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II.
- Ebbene? - domandò di nuovo Gabriele Orsani al vecchio commesso, appena uscito
il Vannetti.
- Quella... quella costruzione... giusto adesso, - rispose, quasi balbettando,
il Bertone.
Gabriele s'adirò.
- Quante volte me l'hai detto? Che volevi che facessi, d'altra parte? Rescindere
il contratto, è vero? Ma se per tutti i creditori quella zolfara rappresenta
ancora la speranza della mia solvibilità... Lo so! lo so! Sono state più di
centotrenta mila lire buttate lì, in questo momento, senza frutto... Lo so
meglio di te!... Non mi far gridare.
Il Bertone si passò più volte le mani su gli occhi stanchi; poi, dandosi
buffetti su la manica, dove non c'era neppur l'ombra della polvere, disse piano,
come a se stesso:
- Ci fosse modo, almeno, d'aver danaro per muovere ora tutto quel macchinario,
che... che non è neanche interamente pagato. Ma abbiamo anche le scadenze delle
cambiali alla Banca...
Gabriele Orsani, che s'era messo a passeggiare per lo scrittojo, con le mani in
tasca, accigliato, s'arrestò:
- Quanto?
- Eh... - sospirò il Bertone,
- Eh... - rifece Gabriele; poi, scattando: - Oh, insomma! Dimmi tutto. Parla
franco: è finita? capitombolo? Sia lodata e ringraziata la buona e santa memoria
di mio padre! Volle mettermi qua, per forza: io ho fatto quello che dovevo fare:
tabula rasa: non se ne parli più!
- Ma no, non si disperi, ora... - disse il Bertone, commosso. - Certo lo stato
delle cose... Mi lasci dire!
Gabriele Orsani posò le mani su le spalle del vecchio commesso:
- Ma che vuoi dire, vecchio mio, che vuoi dire? Tremi tutto. Non così, ora;
prima, prima, con l'autorità che ti veniva da codesti capelli bianchi, dovevi
opporti a me, ai miei disegni, consigliarmi allora, tu che mi sapevi inetto agli
affari. Vorresti illudermi, ora, così? Mi fai pietà!
- Che potevo io?... - fece il Bertone, con le lagrime agli occhi.
- Nulla! - esclamò l'Orsani. - E neanche io. Ho bisogno di pigliarmela con
qualcuno, non te ne curare. Ma, possibile? io, io, qua, messo a gli affari? Se
non so vedere ancora quali siano stati, in fondo, i miei sbagli... Lascia
quest'ultimo della costruzione del piano inclinato, a cui mi son veduto
costretto con l'acqua alla gola... Quali sono stati i miei sbagli?
Il Bertone si strinse nelle spalle, chiuse gli occhi e aprì le mani, come per
dire: Che giova adesso?
- Piuttosto, i rimedii... - suggerì con voce opaca, di pianto.
Gabriele Orsani scoppiò di nuovo a ridere.
- Il rimedio lo so! Riprendere il mio vecchio violino, quello che mio padre mi
tolse dalle mani per dannarmi qua, a questo bel divertimento, e andarmene come
un cieco, di porta in porta, a far le sonatine per dare un tozzo di pane ai miei
figliuoli. Che te ne pare?
- Mi lasci dire, - ripeté il Bertone, socchiudendo gli occhi. - Tutto sommato,
se possiamo superare queste prossime scadenze, restringendo, naturalmente,
tutte, tutte le spese (anche quelle... mi scusi!... su, di casa), credo che...
almeno per quattro o cinque mesi potremo far fronte agli impegni. Nel
frattempo...
Gabriele Orsani scrollò il capo, sorrise; poi, traendo un lungo sospiro, disse:
- Fra Tempo è un monaco, vecchio mio, che vuol crearmi illusioni!
Ma il Bertone insistette nelle sue previsioni e uscì dallo scrittojo per finir
di stendere l'intero quadro dei conti.
- Glielo farò vedere. Mi permetta un momento.
Gabriele andò a buttarsi di nuovo su la sedia a sdrajo presso la finestra e, con
le mani intrecciate dietro la nuca, si mise a pensare.
Nessuno ancora sospettava di nulla; ma per lui, ormai, nessun dubbio: qualche
mese ancora di disperati espedienti, e poi il crollo, la rovina.
Da circa venti giorni, non si staccava più dallo scrittojo. Come se lì, dal
palchetto della scrivania, dai grossi libri di cassa, aspettasse al varco
qualche suggerimento. La violenta, inutile tensione del cervello a mano a mano
però, contro ogni sforzo, gli s'allentava, la volontà gli s'istupidiva; ed egli
se ne accorgeva sol quando, alla fine, si ritrovava attonito o assorto in
pensieri alieni, lontani dall'assiduo tormento.
Tornava allora a rimpiangere, con crescente esasperazione, la sua cieca, supina
obbedienza alla volontà del padre, che lo aveva tolto allo studio prediletto
delle scienze matematiche, alla passione per la musica, e gettato lì in quel
torbido mare insidioso dei negozii commerciali. Dopo tanti anni, risentiva ancor
vivo lo strazio che aveva provato nel lasciar Roma. Se n'era venuto in Sicilia
con la laurea di dottore in scienze fisiche e matematiche, con un violino e un
usignuolo. Beata incoscienza! Aveva sperato di potere attendere ancora alla
scienza prediletta, al prediletto strumento, nei ritagli di tempo che i
complicati negozii del padre gli avrebbero lasciato liberi. Beata incoscienza!
