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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "SCIALLE NERO"
Pubblicato nel 1922, è il primo volume delle Novelle per un anno.
Raccoglie
novelle già pubblicate fra il 1894 ed il 1920, ambientate in parte in Sicilia in
parte a Roma. |
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6. I fortunati - (Tonache di Montelusa) (1911)
"Rassegna contemporanea", agosto
1911 - Raccolta «Erba del nostro orto», Studio editoriale lombardo, Milano 1915.
Ristampa di Facchi, Milano 1915.
Montelusa probabilmente è Girgenti.
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Una commovente processione in casa del
giovine sacerdote don Arturo Filomarino.
Visite di condoglianza.
Tutto il vicinato stava a spiare dalle finestre e dagli usci di strada il
portoncino stinto imporrito fasciato di lutto, che così, mezzo chiuso e mezzo
aperto, pareva la faccia rugosa di un vecchio che strizzasse un occhio per
accennar furbescamente a tutti quelli che entravano, dopo l'ultima uscita -
piedi avanti e testa dietro - del padrone di casa.
La curiosità, con cui il vicinato stava a spiare, faceva nascere veramente il
sospetto che quelle visite avessero un significato o, piuttosto, un intento ben
diverso da quello che volevano mostrare.
A ogni visitatore che entrava nel portoncino, scattavano qua e là esclamazioni
di meraviglia:
- Uh, anche questo?
- Chi, chi?
- L'ingegner Franci!
- Anche lui?
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Eccolo là, entrava. Ma come? un massone? un trentatré? Sissignori, anche lui. E
prima e dopo di lui, quel gobbo del dottor Niscemi, l'ateo, signori miei,
l'ateo; e il repubblicano e libero pensatore avvocato Rocco Turrisi, e il notajo
Scimè e il cavalier Preato e il commendator Tino Laspada, consigliere di
prefettura, e anche i fratelli Morlesi che, appena seduti, poverini, come se
avessero le anime avvelenate di sonno, si mettevano tutt'e quattro a dormire, e
il barone Cerrella, anche il barone Cerrella: i meglio, insomma, i pezzi più
grossi di Montelusa: professionisti, impiegati, negozianti...
Don Arturo Filomarino era arrivato la sera avanti da Roma, dove, appena caduto
in disgrazia di Monsignor Partanna, per la pianticina di fragole promessa alle
monacelle di Sant'Anna, s'era recato a studiare per addottorarsi in lettere e
filosofia. Un telegramma d'urgenza lo aveva richiamato a Montelusa per il padre
colto da improvviso malore. Era arrivato troppo tardi. Neanche l'amara
consolazione di rivederlo per l'ultima volta!
Le quattro sorelle maritate e i cognati, dopo averlo in fretta in furia
ragguagliato della sciagura fulminea e avergli rinfacciato con certi versacci di
sdegno, anzi di schifo, di abominazione, che i preti suoi colleghi di Montelusa
avevano preteso dal moribondo ventimila lire, venti, ventimila lire per
amministrargli i santi sacramenti, come se la buon'anima non avesse già donato
abbastanza a opere pie, a congregazioni di carità, e lastricato di marmo due
chiese, edificato altari, regalato statue e quadri di santi, profuso a piene
mani denari per tutte le feste religiose; se n'erano andati via, sbuffanti,
indignati, dichiarandosi stanchi morti di tutto quello che avevano fatto in quei
due giorni tremendi; e lo avevano lasciato solo, là, solo, santo Dio, con la
governante, piuttosto... sì, piuttosto giovine, che il padre, buon'anima, aveva
avuto la debolezza di farsi venire ultimamente da Napoli, e che già con collosa
amorevolezza lo chiamava don Arturì.
Per ogni cosa che gli andasse attraverso, don Arturo aveva preso il vezzo
d'appuntir le labbra e soffiare a due, a tre riprese, pian piano, passandosi le
punte delle dita su le sopracciglia. Ora, poverino, a ogni don Arturì...
Ah, quelle quattro sorelle! quelle quattro sorelle! Lo avevano sempre malvisto,
fin da piccino, anzi propriamente non lo avevano mai potuto soffrire, forse
perché unico maschio e ultimo nato, forse perché esse, poverette, erano tutt'e
quattro brutte, una più brutta dell'altra, mentre lui bello, fino fino, biondo e
riccioluto. La sua bellezza doveva parer loro doppiamente superflua, sì perché
uomo e sì perché destinato fin dall'infanzia, col piacer suo, al sacerdozio.
