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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "SCIALLE NERO"
Pubblicato nel 1922, è il primo volume delle Novelle per un anno.
Raccoglie
novelle già pubblicate fra il 1894 ed il 1920, ambientate in parte in Sicilia in
parte a Roma. |
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9. Il ventaglino (1903)
"La Riviera ligure" n. 48,
luglio 1903, poi in «Bianche e nere», Renzo Streglio e C. Editori, Torino,
1904.
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Il giardinetto pubblico, meschino e
polveroso, in quel torrido pomeriggio d'agosto era quasi deserto, in mezzo alla
vasta piazza cinta tutt'intorno da alte case giallicce, assopite nell'afa.
Tuta vi entrò, col bambino in braccio.
Su un sedile in ombra, un vecchietto magro, perduto in un abito grigio d'alpagà,
teneva in capo un fazzoletto. Sul fazzoletto, il cappelluccio di paglia
ingiallito. Aveva rimboccato diligentemente le maniche sui polsi e leggeva un
giornale.
Accanto, sullo stesso sedile, un operajo disoccupato dormiva con la testa tra le
braccia, appoggiato di traverso.
Di tanto in tanto, il vecchietto interrompeva la lettura e si voltava a
osservare con una certa ambascia il suo vicino, a cui stava per cader dal capo
il cappellaccio unto, ingessato. Evidentemente quel cappellaccio, chi sa da
quanto tempo così in bilico, cado e non cado, cominciava a esasperarlo: avrebbe
voluto rassettarglielo sul capo o buttarglielo giù con una ditata. Sbuffava; poi
volgeva un'occhiata ai sedili intorno, chi sa gli avvenisse di scoprirne qualche
altro in ombra. Ce n'era uno solo poco discosto; ma vi stava seduta una vecchia
grassa, cenciosa, la quale, ogni volta che lui si voltava a guardare, spalancava
la bocca sdentata a un formidabile sbadiglio.
Tuta s'appressò sorridente, pian pianino, in punta di piedi. Si pose un dito su
le labbra, per segno di far silenzio; poi, adagio adagio, prese con due dita il
cappellaccio al dormente e glielo rimise a posto sul capo.
Il vecchio stette a seguir con gli occhi tutti quei movimenti, prima sorpreso,
poi aggrondato.
- Co' la bona grazia, signo', - gli disse Tuta, ancora sorridente e
inchinandosi, come se il servizio lo avesse reso a lui e non all'operajo che
dormiva. - Da' 'n sordo a sta pôra creatura. |
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- No! - rimbeccò subito il vecchietto con stizza (chi sa perché), e abbassò gli
occhi sul giornale.
- Tiramo a campà! - sospirò Tuta. - Dio pruvede.
E andò a sedere di là, su l'altro sedile, accanto alla vecchia cenciosa, con la
quale attaccò subito discorso.
Aveva appena vent'anni; bassotta, formosa, bianchissima di carnagione, coi
capelli lucidi, neri, spartiti sul capo, stirati sulla fronte e annodati in
fitte treccioline dietro la nuca. Gli occhi furbi le brillavano, quasi
aggressivi. Si mordeva di tanto in tanto le labbra. E il nasino all'insù, un po'
storto, le fremeva.
Raccontava alla vecchia la sua sventura. Il marito...
Fin da principio la vecchia le rivolse un'occhiata, che poneva i patti della
conversazione, cioè: uno sfogo, sì, era disposta a offrirglielo; ma ingannata,
no, non voleva essere, ecco.
- Marito vero?
- Semo sposati co' la chiesa.
- Ah, be', co' la chiesa.
- E ched'è? nun è marito?
- No, fija: nun serve.
- Come nun serve?
- Lo sai, nun serve.
Eh sì, difatti, la vecchia aveva ragione. Non serviva. Da un pezzo, difatti,
quell'uomo voleva liberarsi di lei, e per forza l'aveva mandata a Roma, perché
cercasse di allogarsi per balia. Ella non voleva venire; capiva ch'era troppo
tardi, poiché il bambino aveva già circa sette mesi. Era stata quindici giorni
in casa d'un sensale, la cui moglie, per rifarsi delle spese e per aver pagato
l'alloggio, aveva osato alla fine di proporle...
- Capischi? A me!
Dalla «collera» le era andato addietro il latte. E ora non ne aveva più, neanche
per la sua creatura. La moglie del sensale le aveva preso gli orecchini e s'era
tenuto anche il fagottello con cui era venuta dal paese. Da quella mattina era
in mezzo alla strada.
- Pe' davero, sa'!
Tornare al paese non poteva e non voleva: il marito non se la sarebbe ripresa.
