|
NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "SCIALLE NERO"
Pubblicato nel 1922, è il primo volume delle Novelle per un anno.
Raccoglie
novelle già pubblicate fra il 1894 ed il 1920, ambientate in parte in Sicilia in
parte a Roma. |
|
|
|
|
|
|
7. Visto che non piove... - (Tonache di Montelusa) (1915)
Raccolta «Erba del nostro orto»,
Studio editoriale lombardo, Milano 1915. Ristampa di Facchi, Milano 1915.
Montelusa probabilmente è Girgenti.
|
|
Era ogni anno una sopraffazione
indegna, una sconcia prepotenza di tutto il contadiname di Montelusa contro i
poveri canonici della nostra gloriosa Cattedrale.
La statua della SS. Immacolata, custodita tutto l'anno dentro un armadio a muro
nella sagrestia della chiesa di S. Francesco d'Assisi, il giorno otto dicembre,
tutta parata d'ori e di gemme, col manto azzurro di seta stellato d'argento,
dopo le solenni funzioni in chiesa, era condotta sul fercolo in processione per
le erte vie di Montelusa, tra le vecchie casupole screpolate, pigiate, quasi
l'una sull'altra; su, su, fino alla Cattedrale in cima al colle; e lì lasciata,
la sera, ospite del patrono S. Gerlando.
Nella Cattedrale, la SS. Immacolata avrebbe dovuto rimanere dalla sera del
giovedì alla mattina della domenica: due giorni e mezzo. Ma ormai, per
consuetudine, parendo troppo breve questo tempo, si lasciava stare per quella
prima domenica dopo la festa, e si aspettava la domenica seguente per ricondurla
con una nuova e più pomposa processione alla chiesa di S. Francesco.
Se non che, quasi ogni anno avveniva che il trasporto, quella seconda domenica,
non si potesse fare per il cattivo tempo e si dovesse rimandare a un'altra
domenica; e, di domenica in domenica, talvolta per più mesi di seguito.
Ora, questo prolungamento d'ospitalità, per se stesso, non sarebbe stato niente,
se la SS. Immacolata non avesse goduto per antichissimo privilegio d'una
prebenda durante tutto il tempo della sua permanenza alla Cattedrale. Per tutti
i giorni che la SS. Immacolata vi stava, era come se nel Capitolo ci fosse un
canonico in più: tirava, su le esequie e su tutto, proprio quando un canonico; e
i deputati della Congregazione sorvegliavano con tanto d'occhi perché nulla Le
fosse detratto di quanto Le spettava, affinché più splendida, anche coi frutti
di quella prebenda, potesse ogni anno riuscire la festa in Suo onore. |
|
Questo, oltre a tutte le altre spese
che gravavano sul Capitolo per quella permanenza; spese e fatiche: cioè,
funzioni ogni giorno, ogni giorno predica, e spari di mortaretti e di razzi e,
anche per il povero sagrestano, lunghe scampanate tutte le mattine e tutte le
sere.
Forse, per amore della SS. Vergine, i canonici della Cattedrale avrebbero
sopportato in pace e sottrazione e spese e fatiche, se nel contadiname di
Montelusa non si fosse radicata la credenza che la SS. Immacolata volesse
rimanere nella Cattedrale uno e due mesi a loro marcio dispetto; e che essi ogni
anno pregassero a mani giunte il cielo che non piovesse almeno la domenica che
si doveva fare il trasporto.
Giusto in quel tempo accadeva che i contadini per i loro seminati non fossero
mai paghi dell'acqua che il cielo mandava; e se davvero qualche anno non
pioveva, ecco che la colpa era dei canonici della Cattedrale, a cui non pareva
l'ora di levarsi d'addosso la SS. Immacolata.
Ebbene, a lungo andare e a furia di sentirselo ripetere, i canonici della
Cattedrale in verità s'erano presi a dispetto, non propriamente la Vergine, ma
quegli zotici villanacci, e più quei mezzi signori della Congregazione che, non
contenti di tener desta nell'animo dei contadini quella sconcia credenza del
loro dispetto per la Vergine, spingevano la tracotanza fino a spedirne tre o
quattro ogni sabato, sul far della sera, tra i più sfrontati, su alla piazza
innanzi alla Cattedrale, con l'incarico di mettersi a passeggiare con le mani
dietro la schiena e il naso all'aria, in attesa che uno del Capitolo uscisse
dalla chiesa, per domandargli con un riso scemo su le labbra:
- Scusi, signor Canonico, che prevede? pioverà o non pioverà domani?