Una volta sola, circa tre mesi dopo il suo arrivo, aveva cavato dalla custodia
il violino, ma per chiudervi dentro, come in una degna tomba, l'usignoletto
morto e imbalsamato.
E ancora domandava a se stesso come mai il padre, tanto esperto nelle sue
faccende, non si fosse accorto dell'assoluta inettitudine del figliuolo. Gli
aveva forse fatto velo la passione ch'egli aveva del commercio, il desiderio che
l'antica ditta Orsani non venisse a cessare, e s'era forse lusingato che, con la
pratica degli affari, con l'allettamento dei grossi guadagni, a poco a poco il
figlio sarebbe riuscito ad adattarsi e a prender gusto a quel genere di vita.
Ma perché lagnarsi del padre, se egli si era piegato ai voleri di lui senza
opporre la minima resistenza, senza arrischiar neppure la più timida
osservazione, come a un patto fin dalla nascita stabilito e concluso e ormai non
più discutibile? se egli stesso, proprio per sottrarsi alle tentazioni che
potevano venirgli dall'ideale di vita ben diverso, fin allora vagheggiato, s'era
indotto a prender moglie, a sposar colei che gli era stata destinata da gran
tempo: la cugina orfana, Flavia?
Come tutte le donne di quell'odiato, in cui gli uomini, nella briga, nella
costernazione assidua degli affari rischiosi, non trovavan mai tempo da dedicare
all'amore, Flavia, che avrebbe potuto essere per lui l'unica rosa lì tra le
spine, s'era invece acconciata subito, senza rammarico, come d'intesa, alla
parte modesta di badare alla casa, perché nulla mancasse al marito dei comodi
materiali, quando stanco, spossato, ritornava dalle zolfare o dal banco o dai
depositi di zolfo lungo la spiaggia, dove, sotto il sole cocente, egli aveva
atteso tutto il giorno all'esportazione del minerale.
Morto il padre quasi repentinamente, era rimasto a capo dell'azienda, nella
quale ancora non sapeva veder chiaro. Solo, senza guida, aveva sperato per un
momento di poter liquidare tutto e ritirarsi dal commercio. Ma sì! Quasi tutto
il capitale era impegnato nella lavorazione delle zolfare. E s'era allora
rassegnato ad andare innanzi per quella via, togliendo a guida quel buon uomo
del Bertone, vecchio scritturale del banco, a cui il padre aveva sempre
accordato la massima fiducia.
Che smarrimento sotto il peso della responsabilità piombatagli addosso
d'improvviso, resa anche più grave dal rimorso d'aver messo al mondo tre
figliuoli, minacciati ora dalla sua inettitudine nel benessere, nella vita! Ah
egli, fino allora, non ci aveva pensato: bestia bendata, alla stanga d'una
macina. Era stato sempre doglioso il suo amore per la moglie, pe' figliuoli,
testimonii viventi della sua rinunzia a un'altra vita; ma ora gli attossicava il
cuore d'amara compassione. Non poteva più sentir piangere i bambini o che si
lamentassero minimamente; diceva subito a se stesso: - «Ecco, per causa mia!» -
e tanta amarezza gli restava chiusa in petto, senza sfogo. Flavia non s'era mai
curata nemmeno di cercar la via per entrargli nel cuore; ma forse, nel vederlo
mesto, assorto e taciturno, non aveva mai neppur supposto ch'egli chiudesse in
sé qualche pensiero estraneo a gli affari. Anch'ella forse si rammaricava in
cuor suo dell'abbandono in cui egli la lasciava; ma non sapeva muovergliene
rimprovero, supponendo che vi fosse costretto dalle intricate faccende, dalle
cure tormentose della sua azienda.
E certe sere vedeva la moglie appoggiata alla ringhiera dell'ampio terrazzo
della casa, alle cui mura veniva quasi a battere il mare.
Da quel terrazzo che pareva il cassero d'una nave, ella guardava assorta nella
notte sfavillante di stelle, piena del cupo eterno lamento di quell'infinita
distesa d'acque, innanzi a cui gli uomini avevano con fiducia animosa costruito
le lor piccole case, ponendo la loro vita quasi alla mercé d'altre lontane
genti. Veniva di tanto in tanto dal porto il fischio roco, profondo, malinconico
di qualche vapore che s'apparecchiava a salpare. Che pensava in
quell'atteggiamento? Forse anche a lei il mare, col lamento delle acque
irrequiete, confidava oscuri presagi.
Egli non la richiamava: sapeva, sapeva bene che ella non poteva entrare nel
mondo di lui, giacché entrambi a forza erano stati spinti a lasciar la propria
via. E lì, nel terrazzo, sentiva riempirsi gli occhi di lagrime silenziose.
Così, sempre, fino alla morte, senza nessun mutamento? Nell'intensa commozione
di quelle tetre sere, l'immobilità della condizione della propria esistenza gli
riusciva intollerabile, gli suggeriva pensieri subiti, strani, quasi lampi di
follia. Come mai un uomo, sapendo bene che si vive una volta sola, poteva
acconciarsi a seguire per tutta la vita una via odiosa? E pensava a tanti altri
infelici, costretti dalla sorte a mestieri più aspri e più ingrati. Talvolta, un
noto pianto, il pianto di qualcuno dei figliuoli lo richiamava d'improvviso a
sé. Anche Flavia si scoteva dal suo fantasticare; ma egli si affrettava a dire:
- Vado io! - Toglieva dal lettuccio il bambino e si metteva a passeggiare per la
camera, cullandolo tra le braccia, per riaddormentarlo e quasi per addormentare
insieme la sua pena. A poco a poco, col sonno della creaturina, la notte
diveniva più tranquilla anche per lui; e, rimesso sul lettuccio il bambino, si
fermava un tratto a guardare attraverso i vetri della finestra, nel cielo, la
stella che brillava di più...
