
- Che male c'è? Le dirai che venga a prendere un boccone...
- Ma se non so neppure come debba chiamarla! - gridò
Gerlando, esasperato.
Alcuni convitati scoppiarono a ridere, altri furono pronti a
trattenere il mezzadro che s'era lanciato per schiaffeggiare
il figlio imbecille che gli guastava così la festa preparata
con tanta solennità e tanta spesa.
- La chiamerai col suo nome di battesimo, - gli diceva
intanto, piano e persuasiva, la madre. - Come si chiama?
Eleonora, è vero? e tu chiamala Eleonora. Non è tua moglie?
Va', figlio mio, va'... E, così dicendo, lo avviò alla
camera nuziale.
Gerlando andò a picchiare all'uscio. Picchiò una prima
volta, piano. Attese. Silenzio. Come le avrebbe detto?
Doveva proprio darle del tu, così alla prima? Ah, maledetto
impiccio! E perché, intanto, ella non rispondeva? Forse non
aveva inteso. Ripicchiò più forte. Attese. Silenzio.
Allora, tutto impacciato, si provò a chiamare a bassa voce,
come gli aveva suggerito la madre. Ma gli venne fuori un
Eneolora così ridicolo, che subito, come per cancellarlo,
chiamò forte, franco:
- Eleonora!
Intese alla fine la voce di lei che domandava dietro l'uscio
di un'altra stanza:
- Chi è?
S'appressò a quell'uscio, col sangue tutto rimescolato.
- Io, - disse - io Ger... Gerlando... È pronto.
- Non posso, - rispose lei. - Fate senza di me.
Gerlando tornò in sala, sollevato da un gran peso.
- Non viene! Dice che non viene! Non può venire!
- Viva il bestione! - esclamò allora il padre, che non lo
chiamava altrimenti. - Le hai detto ch'era in tavola? E
perché non l'hai forzata a venire?
La moglie s'interpose: fece intendere al marito che sarebbe
stato meglio. forse, lasciare in pace la sposa, per quel
giorno. I convitati approvarono.
- L'emozione... il disagio... si sa!
Ma il mezzadro che s'era inteso di dimostrare alla nuora
che, all'occorrenza, sapeva far l'obbligo suo, rimase
imbronciato e ordinò con mala grazia che il pranzo fosse
servito.
C'era il desiderio dei piatti fini, ch'ora sarebbero venuti
in tavola, ma c'era anche in tutti quei convitati una seria
costernazione per tutto quel superfluo che vedevano luccicar
sulla tovaglia nuova, che li abbagliava: quattro bicchieri
di diversa forma e forchette e forchettine, coltelli e
coltellini, e certi pennini, poi, dentro gl'involtini di
cartavelina.
Seduti ben discosti dalla tavola, sudavano anche per i grevi
abiti di panno della festa, e si guardavano nelle facce
dure, arsicce, svisate dall'insolita pulizia; e non osavano
alzar le grosse mani sformate dai lavori della campagna per
prendere quelle forchette d'argento (la piccola o la
grande?) e quei coltelli, sotto gli occhi dei camerieri che,
girando coi serviti, con quei guanti di filo bianco
incutevano loro una terribile soggezione.
Il mezzadro, intanto, mangiando, guardava il figlio e
scrollava il capo, col volto atteggiato di derisoria
commiserazione:
- Guardatelo, guardatelo! - borbottava tra sé. - Che figura
ci fa, lì solo, spajato, a capo tavola? Come potrà la sposa
aver considerazione per uno scimmione così fatto? Ha
ragione, ha ragione di vergognarsi di lui. Ah, se fossi
stato io al posto suo!
Finito il pranzo fra la musoneria generale, i convitati, con
una scusa o con un'altra, andarono via. Era già quasi sera.
- E ora? - disse il padre a Gerlando, quando i due camerieri
finirono di sparecchiar la tavola, e tutto nella villa
ritornò tranquillo. - Che farai, ora? Te la sbroglierai tu!
E ordinò alla moglie di seguirlo nella casa colonica, ove
abitavano, poco discosto dalla villa.
Rimasto solo, Gerlando si guardò attorno, aggrondato, non
sapendo che fare.
Sentì nel silenzio la presenza di quella che se ne stava
chiusa di là. Forse, or ora, non sentendo più alcun rumore,
sarebbe uscita dalla stanza. Che avrebbe dovuto far lui,
allora?
