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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "SCIALLE NERO"
Pubblicato nel 1922, è il primo volume delle Novelle per un anno.
Raccoglie
novelle già pubblicate fra il 1894 ed il 1920, ambientate in parte in Sicilia in
parte a Roma. |
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15. Il pipistrello (1920)
«La lettura», gennaio 1920.
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Tutto bene. La commedia, niente di
nuovo, che potesse irritare o frastornare gli spettatori. E congegnata con
bell'industria d'effetti. Un gran prelato tra i personaggi, una rossa Eminenza
che ospita in casa una cognata vedova e povera, di cui in gioventù, prima
d'avviarsi per la carriera ecclesiastica, era stato innamorato. Una figliuola
della vedova, già in età da marito, che Sua Eminenza vorrebbe sposare a un
giovine suo protetto, cresciutogli in casa fin da bambino, apparentemente figlio
di un suo vecchio segretario, ma in realtà... - insomma, via, un certo antico
trascorso di gioventù, che non si potrebbe ora rimproverare a un gran prelato
con quella crudezza che necessariamente deriverebbe dalla brevità d'un
riassunto, quando poi è per così dire il fulcro di tutto il second'atto, in una
scena di grandissimo effetto con la cognata, al bujo, o meglio, al chiaro di
luna che inonda la veranda, poiché Sua Eminenza, prima di cominciar la
confessione, ordina al suo fidato servitore Giuseppe: «Giuseppe, smorzate i
lumi». Tutto bene, tutto bene, insomma. Gli attori, tutti a posto; e innamorati
a uno a uno della loro parte. Anche la piccola Gàstina, sì. Contentissima,
contentissima della parte della nipote orfana e povera, che naturalmente non
vuol saperne di sposare quel protetto di Sua Eminenza, e fa certe scene di fiera
ribellione, che alla piccola Gàstina piacevano tanto, perché se ne riprometteva
un subisso d'applausi.
Per farla breve, più contento di così nell'aspettazione ansiosa d'un ottimo
successo per la sua nuova commedia l'amico Faustino Perres non poteva essere
alla vigilia della rappresentazione.
Ma c'era un pipistrello.
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Un maledetto pipistrello, che ogni sera, in quella stagione di prosa alla nostra
Arena Nazionale, o entrava dalle aperture del tetto a padiglione, o si destava a
una cert'ora dal nido che doveva aver fatto lassù, tra le imbracature di ferro,
le cavicchie e le chiavarde, e si metteva a svolazzar come impazzito non già per
l'enorme vaso dell'Arena sulla testa degli spettatori, poiché durante la
rappresentazione i lumi nella sala erano spenti, ma là, dove la luce della
ribalta, delle bilance e delle quinte, le luci della scena, lo attiravano: sul
palcoscenico, proprio in faccia agli attori.
La piccola Gàstina ne aveva un pazzo terrore. Era stata tre volte per svenire,
le sere precedenti, nel vederselo ogni volta passar rasente al volto, sui
capelli, davanti agli occhi, e l'ultima volta - Dio che ribrezzo! - fin quasi a
sfiorarle la bocca con quel volo di membrana vischiosa che stride. Non s'era
messa a gridare per miracolo. La tensione dei nervi per costringersi a star lì
ferma a rappresentare la sua parte mentre irresistibilmente le veniva di seguir
con gli occhi, spaventata, lo svolazzio di quella bestia schifosa, per
guardarsene, o, non potendone più, di scappar via dal palcoscenico per andare a
chiudersi nel suo camerino, la esasperava fino a farle dichiarare ch'ella ormai,
con quel pipistrello lì, se non si trovava il rimedio d'impedirgli che venisse a
svolazzar sul palcoscenico durante la rappresentazione, non era più sicura di
sé, di quel che avrebbe fatto una di quelle sere.