Erano passati così nove anni. Sul principio di quest'anno, proprio quando la
posizione finanziaria cominciava a infoscarsi, Flavia s'era messa a eccedere un
po' troppo in certe spese di lusso; aveva voluto anche per sé una carrozza; ed
egli non aveva saputo opporsi.
Ora il Bertone gli consigliava di limitar tutte le spese e anche, anzi
specialmente, quelle di casa.
Certo il dottor Sarti, suo intimo amico fin dall'infanzia, aveva consigliato a
Flavia di cangiar vita, di darsi un po' di svago, per vincere la depressione
nervosa che tanti anni di chiusa, monotona esistenza le avevano cagionato. A
questa riflessione, Gabriele si scosse, si levò dalla sedia a sdrajo e si mise a
passeggiare per lo scrittojo, pensando ora all'amico Lucio Sarti, con un
sentimento d'invidia e con dispetto.
Erano stati insieme a Roma, studenti.
Tanto l'uno che l'altro, allora, non potevano stare un sol giorno senza vedersi;
e, fino a poco tempo addietro, quel legame antico di fraterna amicizia non si
era affatto rallentato. Egli si vietava assolutamente di fondar la ragione di
tal cambiamento su una impressione avuta durante l'ultima malattia d'uno dei
suoi bambini: che il Sarti cioè avesse mostrato esagerate premure per sua
moglie: impressione e null'altro, conoscendo a prova la rigidissima onestà
dell'amico e della moglie.
Era vero e innegabile tuttavia che Flavia s'accordava in tutto e per tutto col
modo di pensare del dottore: nelle discussioni, da qualche tempo molto
frequenti, ella assentiva sempre col capo alle parole di lui, ella che, di
solito, in casa, non parlava mai. Se n'era stizzito. O se ella approvava quelle
idee, perché non gliele aveva manifestate prima? perché non s'era messa a
discutere con lui intorno all'educazione dei figliuoli, per esempio, se
approvava i rigidi criterii del dottore, anziché i suoi? Ed era arrivato
finanche ad accusar la moglie di poco affetto pe' figli. Ma doveva pur dire
così, se ella, stimando in coscienza che egli educasse male i figliuoli, aveva
sempre taciuto, aspettando che un altro ne movesse il discorso.
Il Sarti, del resto, non avrebbe dovuto immischiarsene. Da un pezzo in qua,
pareva a Gabriele che l'amico dimenticasse troppe cose: dimenticasse per esempio
di dover tutto, o quasi tutto, a lui.
Chi, se non lui, infatti, lo aveva sollevato dalla miseria in cui le colpe dei
genitori lo avevano gettato? Il padre gli era morto in galera, per furti; dalla
madre, che lo aveva condotto con sé nella prossima città, era fuggito, non
appena con l'uso della ragione aveva potuto intravedere a quali tristi
espedienti era ricorsa per vivere. Ebbene, egli lo aveva tolto da un misero
caffeuccio in cui s'era ridotto a prestar servizio e gli aveva trovato un
posticino nel banco del padre; gli aveva prestato i suoi libri, i suoi appunti
di scuola, per farlo studiare; gli aveva insomma aperto la via, schiuso
l'avvenire.
E ora, ecco: il Sarti s'era fatto uno stato tranquillo e sicuro col suo lavoro,
con le sue doti naturali, senza dover rinunziare a nulla: era un uomo; mentre
lui... lui, all'orlo di un abisso!
Due colpi all'uscio a vetri, che dava nelle stanze riserbate all'abitazione,
riscossero Gabriele da queste amare riflessioni.
- Avanti, - disse.
E Flavia entrò.
III.
Indossava un vestito azzurro cupo, che pareva dipinto su la flessibile e formosa
persona, alla cui bellezza bionda dava un meraviglioso risalto. Portava in capo
un ricco e pur semplice cappello scuro; si abbottonava ancora i guanti.
- Volevo domandarti, - disse, - se non ti occorreva la carrozza, perchè il bajo
oggi non si può attaccare alla mia.
Gabriele la guardò, come se ella venisse, così elegante e leggera, da un mondo
fittizio, vaporoso, di sogno, dove si parlasse un linguaggio ormai per lui del
tutto incomprensibile.
- Come? - disse. - Perché?
- Mah, pare che l'abbiano inchiodato, poverino. Zoppica da un piede.
- Chi?
- Il bajo, non senti?
- Ah, - fece Gabriele, riscotendosi. - Che disgrazia, perbacco!
- Non pretendo che te ne affligga, - disse Flavia, risentita. - Ti ho domandato
la carrozza. Andrò a piedi.
E s'avviò per uscire.
- Puoi prenderla; non mi serve, - s'affrettò allora a soggiungere Gabriele. -
Esci sola?
- Con Carluccio, Aldo e la Titti sono in castigo.
- Poveri piccini! - sospirò Gabriele, quasi senza volerlo.
Parve a Flavia che questa commiserazione fosse un rimprovero per lei, e pregò il
marito di lasciarla fare.
- Ma sì, sì, se hanno fatto male, - diss'egli allora. - Pensavo che, senza aver
fatto nulla, si sentiranno forse, tra qualche mese, cader sul capo un ben più
grosso castigo.
Flavia si voltò a guardarlo.
- Sarebbe?