Ah, come volentieri se ne sarebbe scappato a dormire nella
casa colonica, presso la madre, o anche giù all'aperto.
Sotto un albero, magari!
E se lei intanto s'aspettava d'esser chiamata? Se,
rassegnata alla condanna che aveva voluto infliggerle il
fratello, si riteneva in potere di lui, suo marito, e
aspettava che egli la... sì, la invitasse a...
Tese l'orecchio. Ma no: tutto era silenzio. Forse s'era già
addormentata. Era già bujo. Il lume della luna entrava, per
il balcone aperto, nella sala.
Senza pensar d'accendere il lume, Gerlando prese una
seggiola e si recò a sedere al balcone, che guardava
tutt'intorno, dall'alto, l'aperta campagna declinante al
mare laggiù in fondo, lontano.
Nella notte chiara splendevano limpide le stelle maggiori;
la luna accendeva sul mare una fervida fascia d'argento; dai
vasti piani gialli di stoppia si levava tremulo il canto dei
grilli, come un fitto, continuo scampanellio. A un tratto,
un assiolo, da presso, emise un chiù languido, accorante; da
lontano un altro gli rispose, come un'eco, e tutti e due
seguitarono per un pezzo a singultar così, nella chiara
notte.
Con un braccio appoggiato alla ringhiera del balcone, egli
allora, istintivamente, per sottrarsi all'oppressione di
quell'incertezza smaniosa, fermò l'udito a quei due chiù che
si rispondevano nel silenzio incantato dalla luna; poi,
scorgendo laggiù in fondo un tratto del muro che cingeva
tutt'intorno il podere, pensò che ora tutta quella terra era
sua; suoi quegli alberi: olivi, mandorli, carrubi, fichi,
gelsi; sua quella vigna.
Aveva ben ragione d'esserne contento il padre, che d'ora in
poi non sarebbe stato più soggetto a nessuno.
Alla fin fine, non era tanto stramba l'idea di fargli
seguitare gli studii. Meglio lì, meglio a scuola, che qua
tutto il giorno, in compagnia della moglie. A tenere a posto
quei compagni che avessero voluto ridere alle sue spalle, ci
avrebbe pensato lui. Era un signore, ormai, e non
gl'importava più se lo cacciavano via dalla scuola. Ma
questo non sarebbe accaduto. Anzi egli si proponeva di
studiare d'ora innanzi con impegno, per potere un giorno,
tra breve, figurare tra i «galantuomini» del paese, senza
più sentirne soggezione, e parlare e trattare con loro, da
pari a pari. Gli bastavano altri quattro anni di scuola per
aver la licenza dell'Istituto tecnico: e poi, perito
agronomo o ragioniere. Suo cognato allora, il signor
avvocato, che pareva avesse buttato là, ai cani, la sorella,
avrebbe dovuto fargli tanto di cappello. Sissignori. E
allora egli avrebbe avuto tutto il diritto di dirgli: «Che
mi hai dato? A me, quella vecchia? Io ho studiato, ho una
professione da signore e potevo aspirare a una bella
giovine, ricca e di buoni natali come lei!».
Così pensando, s'addormentò con la fronte sul braccio
appoggiato alla ringhiera.
I due chiù seguitavano, l'uno qua presso, l'altro lontano;
il loro alterno lamentio voluttuoso; la notte chiara pareva
facesse tremolar su la terra il suo velo di luna sonoro di
grilli, e arrivava ora da lontano, come un'oscura rampogna,
il borboglio profondo del mare.
A notte avanzata, Eleonora apparve, come un'ombra, su la
soglia del balcone.
Non s'aspettava di trovarvi il giovine addormentato. Ne
provò pena e timore insieme. Rimase un pezzo a pensare se le
convenisse svegliarlo per dirgli quanto aveva tra sé
stabilito e toglierlo di lì; ma, sul punto di scuoterlo, di
chiamarlo per nome, sentì mancarsi l'animo e si ritrasse
pian piano, come un'ombra, nella camera dond'era uscita.
IV.
L'intesa fu facile.
Eleonora, la mattina dopo, parlò maternamente a Gerlando: lo
lasciò padrone di tutto, libero di fare quel che gli sarebbe
piaciuto, come se tra loro non ci fosse alcun vincolo. Per
sé domandò solo d'esser lasciata lì, da canto, in quella
cameretta, insieme con la vecchia serva di casa, che l'aveva
vista nascere.