Che fare, intanto, con quel bambino che le legava le braccia? Certo, non avrebbe
trovato neppure da mettersi per serva.
La vecchia l'ascoltava con diffidenza, perché ella diceva quelle cose, come se
non ne fosse affatto disperata; anzi, ripetendo spesso quel suo: - Pe' davero,
sa'! - sorrideva.
- Di dove sei? - le domandò la vecchia.
- De Core.
E restò un pezzo come se rivedesse col pensiero il paesello lontano. Poi si
scosse; guardò il piccino e disse:
- Addo' lo lascio? Qua pe' tera? Pôro cocco mio saporito!
Lo sollevò su le braccia e lo baciò forte forte, più volte.
La vecchia disse:
- L'hai fatto? Te lo piagni.
- Io l'ho fatto? - si rivoltò la giovane. - Be', l'ho fatto e Dio m'ha
castigato. Ma patisce pure lui, pôro innocente! E c'ha fatto, lui? Va', Dio nun
fa le cose giuste. E si nun le fa lui, figùrete noi. Tiramo a campà!
- Mondo, mondo! - sospirò la vecchia, levandosi in piedi a stento.
- È 'n gran penà! - aggiunse, scrollando il capo, un'altra vecchia asmatica,
corpulenta, che passava di lì, appoggiandosi a un bastoncino.
L'altra cavò fuori di tra i cenci un sacchetto sudicio che le pendeva dalla
cintola, nascosto sotto la veste, e ne trasse un tozzo di pane.
- Tiè, lo vuoi?
- Sì. Dio te lo paghi, - s'affrettò a risponderle Tuta. - Me lo magno. Ce credi
che so' digiuna da stamattina?
Ne fece due pezzi: uno, più grosso, per sé; cacciò l'altro fra gli esili ditini
rosei del bimbo, che non si volevano aprire.
- Pappa, Nino. Bono, sa'! 'Na sciccheria! Pappa, pappa.
La vecchia se n'andò, strascicando i piedi, insieme con l'altra dal bastoncino.
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Il giardinetto s'era già un po' animato. Il custode annaffiava le piante. Ma
neppure alle trombate d'acqua si volevano destare dal sogno in cui parevano
assorti - sogno d'una tristezza infinita - quei poveri alberi sorgenti dalle
ajuole rade, fiorite di bucce, di gusci d'uovo, di pezzetti di carta, e riparate
da stecchi e spuntoni qua e là sconnessi o da un giro di roccia artificiale, in
cui s'incavavano i sedili.
Tuta si mise a guardar la vasca bassa, rotonda, che sorgeva in mezzo, la cui
acqua verdastra stagnava sotto un velo di polvere, che si rompeva a quando a
quando al tonfo di qualche buccia lanciata dalla gente che sedeva attorno.
Già il sole stava per tramontare, e quasi tutti i sedili erano ormai in ombra.
In uno lì accanto venne a sedere una signora su i trent'anni, vestita di bianco.
Aveva i capelli rossi, come di rame, arruffati, e il viso lentigginoso. Come se
non ne potesse più dal caldo, cercava di scostarsi dalle gambe un ragazzo
scontroso, giallo come la cera, vestito alla marinara; e intanto guardava di qua
e di là, impaziente, strizzando gli occhi miopi, come se aspettasse qualcuno; e
tornava di tratto in tratto a spingere il ragazzo, perché si trovasse più là
qualche compagno di giuoco. Ma il ragazzo non si moveva; teneva gli occhi fissi
su Tuta che mangiava il pane. Anche Tuta guardava e osservava intenta la signora
e quel ragazzo; a un tratto disse:
- Lei, signo', co' la bona grazia, si tante vorte je servisse 'na donna pe' fa'
er bucato o a mezzo servizio... No? Embè!
Poi, vedendo che il ragazzo malaticcio non staccava gli occhi da lei e non
voleva cedere ai ripetuti inviti della madre, lo chiamò a sé:
- Vôi vede er pupetto? Viello a vede, carino, vie'.
Il ragazzo, spinto violentemente dalla madre, s'accostò; guardò un pezzo il
bambino con gli occhi invetrati come quelli d'un gatto fustigato; poi gli
strappò dalla manina il tozzo di pane. Il bambino si mise a strillare.
- No! pôro pupo! - esclamò Tuta. - J'hai levato er pane? Piagne mo', vedi? Ha
fame... Dàjene armeno un pezzetto.
Alzò gli occhi per chiamare la madre del ragazzo, ma non la vide più sul sedile:
parlava là in fondo, concitatamente, con un omaccione barbuto che l'ascoltava
disattento, con un curioso sorriso sulle labbra, le mani dietro la schiena e il
cappellaccio bianco buttato su la nuca. Il bambino intanto seguitava a
strillare.