- Nulla, cara. Una cosa lievissima, come il velo o una piuma di codesto
cappello. La rovina, per esempio, della nostra casa. Ti basta?
- La rovina?
- La miseria, sì. E peggio forse, per me.
- Che dici?
- Ma sì, fors'anche... Ti fo stupire?
Flavia s'appressò, turbata, con gli occhi fissi sul marito, come in dubbio
ch'egli non dicesse sul serio.
Gabriele, con un sorriso nervoso su le labbra, rispose piano, con calma, alle
trepide domande di lei, come se non si trattasse della propria rovina; poi nel
veder la moglie sconvolta:
- Eh, mia cara! - esclamò. - Se ti fossi curata un tantino di me, se avessi, in
tanti anni, cercato d'intendere che piacere mi procurava questo mio grazioso
lavoro, non proveresti ora tanto stupore. Non tutti i sacrifizi sono possibili.
E quando un pover uomo è costretto a farne uno superiore alle proprie forze...
- Costretto? Chi t'ha costretto? - disse Flavia, interrompendolo, poiché egli
con la voce aveva pigiato su quella parola.
Gabriele guardò la moglie, come frastornato dall'interruzione e
dall'atteggiamento di sfida, ch'ella, dominando ora l'interna agitazione,
assumeva di fronte a lui. Sentì come un rigurgito di bile salirgli alla gola e
inaridirgli la bocca. Riaprendo tuttavia le labbra al sorriso nervoso di prima,
ora più squallido, domandò:
- Spontaneamente, allora?
- Io, no! - soggiunse con forza Flavia, guardandolo negli occhi. - Se per me,
avresti potuto risparmiartelo, codesto sacrifizio. La miseria più squallida io
l'avrei mille volte preferita...
- Sta' zitta! - gridò egli infastidito. - Non lo dire, finché non sai che cosa
sia!
- La miseria? Ma che n'ho avuto io, della vita?
- Ah, tu? E io?
Rimasero un pezzo accesi e vibranti, l'uno di fronte all'altra, quasi sgomenti
del loro odio intimo reciproco, covato per tanti anni nascostamente e scoppiati
ora, all'improvviso, senza la loro volontà.
- Perché dunque ti lagni di me? - riprese Flavia con impeto. - Se io di te non
mi sono mai curata, e tu quando di me? Mi rinfacci ora il tuo sacrificio, come
se non fossi stata sacrificata anch'io, e condannata qua a rappresentare per te
la rinunzia alla vita che tu sognavi! E per me doveva esser questa, la vita? Non
dovevo sognar altro, io? Tu, nessun dovere d'amarmi. La catena che
t'imprigionava qua, a un lavoro forzato. Si può amar la catena? E io dovevo
esser contenta, è vero? che tu lavorassi, e non pretendere altro da te. Non ho
mai parlato. Ma tu mi provochi, ora.
Gabriele s'era nascosto il volto con le mani, mormorando di tratto in tratto: -
Anche questo!... anche questo!... - Alla fine proruppe:
- E anche i miei figli, è vero? verranno qua, adesso, a buttarmi in faccia, come
uno straccio inutile, il mio sacrifizio?
- Tu falsi le mie parole, - rispose ella, scrollando una spalla.
- Ma no! - seguitò Gabriele con foga mordace. - Non merito altro ringraziamento.
Chiamali! Chiamali! Io li ho rovinati; e me lo rinfacceranno con ragione!
- No! - s'affrettò a dir Flavia, intenerendosi per i figliuoli. - Poveri
piccini, non ti rinfacceranno la miseria... no!
Strizzò gli occhi, s'afferrò le mani e le scosse in aria.
- Come faranno? - esclamò. - Cresciuti così...
- Come? - scattò egli. - Senza guida, è vero? Anche questo mi butteranno in
faccia? Va', va' ad imbeccarli! Anche i rimproveri di Lucio Sarti, per giunta?
- Che c'entra Lucio Sarti? - fece Flavia, stordita da quell'improvvisa domanda.
- Ripeti le sue parole, - incalzò Gabriele, pallidissimo, sconvolto. - Non ti
resta che da metterti sul naso le sue lenti da miope.
Flavia trasse un lungo sospiro e, socchiudendo gli occhi con calmo disprezzo,
disse:
- Chiunque sia per poco entrato nell'intimità della nostra casa, ha potuto
accorgersi...
- No, lui! - la interruppe Gabriele, con maggior violenza. - Lui soltanto! lui
che è cresciuto come un aguzzino di se stesso, perché suo padre...
S'arrestò, pentito di ciò che stava per dire, e riprese:
- Non gliene fo carico; ma dico che lui aveva ragione di vivere com'ha vissuto,
vigilando, pauroso, rigido, ogni suo minimo atto: doveva sollevarsi, sotto gli
occhi della gente, dalla miseria, dall'ignominia, in cui lo avevano gettato i
suoi genitori. Ma i miei figliuoli, perché? Perché avrei dovuto essere un
tiranno, io, per i miei figliuoli?
- Chi dice tiranno? - si provò a osservare Flavia.
- Ma liberi, liberi! - proruppe egli. - Io volevo che crescessero liberi i miei
figliuoli, poiché io ero stato dannato qua da mio padre, a questo supplizio! E
come un premio mi ripromettevo, unico premio! di godere della loro libertà,
almeno, procacciata a costo del mio sacrifizio, della mia esistenza spezzata...
inutilmente, ora, inutilmente spezzata...