Gerlando, che a notte inoltrata s'era tratto dal balcone
tutto indurito dall'umido a dormire sul divano della sala da
pranzo, ora, così sorpreso nel sonno, con una gran voglia di
stropicciarsi gli occhi coi pugni, aprendo la bocca per lo
sforzo d'aggrottar le ciglia, perché voleva mostrare non
tanto di capire, quanto d'esser convinto, disse a tutto di
sì, di sì, col capo. Ma il padre e la madre, quando seppero
di quel patto, montarono su tutte le furie, e invano
Gerlando si provò a far intender loro che gli conveniva
così, che anzi ne era più che contento.
Per quietare in certo qual modo il padre, dovette promettere
formalmente che, ai primi d'ottobre, sarebbe ritornato a
scuola. Ma, per ripicco, la madre gl'impose di scegliersi la
camera più bella per dormire, la camera più bella per
studiare, la camera più bella per mangiare... tutte le
camere più belle!
- E comanda tu, a bacchetta, sai! Se no, vengo io a farti
ubbidire e rispettare.
Giurò infine che non avrebbe mai più rivolto la parola a
quella smorfiosa che le disprezzava così il figlio, un così
bel pezzo di giovanotto, che colei non era neanco degna di
guardare.
Da quel giorno stesso, Gerlando si mise a studiare, a
riprendere la preparazione interrotta per gli esami di
riparazione. Era già tardi, veramente: aveva appena
ventiquattro giorni innanzi a sé; ma, chi sa! mettendoci un
po' d'impegno, forse sarebbe riuscito a prendere finalmente
quella licenza tecnica, per cui si torturava da tre anni.
Scosso lo sbalordimento angoscioso dei primi giorni,
Eleonora, per consiglio della vecchia serva, si diede a
preparare il corredino per il nascituro.
Non ci aveva pensato, e ne pianse.
Gesa, la vecchia serva, la ajutò, la guidò in quel lavoro,
per cui era inesperta: le diede la misura per le prime
camicine, per le prime cuffiette... Ah, la sorte le serbava
questa consolazione, e lei non ci aveva ancora pensato;
avrebbe avuto un piccino, una piccina a cui attendere, a cui
consacrarsi tutta! Ma Dio doveva farle la grazia di mandarle
un maschietto. Era già vecchia, sarebbe morta presto, e come
avrebbe lasciato a quel padre una femminuccia, a cui lei
avrebbe ispirato i suoi pensieri, i suoi sentimenti? Un
maschietto avrebbe sofferto meno di quella condizione
d'esistenza, in cui fra poco la mala sorte lo avrebbe messo.
Angosciata da questi pensieri, stanca del lavoro, per
distrarsi, prendeva in mano uno di quei libri che l'altra
volta s'era fatti spedire dal fratello, e si metteva a
leggere. Ogni tanto, accennando col capo, domandava alla
serva:
- Che fa?
Gesa si stringeva nelle spalle, sporgeva il labbro. poi
rispondeva:
- Uhm! Sta con la testa sul libro. Dorme? Pensa? Chi sa!
Pensava, Gerlando: pensava che, tirate le somme, non era
molto allegra la sua vita.
Ecco qua: aveva il podere, ed era come se non lo avesse; la
moglie, e come se non l'avesse; in guerra coi parenti;
arrabbiato con se stesso, che non riusciva a ritener nulla,
nulla, nulla di quanto studiava.
E in quell'ozio smanioso, intanto, si sentiva dentro come un
fermento d'acri desiderii; fra gli altri, quello della
moglie, perché gli s'era negata. Non era più desiderabile, è
vero, quella donna. Ma... che patto era quello? Egli era il
marito, e doveva dirlo lui, se mai.
Si alzava; usciva dalla stanza; passava innanzi all'uscio
della camera di lei; ma subito, intravedendola, sentiva
cadersi ogni proposito di ribellione. Sbuffava e, tanto per
non riconoscere che sul punto gliene mancava l'animo, diceva
a se stesso che non ne valeva la pena.
Uno di quei giorni, finalmente tornò dalla città sconfitto,
bocciato, bocciato ancora una volta agli esami di licenza
tecnica. E ora basta! basta davvero! Non voleva più saperne!
Prese libri, quaderni, disegni, squadre, astucci, matite e
li portò giù, innanzi alla villa per farne un falò. Il padre
accorse per impedirglielo; ma Gerlando, imbestialito, si
ribellò:
- Lasciatemi fare! Sono il padrone!
