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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "SCIALLE NERO"
Pubblicato nel 1922, è il primo volume delle Novelle per un anno.
Raccoglie
novelle già pubblicate fra il 1894 ed il 1920, ambientate in parte in Sicilia in
parte a Roma. |
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13. Rimedio: la geografia (1920)
«Il Convegno», febbraio 1920,
col titolo "Le parti del mondo".
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La bussola, il timone... Eh, sì!
Volendo navigare... Dovreste dimostrarmi però che anche sia necessario, voglio
dire che conduca a una qualsiasi conclusione, prendere una rotta anziché
un'altra, o anziché a questo porto approdare a quello.
- Come! - dite, - e gli affari? senza una regola, senza un criterio direttivo? E
la famiglia? l'educazione dei figliuoli? la buona reputazione in società:
l'obbedienza che si deve alle leggi dello Stato? l'osservanza dei proprii
doveri?
Con quest'azzurro che si beve liquido, oggi... Per carità! E che non bado forse
regolarmente ai miei affari? La mia famiglia... Ma sì, vi prego di credere, mia
moglie mi odia. Regolarmente e né più né meno di quanto vostra moglie odii voi.
E anche i miei piccini, ma volete che non li educhi regolarmente, come voi i
vostri? Con un profitto, credete, non molto diverso di quello che la vostra
saggezza riesce a ottenere. Obbedisco a tutte le leggi dello Stato e
scrupolosamente osservo i miei doveri.
Soltanto, ecco, io porto - come dire? - una certa elasticità spirituale in tutti
questi esercizii; profitto di tutte quelle nozioni scientifiche, positive,
apprese nell'infanzia e nell'adolescenza, delle quali voi, che pur le avete
apprese come me, dimostrate di non sapere o di non volere profittare.
Con molto danno, v'assicuro, della vostra salute.
Certo non è facile valersi opportunamente di quelle nozioni che contrastino, ad
esempio, con le illusioni dei sensi. Che la terra si muove, ecco, se ne potrebbe
valere opportunamente, come di elegante scusa, un ubriaco. |
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Noi, in realtà, non
la sentiamo muovere, se non di tanto in tanto, per qualche modesto terremoto. E
le montagne, data la nostra statura, così alte le vediamo che - capisco -
pensarle piccole grinze della crosta terrestre non è facile. Ma santo Dio,
domando e dico perché abbiamo allora studiato tanto da piccoli? Se costantemente
ci ricordassimo di ciò che la scienza astronomica ci ha insegnato, l'infimo,
quasi incalcolabile posto che il nostro pianeta occupa nell'universo...
Lo so; c'è anche la malinconia dei filosofi che ammettono, sì, piccola la terra,
ma non piccola intanto l'anima nostra se può concepire l'infinita grandezza
dell'universo.
Già. Chi l'ha detto? Biagio Pascal.
Bisognerebbe pur tuttavia pensare che questa grandezza dell'uomo, allora, se
mai, è solo a patto d'intendere, di fronte a quell'infinita grandezza
dell'universo, la sua infinita piccolezza, e che perciò grande è solo quando si
sente piccolissimo, l'uomo, e non mai così piccolo come quando si sente grande.
E allora, di nuovo, domando e dico che conforto e che consolazione ci può venire
da questa speciosa grandezza, se non debba aver altra conseguenza che quella di
saperci qua condannati alla disperazione di veder grandi le cose piccole (tutte
le cose nostre, qua, della terra) e piccole le grandi, come sarebbero le stelle
del cielo. E non varrà meglio allora per ogni sciagura che ci occorra, per ogni
pubblica o privata calamità, guardare in su e pensare che dalle stelle la terra,
signori miei, ma neanche si suppone che ci sia, e che alla fin fine tutto è
dunque come niente?
Voi dite:
- Benissimo. Ma se intanto, qua sulla terra, mi fosse morto, per esempio, un
figliuolo?