Si ebbe la prova che il pipistrello non entrava da fuori, ma aveva proprio
eletto domicilio nelle travature del tetto dell'Arena, dal fatto che, la sera
precedente la prima rappresentazione della commedia nuova di Faustino Perres,
tutte le aperture del tetto furono tenute chiuse, e all'ora solita si vide il
pipistrello lanciarsi come tutte le altre sere sul palcoscenico col suo
disperato svolazzio. Allora Faustino Perres, atterrito per le sorti della sua
nuova commedia, pregò, scongiurò l'impresario e il capocomico di far salire sul
tetto due, tre, quattro operai, magari a sue spese, per scovare il nido e dar la
caccia a quella insolentissima bestia; ma si sentì dare del matto. Segnatamente
il capocomico montò su tutte le furie a una simile proposta, perché era stufo,
ecco, stufo stufo stufo di quella ridicola paura della signorina Gàstina per i
suoi magnifici capelli.
- I capelli?
- Sicuro! sicuro! i capelli! Non ha ancora capito? Le hanno dato a intendere
che, se per caso le sbatte in capo, il pipistrello ha nelle ali non so che
viscosità, per cui non è più possibile distrigarlo dai capelli, se non a patto
di tagliarli. Ha capito? Non teme per altro! Invece d'interessarsi alla sua
parte, d'immedesimarsi nel personaggio, almeno fino al punto di non pensare a
simili sciocchezze!
Sciocchezze, i capelli d'una donna? i magnifici capelli della piccola Gàstina?
Il terrore di Faustino Perres alla sfuriata del capocomico si centuplicò. Oh
Dio! oh Dio! se veramente la piccola Gàstina temeva per questo, la sua commedia
era perduta!
Per far dispetto al capocomico, prima che cominciasse la prova generale, la
piccola Gàstina, col gomito appoggiato sul ginocchio d'una gamba accavalciata
sull'altra e il pugno sotto il mento, seriamente domandò a Faustino Perres, se
la battuta di Sua Eminenza al secondo atto: - «Giuseppe, smorzate i lumi» - non
poteva essere ripetuta, all'occorrenza, qualche altra volta durante la
rappresentazione, visto e considerato che non c'è altro mezzo per fare andar via
un pipistrello, che entri di sera in una stanza, che spegnere il lume.
Faustino Perres si sentì gelare.
- No, no, dico proprio sul serio! Perché, scusate, Perres: volete dare
veramente, con la vostra commedia, una perfetta illusione di realtà?
- Illusione? No. Perché dice illusione, signorina? L'arte crea veramente una
realtà.
- Ah, sta bene. E allora io vi dico che l'arte la crea, e il pipistrello la
distrugge.
- Come! perché?
- Perché sì., Ponete il caso che, nella realtà della vita, in una stanza dove si
stia svolgendo di sera un conflitto familiare, tra marito e moglie, tra una
madre e una figlia, che so! o un conflitto d'interessi o d'altro, entri per caso
un pipistrello. Bene: che si fa? Vi assicuro io, che per un momento il conflitto
s'interrompe per via di quel pipistrello che è entrato; o si spenge il lume, o
si va in un'altra stanza, o qualcuno anche va a prendere un bastone, monta su
una seggiola e cerca di colpirlo per abbatterlo a terra; e gli altri allora,
credete a me, si scordano lì per lì del conflitto e accorrono tutti a guardare,
sorridenti e con schifo, come quella odiosissima bestia sia fatta.
- Già! Ma questo, nella vita ordinaria! - obiettò, con un sorriso smorto sulle
labbra, il povero Faustino Perres. - Nella mia opera d'arte, signorina, il
pipistrello, io, non ce l'ho messo.
- Voi non ce l'avete messo; ma se lui ci si ficca?
- Bisogna non farne caso!