Sopravvenne la madre; accorsero anche alcuni contadini che
lavoravano nella campagna. Una fumicaja prima rada, poi a
mano a mano più densa si sprigionò, tra le grida degli
astanti, da quel mucchio di carte; poi un bagliore; poi
crepitò la fiamma e si levò. Alle grida, si fecero al
balcone Eleonora e la serva.
Gerlando, livido e gonfio come un tacchino, scagliava alle
fiamme, scamiciato, furibondo, gli ultimi libri che teneva
sotto il braccio, gli strumenti della sua lunga inutile
tortura.
Eleonora si tenne a stento di ridere, a quello spettacolo, e
si ritrasse in fretta dal balcone. Ma la suocera se ne
accorse e disse al figlio:
- Ci prova gusto, sai? la signora; la fai ridere.
- Piangerà! - gridò allora Gerlando, minaccioso, levando il
capo verso il balcone.
Eleonora intese la minaccia e impallidì: comprese che la
stanca e mesta quiete, di cui aveva goduto finora, era
finita per lei. Nient'altro che un momento di tregua le
aveva concesso la sorte. Ma che poteva voler da lei quel
bruto? Ella era già esausta: un altro colpo, anche lieve,
l'avrebbe atterrata.
Poco dopo, si vide innanzi Gerlando, fosco e ansante.
- Si cangia vita da oggi! - le annunziò. - Mi son seccato.
Mi metto a fare il contadino, come mio padre; e dunque tu
smetterai di far la signora costà. Via, via tutta codesta
biancheria! Chi nascerà sarà contadino anche lui, e dunque
senza tanti lisci e tante gale. Licenzia la serva: farai tu
da mangiare e baderai alla casa, come fa mia madre. Inteso?
Eleonora si levò, pallida e vibrante di sdegno:
- Tua madre è tua madre, - gli disse, guardandolo fieramente
negli occhi. - Io sono io, e non posso diventare con te,
villano, villana.
- Mia moglie sei! - gridò allora Gerlando, appressandosi
violento e afferrandola per un braccio. - E farai ciò che
voglio io; qua comando io, capisci?
Poi si volse alla vecchia serva e le indicò l'uscio:
- Via! Voi andate subito via! Non voglio serve per la casa!
- Vengo con te, Gesa! - gridò Eleonora cercando di
svincolare il braccio che egli le teneva ancora afferrato.
Ma Gerlando non glielo lasciò; glielo strinse più forte; la
costrinse a sedere.
- No! Qua! Tu rimani qua, alla catena, con me! Io per te mi
son prese le beffe: ora basta! Vieni via, esci da codesto
tuo covo. Non voglio star più solo a piangere la mia pena.
Fuori! Fuori!
E la spinse fuori della camera.
- E che hai tu pianto finora? - gli disse lei con le lagrime
a gli occhi. - Che ho preteso, io da te?
- Che hai preteso? Di non aver molestie, di non aver
contatto con me, quasi che io fossi... che non meritassi
confidenza da te, matrona! E m'hai fatto servire a tavola da
una salariata, mentre toccava a te a servirmi, di tutto
punto, come fanno le mogli.
- Ma che n'hai da fare tu, di me? - gli domandò, avvilita,
Eleonora. - Ti servirò, se vuoi, con le mie mani, d'ora in
poi. Va bene?
Ruppe, così dicendo, in singhiozzi, poi sentì mancarsi le
gambe e s'abbandonò. Gerlando, smarrito, confuso, la
sostenne insieme con Gesa, e tutt'e due la adagiarono su una
seggiola.
Verso sera, improvvisamente, fu presa dalle doglie. Gerlando,
pentito, spaventato, corse a chiamar la madre: un garzone fu
spedito in città per una levatrice; mentre il mezzadro,
vedendo già in pericolo il podere, se la nuora abortiva,
bistrattava il figlio:
- Bestione, bestione, che hai fatto? E se ti muore. adesso?
Se non hai più figli? Sei in mezzo a una strada! Che farai?
Hai lasciato la scuola e non sai neppur tenere la zappa in
mano. Sei rovinato!
- Che me ne importa? - gridò Gerlando. - Purché non abbia
nulla lei!
Sopravvenne la madre, con le braccia per aria:
- Un medico! Ci vuole subito un medico! La vedo male!
- Che ha? - domandò Gerlando, allibito.
Ma il padre lo spinse fuori:
- Corri! Corri!