A questo punto, come se l'orgasmo a mano a mano cresciuto gli si fosse a un
tratto spezzato dentro, egli scoppiò in irrefrenabili singhiozzi; poi, in mezzo
a quel pianto strano, convulso, quasi rabbioso, alzò le braccia tremanti,
soffocato, e s'abbandonò, privo di sensi.
Flavia, smarrita, atterrita, chiamò ajuto. Accorsero dalle stanze del banco il
Bertone e un altro scritturale. Gabriele fu sollevato e adagiato sul canapè,
mentre Flavia, vedendogli il volto soffuso d'un pallore cadaverico e bagnato del
sudore della morte, smaniava, disperata:
- Che ha? che ha? Dio, ma guardi... Ajuto!... Ah, per causa mia!...
Lo scritturale corse a chiamare il dottor Sarti, che abitava lì vicino.
- Per causa mia!... per causa mia!... - ripeteva Flavia.
- No, signora, - le disse il Bertone, tenendo amorosamente un braccio sotto il
capo di Gabriele. - Da stamattina... Ma già, da un pezzo, qua... Povero
figliuolo... Se lei sapesse!
- So! So!
- E che vuole, dunque? Per forza!
Intanto urgeva, urgeva un rimedio. Che fare? Bagnargli le tempie? Sì... ma
meglio forse un po' d'etere. Flavia sonò il campanello; accorse un cameriere:
- L'etere! la boccetta dell'etere: su, presto!
- Che colpo... che colpo, povero figliuolo! - si rammaricava piano il Bertone,
contemplando tra le lagrime il volto del padrone.
- La rovina... proprio? - gli domandò Flavia, con un brivido.
- Se m'avesse dato ascolto!... - sospirò il vecchio commesso. Ma egli, poverino,
non era nato per stare qui...
Ritornò di corsa il cameriere, con la boccetta dell'etere.
- Nel fazzoletto?
- No: meglio nella stessa boccetta! Qua... qua... - suggerì il Bertone. - Vi
metta il dito su... così, che possa aspirare pian piano...
Sopravvenne poco dopo, ansante, Lucio Sarti, seguito dallo scritturale.
Alto, dall'aspetto rigido, che toglieva ogni grazia alla fine bellezza dei
lineamenti quasi femminili, il Sarti portava, molto aderenti a gli occhi acuti,
un pajo di piccole lenti. Quasi senza notare la presenza di Flavia, egli scostò
tutti, e si chinò a osservare Gabriele; poi, rivolto a Flavia che affollava di
domande e d'esclamazioni la sua ansia angosciosa, disse con durezza:
- Non fate così, vi prego. Lasciatemi ascoltare.
Scoprì il petto del giacente, e vi poggiò l'orecchio, dalla parte del cuore.
Ascoltò un pezzo; poi si sollevò, turbato, e si tastò in petto, come per cercare
nelle tasche interne qualcosa.
- Ebbene? - chiese ancora Flavia.
Egli trasse lo stetoscopio, e domandò:
- C'è caffeina, in casa?
- No... io non so, - s'affrettò a rispondere Flavia. - Ho mandato a prender
l'etere...
- Non giova.
S'appressò alla scrivania, scrisse una ricetta, la porse allo scritturale.
- Ecco. Presto.
Subito dopo, anche il Bertone fu spedito di corsa alla farmacia per una
siringhetta da iniezioni, che il Sarti non aveva con sé.
- Dottore... - supplicò Flavia.
Ma il Sarti, senza darle retta, s'appressò di nuovo al canapè. Prima di chinarsi
a riascoltare il giacente, disse, senza voltarsi:
- Fate disporre per portarlo su.
- Va', va'! - ordinò Flavia al cameriere: poi, appena uscito questi, afferrò per
un braccio il Sarti e gli domandò, guardandolo negli occhi: - Che ha? È grave?
Voglio saperlo!
- Non lo so bene ancora neanche io, - rispose il Sarti con calma forzata.
Poggiò lo stetoscopio sul petto del giacente e vi piegò l'orecchio per
ascoltare. Ve lo tenne a lungo, a lungo, serrando di tratto in tratto gli occhi,
contraendo il volto, come per impedirsi di precisare i pensieri, i sentimenti
che lo agitavano, durante quell'esame. La sua coscienza turbata, sconvolta da
ciò che percepiva nel cuore dell'amico, era in quel punto incapace di riflettere
in sé quei pensieri e quei sentimenti, né egli voleva che vi si riflettessero,
come se ne avesse paura.