- Be', - fece Tuta, - te lo levo io un pezzetto...
Allora anche il ragazzo si mise a strillare. Accorse la madre, a cui Tuta, co'
la bona grazia, spiegò ciò che era accaduto. Il ragazzo stringeva con le due
mani al petto il tozzo di pane, senza volerlo cedere, neppure alle esortazioni
della madre.
- Lo vuoi davvero? E te lo mangi, Ninnì? - disse la signora rossa. - Non mangia
niente, sapete, niente: sono disperata! Magari lo volesse davvero... Sarà un
capriccio... Lasciateglielo, per piacere.
- Be', sì, volentieri, - fece Tuta. - Tiello, cocco, magnalo tu...
Ma il ragazzo corse alla vasca e vi buttò il tozzo di pane.
- Ai pescetti, eh Ninnì? - esclamò allora Tuta, ridendo. - E sta pôra creatura
mia ch'è digiuna... Nun ciò latte, nun ciò casa, nun ciò gnente... Pe' davero,
sape', signo'... Gnente!
La signora aveva fretta di ritornare a quell'uomo che l'aspettava di là: trasse
dalla borsetta due soldi e li diede a Tuta.
- Dio te lo paghi, - le disse dietro, questa. - Su, su, sta' bono, cocco mio: te
ce crompo la bobona, sa'! Ci avemo fatto du' bajocchi cor pane de la vecchia.
Zitto, Nino mio! Mo' semo ricchi...
Il bimbo si quietò. Ella rimase, coi due soldi stretti in una mano, a guardar la
gente che già popolava il giardinetto: ragazzi, balie, bambinaje, soldati...
Era un gridio continuo.
Tra le ragazze che saltavano la corda, e i ragazzi che si rincorrevano, e i
bambini strillanti in braccio alle balie che chiacchieravano placidamente tra
loro, e le bambinaie che facevano all'amore coi soldati, si aggiravano i
venditori di lupini, di ciambelle o d'altre golerie.
Gli occhi di Tuta s'accendevano, talvolta, e le labbra le s'aprivano a uno
strano sorriso.
Proprio nessuno voleva credere che ella non sapeva più come fare, dove andare?
Stentava a crederlo lei stessa. Ma era proprio così. Era entrata là, in quel
giardinetto, per cercarvi un po' d'ombra; vi si tratteneva da circa un'ora;
poteva rimanervi fino a sera; e poi? dove passar la notte, con quella creatura
in braccio? e il giorno dopo? e l'altro appresso? Non aveva nessuno, nemmeno là
al paese, tranne quell'uomo che non voleva più saperne di lei; e, del resto,
come tornarci? - Ma allora? Nessuna via di scampo? Pensò a quella vecchia strega
che le aveva tolto gli orecchini e il fagotto. Tornare da lei? Il sangue le
montò alla testa. Guardò il suo piccino, che s'era addormentato.
- Eh, Nino, ar fiume tutt'e dua? Così...
Sollevò le braccia, come per buttarlo. E lei, appresso. - Ma che, no! - Rialzò
il capo e sorrise, guardando la gente che le passava davanti.
Il sole era tramontato, ma il caldo persisteva, soffocante. Tuta si sbottonò il
busto alla gola, rimboccò in dentro le due punte, scoprendo un po' del petto
bianchissimo.
- Caldo?
- Se more!
Le stava davanti un vecchietto con due ventagli di carta infissi nel cappello,
altri due in mano, aperti, sgargianti, e una cesta al braccio, piena di
tant'altri ventaglini alla rinfusa, rossi, celesti, gialli.
- Du' bajocchi!
- Vattene! - disse Tuta, dando una spallata. - De che so? de carta?
- E di che lo vuoi? de seta?
- Mbè, perché no? - fece Tuta, guardandolo con un sorriso di sfida; poi schiuse
la mano in cui teneva i due soldi, e aggiunse: - Ciò questi du' bajocchi soli.
Pe' 'n sordo me lo dai?
Il vecchio scosse il capo, dignitosamente.
- Du' bajocchi? Manco pe' fallo!
- Be', mannaggia a tene! Dammelo. Moro de callo. Er pupo dorme... Tiramo a campà.
Dio pruvede.
Gli diede i due soldi, prese il ventaglino e, tirandosi più giù la rimboccatura
sul petto, cominciò a farsi vento vento vento lì sul seno quasi scoperto, e a
ridere e a guardare, spavalda, con gli occhi lucenti, invitanti, aizzosi, i
soldati che passavano.
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