Per via, Gerlando, tutto tremante, s'avvilì, si mise a
piangere, sforzandosi tuttavia di correre. A mezza strada
s'imbatté nella levatrice che veniva in vettura col garzone.
- Caccia! caccia! - gridò. - Vado pel medico, muore!
Inciampò, stramazzò; tutto impolverato, riprese a correre,
disperatamente, addentandosi la mano che s'era scorticata.
Quando tornò col medico alla villa, Eleonora stava per
morire, dissanguata.
- Assassino! assassino! - nicchiava Gesa, attendendo alla
padrona. - Lui è stato! Ha osato di metterle le mani
addosso.
Eleonora però negava col capo. Si sentiva a mano a mano, col
sangue, mancar la vita, a mano a mano le forze raffievolendo
scemare; era già fredda... Ebbene: non si doleva di morire;
era pur dolce così la morte, un gran sollievo, dopo le
atroci sofferenze. E, col volto come di cera, guardando il
soffitto, aspettava che gli occhi le si chiudessero da sé,
pian piano, per sempre. Già non distingueva più nulla. Come
in sogno rivide il vecchio medico che le aveva fatto da
testimonio; e gli sorrise.
V.
Gerlando non si staccò dalla sponda del letto, né giorno né
notte, per tutto il tempo che Eleonora vi giacque tra la
vita e la morte.
Quando finalmente dal letto poté esser messa a sedere sul
seggiolone, parve un'altra donna: diafana, quasi esangue. Si
vide innanzi Gerlando, che sembrava uscito anch'esso da una
mortale malattia, e premurosi attorno i parenti di lui. Li
guardava coi begli occhi neri ingranditi e dolenti nella
pallida magrezza, e le pareva che ormai nessuna relazione
esistesse più tra essi e lei, come se ella fosse or ora
tornata, nuova e diversa, da un luogo remoto, dove ogni
vincolo fosse stato infranto, non con essi soltanto, ma con
tutta la vita di prima.
Respirava con pena; a ogni menomo rumore il cuore le balzava
in petto e le batteva con tumultuosa repenza; una stanchezza
greve la opprimeva.
Allora, col capo abbandonato su la spalliera del seggiolone,
gli occhi chiusi, si rammaricava dentro di sé di non esser
morta. Che stava più a farci, lì? perché ancora quella
condanna per gli occhi di veder quei visi attorno e quelle
cose, da cui gli si sentiva tanto, tanto lontana? Perché
quel ravvicinamento con le apparenze opprimenti e nauseanti
della vita passata, ravvicinamento che talvolta le pareva
diventasse più brusco, come se qualcuno la spingesse di
dietro, per costringerla a vedere, a sentir la presenza, la
realtà viva e spirante della vita odiosa, che più non le
apparteneva?
Credeva fermamente che non si sarebbe rialzata mai più da
quel seggiolone; credeva che da un momento all'altro sarebbe
morta di crepacuore. E no, invece; dopo alcuni giorni, poté
levarsi in piedi, muovere, sorretta, qualche passo per la
camera; poi, col tempo, anche scendere la scala e recarsi
all'aperto, a braccio di Gerlando e della serva. Prese
infine l'abitudine di recarsi sul tramonto fino all'orlo del
ciglione che limitava a mezzogiorno il podere.
S'apriva di là la magnifica vista della piaggia sottostante
all'altipiano, fino al mare laggiù. Vi si recò i primi
giorni accompagnata, al solito, da Gerlando e da Gesa; poi,
senza Gerlando; infine, sola.
Seduta su un masso, all'ombra d'un olivo centenario,
guardava tutta la riviera lontana che s'incurvava appena, a
lievi lunate, a lievi seni, frastagliandosi sul mare che
cangiava secondo lo spirare dei venti; vedeva il sole ora
come un disco di fuoco affogarsi lentamente tra le brume
muffose sedenti sul mare tutto grigio, a ponente, ora calare
in trionfo su le onde infiammate, tra una pompa meravigliosa
di nuvole accese; vedeva nell'umido cielo crepuscolare
sgorgar liquida e calma la luce di Giove, avvivarsi appena
la luna diafana e lieve; beveva con gli occhi la mesta
dolcezza della sera imminente, e respirava, beata,
sentendosi penetrare fino in fondo all'anima il fresco, la
quiete, come un conforto sovrumano.