Prevedeva che sarebbero avvenute scene disgustose, scandali e liti al momento
della divisione ereditaria. Già i cognati avevano fatto apporre i suggelli alla
cassaforte e alla scrivania nel banco del suocero, morto intestato.
Che c'entrava intanto rinfacciare a lui ciò che i ministri di Dio avevano
stimato giusto e opportuno pretendere dal padre perché morisse da buon
cristiano? Ahi, per quanto crudele potesse riuscire al suo cuore di figlio,
doveva pur riconoscere che la buon'anima aveva per tanti anni esercitato l'usura
e senza in parte neppur quella discrezione che può almeno attenuare il peccato.
Vero è che con la stessa mano, con cui aveva tolto, aveva poi anche dato, e non
poco. Non erano però, a dir proprio, denari suoi. E per questo appunto, forse, i
sacerdoti di Montelusa avevano stimato necessario un altro sacrifizio,
all'ultimo. Egli, da parte sua, s'era votato a Dio per espiare con la rinunzia
ai beni della terra il gran peccato in cui il padre era vissuto e morto. E ora,
per quel che gli sarebbe toccato dell'eredità paterna, era pieno di scrupoli e
si proponeva di chieder lume e consiglio a qualche suo superiore, a Monsignor
Landolina per esempio, direttore del Collegio degli Oblati, sant'uomo, già suo
confessore, di cui conosceva bene l'esemplare, fervidissimo zelo di carità.
Tutte quelle visite, intanto, lo imbarazzavano.
Per quel che volevano parere, data la qualità dei personaggi, rappresentavano
per lui un onore immeritato; per il fine recondito che le guidava, un
avvilimento crudele.
Temeva quasi d'offendere a ringraziare per quell'apparenza d'onore che gli si
faceva; a non ringraziare affatto, temeva di scoprir troppo il proprio
avvilimento e d'apparir doppiamente sgarbato.
D'altra parte, non sapeva bene che cosa gli volessero dire tutti quei signori,
né che cosa doveva rispondere, né come regolarsi. Se sbagliava? se commetteva,
senza volerlo, senza saperlo, qualche mancanza?
Egli voleva ubbidire ai suoi superiori, sempre e in tutto. Così, ancor senza
consiglio, si sentiva proprio sperduto in mezzo a quella folla.
Prese dunque il partito di sprofondarsi su un divanuccio sgangherato in fondo
allo stanzone polveroso e sguarnito, quasi bujo, e di fingersi almeno in
principio così disfatto dal cordoglio e dallo strapazzo del viaggio, da non
potere accogliere se non in silenzio tutte quelle visite.
Dal canto loro i visitatori, dopo avergli stretto la mano, sospirando e con gli
occhi chiusi, si mettevano a sedere giro giro lungo le pareti e nessuno fiatava
e tutti parevano immersi in quel gran cordoglio del figlio. Schivavano intanto
di guardarsi l'un l'altro, come se a ciascuno facesse stizza che gli altri
fossero venuti là a dimostrare la sua stessa condoglianza.
Non pareva l'ora, a tutti, di andarsene, ma ognuno aspettava che prima se
n'andassero via gli altri, per dir sottovoce, a quattr'occhi, una parolina a don
Arturo.
E in tal modo nessuno se ne andava.
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Lo stanzone era già pieno e i nuovi arrivati non trovavan più posto da sedere e
tutti gonfiavano in silenzio e invidiavano i fratelli Morlesi che almeno non
s'avvedevano del tempo che passava, perché, al solito, appena seduti, s'erano
addormentati tutt'e quattro profondamente.
Alla fine, sbuffando, s'alzò per primo, o piuttosto scese dalla seggiola il
barone Cerrella, piccolo e tondo come una balla, e dri dri dri, con un
irritatissimo sgrigliolio delle scarpe di coppale, andò fino al divanuccio, si
chinò verso don Arturo, e gli disse piano:
- Con permesso, padre Filomarino, una preghiera.
Quantunque abbattuto, don Arturo balzò in piedi:
- Eccomi, signor barone!
E lo accompagnò, attraversando tutto lo stanzone, fino alla saletta d'ingresso.
Ritornò poco dopo, soffiando, a sprofondarsi nel divanuccio; ma non passarono
due minuti, che un altro si alzò e venne a ripetergli:
- Con permesso, padre Filomarino, una preghiera.