Era, come si vede, anche un'intollerabile irriverenza.
Monsignor Partanna avrebbe dovuto farla cessare a ogni costo. Tanto più ch'era
notorio a tutti che quei fratelloni della Congregazione, nella frenesia di far
denari comunque, arrivavano fino a speculare indegnamente su la Madonna,
mettendo anche in pegno alla banca cattolica di San Gaetano gli ori, le gemme e
finanche il manto stellato, che la Madonna aveva ricevuto in dono dai fedeli
divoti.
Monsignor Vescovo avrebbe dovuto ordinare che il ritorno della SS. Immacolata
alla chiesa di San Francesco non andasse mai oltre la seconda domenica dopo la
festa, comunque fosse il tempo, piovesse o non piovesse. Tanto, non c'era
pericolo che si bagnasse sotto il magnifico baldacchino sorretto a turno dai
seminaristi di più robusta complessione.
Erano invece le donne dei contadini, le femmine dei popolo - o come ripetevano i
reverendi canonici del Capitolo - le sgualdrinelle, le sgualdrinelle, che
avevano paura di bagnarsi; e dicevano la Vergine! Non volevano sciuparsi gli
abiti di seta, con cui si paravano per quella processione dando uno spettacolo
di sacrilega vanità atteggiate tutte come la SS. Immacolata, con le mani un po'
levate e aperte innanzi al seno, piene d'anelli in tutte le dita, con lo scialle
di seta appuntato con gli spilli alle spalle, gli occhi volti al cielo, e tutti
i pendagli e tutti i lagrimoni degli orecchini e delle spille e dei
braccialetti, ciondolanti a ogni passo.
Ma Monsignor Vescovo non se ne voleva dar per inteso.
Forse, ora ch'era vecchio e cadente, aveva paura di bagnarsi anche lui e di
prendere un malanno, seguendo a capo scoperto il fercolo, sotto la pioggia; e
poco gl'importava che il povero vicario capitolare, Monsignor Lentini, fosse
ridotto, quell'anno, per le tante prediche, una al giorno, sempre su lo stesso
argomento, in uno stato da far compassione finanche alle panche della chiesa.
Erano già undici domeniche, undici, dall'otto dicembre, che il pover uomo,
levando il capo dal guanciale, chiedeva con voce lamentosa alla Piconella, sua
vecchia casiera, la quale ogni mattina veniva a recargli a letto il caffè:
- Piove?
E la Piconella non sapeva più come rispondergli. Perché pareva veramente che il
tempo si fosse divertito a straziare quel brav'uomo con una incredibile
raffinatezza di crudeltà. Qualche domenica era aggiornato sereno, e allora la
Piconella era corsa tutta esultante a darne l'annunzio al suo Monsignor Vicario:
- Il sole, il sole! Monsignor Vicario, il sole!
E il sagrestano della Cattedrale dàgli a sonare a festa le campane, din don dan,
din don dan, ché certo la SS. Immacolata quella mattina, prima di mezzogiorno,
se ne sarebbe andata via.
Se non che, quando già alla piazza della Cattedrale era cominciata ad affluir la
gente per la processione e s'era finanche aperta la porta di ferro su la
scalinata presso il seminario, donde la SS. Vergine soleva uscire ogni anno, e
dal seminario erano arrivati a due a due in lungo ordine i seminaristi parati
coi camici trapunti, e tutt'in giro alla piazza erano stati disposti i
mortaretti, ecco sopravvenire in gran furia dal mare fra lampi e tuoni una nuova
burrasca.
Il sagrestano, dàgli di nuovo a sonar tutte le campane per scongiurarla, sul
fermento della folla che s'era messa intanto a protestare, indignata perché
sotto quella incombente minaccia del tempo i canonici volessero mandar via a
precipizio la Madonna.