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- E vi sembra naturale? V'assicuro io, io che debbo vivere nella vostra commedia
la parte di Livia, che questo non è naturale; perché Livia, lo so io, lo so io
meglio di voi, che paura ha dei pipistrelli! La vostra Livia, - badate - non più
io. Voi non ci avete pensato, perché non potevate immaginare il caso che un
pipistrello entrasse nella stanza, mentr'ella si ribellava fieramente
all'imposizione della madre e di Sua Eminenza. Ma questa sera, potete esser
certo che il pipistrello entrerà nella camera durante quella scena. E allora io
vi domando, per la realtà stessa che voi volete creare, se vi sembri naturale
che ella, con la paura che ha dei pipistrelli, col ribrezzo che la fa contorcere
e gridare al solo pensiero d'un possibile contatto, se ne stia lì come se nulla
fosse, con un pipistrello che le svolazza attorno alla faccia, e mostri di non
farne caso. Voi scherzate! Livia se ne scappa, ve lo dico io; pianta la scena e
se ne scappa, o si nasconde sotto il tavolino, gridando come una pazza. Vi
consiglio perciò di riflettere, se proprio non vi convenga meglio di far
chiamare Giuseppe da Sua Eminenza e di fargli ripetere la battuta: - «Giuseppe,
smorzate i lumi». - Oppure... aspettate! oppure... - ma sì! meglio! sarebbe la
liberazione! - che gli ordinasse di prendere un bastone, montare su una
seggiola, e...
- Già! sì! proprio! interrompendo la scena a metà, è vero? tra l'ilarità
fragorosa di tutto il pubblico.
- Ma sarebbe il colmo della naturalezza, caro mio! Credetelo. Anche per la
vostra stessa commedia, dato che quel pipistrello c'è e che in quella scena è
inutile - vogliate o non vogliate - ci si ficca: pipistrello vero! Se non ne
tenete conto, parrà finta, per forza, Livia che non se ne cura, gli altri due
che non ne fanno caso e seguitano a recitar la commedia come se lui non ci
fosse. Non capite questo?
Faustino Perres si lasciò cader le braccia, disperatamente.
- O Dio mio, signorina, - disse. - Se volete scherzare, è un conto...
- No no! Vi ripeto che sto discutendo con voi sul serio, sul serio, proprio sul
serio! - ribatté la Gàstina.
- E allora io vi rispondo che siete matta, - disse il Perres alzandosi. -
Dovrebbe far parte della realtà che ho creato io, quel pipistrello, perché io
potessi tenerne conto e farne tener conto ai personaggi della mia commedia;
dovrebbe essere un pipistrello finto e non vero, insomma! Perché non può, così,
incidentalmente, da un momento all'altro, un elemento della realtà casuale
introdursi nella realtà creata, essenziale, dell'opera d'arte.
- E se ci s'introduce?
- Ma non è vero! Non può! Non s'introduce mica nella mia commedia, quel
pipistrello, ma sul palcoscenico dove voi recitate.
- Benissimo! Dove io recito la vostra commedia. E allora sta tra due: o lassù è
viva la vostra commedia; o è vivo il pipistrello. Il pipistrello, vi assicuro io
che è vivo, vivissimo, comunque. Vi ho dimostrato che con lui così vivo lassù
non possono sembrar naturali Livia e gli altri due personaggi, che dovrebbero
seguitar la loro scena come se lui non ci fosse, mentre c'è. Conclusione: o via
la vostra commedia, o via il pipistrello. Se stimate impossibile eliminare il
pipistrello, rimettetevi in Dio, caro Perres, quanto alle sorti della vostra
commedia. Ora vi faccio vedere che la mia parte io la so e che la recito con
tutto l'impegno, perché mi piace. Ma non rispondo dei miei nervi stasera.
Ogni scrittore, quand'è un vero scrittore, ancor che sia mediocre, per chi stia
a guardarlo in un momento come quello in cui si trovava Faustino Perres la sera
della prima rappresentazione, ha questo di commovente, o anche, se si vuole, di
ridicolo: che si lascia prendere, lui stesso prima di tutti, lui stesso qualche
volta solo fra tutti, da ciò che ha scritto, e piange e ride e atteggia il
volto, senza saperlo, delle varie smorfie degli attori sulla scena, col respiro
affrettato e l'animo sospeso e pericolante, che gli fa alzare or questa or
quella mano in atto di parare o di sostenere.