Eh, lo so. Il caso è grave. E più grave diventerà, ve lo dico io, quando
comincerete a uscire dal vostro dolore e sotto gli occhi che non vorrebbero più
vedere v'accadrà di scorgere, che so? la grazia timida di questi fiorellini
bianchi e celesti che spuntano ora nei prati ai primi soli di marzo; e appena la
dolcezza di vivere che, pur non volendo, sentirete ai nuovi tepori inebrianti
della stagione, vi si tramuterà in una più fitta ambascia pensando a lui che,
intanto, non la può più sentire.
Ebbene?... Ma che consolazione, in nome di Dio, vorreste voi avere della morte
del vostro figliuolo? Non è meglio niente? Ma sì, niente, credete a me. Questo
niente della terra, non solo per le sciagure, ma anche per questa dolcezza di
vivere che pur ci dà: il niente assoluto, insomma, di tutte le cose umane che
possiamo pensare guardando in cielo Sirio o l'Alpha del Centauro.
Non è facile. Grazie. E che forse vi sto dicendo che è facile? La scienza
astronomica, vi prego di credere, è difficilissima non solo a studiare, ma anche
ad applicare ai casi della vita.
Del resto, vi dico che siete incoerenti. Volete avere, di questo nostro pianeta,
l'opinione ch'esso meriti un certo rispetto, e che non sia poi tanto piccolo in
rapporto alle passioni che ci agitano, e che offra molte belle vedute e varietà
di vita e di climi e di costumi; e poi vi chiudete in un guscio e non pensate
neppure a tanta vita che vi sfugge, mentre ve ne state tutti sprofondati in un
pensiero che v'affligge o in una miseria che v'opprime.
Lo so; voi adesso mi rispondete che non è possibile, quando una cura prema
veramente, quando una passione accechi, sfuggire col pensiero e frastornarsene
immaginando una vita diversa, altrove. Ma io non dico di porre voi stessi con
l'immaginazione altrove, né di fingervi una vita diversa da quella che vi fa
soffrire. Questo lo fate comunemente, sospirando: Ah, se non fossi così! Ah, se
avessi questo o quest'altro! Ah, se potessi esser là! E son vani sospiri. Perché
la vostra vita, se potesse veramente esser diversa, chi sa che sentimenti, che
speranze, che desiderii vi susciterebbe altri da questi che ora vi suscita per
il solo fatto che essa è così! Tanto è vero, che quelli che sono come voi
vorreste essere, o che hanno quello che voi vorreste avere, o che sono là dove
voi vi desiderereste, vi fanno stizza, perché vi sembra che in quelle condizioni
da voi invidiate non sappiano esser lieti come voi sareste. Ed è una stizza -
scusatemi - da sciocchi. Perché quelle condizioni voi le invidiate perché non
sono le vostre, e se fossero, non sareste più voi, voglio dire con codesto
desiderio di esser diversi da quelli che siete.
No, no, cari miei. Il mio rimedio è un altro. Non facile certo neanche questo,
ma possibilissimo. Tanto, che ho potuto io stesso farne esperienza.
Lo intravidi quella notte - una delle tante tristissime - che mi toccò vegliare
una lunga, eterna agonia: quella in cui la mia povera madre per mesi e mesi
s'era quasi incadaverita viva.
Per mia moglie, era la suocera; per i miei figliuoli moriva una, di cui il
figlio ero io. Dico così, perché quando morrò io, mi veglierà qualcuno di loro,
si spera. Avete capito? Quella volta moriva mia madre; e dunque non toccava a
loro, ma a me.
- Ma come! - dite. - La nonna!
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Già. La nonnina. La cara nonnina... E poi anche per me, che - v'assicuro -
potevo meritarmela un po' di considerazione, di non farmi stare in piedi anche
la notte, con tutto quel freddo, che cascavo a pezzi dalla stanchezza, dopo una
giornata di faticosissimo lavoro.