Quale un febbricitante che, abbandonato al bujo, in una camera, senta
d'improvviso il vento sforzar le imposte della finestra, rompendone con fracasso
orribile i vetri, e si trovi d'un tratto smarrito, vaneggiante, fuor del letto,
contro i lampi e la furia tempestosa della notte, e pur tenti con le deboli
braccia di richiudere le imposte; egli cercava d'opporsi affinché il pensiero
veemente dell'avvenire, la luce sinistra d'una tremenda speranza non
irrompessero in lui, in quel momento: quella stessa speranza, di cui tanti e
tanti anni addietro, liberatosi dall'incubo orrendo della madre, lusingato
dall'incoscienza giovanile, s'era fatta come una meta luminosa, alla quale gli
era parso d'aver qualche diritto d'aspirare per tutto quello che gli era toccato
soffrire senza sua colpa. Allora, ignorava che Flavia Orsani, la cugina del suo
amico e benefattore, fosse ricca, e che il padre di lei, morendo, avesse
affidato al fratello le sostanze della figliuola: la credeva un'orfana accolta
per carità in casa dello zio. E dunque, forte della testimonianza di ogni atto
della sua vita, intesa tutta a cancellare il marchio d'infamia che il padre e la
madre gli avevano inciso su la fronte; quando sarebbe ritornato in paese, con la
laurea di medico, e si sarebbe formata un'onesta posizione, non avrebbe potuto
chiedere agli Orsani, in prova dell'affetto che gli avevano sempre dimostrato,
la mano di quell'orfana, di cui già si lusingava di goder la simpatia? Ma
Flavia, poco dopo il ritorno di lui dagli studii, era diventata moglie di
Gabriele, a cui egli, è vero, non aveva mai dato alcun motivo di sospettare il
suo amore per la cugina. Sì; ma gliel'aveva pur tolta; e senza fare la propria
felicità, né quella di lei. Ah, non per lui soltanto quelle nozze, ma per se
stesse erano state un delitto; datava da allora la sciagura di tutti e tre. Per
tanti anni, come se nulla fosse stato, egli aveva assistito in qualità di
medico, in ogni occasione, la nuova famigliuola dell'amico, celando sotto una
rigida maschera impassibile lo strazio che la triste intimità di quella casa
senza amore gli cagionava, la vista di quella donna abbandonata a se stessa, che
pur dagli occhi lasciava intendere quale tesoro d'affetti serbasse in cuore, non
richiesti e neppur forse sospettati dal marito; la vista di quei bambini che
crescevano senza guida paterna. E si era negato perfino di scrutar negli occhi
di Flavia o d'avere da qualche parola di lei un cenno fuggevole, una prova anche
lieve che ella, da fanciulla, si fosse accorta dell'affetto che gli aveva
ispirato. Ma questa prova, non cercata, non voluta, gli s'era offerta da sé in
una di quelle occasioni, in cui la natura umana spezza e scuote ogni
imposizione, infrange ogni freno sociale e si scopre qual è, come un vulcano che
per tanti inverni si sia lasciato cader neve e neve e neve addosso, a un tratto
rigetta quel gelido mantello e scopre al sole le fiere viscere infocate. E
l'occasione era stata appunto la malattia del bambino. Tutto immerso negli
affari, Gabriele non aveva neppur sospettato la gravità del male e aveva
lasciato sola la moglie a trepidare per la vita dei figliuolo; e Flavia in un
momento di suprema angoscia, quasi delirante, aveva parlato, s'era sfogata con
lui, gli aveva lasciato intravedere che ella aveva tutto compreso, sempre,
sempre, fin dal primo momento.
E ora?
- Ditemi, per carità, dottore! - insistette Flavia, esasperata, nel vederlo così
sconvolto e taciturno. È grave assai?
- Sì, - rispose egli, cupo, bruscamente.
- Il cuore? Che male? Così all'improvviso? Ditemelo!
- Vi giova saperlo? Termini di scienza: che c'intendereste?
Ma ella volle sapere.
- Irreparabile? - chiese poi.
Egli si tolse le lenti, strizzò gli occhi, poi esclamò:
- Ah, non così, non così, credetemi! Vorrei potergli dare la mia vita.
Flavia diventò pallidissima; guardò il marito, e disse più col cenno che con la
voce:
- Tacete.
- Voglio che lo sappiate, - aggiunse egli. - Ma già m'intendete, non è vero?
Tutto, tutto quello che mi sarà possibile... Senza pensare a me, a voi...
- Tacete, - ripeté ella, come inorridita.
Ma egli seguitò:
- Abbiate fiducia in me. Non abbiamo nulla da rimproverarci. Del male ch'egli mi
fece, non ha sospetto, e non ne avrà. Avrà tutte le cure che potrà prestargli
l'amico più devoto.
Flavia, ansante, vibrante, non staccava gli occhi dal marito.
- Si riscuote! - esclamò a un tratto.
Il Sarti si volse a guardare.
- No...
- Sì, s'è mosso, - aggiunse ella piano.
Rimasero un pezzo sospesi, a spiare. Poi egli si accostò al canapè, si chinò sul
giacente, gli prese il polso e chiamò:
- Gabriele... Gabriele...
IV.
Pallido, ancora un po' affannato per tutti i respiri che s'era affrettato a
trarre appena rinvenuto, Gabriele pregò la moglie di andarsene.
- Non mi sento più nulla. Prendi, prendi la carrozza e vai pure a passeggio, -
disse, per rassicurarla. - Voglio parlare con Lucio. Va'.
Flavia, per non dargli sospetto della gravità del male, finse d'accettar
l'invito; gli raccomandò tuttavia di non agitarsi troppo, salutò il dottore e
rientrò in casa.
Gabriele rimase un pezzo assorto, guardando la bussola per cui ella era uscita;
poi si recò una mano al petto, sul cuore, e seguitando a tener fissi gli occhi,
mormorò:
- Qua, è vero? Tu mi hai ascoltato... Io... Che cosa buffa! Mi pareva che quel
signor... come si chiama?... Lapo, sì: quell'ometto dall'occhio di vetro, mi
tenesse legato, qua; e non potevo svincolarmi; tu ridevi e dicevi:
Insufficienza... è vero?... insufficienza delle valvole aortiche...
Lucio Sarti, nel sentir proferire quelle parole da lui dette a Flavia, allibì.
Gabriele si scosse, si voltò a guardarlo e sorrise:
- T'ho sentito, sai?
- Che... che hai sentito? - balbettò il Sarti, con un sorriso squallido su le
labbra, dominandosi a stento.