Posso assicurare, io che lo vidi e gli tenni compagnia, mentre se ne stava
nascosto dietro le quinte tra i pompieri di guardia e i servi di scena, che
Faustino Perres per tutto il primo atto e per parte del secondo non pensò
affatto al pipistrello, tanto era preso dal suo lavoro e immedesimato in esso. E
non è a dire che non ci pensava perché il pipistrello non aveva ancor fatto la
sua consueta comparsa sul palcoscenico. No. Non ci pensava perché non poteva
pensarci. Tanto vero, che quando, sulla metà del second'atto, il pipistrello
finalmente comparve, egli nemmeno se n'accorse; non capì nemmeno perché io col
gomito lo urtassi e si voltò a guardarmi in faccia come un insensato:
- Che cosa?
Cominciò a pensarci solo quando le sorti della commedia, non per colpa del
pipistrello, non per l'apprensione degli attori a causa di esso, ma per difetti
evidenti della commedia stessa, accennarono di volgere a male. Già il primo
atto, per dir la verità, non aveva riscosso che pochi e tepidi applausi.
- Oh Dio mio, eccolo, guarda... - cominciò a dire il poverino, sudando freddo; e
alzava una spalla, tirava indietro o piegava di qua, di là il capo, come se il
pipistrello svoltasse attorno a lui e volesse scansarlo; si storceva le mani; si
copriva il volto. - Dio, Dio, Dio, pare impazzito... Ah, guarda, a momenti in
faccia alla Rossi!... Come si fa? come si fa? Pensa che proprio ora entra in
iscena la Gàstina!
- Sta' zitto, per carità! - lo esortai, scrollandolo per le braccia e cercando
di strapparlo di là.
Ma non ci riuscii. La Gàstina faceva la sua entrata dalle quinte dirimpetto, e
il Perres, mirandola, come affascinato, tremava tutto.
Il pipistrello girava in alto, attorno al lampadario che pendeva dal tetto con
otto globi di luce, e la Gàstina non mostrava d'accorgersene, lusingata certo
dal gran silenzio d'attesa, con cui il pubblico aveva accolto il suo apparire
sulla scena. E la scena proseguiva in quel silenzio, ed evidentemente piaceva.
Ah, se quel pipistrello non ci fosse stato! Ma c'era! c'era! Non se n'accorgeva
il pubblico, tutto intento allo spettacolo; ma eccolo lì, eccolo lì, come se, a
farlo apposta, avesse preso di mira la Gàstina, ora, proprio lei che, poverina,
faceva di tutto per salvar la commedia, resistendo al suo terrore di punto in
punto crescente per quella persecuzione ostinata, feroce, della schifosa,
maledettissima bestia.
A un tratto Faustino Perres vide l'abisso spalancarglisi davanti agli occhi
sulla scena, e si recò le mani al volto, a un grido improvviso, acutissimo della
Gàstina, che s'abbandonava tra le braccia di Sua Eminenza.
Fui pronto a trascinarmelo via, mentre dalla scena gli attori si trascinavano a
loro volta la Gàstina svenuta.
Nessuno, nel subbuglio del primo momento, là sul palcoscenico in iscompiglio,
poté pensare a ciò che intanto accadeva nella sala del teatro. S'udiva come un
gran frastuono lontano, a cui nessuno badava. Frastuono? Ma no, che frastuono!
Erano applausi. - Che? - Ma sì! Applausi! applausi! Era un delirio d'applausi!
Tutto il pubblico, levato in piedi, applaudiva da quattro minuti freneticamente,
e voleva l'autore, gli attori al proscenio, per decretare un trionfo a quella
scena dello svenimento, che aveva preso sul serio come se fosse nella commedia,
e che aveva visto rappresentare con così prodigiosa verità.
Che fare? Il capocomico, su tutte le furie, corse a prendere per le spalle
Faustino Perres, che guardava tutti, tremando d'angosciosa perplessità, e lo
cacciò con uno spintone fuori delle quinte, sul palcoscenico. Fu accolto da una
clamorosa ovazione, che durò più di due minuti. E altre sei o sette volte
dovette presentarsi a ringraziare il pubblico che non si stancava d'applaudire,
perché voleva alla ribalta anche la Gàstina.
- Fuori la Gàstina! Fuori la Gàstina!
Ma come far presentare la Gàstina, che nel suo camerino si dibatteva ancora in
una fierissima convulsione di nervi, tra la costernazione di quanti le stavano
attorno a soccorrerla?
