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La vecchia madre, come sferzata da questa risposta alla domanda superflua,
corse, curva, trascinando un po' una gamba, ad accendergli in camera il lumino
da notte e a preparargli il letto.
Egli la seguì con gli occhi, quasi con rancore; ma, com'ella scomparve dietro
l'uscio, trasse un sospiro di pietà per lei. Subito però il fastidio lo riprese.
E rimase lì ad aspettare, senza saper perché, né che cosa, in quella tetra
saletta d'ingresso che aveva il soffitto basso basso, di tela fuligginosa, qua e
là strappata e con lo strambello pendente, in cui le mosche s'eran raccolte e
dormivano a grappoli.
Vecchi arredi decaduti, mescolati con rozzi mobili e oggetti nuovi di sartoria,
stipavano quella saletta: una macchina da cucire, due impettiti manichini di
vimini, una tavola liscia massiccia per tagliarvi le stoffe, con un grosso pajo
di forbici, il gesso, il metro e alcuni smorfiosi giornali di moda.
Ma, ora, il Bronner, percepiva appena tutto questo.
S'era portato con sé, come uno scenario, lo spettacolo di quel cielo corso da
quelle nuvolette basse e lievi; e del fiume con quei riflessi dei fanali; lo
spettacolo di quelle alte case nell'ombra, là dirimpetto stagliate nel chiarore
della città, e di quel ponte con quel cappello... E l'impressione spaventosa,
come di sogno, dell'impassibilità di tutte quelle cose ch'erano con lui là,
presenti, più presenti di lui, perché lui, anzi, nascosto nell'ombra degli
alberi, era veramente come se non ci fosse. Ma il suo orrore, lo sconvolgimento,
adesso, erano appunto per questo, per esser egli rimasto lì in quell'attimo come
quelle cose, presente e assente, notte, silenzio, argine, alberi, lumi, senza
gridare ajuto, come se non ci fosse; e il sentirsi ora qua stordito, stralunato,
come se quello che aveva veduto e sentito, lo avesse sognato.
A un tratto vide venire a posarsi con un balzo agile e netto, là su la tavola
massiccia, il grosso gatto bigio di casa. Due occhi verdi, immobili e vani.
Ebbe un momentaneo terrore di quegli occhi, e aggrottò le ciglia, urtato.
Pochi giorni addietro, quel gatto era riuscito a far cadere dal muro di quella
saletta una gabbia col cardellino, di cui sua madre aveva cura amorosa. Con
industriosa e paziente ferocia, cacciando le granfie di tra le gretole, l'aveva
tratto fuori e se l'era mangiato. La madre non se ne sapeva ancora dar pace;
anche lui pensava tuttora allo scempio di quel cardellino; ma il gatto, eccolo
là: del tutto ignaro del male che aveva fatto. Se egli lo avesse cacciato via da
quella tavola sgarbatamente, non ne avrebbe mica capito il perché.
Ed ecco già due prove contro di lui, quella sera. Due altre prove. E questa
seconda gli balzava innanzi all'improvviso, con quel gatto; come all'improvviso
gli era venuta l'altra, con quel suicidio dal ponte. Una prova; che egli non
poteva essere come quel gatto là che, compiuto uno scempio, un momento dopo non
ci pensava più; l'altra prova: che gli uomini, alla presenza d'un fatto, non
potevano restare impassibili come le cose, per quanto come lui si forzassero,
non solo a non parteciparvi, ma anche a tenersene quasi assenti.
La dannazione del ricordo in sé, e il non poter sperare che gli altri
dimenticassero. Ecco. Queste due prove. Una dannazione e una disperazione.
Che modo nuovo di guardare avevano acquistato da un pezzo in qua i suoi occhi?
Guardava sua madre, ritornata or ora dall'avergli apparecchiato il letto di là e
acceso il lumino da notte, e la vedeva non più come sua madre, ma come una
povera vecchia qualunque, quale essa era per sé, con quel grosso porro accanto
alla pinna destra del naso un po' schiacciato, le guance esangui e flaccide,
striate da venicciuole violette, e quegli occhi stanchi che subito, sotto lo
sguardo di lui così stranamente spietato, le s'abbassavano, ecco, dietro gli
occhiali, quasi per vergogna, di che? Ah, egli lo sapeva bene, di che. Rise d'un
brutto riso; disse:
- Buona notte, mamma.
E andò a chiudersi in camera.
La vecchia madre, piano piano per non farsi sentire, si rimise a sedere nella
saletta e a cucire: a pensare.
Dio, perché così pallido e stravolto, quella notte? Bere, non beveva, o almeno
dal fiato non si sentiva. Ma se fosse ricaduto in mano dei cattivi compagni che
lo avevano rovinato, o fors'anche di peggiori?
Questa era la paura sua più grave.