Dato l'esempio, cominciò la sfilata. A uno a uno, di due minuti in due minuti,
s'alzavano, e... ma dopo cinque o sei, don Arturo non aspettò più che venissero
a pregarlo fino al divanuccio in fondo allo stanzone; appena vedeva uno alzarsi,
accorreva pronto e servizievole e lo accompagnava fino alla saletta.
Per uno che se n'andava però, ne sopravvenivano altri due o tre alla volta, e
quel supplizio minacciava di non aver più fine per tutta la giornata.
Fortunatamente, quando furono le tre del pomeriggio, non venne più nessuno.
Restavano nello stanzone soltanto i fratelli Morlesi, seduti uno accanto
all'altro, tutt'e quattro nella stessa positura, col capo ciondoloni sul petto.
Dormivano lì da circa cinque ore.
Don Arturo non si reggeva più su le gambe. Indicò con un gesto disperato alla
giovine governante napoletana quei quattro dormienti là.
- Voi andate a mangiare, don Arturì, - disse quella. - Mo' ci pens'io.
Svegliati, però, dopo aver volto un bel po' in giro gli occhi sbarrati e rossi
di sonno per raccapezzarsi, i fratelli Morlesi vollero dire anch'essi la
parolina in confidenza a don Arturo, e invano questi si provò a far loro
intendere che non ce n'era bisogno; che già aveva capito e che avrebbe fatto di
tutto per contentarli, come gli altri, fin dove gli sarebbe stato possibile. I
fratelli Morlesi non volevano soltanto pregarlo come tutti gli altri di fare in
modo che venisse a lui la loro cambiale nella divisione dei crediti per non
cadere sotto le grinfie degli altri eredi; avevano anche da fargli notare che la
loro cambiale non era già, come figurava, di mille lire, ma di sole cinquecento.
- E come? perché? - domandò, ingenuamente, don Arturo.
Si misero a rispondergli tutt'e quattro insieme, correggendosi a vicenda e
ajutandosi l'un l'altro a condurre a fine il discorso:
- Perché suo papà, buon'anima, purtroppo...
- No, purtroppo... per... per eccesso di...
- Di prudenza, ecco!
- Già, ecco... ci disse, firmate per mille...
- E tant'è vero che gli interessi...
- Come risulterà dal registro...
- Interessi del ventiquattro, don Arturì! del ventiquattro! del ventiquattro!
- Glieli abbiamo pagati soltanto per cinquecento lire, puntualmente, fino al
quindici del mese scorso.
- Risulterà dal registro...
Don Arturo, come se da quelle parole sentisse ventar le fiamme dell'inferno,
appuntiva le labbra e soffiava, passandosi la punta delle mani immacolate su le
sopracciglia.
Si dimostrò grato della fiducia che essi, come tutti gli altri, riponevano in
lui, e lasciò intravedere anche a loro quasi la speranza che egli, da buon
sacerdote, non avrebbe preteso la restituzione di quei denari.
Contentarli tutti, purtroppo, non poteva: gli eredi erano cinque, e dunque a
piacer suo egli non avrebbe potuto disporre che di un quinto dell'eredità.
Quando in paese si venne a sapere che don Arturo Filomarino, in casa
dell'avvocato scelto per la divisione ereditaria, discutendo con gli altri eredi
circa gli innumerevoli crediti cambiarii, non si era voluto contentare della
proposta dei cognati, che fosse cioè nominato per essi un liquidatore di comune
fiducia, il quale a mano a mano, concedendo umanamente comporti e rinnovazioni,
li liquidasse agli interessi più che onesti del cinque per cento, mentre il meno
che il suocero soleva pretendere era del ventiquattro; più che più si raffermò
in tutti i debitori la speranza che egli generosamente, con atto da vero
cristiano e degno ministro di Dio, avrebbe non solo abbonato del tutto
gl'interessi a quelli che avrebbero avuto la fortuna di cadere in sua mano, ma
fors'anche rimessi e condonati i debiti.
E fu una nuova processione alla casa di lui. Tutti pregavano, tutti
scongiuravano per esser compresi tra i fortunati, e non rifinivano di porgli
sotto gli occhi e di fargli toccar con mano le miserande piaghe della loro
esistenza.
Don Arturo non sapeva più come schermirsi; aveva le labbra indolenzite dal tanto
soffiare; non trovava un minuto di tempo, assediato com'era, per correre da
Monsignor Landolina a consigliarsi; e gli pareva mill'anni di ritornarsene a
Roma a studiare. Aveva vissuto sempre per lo studio, lui, ignaro affatto di
tutte le cose del mondo.