Il capocomico dovette farsi al proscenio ad annunziare, dolentissimo, che
l'acclamata attrice non poteva comparire a ringraziare l'eletto pubblico, perché
quella scena, vissuta con tanta intensità, le aveva cagionato un improvviso
malore, per cui anche la rappresentazione della commedia, quella sera, doveva
essere purtroppo interrotta.
Si domanda a questo punto, se quel dannato pipistrello poteva rendere a Faustino
Perres un servizio peggiore di questo.
Sarebbe stato in certo qual modo un conforto per lui attribuire a esso la caduta
della commedia; ma dovergli ora il trionfo, un trionfo che non aveva altro
sostegno che nel pazzo volo di quelle sue ali schifose!
Riavutosi appena dal primo stordimento, ancora più morto che vivo, corse
incontro al capocomico che lo aveva spinto con tanta mala grazia sul
palcoscenico a ringraziare il pubblico, e con le mani tra i capelli gli gridò:
- E domani sera?
- Ma che dovevo dire? che dovevo fare? - gli urlò furente, in risposta, il
capocomico. - Dovevo dire al pubblico che toccavano al pipistrello quegli
applausi, e non a lei? Rimedii piuttosto, rimedii subito; faccia che tocchino a
lei domani sera!
- Già! Ma come? - domandò, con strazio, smarrendosi di nuovo, il povero Faustino
Perres.
- Come! Come! Lo domanda a me, come?
- Ma se quello svenimento nella mia commedia non c'è e non c'entra,
commendatore!
- Bisogna che lei ce lo faccia entrare, caro signore, a ogni costo! Non ha
veduto che po' po' di successo? Tutti i giornali domattina ne parleranno. Non se
ne potrà più fare a meno! Non dubiti, non dubiti che i miei attori sapranno far
per finta con la stessa verità ciò che questa sera hanno fatto senza volerlo.
- Già... ma, lei capisce, - si provò a fargli osservare il Perres, - è andato
così bene, perché la rappresentazione, lì, dopo quello svenimento, è stata
interrotta! Se domani sera, invece, deve proseguire...
- Ma è appunto questo, in nome di Dio, il rimedio che lei deve trovare! - tornò
a urlargli in faccia il commendatore.
Se non che, a questo punto:
- E come? e come? - venne a dire, calcandosi con ambo le mani sfavillanti
d'anelli il berretto di pelo sui magnifici capelli, la piccola Gàstina già
rinvenuta. - Ma davvero non capite che qua deve dirlo il pipistrello e non voi,
signori miei?
- Lei la finisca col pipistrello! - fremette il capocomico, facendolesi a petto,
minaccioso.
- Io, la finisco? Deve finirla lei, commendatore! - rispose, placida e
sorridente, la Gàstina, sicurissima di fargli così, ora, il maggior dispetto. -
Perché, guardi, commendatore, ragioniamo: io potrei aver sotto comando uno
svenimento finto, al secondo atto, se il signor Perres, seguendo il suo
consiglio, ce lo mette. Ma dovreste anche aver voi allora sotto comando il
pipistrello vero, che non mi procuri un altro svenimento, non finto ma vero al
primo atto. O al terzo, o magari nel secondo stesso, subito dopo quel primo
finto! Perché io vi prego di credere, signori miei, che sono svenuta davvero,
sentendomelo venire in faccia, qua, qua, sulla guancia! E domani sera non
recito, no, no, non recito, commendatore, perché né lei né altri può obbligarmi
a recitare con un pipistrello che mi sbatte in faccia!
- Ah no, sa! Questo si vedrà! questo si vedrà! - le rispose, crollando il capo
energicamente, il capocomico.
Ma Faustino Perres, convinto pienamente che la ragione unica degli applausi di
quella sera era stata l'intrusione improvvisa e violenta di un elemento
estraneo, casuale, che invece di mandare a gambe all'aria, come avrebbe dovuto,
la finzione dell'arte, s'era miracolosamente inserito in essa, conferendole lì
per lì, nell'illusione del pubblico, l'evidenza d'una prodigiosa verità, ritirò
la sua commedia, e non se ne parlò più.
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