Tendeva di tanto in tanto l'orecchio per sentire che cosa egli facesse di là, se
si fosse coricato, se già dormisse; e intanto ripuliva gli occhiali, che a ogni
sospiro le s'appannavano. Lei, prima d'andare a letto, voleva finire quel
lavoro. La pensioncina che il marito le aveva lasciato, non bastava più, ora che
Diego aveva perduto l'impiego. E poi accarezzava un sogno, che pur sarebbe stato
la sua morte: metter tanto da parte, lavorando e risparmiando, da mandare il
figlio lontano, in America. Perché qua, lo capiva, il suo Diego, ora, non
avrebbe trovato più da collocarsi, e nel triste ozio, che da sette mesi lo
divorava, si sarebbe perduto per sempre.
In America... là - oh, il suo figliuolo era tanto bravo! sapeva tante cose!
scriveva, prima, anche nei giornali... - in America, là, - lei magari ne sarebbe
morta - ma il suo figliuolo avrebbe ripreso la vita, avrebbe dimenticato,
cancellato il suo fallo di gioventù, di cui erano stati cagione i cattivi
compagni: quel Russo, o Polacco che fosse, pazzo, crapulone, capitato a Roma per
la sciagura di tante oneste famiglie. Giovinastri, si sa! Invitati a casa da
questo forestiere, riccone e scostumato, avevano fatto pazzie: vino, donnacce...
s'ubriacavano... Ubriaco, quello voleva giocare a carte, e perdeva... Se l'era
procacciata da sé, con le sue mani, la rovina: che c'entrava poi l'accusa a
tradimento dei suoi compagni di crapula, quel processo scandaloso, che aveva
sollevato tanto rumore e infamato tanti giovanotti, scapati, sì, ma di famiglie
onorate e per bene?
Le parve di sentire un singhiozzo di là e chiamò:
- Diego!
Silenzio. Rimase un pezzo con l'orecchio teso e gli occhi intenti.
Sì: era sveglio ancora. Che faceva?
Si alzò, e, in punta di piedi, s'accostò all'uscio, a origliare; poi si chinò
per guardare attraverso il buco della serratura: - Leggeva... Ah, ecco! quei
maledetti giornali ancora! il resoconto del processo... - Come mai, come mai
s'era dimenticata di distruggerli, quei giornali, comperati nei tremendi giorni
del processo? - E perché, quella notte, a quell'ora, appena rincasato, li aveva
ripresi e tornava a leggerli?
- Diego! - chiamò di nuovo, piano; e schiuse timidamente l'uscio.
Egli si voltò di scatto, come per paura.
- Che vuoi? Ancora in piedi?
- E tu?... - fece la madre. - Vedi, mi fai rimpiangere ancora la mia
stolidaggine...
- No. Mi diverto, - rispose egli, stirando le braccia.
Si alzò; si mise a passeggiare per la stanza.
- Stracciali, buttali via, te ne prego! - supplicò la madre a mani giunte. -
Perché vuoi straziarti ancora? Non ci pensare più!
Egli si fermò in mezzo alla stanza; sorrise e disse:
- Brava. Come se, non pensandoci più io, per questo poi non dovessero più
pensarci gli altri. Dovremmo metterci a fare i distratti, tutti quanti... per
lasciarmi vivere. Distratto io, distratti gli altri... - Che è stato? Niente.
Sono stato tre anni «in villeggiatura». Parliamo d'altro... - Ma non vedi, non
vedi come mi guardi anche tu?
- Io? - esclamò la madre. - come ti guardo?
- Come mi guardano tutti gli altri!
- No, Diego! ti giuro! Guardavo... ti guardavo, perché... dovresti passare dal
sarto, ecco...
Diego Bronner si guardò addosso il vestito, e tornò a sorridere.
- Già, è vecchio. Per questo tutti mi guardano... Eppure, me lo spazzolo bene,
prima d'uscire; mi aggiusto... Non so, mi sembra che potrei passare per un
signore qualunque, per uno che possa ancora indifferentemente partecipare alla
vita... Il guajo è là, è là... - aggiunse, accennando i giornali su la
scrivania. - Abbiamo offerto un tale spettacolo, che, via, sarebbe troppa
modestia presumere che la gente se ne sia potuta dimenticare... Spettacolo
d'anime ignude, gracili e sudicette, vergognose di mostrarsi in pubblico, come i
tisici alla leva. E cercavamo tutti di coprirci le vergogne con un lembo della
toga dell'avvocato difensore. E che risate il pubblico! Vuoi che la gente, per
esempio, si dimentichi che il Russo, noi, quel cagliostro, lo chiamavamo Luculloff e che lo paravamo da antico romano, con gli occhiali d'oro a
stanghetta sul naso rincagnato? Quando lo han veduto là con quel faccione rosso
brozzoloso, e han saputo come noi lo trattavamo, che gli strappavamo i coturni
dai piedi e lo picchiavamo sodo sul cranio pelato, e che lui, sotto a quei
picchi sodi, rideva, sghignava, beato...
- Diego! Diego, per carità! - scongiurò la madre.
- ...Ubriaco. Lo ubriacavamo noi...
- Tu no!