- Quello che hai detto a mia moglie, - rispose, calmo, Gabriele, fissando di
nuovo gli occhi, senza sguardo. - Vedevo... mi pareva di vedere, come se avessi
gli occhi aperti... sì! Dimmi, ti prego, - aggiunse, riscotendosi, - senza
ambagi, senza pietose bugie: quanto posso vivere ancora? Quanto meno, tanto
meglio.
Il Sarti lo spiava, oppresso di stupore e di sgomento, turbato specialmente da
quella calma. Ribellandosi con uno sforzo supremo all'angoscia che lo
istupidiva, scattò.
- Ma che ti salta in mente?
- Un'ispirazione! - esclamò Gabriele, con un lampo negli occhi. - Ah, perdio!
E sorse in piedi. Si recò ad aprir l'uscio che dava nella stanza del banco e
chiamò il Bertone.
- Senti, Carlo: se tornasse quell'ometto che è venuto stamattina, fallo
aspettare. Anzi manda subito a chiamarlo, o meglio: va' tu stesso! Subito, eh?
Richiuse l'uscio e si voltò a guardare il Sarti, stropicciandosi le mani,
allegramente:
- Me l'hai mandato tu. Ah, l'acciuffo per quei capelli svolazzanti e lo pianto
qua, tra me e te. Dimmi, spiegami subito come si fa. Voglio assicurarmi. Tu sei
il medico della Compagnia, è vero?
Lucio Sarti, angosciato dal dubbio tremendo che l'Orsani avesse inteso tutto
quello ch'egli aveva detto a Flavia, rimase stordito a quella subitanea
risoluzione; gli parve senza nesso, ed esclamò, sollevato per il momento da un
gran peso:
- Ma è una pazzia!
- No, perché? - rispose, pronto, Gabriele. - Posso pagare, per quattro o cinque
mesi. Non vivrò più a lungo, lo so!
- Lo sai? - fece il Sarti, forzandosi a ridere. - E chi ti ha prescritto i
termini così infallibilmente? Va' là! va' là!
Rinfrancato, pensò che fosse una gherminella per fargli dire quel che pensasse
della sua salute. Ma Gabriele, assumendo un'aria grave, si mise a parlargli del
suo prossimo crollo inevitabile. Il Sarti sentì gelarsi. Ora vedeva il nesso e
la ragione di quella risoluzione improvvisa, e si sentì preso al laccio, a una
terribile insidia, ch'egli stesso, senza saperlo, si era tesa quella mattina,
inviando all'Orsani quell'ispettore della Compagnia d'Assicurazione, di cui era
il medico. Come dirgli, adesso, che non poteva in coscienza prestarsi ad
ajutarlo, senza fargli intendere nello stesso tempo la disperata gravità del
male, che gli s'era così d'un colpo rivelato?
- Ma tu, col tuo male, - disse, - puoi vivere ancora a lungo, a lungo, mio caro,
purché t'abbi un po' di riguardo...
- Riguardo? Come? - gridò Gabriele. - Son rovinato, ti dico! Ma tu ritieni che
io possa vivere ancora a lungo? Bene. E allora, se è vero questo, non avrai
difficoltà...
- E i tuoi calcoli allora? - osservò il Sarti con un sorriso di soddisfazione, e
aggiunse, quasi per il piacere di chiarire a se stesso quella felice scappatoja,
che gli era balenata all'improvviso: - Se dici che per tre o quattro mesi
soltanto potresti far fronte...
Gabriele rimase un po' sopra pensiero.
- Bada, Lucio! Non ingannarmi, non mettermi davanti questa difficoltà per
avvilirmi, per non farmi commettere un'azione che tu disapprovi, è vero? e a cui
non vorresti partecipare, sia pure con poca o nessuna tua responsabilità...
- T'inganni! - scappò detto al Sarti.
Gabriele sorrise allora amaramente.
- Dunque è vero, - disse, - dunque tu sai che io sono condannato, tra poco,
forse prima ancora del tempo calcolato da me. Ma già, ti ho sentito. Basta,
dunque! Si tratta ora di salvare i miei figliuoli. E li salverò! Se
m'ingannassi, non dubitare, saprei procurarmi a tempo la morte, di nascosto.
Lucio Sarti si alzò, scrollando le spalle, e cercò con gli occhi il cappello.
- Vedo che tu non ragioni, mio caro. Lascia che me ne vada.
- Non ragiono? - disse Gabriele, trattenendolo per un braccio. - Vieni qua! Ti
dico che si tratta di salvare i miei figliuoli! Hai capito?
- Ma come vuoi salvarli? Vuoi salvarli sul serio, così?
- Con la mia morte.
- Pazzie! Ma scusa, vuoi ch'io stia qua a sentir codesti discorsi?
- Sì - disse con violenza Gabriele, senza lasciargli il braccio. - Perché tu
devi ajutarmi.
- A ucciderti? - domandò il Sarti, con tono derisorio.
- No: a questo, se mai, ci penserò io...
- E allora... a ingannare? a... a rubare, scusa?
- Rubare? A chi rubo? Rubo per me? Si tratta d'una Società esposta per se stessa
al rischio di siffatte perdite... Lasciami dire! Quel che perde con me, lo
guadagnerà con cento altri. Ma chiamalo pur furto... Lascia fare! Ne renderò
conto a Dio. Tu non c'entri.
- T'inganni! - ripeté con più forza il Sarti.
- Viene forse a te quel danaro? - gli domandò allora Gabriele, figgendogli gli
occhi negli occhi. - L'avrà mia moglie e quei tre poveri innocenti. Quale
sarebbe la tua responsabilità?