Intanto, di là, nella casa colonica, il vecchio mezzadro e
la moglie riprendevano a congiurare a danno di lei,
istigando il figliuolo a provvedere a' suoi casi.
- Perché la lasci sola? - badava a dirgli il padre. - Non
t'accorgi che lei, ora, dopo la malattia, t'è grata
dell'affezione che le hai dimostrata? Non la lasciare un
momento, cerca d'entrarle sempre più nel cuore; e poi... e
poi ottieni che la serva non si corichi più nella stessa
camera con lei. Ora lei sta bene e non ne ha più bisogno, la
notte.
Gerlando, irritato, si scrollava tutto, a questi
suggerimenti.
- Ma neanche per sogno! Ma se non le passa più neanche per
il capo che io possa... Ma che! Mi tratta come un
figliuolo... Bisogna sentire che discorsi mi fa! Si sente
già vecchia, passata e finita per questo mondo. Che!
- Vecchia? - interloquiva la madre. - Certo, non è più una
bambina; ma vecchia neppure; e tu...
- Ti levano la terra! - incalzava il padre. - Te l'ho già
detto: sei rovinato, in mezzo a una strada. Senza figli,
morta la moglie, la dote torna ai parenti di lei. E tu avrai
fatto questo bel guadagno; avrai perduto la scuola e tutto
questo tempo, così, senza nessuna soddisfazione... Neanche
un pugno di mosche! Pensaci, pensaci a tempo: già troppo ne
hai perduto... Che speri?
- Con le buone, - riprendeva, manierosa, la madre. - Tu devi
andarci con le buone, e magari dirglielo: «Vedi? che n'ho
avuto io, di te? t'ho rispettato, come tu hai voluto; ma ora
pensa un po' a me, tu: come resto io? che farò, se tu mi
lasci così?». Alla fin fine, santo Dio, non deve andare alla
guerra!
- E puoi soggiungere, - tornava a incalzare il padre. - puoi
soggiungere: «Vuoi far contento tuo fratello che t'ha
trattata così? farmi cacciar via di qua come un cane, da
lui?». È la santa verità, questa, bada! Come un cane sarai
cacciato, a pedate, e io e tua madre, poveri vecchi, con te.
Gerlando non rispondeva nulla. Ai consigli della madre
provava quasi un sollievo, ma irritante, come una
vellicazione; le previsioni del padre gli movevano la bile,
lo accendevano d'ira. Che fare? Vedeva la difficoltà
dell'impresa e ne vedeva pure la necessità impellente.
Bisognava a ogni modo tentare.
Eleonora, adesso, sedeva a tavola con lui. Una sera, a cena,
vedendolo con gli occhi fissi su la tovaglia, pensieroso,
gli domandò:
- Non mangi? che hai?
Quantunque da alcuni giorni egli s'aspettasse questa domanda
provocata dal suo stesso contegno, non seppe sul punto
rispondere come aveva deliberato, e fece un gesto vago con
la mano.
- Che hai? - insistette Eleonora.
- Nulla, - rispose, impacciato, Gerlando. - Mio padre, al
solito...
- Daccapo con la scuola? - domandò lei sorridendo, per
spingerlo a parlare.
- No: peggio, - diss'egli. - Mi pone... mi pone davanti
tante ombre, m'affligge col... col pensiero del mio
avvenire, poiché lui è vecchio, dice, e io così, senza né
arte né parte: finché ci sei tu, bene; ma poi... poi,
niente, dice...
- Di' a tuo padre, - rispose allora, con gravità, Eleonora,
socchiudendo gli occhi, quasi per non vedere il rossore di
lui, - di' a tuo padre che non se ne dia pensiero. Ho
provveduto io a tutto, digli, e che stia dunque tranquillo.
Anzi, giacché siamo a questo discorso, senti: se io venissi
a mancare d'un tratto - siamo della vita e della morte - nel
secondo cassetto del canterano, nella mia camera, troverai
in una busta gialla una carta per te.
- Una carta? - ripeté Gerlando, non sapendo che dire,
confuso di vergogna.
Eleonora accennò di sì col capo, e soggiunse:
- Non te ne curare.
Sollevato e contento, Gerlando, la mattina dopo, riferì ai
genitori quanto gli aveva detto Eleonora; ma quelli,
specialmente il padre, non ne furono per nulla soddisfatti.
- Carta? Imbrogli!