Quando alla fine fu fatta la difficilissima ripartizione di tutti i crediti
cambiarii, ed egli ebbe in mano il pacco delle cambiali che gli erano toccate,
senza neppur vedere di chi fossero per non rimpiangere gli esclusi, senza neppur
contare a quanto ammontassero, si recò al Collegio degli Oblati per rimettersi
in tutto e per tutto al giudizio di Monsignor Landolina.
Il consiglio di questo sarebbe stato legge per lui.
Il Collegio degli Oblati sorgeva nel punto più alto del paese ed era un vasto,
antichissimo edificio quadrato e fosco esternamente, roso tutto dal tempo e
dalle intemperie; tutto bianco, all'incontro, arioso e luminoso, dentro.
Vi erano accolti i poveri orfani e i bastardelli di tutta la provincia, dai sei
ai diciannove anni, i quali vi imparavano le varie arti e i varii mestieri. La
disciplina era dura, segnatamente sotto Monsignor Landolina, e quando quei
poveri Oblati alla mattina e al vespro cantavano al suono dell'organo nella
chiesina del Collegio, le loro preghiere sapevan di pianto e, a udirle da giù,
provenienti da quella fabbrica fosca nell'altura, accoravano come un lamento di
carcerati.
Monsignor Landolina non pareva affatto che dovesse avere in sé tanta forza di
dominio e così dura energia.
Era un prete lungo e magro, quasi diafano, come se la gran luce di quella bianca
ariosa cameretta in cui viveva, lo avesse non solo scolorito ma anche rarefatto,
e gli avesse reso le mani d'una gracilità tremula quasi trasparenti e su gli
occhi chiari ovati le palpebre più esili d'un velo di cipolla.
Tremula e scolorita aveva anche la voce e vani i sorrisi su le lunghe labbra
bianche, tra le quali spesso filava qualche grumetto di biascia.
- Oh Arturo! - disse, vedendo entrare il giovine: e, come questi gli si buttò
sul petto piangendo:
- Ah, già! un gran dolore... Bene bene, figliuolo mio! Un gran dolore, mi piace.
Ringraziane Dio! Tu sai com'io sono per tutti gli sciocchi che non vogliono
soffrire. Il dolore ti salva, figliuolo! E tu, per tua ventura, hai molto, molto
da soffrire, pensando a tuo padre che, poveretto, eh... fece tanto, tanto male!
Sia il tuo cilizio, figliuolo, il pensiero di tuo padre. E di', quella donna?
quella donna? Tu l'hai ancora in casa?
- Andrà via domani, Monsignore, - s'affrettò a rispondergli don Arturo, finendo
d'asciugarsi le lagrime. Ha dovuto preparar le sue robe...
- Bene bene, subito via, subito via. Che hai da dirmi, figliuolo mio?
Don Arturo trasse fuori il pacco delle cambiali, e subito cominciò a esporre il
piato per esse coi parenti, e le visite e le lamentazioni delle vittime.
Ma Monsignor Landolina, come se quelle cambiali fossero armi diaboliche o
imagini oscene, appena gli occhi si posavano su esse, tirava indietro il capo e
muoveva convulsamente tutte le dita delle gracili mani diafane, quasi per paura
di scottarsele, non già a toccarle, ma a vederle soltanto, e diceva ai
Filomarino che le teneva su le ginocchia:
- Non lì sull'abito, caro, non lì sull'abito...
Don Arturo fece per posarle su la seggiola accanto.
- Ma no, ma no... per carità, dove le posi? Non tenerle in mano, caro, non
tenerle in mano...
- E allora? - domandò sospeso, perplesso, avvilito, don Arturo, anche lui con un
viso disgustato e tenendole con due dita e scostando le altre, come se veramente
avesse in mano un oggetto schifoso.
- Per terra, per terra, - gli suggerì Monsignor Landolina. - Caro mio, un
sacerdote, tu intendi...
Don Arturo, tutto invermigliato in volto, le posò per terra e disse:
- Avevo pensato, Monsignore, di restituirle a quei poveri disgraziati...
- Disgraziati? No, perché? - lo interruppe subito Monsignor Landolina. - Chi ti
dice che sono disgraziati?
- Mah... - fece don Arturo. - Il solo fatto, Monsignore, che han dovuto
ricorrere a un prestito...