E fischi e urli e invettive sotto il palazzo vescovile, finché Monsignor
Vescovo, per rimettere la calma, non aveva fatto annunziare da uno de' suoi
segretarii che la processione era rimandata alla domenica seguente, tempo
permettendo.
Per ben cinque domeniche su undici s'era ripetuta questa scena.
Inizio pagina

|
|
Quell'undicesima domenica, appena la piazza fu sgombra, tutti i canonici del
Capitolo irruppero furenti nella casa del vicario capitolare, Monsignor Lentini.
A ogni costo, a ogni costo bisognava trovare un rimedio contro quella
soperchieria brutale!
Il povero vicario capitolare si reggeva la testa con le mani e guardava tutti in
giro come se fosse intronato.
S'erano avventati contro lui, più che contro gli altri, i fischi, gli urli, le
minacce della folla. Ma non era intronato per questo il povero vicario
capitolare. Dopo undici settimane, un'altra settimana di prediche su la SS.
Immacolata! In quel momento il pover uomo non poteva pensare ad altro, e a
questo pensiero, si sentiva proprio levar di cervello.
Il rimedio lo trovò Monsignor Landolina, il rettore terribile del Collegio degli
Oblati. Bastò che egli proferisse un nome, perché d'improvviso si sedasse
l'agitazione di tutti quegli animi.
- Il Mèola! Qua ci vuole il Mèola! Amici miei, bisogna ricorrere al Mèola!
Marco Mèola, il feroce tribuno anticlericale, che quattr'anni addietro aveva
giurato di salvar Montelusa da una temuta invasione di padri Liguorini, aveva
ormai perduto ogni popolarità. Perché, pur essendo vero da una parte che il
giuramento era stato mantenuto, non era men vero dall'altra che i mezzi
adoperati e le arti che aveva dovuto usare per mantenerlo, e poi quel ratto, e
poi la ricchezza che glien'era derivata, non erano valsi a dar credito alla
dimostrazione ch'egli voleva fare, che il suo, cioè, era stato un sacrifizio
eroico. Se la nipote di Monsignor Partanna, infatti, la educanda rapita, era
brutta e gobba, belli e ballanti e sonanti erano i denari della dote che il
Vescovo era stato costretto a dargli; e, in fondo, i pezzi grossi del clero
montelusano, ai quali non era mai andata a sangue quella promessa del loro
Vescovo di far tornare i padri Liguorini, se non amici apertamente, avevano di
nascosto, anche dopo quella scappata, anzi appunto per quella scappata,
seguitato a veder di buon occhio Marco Mèola.
Tuttavia, ora, a costui doveva senza dubbio piacere che, senza rischio di
guastarsi coi segreti amici, gli si offrisse un'occasione per riconquistar la
stima degli antichi compagni, il prestigio perduto di tribuno anticlericale.
Orbene, bisognava mandar furtivamente al Mèola due fidati amici a proporgli a
nome dell'intero Capitolo di tenere per la ventura domenica una conferenza
contro le feste religiose in genere, contro le processioni sacre in ispecie,
togliendo a pretesto i deplorati disordini delle scorse domeniche, quegli urli,
quei fischi, quelle minacce del popolo per impedire il trasporto della SS.
Immacolata dalla Cattedrale alla chiesa di S. Francesco.
Sparso per tutto il paese con molto rumore l'annunzio di quella conferenza, si
sarebbe facilmente indotto il Vescovo a pubblicare un'indignata protesta contro
la patente violazione che della libertà del culto avevano in animo di tentare i
liberali di Montelusa, nemici della fede, e un invito sacro a tutti i fedeli
della diocesi perché la ventura domenica, con qualunque tempo, piovesse o non
piovesse, si raccogliessero nella piazza della Cattedrale a difendere da ogni
possibile ingiuria la venerata immagine della SS. Immacolata.
Questa proposta di Monsignor Landolina fu accolta e approvata unanimemente dai
canonici del Capitolo.