- Anch'io, va' là, con gli altri. Era uno spasso! E allora venivano le carte da
giuoco. Giocando con un ubriaco, capirai, facilissimo barare...
- Per carità, Diego!
- Così... scherzando... Oh, questo, te lo posso giurare. Là risero tutti,
giudici, presidente; finanche i carabinieri; ma è la verità. Noi rubavamo senza
saperlo, o meglio, sapendolo e credendo di scherzare. Non ci pareva una truffa.
Erano i denari d'un pazzo schifoso, che ne faceva getto così... E del resto,
neppure un centesimo ne rimaneva poi nelle nostre tasche: ne facevamo getto
anche noi, come lui, con lui, pazzescamente...
S'interruppe; s'accostò allo scaffale dei libri; ne trasse uno.
- Guarda. Questo solo rimorso. Con quei denari comprai una mattina, da un
rivendugliolo, questo libro qua.
E lo buttò su la scrivania. Era La corona d'olivo selvaggio del Ruskin, nella
traduzione francese.
- Non l'ho aperto nemmeno.
Vi fissò lo sguardo, aggrottando le ciglia. Come mai, in quei giorni, gli era
potuto venire in mente di comprare quel libro? S'era proposto di non leggere
più, di non più scrivere un rigo; e andava lì, in quella casa, con quei
compagni, per abbrutirsi, per uccidere in sé, per affogare nel bagordo un sogno,
il suo sogno giovanile, poiché le tristi necessità della vita gl'impedivano
d'abbandonarsi a esso, come avrebbe voluto.
La madre stette un pezzo a guardare anche lei quel libro misterioso; poi gli
chiese dolcemente:
- Perché non lavori? perché non scrivi più, come facevi prima?
Egli le lanciò uno sguardo odioso, contraendo tutto il volto, quasi per
ribrezzo.
La madre insistette, umile:
- Se ti chiudessi un po' in te... Perché disperi? Credi tutto finito? Hai
ventisei anni... Chi sa quante occasioni ti offrirà la vita, per riscattarti...
- Ah sì, una, proprio questa sera! - sghignò egli. - Ma sono rimasto lì, come di
sacco. Ho visto un uomo buttarsi nel fiume...
- Tu?
- Io. Gli ho veduto posare il cappello sul parapetto del ponte; poi l'ho visto
scavalcare, quietamente, poi ho udito il tonfo nel fiume. E non ho gridato, non
mi son mosso. Ero nell'ombra degli alberi, e ci sono rimasto, spiando se nessuno
avesse veduto. E l'ho lasciato affogare. Sì. Ma poi ho scorto lì, sul parapetto
del ponte, sotto il fanale, il cappello, e sono scappato via, impaurito...
- Per questo... - mormorò la madre.
- Che cosa? Io non so nuotare. Buttarmi? tentare? La scaletta d'accesso al fiume
era lì, a due passi. L'ho guardata, sai? e ho finto di non vederla. Avrei
potuto... ma già era inutile... troppo tardi... Sparito!...
- Non c'era nessuno?
- Nessuno. Io solo.
- E che potevi fare tu solo, figlio mio? È bastato lo spavento che ti sei preso,
e quest'agitazione... Vedi? tremi ancora... Va', va' a letto, va' a letto... È
molto tardi... Non ci pensare!...
La vecchia madre gli prese una mano e gliela carezzò. Egli le fe' cenno di sì
col capo e le sorrise.
- Buona notte, mamma.
- Dormi tranquillo, eh? - gli raccomandò la madre, commossa dalla carezza a
quella mano, che egli s'era lasciata fare e, asciugandosi gli occhi, per non
guastarsi questa tenerezza angosciosa, se n'uscì.
Dopo circa un'ora, Diego Bronner era di nuovo seduto sull'argine del fiume, al
posto di prima, con le gambe penzoloni.
Continuava per il cielo la fuga delle nuvolette lievi, basse, cineree. Il
cappello di quell'ignoto sul parapetto del ponte non c'era più. Forse eran
passate di là le guardie notturne e se l'erano preso.
All'improvviso, si girò verso il viale, ritraendo le gambe; scese dalla
spalletta dell'argine e si recò là, sui ponte. Si tolse il cappello e lo posò
allo stesso posto di quell'altro.
- E due! - disse.
Ma come se facesse per giuoco; per un dispetto alle guardie notturne che avevano
tolto di là il primo.
Andò dall'altra parte del fanale, per vedere l'effetto del suo cappello, solo
là, su la cimasa, illuminato come quell'altro. E rimase un pezzo, chinato sul
parapetto, col collo proteso, a contemplarlo, come se lui non ci fosse più. A un
tratto rise orribilmente: si vide là appostato come un gatto dietro il fanale: e
il topo era il suo cappello... Via, via, pagliacciate!
Scavalcò il parapetto: si sentì drizzare i capelli sul capo: sentì il tremito
delle mani che si tenevano rigidamente aggrappate: le schiuse; si protese nel
vuoto.
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