Che poteva essere quella carta? Il testamento: la donazione
cioè del podere al marito. E se non era fatta in regola e
con tutte le forme? Il sospetto era facile, atteso che si
trattava della scrittura privata d'una donna, senza
l'assistenza d'un notajo. E poi, non si doveva aver da fare
col cognato, domani, uomo di legge, imbroglione?
- Processi, figlio mio? Dio te ne scampi e liberi! La
giustizia non è per i poverelli. E quello là, per la rabbia,
sarà capace di farti bianco il nero e nero il bianco.
E inoltre, quella carta, c'era davvero, là, nel cassetto del
canterano? O glie l'aveva detto per non esser molestata?
- Tu l'hai veduta? No. E allora? Ma, ammesso che te la
faccia vedere, che ne capisci tu? che ne capiamo noi? Mentre
con un figliuolo... là! Non ti lasciare infinocchiare: da'
ascolto a noi! Carne! carne! che carta!
Così un giorno Eleonora, mentre se ne stava sotto a
quell'olivo sul ciglione, si vide all'improvviso accanto
Gerlando, venuto furtivamente.
Era tutta avvolta in un ampio scialle nero. Sentiva freddo,
quantunque il febbrajo fosse così mite, che già pareva
primavera. La vasta piaggia, sotto, era tutta verde di
biade; il mare, in fondo, placidissimo, riteneva insieme col
cielo una tinta rosea un po' sbiadita, ma soavissima, e le
campagne in ombra parevano smaltate.
Stanca di mirare, nel silenzio, quella meravigliosa armonia
di colori, Eleonora aveva appoggiato il capo al tronco
dell'olivo. Dallo scialle nero tirato sul capo si scopriva
soltanto il volto, che pareva anche più pallido.
- Che fai? - le domandò Gerlando. - Mi sembri una Madonna
Addolorata.
- Guardavo... - gli rispose lei, con un sospiro,
socchiudendo gli occhi.
Ma lui riprese:
- Se vedessi come... come stai bene così, con codesto
scialle nero...
- Bene? - disse Eleonora, sorridendo mestamente. - Sento
freddo!
- No, dico, bene di... di... di figura, - spiegò egli,
balbettando, e sedette per terra accanto al masso.
Eleonora, col capo appoggiato al tronco, richiuse gli occhi,
sorrise per non piangere, assalita dal rimpianto della sua
gioventù perduta così miseramente. A diciott'anni, sì, era
stata pur bella, tanto!
A un tratto, mentre se ne stava così assorta, s'intese
scuotere leggermente.
- Dammi una mano, - le chiese egli da terra, guardandola con
occhi lustri.
Ella comprese; ma finse di non comprendere.
- La mano? Perché? - gli domandò. - Io non posso tirarti su:
non ho più forza, neanche per me... È già sera, andiamo.
E si alzò.
- Non dicevo per tirarmi su, - spiegò di nuovo Gerlando, da
terra. - Restiamo qua, al bujo; è tanto bello...
Così dicendo, fu lesto ad abbracciarle i ginocchi,
sorridendo nervosamente, con le labbra aride.
- No! - gridò lei. - Sei pazzo? Lasciami!
Per non cadere, s'appoggiò con le braccia a gli omeri di lui
e lo respinse indietro. Ma lo scialle, a quell'atto, si
svolse, e, com'ella se ne stava curva su lui sorto in
ginocchio, lo avvolse, lo nascose dentro.
- No: ti voglio! ti voglio! - diss'egli, allora, com'ebbro,
stringendola vieppiù con un braccio, mentre con l'altro le
cercava, più su, la vita, avvolto nell'odore del corpo di
lei.
Ma ella, con uno sforzo supremo, riuscì a svincolarsi; corse
fino all'orlo del ciglione; si voltò; gridò:
- Mi butto!
In quella, se lo vide addosso, violento; si piegò indietro,
precipitò giù dal ciglione.
Egli si rattenne a stento, allibito, urlando, con le braccia
levate. Udì un tonfo terribile, giù. Sporse il capo. Un
mucchio di vesti nere, tra il verde della piaggia
sottostante. E lo scialle, che s'era aperto al vento, andava
a cadere mollemente, così aperto, più in là.
Con le mani tra i capelli, si voltò a guardare verso la casa
campestre; ma fu colpito negli occhi improvvisamente
dall'ampia faccia pallida della Luna sorta appena dal folto
degli olivi lassù; e rimase atterrito a mirarla, come se
quella dal cielo avesse veduto e lo accusasse.