Ma sapete com'è? Il tempo della nonnina, della cara nonnina era finito da un
pezzo. S'era guastato per i nipotini il giocattolo della cara nonnina, da che
l'avevano veduta, dopo l'operazione della cateratta, con un occhio grosso grosso
e vano nella concavità del vetro degli occhiali; e l'altro piccolo. A presentare
una nonnina così non c'era più niente di bello. E a poco a poco era divenuta
anche sorda come una pietra, la povera nonnina; aveva ottantacinque anni e non
capiva più niente: una balla di carne, che ansimava e si reggeva appena, pesante
e traballante; e obbligava a cure, per cui ci voleva un'adorazione come la mia,
a vincer la pena e il ribrezzo che costavano.
Si pensava, vedendola, a uno spaventoso castigo, di cui nessuno meglio di me
sapeva che la mia povera madre era immeritevole; lasciata lì, senza più nulla di
ciò che un tempo era stata, neppur la memoria; sola carne, vecchia carne
disfatta che pativa, che seguitava a patire, chi sa perché...
Ma il sonno, signori miei... Non c'è più nessun affetto che tenga, quando una
necessità crudele costringa a trascurar certi bisogni, che si debbono per forza
soddisfare. Provatevi a non dormire per parecchie e parecchie notti di fila,
dopo aver faticato tutto il giorno. Il pensiero dei miei figliuoli, che durante
l'intera giornata non avevano fatto nulla e ora dormivano saporitamente, al
caldo, mentr'io tremavo e spasimavo di freddo, in quella camera ammorbata dal
lezzo dei medicinali, mi faceva saltar dalla rabbia come un orso, e venir la
tentazione di correre a strappar le coperte dai loro lettucci e dal letto di mia
moglie per vederli balzar dal sonno in camicia a quel freddo. Ma poi, sentendo
in me come avrebbero tremato, e pensando che avrei voluto esser io al loro
posto, perché tremassero loro in vece mia, non più contro essi, ma mi rivoltavo
contro la crudeltà di quella sorte, che teneva ancora là, rantolante e
insensibile a tutto, il corpo, il solo corpo ormai, e anch'esso quasi
irriconoscibile, di mia madre; e pensavo, sì, sì, pensavo che, Dio, poteva
finalmente finir di rantolare.
Finché una volta, nel terribile silenzio sopravvenuto nella camera a una
momentanea sospensione di quel rantolo, non mi sorpresi nello specchio
dell'armadio, voltando non so perché il capo, curvo sul letto di mia madre e
intento a spiare davvicino, se non fosse morta.
Vidi con orrore in quello specchio la mia faccia. Proprio come per farsi vedere
da me, essa conservava, mentr'io me la guardavo, la stessa espressione con cui
stava sospesa a spiare in un quasi allegro spavento la liberazione.
La ripresa del rantolo mi incusse in quel punto un tale raccapriccio di me, che
mi nascosi quella faccia, come se avessi commesso un delitto. Ma cominciai a
piangere come un bambino: come il bambino che ero stato per quella mia mamma
santa, di cui sì, sì, volevo ancora la pietà per il freddo e la stanchezza che
sentivo, pur avendo or ora finito di desiderar la sua morte, povera mamma santa,
che n'aveva perdute di notti per me, quand'ero piccino e malato... Ah! Strozzato
dall'angoscia, mi diedi a passeggiare per la camera.
Ma non potevo guardar più nulla, perché mi parevano vivi, nella loro immobilità
sospesa, gli oggetti della camera: là lo spigolo illuminato dell'armadio, qua il
pomo d'ottone della lettiera su cui avevo poc'anzi posato la mano. Disperato,
cascai a sedere davanti alla scrivanietta della più piccola delle mie figliuole,
la nipotina che si faceva ancora i compiti di scuola nella camera della nonna.