D'un tratto, sotto lo sguardo acuto dell'Orsani, Lucio Sarti comprese tutto:
comprese che Gabriele aveva bene udito e che si frenava ancora perché voleva
prima raggiungere il suo scopo: porre cioè un ostacolo insormontabile fra lui e
la moglie, facendolo suo complice in quella frode. Egli, infatti, medico della
Compagnia, dichiarando ora sano Gabriele, non avrebbe poi potuto far più sua
Flavia, vedova, a cui sarebbe venuto il premio dell'assicurazione, frutto del
suo inganno. La Società avrebbe agito, senza dubbio, contro di lui. Ma perché
tanto e così feroce odio fin oltre la morte? Se egli aveva udito, doveva pur
sapere che nulla, nulla aveva da rimproverare né a lui, né alla moglie. Perché,
dunque?
Sostenendo lo sguardo dell'Orsani, risoluto a difendersi fino all'ultimo, gli
domandò con voce mal ferma:
- La mia responsabilità, tu dici, di fronte alla Compagnia?
- Aspetta! - riprese Gabriele, come abbagliato dall'efficacia stringente del suo
ragionamento. - Devi pensare che io sono tuo amico da prima assai che tu
diventassi il medico di codesta Compagnia. È vero?
- È vero... ma... - balbettò Lucio.
- Non turbarti! Non voglio rinfacciarti nulla; ma solo farti osservare che tu,
in questo momento, in queste condizioni, pensi, non a me, come dovresti, ma alla
Compagnia...
- Al mio inganno! - replicò il Sarti, fosco.
- Tanti medici s'ingannano! - ribatté subito Gabriele. - Chi te ne può accusare?
Chi può dire che in questo momento io non sia sano? Vendo salute! Morrò di qui a
cinque o sei mesi. Il medico non può prevederlo. Tu non lo prevedi. D'altra
parte, il tuo inganno, per te, per la tua coscienza, è carità d'amico.
Annichilito, col capo chino, il Sarti si tolse le lenti, si stropicciò gli
occhi; poi, losco, con le palpebre semichiuse, tentò con voce tremante l'estrema
difesa:
- Preferirei - disse, - dimostrartela altrimenti, questa che tu chiami carità
d'amico.
- E come?
- Ricordi dove morì mio padre e perché?
Gabriele lo guatò, stordito; bisbigliò tra sé:
- Che c'entra?
- Tu non sei al mio posto, - rispose il Sarti, risoluto, aspro, rimettendosi le
lenti. - Non puoi giudicarne. Ricordati come sono cresciuto. Ti prego, lasciami
agire correttamente, senza rimorsi.
- Non capisco, - rispose Gabriele con freddezza, - che rimorso potrebbe essere
per te l'aver beneficato i miei figliuoli...
- Col danno altrui?
- Io non l'ho cercato.
- Sai di farlo!
- So qualche altra cosa che mi sta più a cuore e che dovrebbe stare a cuore
anche a te. Non c'è altro rimedio! Per un tuo scrupolo, che non può essere anche
mio ormai, vuoi che rigetti questo mezzo che mi si offre spontaneo, quest'ancora
che tu, tu stesso m'hai gettata?
S'appressò all'uscio, ad origliare, facendo cenno al Sarti di non rispondere.
- Ecco, è venuto!
- No, no, è inutile, Gabriele! - gridò allora il Sarti, risolutamente. - Non
costringermi!
L'Orsani lo afferrò per un braccio:
- Bada, Lucio! È l'ultima mia salvezza.
- Non questa, non questa! - protestò il Sarti. - Senti, Gabriele: Quest'ora sia
sacra per noi. Io ti prometto che i tuoi figliuoli...
Ma Gabriele non lo lasciò finire:
- L'elemosina? - disse, con un ghigno.
- No! - rispose Lucio, pronto. - Renderei a loro quel che m'ebbi da te!
- A qual titolo? Come vorresti provvedere ai miei figliuoli? Tu? Hanno una
madre! A qual titolo? Non di semplice gratitudine, è vero? Tu menti! Per altro
fine ti ricusi, che non puoi confessare.
Così dicendo, lo afferrò per le spalle e lo scosse, intimandogli di parlar piano
e domandandogli fino a che punto avesse osato ingannarlo. Il Sarti tentò di
svincolarsi, difendendo dall'atroce accusa sé e Flavia e rifiutandosi ancora di
cedere a quella violenza.
- Voglio vederti! - ruggì a un tratto fra i denti l'Orsani.
D'un balzo aprì l'uscio e chiamò il Vannetti, mascherando subito l'estrema
concitazione con una tumultuosa allegria:
- Un premio, un premio, - gridò, investendo l'ometto cerimonioso, - un grosso
premio, signor ispettore, all'amico nostro, al nostro dottore, che non è
soltanto il medico della Compagnia, ma il suo più eloquente avvocato. M'ero
quasi pentito; non volevo saperne... Ebbene, lui, lui mi ha persuaso, mi ha
vinto... Gli dia, gli dia subito da firmare la dichiarazione medica: ha premura,
deve andar via. Poi noi stabiliremo il quanto e il come...
Il Vannetti, felicissimo, tra uno scoppiettio di esclamazioni ammirative e di
congratulazioni, trasse dalla cartella un modulo a stampa, e ripetendo: -
Formalità... formalità... - lo porse a Gabriele.
- Ecco, scrivi, - disse questi, rimettendo il modulo al Sarti, che assisteva
come trasognato a quella scena e vedeva ora in quell'omiciattolo sbricio, quasi
artefatto, estremamente ridicolo, la personificazione del suo sconcio destino.
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