Solo quel sant'uomo del vicario, Monsignor Lentini, osò invitare i colleghi a
considerare se non fosse imprudente sollevar disordini anche dall'altra parte,
andare a stuzzicar quel vespajo. Ma, suggeritagli l'idea che da quella
conferenza del Mèola avrebbe tratto argomento di predica per la settimana
ventura contro l'intolleranza che voleva impedire ai fedeli di manifestare la
propria divozione alla Vergine, con parecchi: - «Capisco, ma... capisco, ma...»
- alla fine si arrese.
La trovata di Monsignor Landolina ebbe un effetto di gran lunga superiore a
quello che gli stessi canonici del Capitolo se ne ripromettessero.
Dopo quattr'anni di silenzio, Marco Mèola si scagliò in piazza con le furie d'un
leone affamato. Dopo due giorni di vociferazioni nel circolo degli impiegati
civili, nel caffè di Pedoca, riuscì a promuovere una tale agitazione, che
Monsignor Vescovo fu costretto veramente a rispondere con una fierissima
pastorale e, nell'invito sacro, chiamò a raccolta per la ventura domenica non
solo tutti i fedeli di Montelusa ma anche quelli dei paesi vicini.
«Piova pure a diluvio,» concludeva l'invito, «noi siamo sicuri che la più fiera
tempesta non smorzerà d'un punto il vostro sacro e fervidissimo ardore. Piova
pure a diluvio, domenica ventura la SS. Immacolata uscirà dalla nostra gloriosa
Cattedrale, e scortata e difesa da tutti i fedeli della Diocesi, la SS. Ospite
rientrerà nella sua sede.»
Ma, neanche a farlo apposta, quella dodicesima domenica recò, dopo tanta e così
lunga intemperie, il riso della primavera, il primo riso, e con tale dolcezza,
che ogni turbolenza cadde d'un tratto, come per incanto, dagli animi.
Al suono festivo delle campane, nell'aria chiara, tutti i Montelusani uscirono a
inebriarsi del voluttuoso tepore del primo sole della nuova stagione; ed era su
tutte le labbra un liquido sorriso di beatitudine e in tutte le membra un
delizioso languore, un'accorata voglia d'abbandonarsi in cordiali abbracci
fraterni.
Allora il vicario capitolare Monsignor Lentini, che dal lunedì al sabato di
quella dodicesima settimana aveva dovuto fare altre sei prediche su la SS.
Immacolata, con un filo di voce chiamò attorno a sé i canonici del Capitolo e
domandò loro, se non si potesse in qualche modo impedire lo scandalo ormai
inutile di quella conferenza anticlericale del Mèola, per cui si sentiva come
una spina nel cuore.
Si poteva esser certi che né per quel giorno sarebbe piovuto, né più per mesi.
Non poteva il Mèola darsi per ammalato e rimandar la conferenza ad altro tempo,
all'anno venturo magari, per la seconda domenica di pioggia dopo l'otto
dicembre?
- Eh già! Sicuro! - riconobbero subito i canonici. - Così il rimedio non
andrebbe sciupato!
I due fidati amici dell'altra volta furono rimandati in gran fretta dal Mèola.
Un raffreddore, una costipazione, un attacco di gotta, un improvviso
abbassamento di voce:
- Visto che non piove...
Il Mèola recalcitrò, inferocito. Rinunziare? rimandare? Ah no, perdio, si
pretendeva troppo da lui, ora ch'era riuscito a riacciuffare il favore dei
liberali di Montelusa!
- Va bene, - gli dissero quei due amici. - Se pioveva... Ma visto che non
piove...
- Visto che non piove, - tuonò il Mèola - il signor Prefetto della provincia che
fa? Potrebbe lui solo, lui solo per ragioni d'ordine pubblico, proibire ormai la
conferenza! Andate subito dal Prefetto, visto che non piove, e io potrò anche
ricevere a letto, fra un'ora, con un febbrone da cavallo, l'annunzio della
proibizione!
Così la SS. Immacolata ritornò, senz'alcun disordine, alla chiesa di S.
Francesco d'Assisi dopo dodici domeniche di permanenza alla Cattedrale, il
giorno 25 di febbrajo. E il giubilo del popolo fu quell'anno veramente
straordinario per la sconfitta data dal bel tempo ai liberali di Montelusa.
Inizio pagina

|
|
|
|
|