Non so quanto tempo rimasi lì. So che a giorno chiaro, dopo un tempo
incommensurabile, durante il quale non avevo più avvertito minimamente né la
stanchezza, né il freddo, né la disperazione, mi ritrovai col trattatello di
geografia della mia figliuola sotto gli occhi, aperto a pagina 75, sgorbiato nei
margini e con una bella macchia d'inchiostro cilestrino su l'emme di Giamaica.
Ero stato tutto quel tempo nell'isola di Giamaica, dove sono le Montagne
Azzurre, dove dal lato di tramontana le spiagge s'innalzano grado grado fino a
congiungersi col dolce pendio di amene colline, la maggior parte separate le une
dalle altre da vallate spaziose piene di sole, e ogni vallata ha il suo ruscello
e ogni collina la sua cascata. Avevo veduto sotto le acque chiare le mura delle
case della città di Porto Reale sprofondate nel mare da un terribile terremoto;
le piantagioni dello zucchero e del caffè, del grano d'India e della Guinea; le
foreste delle montagne; avevo sentito e respirato con indicibile conforto il
tanfo caldo e grasso del letame nelle grandi stalle degli allevamenti; ma
proprio sentito e respirato, ma proprio veduto tutto, col sole che è là su
quelle praterie, con gli uomini e con le donne e coi ragazzi come sono là, che
portano con le ceste e rovesciano a mucchi sugli spiazzi assolati il raccolto
del caffè ad asciugarsi; con la certezza precisa e tangibile che tutto questo
era vero, in quella parte del mondo così lontana; così vero da sentirlo e
opporlo come una realtà altrettanto viva a quella che mi circondava là nella
camera di mia madre moribonda.
Ecco, nient'altro che questa certezza d'una realtà di vita altrove, lontana e
diversa, da contrapporre, volta per volta, alla realtà presente che v'opprime;
ma così, senza alcun nesso, neppure di contrasto, senz'alcuna intenzione, come
una cosa che è perché è, e che voi non potete fare a meno che sia. Questo, il
rimedio che vi consiglio, amici miei. Il rimedio che io mi trovai inopinatamente
quella notte.
E per non divagar troppo, e sistemarvi in qualche modo l'immaginazione, che non
abbia a stancarvisi soverchiamente, fate come ho fatto io, che a ciascuno dei
miei quattro figliuoli e a mia moglie ho assegnato una parte di mondo, a cui mi
metto subito a pensare, appena essi mi diano un fastidio o una afflizione.
Mia moglie, per esempio, è la Lapponia. Vuole da me una cosa ch'io non le posso
dare? Appena comincia a domandarmela, io sono già nel golfo di Botnia, amici
miei, e le dico seriamente come se nulla fosse:
- Umèa, Lulèa, Pitèa, Skelleftèa...
- Ma che dici?
- Niente, cara. I fiumi della Lapponia.
- E che c'entrano i fiumi della Lapponia?
- Niente, cara. Non c'entrano per niente affatto. Ma ci sono, e né tu né io
possiamo negare che in questo preciso momento sboccano là nel golfo di Botnia. E
vedessi, cara, vedessi come vedo io la tristezza di certi salici e di certe
betulle, là... D'accordo, sì, non centrano neanche i salici e le betulle; ma ci
sono anch'essi, cara, e tanto tanto tristi attorno ai laghi gelati tra le
steppe. Lap o Lop, sai? è un'ingiuria. I Lapponi da sé si chiamano Sami. Sudici
nani, cara mia! Ti basti sapere... - sì, lo so, tutto questo veramente non
c'entra - ma ti basti sapere che, mentr'io ti tengo così cara, essi tengono così
poco alla fedeltà coniugale, che offrono la moglie e le figliuole al primo
forestiere che capita. Per conto mio, puoi star sicura: non son tentato per
nulla, cara, a profittarne.
- Ma che diavolo dici? Sei pazzo? Io ti sto domandando...
- Sì, cara. Tu mi stai domandando, non dico di no. Ma che triste paese, la
Lapponia!...
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