- I vizii, caro, i vizii! - esclamò Monsignor Landolina. - Le donne, la gola, le
triste ambizioni, l'incontinenza... Che disgraziati! Gente viziosa, caro, gente
viziosa. Vuoi darla a conoscere a me? Tu sei ragazzo inesperto. Non ti fidare.
Piangono, si sa! È così facile piangere... Difficile è non peccare! Peccano
allegramente; e, dopo aver peccato, piangono. Va' va'! Te li insegno io quali
sono i veri disgraziati, caro, poiché Dio t'ha ispirato a venir da me. Sono
tutti questi ragazzi sotto la mia custodia qua, frutto delle colpe e
dell'infamia di codesti tuoi signori disgraziati. Da' qua, da' qua!
E, chinandosi, con le mani fe' cenno al Filomarino di raccattar da terra il
fascio delle cambiali.
Don Arturo lo guardò, titubante. Come, ora sì? Doveva prenderle con le mani?
- Vuoi disfartene? Prendile! Prendile! - s'affrettò a rassicurarlo Monsignor
Landolina. - Prendile pure con le mani, sì! Leveremo subito da esse il sigillo
del demonio, e le faremo strumento di carità. Puoi ben toccarle ora, se debbono
servire per i miei poverini! Tu le dai a me, eh? Le dai a me; e li faremo
pagare, li faremo pagare, caro mio; vedrai se li faremo pagare, codesti tuoi
signori disgraziati!
Rise, così dicendo, d'un riso senza suono, con le bianche labbra appuntite e con
uno scotimento fitto fitto del capo.
Don Arturo avvertì, a quel riso, come un friggio per tutto il corpo, e soffiò.
Ma di fronte alla sicurezza sbrigativa con cui il superiore si prendeva quei
crediti a titolo di carità, non ardì replicare. Pensò a tutti quegli infelici,
che si stimavano fortunati d'esser caduti in sua mano e tanto lo avevano pregato
e tanto commosso col racconto delle loro miserie. Cercò di salvarli almeno dal
pagamento degli interessi.
- E no! E perché? - gli diede subito su la voce Monsignor Landolina. - Dio si
serve di tutto, caro mio, per le sue opere di misericordia! Di' un po', di' un
po', che interessi faceva tuo padre? Eh, forti, lo so! Almeno del ventiquattro,
mi par d'aver inteso. Bene; li tratteremo tutti con la stessa misura. Pagheranno
tutti il ventiquattro per cento.
- Ma... sa, Monsignore... veramente, ecco... - balbettò don Arturo su le spine,
- i miei coeredi, Monsignore, hanno stabilito di liquidare i loro crediti con
gl'interessi del cinque, e...
- Fanno bene! ah! fanno bene! - esclamò pronto e persuaso Monsignor Landolina. -
Loro sì, benissimo, perché questo è denaro che va a loro! Il nostro no, invece.
Il nostro andrà ai poveri, figliuolo mio! Il caso è ben diverso, come vedi! È
denaro che va ai poveri, il nostro; non a te, non a me! Ti pare che faremmo bene
noi, se defraudassimo i poveri di quanto possono pretendere secondo il minimo
dei patti stabiliti da tuo padre? Sian pur patti d'usura, li santifica adesso la
carità! No no! Pagheranno, pagheranno gli interessi, altro che! gl'interessi del
ventiquattro. Non vengono a te; non vengono a me! Denaro dei poveri, sacrosanto!
Va' pur via senza scrupoli, figliuolo mio; ritorna subito a Roma ai tuoi diletti
studii, e lascia fare a me, qua. Tratterò io con codesti signori. Denaro dei
poveri, denaro dei poveri... Dio ti benedica, figliuolo mio! Dio ti benedica!
E Monsignor Landolina, animato da quell'esemplare, fervidissimo zelo di carità,
di cui meritamente godeva fama, arrivò fino al punto di non voler neppure
riconoscere che la cambiale dei quattro poveri fratelli Morlesi che dormivano
sempre, firmata per mille, fosse in realtà di cinquecento lire; e pretese da
loro, come da tutti gli altri, gl'interessi del ventiquattro per cento anche su
le cinquecento lire che non avevano mai avute.
E li voleva per giunta convincere, filando tra le labbra bianche que' suoi
grumetti di biascia, che fortunati erano davvero, fortunati, fortunati di fare,
anche nolenti, un'opera di carità, di cui certamente il Signore avrebbe loro
tenuto conto un giorno, nel mondo di là...
Piangevano?
- Eh! Il dolore vi salva, figliuoli!
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