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NOVELLE PER UN ANNO - 1922 - "SCIALLE NERO"
Pubblicato nel 1922, è il primo volume delle Novelle per un anno.
Raccoglie
novelle già pubblicate fra il 1894 ed il 1920, ambientate in parte in Sicilia in
parte a Roma. |
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5. Difesa del Mèola - (Tonache di Montelusa) (1909)
«Il Marzocco» 8 agosto 1909 -
Raccolta Erba del nostro orto, Studio editoriale lombardo, Milano 1915. Ristampa di Facchi, Milano 1915.
Montelusa probabilmente è Girgenti.
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Ho tanto raccomandato ai miei
concittadini di Montelusa di non condannare così a occhi chiusi il Mèola, se non
vogliono macchiarsi della più nera ingratitudine.
Il Mèola ha rubato.
Il Mèola s'è arricchito.
Il Mèola probabilmente domani si metterà a far l'usurajo.
Sì. Ma pensiamo, signori miei, a chi e perché ha rubato il Mèola. Pensiamo che è
niente il bene che il Mèola ha fatto a se stesso rubando, se lo confrontiamo col
bene che da quel suo furto è derivato alla nostra amatissima Montelusa.
Io per me non so tollerare in pace che i miei concittadini, riconoscendo da un
canto questo bene, seguitino dall'altro a condannare il Mèola e a rendergli se
non proprio impossibile, difficilissima la vita nel nostro paese.
Ragion per cui m'appello al giudizio di quanti sono in Italia liberali equanimi
e ben pensanti. Un incubo orrendo gravava su tutti noi Montelusani, da undici anni: dal giorno
nefasto che Monsignor Vitangelo Partanna, per istanze e mali uffizii di potenti
prelati a Roma, ottenne il nostro vescovado.
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Avvezzi com'eravamo da tempo al fasto, alle maniere gioconde e cordiali, alla
copiosa munificenza dell'Eccell.mo nostro Monsignor Vivaldi (Dio l'abbia in
gloria!), tutti noi Montelusani ci sentimmo stringere il cuore, allorché vedemmo
per la prima volta scendere dall'alto e vetusto Palazzo Vescovile, a piedi tra i
due segretarii, incontro al sorriso della nostra perenne primavera, lo scheletro
intabarrato di questo vescovo nuovo: alto, curvo su la sua trista magrezza,
proteso il collo, le tumide e livide labbra in fuori, nello sforzo di tener
ritta la faccia incartapecorita, con gli occhialacci neri su l'adunco naso.
I due segretarii, il vecchio don Antonio Sclepis, zio del Mèola, e il giovane
don Arturo Filomarino (che durò poco in carica), si tenevano un passo indietro e
andavano interiti e come sospesi, consci dell'orribile impressione che Sua
Eccellenza destava in tutta la cittadinanza.
E infatti parve a tutti che il cielo, il gajo aspetto della nostra bianca
cittadina s'oscurassero a quell'apparizione ispida, lugubre. Un brulichio
sommesso, quasi di raccapriccio, si propagò al passaggio di lui per tutti gli
alberi del lungo e ridente viale del Paradiso, vanto della nostra Montelusa,
terminato laggiù da due azzurri: quello aspro e denso del mare, quello tenue e
vano del cielo.
Difetto precipuo di noi Montelusani è senza dubbio l'impressionabilità. Le
impressioni, a cui andiamo così facilmente soggetti, possono a lungo su le
nostre opinioni, su i nostri sentimenti, e c'inducono nell'animo mutamenti
sensibilissimi e durevoli.
Un vescovo a piedi? Da che il Vescovado sedeva lassù come una fortezza in cima
al paese, tutti i Montelusani avevan sempre veduto scendere in carrozza i loro
vescovi al viale del Paradiso. Ma vescovado, disse Monsignor Partanna fin dal
primo giorno, insediandosi, è nome d'opera e non d'onore. E smise la vettura,
licenziò cocchieri e lacchè, vendette cavalli e paramenti, inaugurando la più
gretta tirchieria.
Pensammo dapprima:
«Vorrà fare economia. Ha molti parenti poveri nella sua nativa Pisanello».
Se non che, venne un giorno da Pisanello a Montelusa uno di questi parenti
poveri, un suo fratello appunto, padre di nove figliuoli, a pregarlo in
ginocchio a mani giunte, come si pregano i santi, perché gli desse ajuto, tanto
almeno da pagare i medici che dovevano operar la moglie moribonda. Non volle
dargli nemmeno da pagarsi il ritorno a Pisanello. E lo vedemmo tutti, sentimmo
tutti quel che disse il pover uomo con gli occhi gonfi di lagrime e la voce
rotta dai singhiozzi nel Caffè di Pedoca, appena sceso dal Vescovado.
Ora, la Diocesi di Montelusa - è bene saperlo - è tra le più ricche d'Italia.
Che voleva fare Monsignor Partanna con le rendite di essa, se negava con tanta
durezza un così urgente soccorso a' suoi di Pisanello?
Marco Mèola ci svelò il segreto.
L'ho presente (potrei dipingerlo), quella mattina che ci chiamò tutti, noi
liberali di Montelusa, nella piazza innanzi al Caffè Pedoca. Gli tremavano le
mani; le ciocche ricciute della testa leonina, rizzandosi, lo costringevano più
del solito a rincalcarsi con manate furiose il cappelluccio floscio, che non gli
vuol mai sedere in capo. Era pallido e fiero. Un fremito di sdegno gli
arricciava il naso di tratto in tratto.
Vive orrenda tuttora negli animi dei vecchi Montelusani la memoria della
corruzione seminata nelle campagne e in tutto il paese, con le prediche e la
confessione, dei Padri Liguorini, e dello spionaggio, dei tradimenti operati da
essi negli anni nefandi della tirannia borbonica, di cui segretamente s'eran
fatti strumento.
Ebbene, i Liguorini, i Liguorini voleva far tornare a Montelusa Monsignor
Partanna, i Liguorini cacciati a furia di popolo quando scoppiò la rivoluzione.
Per questo egli accumulava le rendite della Diocesi.
Ed era una sfida a noi Montelusani, che il fervido amore della libertà non
avevamo potuto dimostrare altrimenti, che con quella cacciata di frati, giacché,
al primo annunzio dell'entrata di Garibaldi a Palermo, s'era squagliata la
sbirraglia, e con essa la scarsa soldatesca borbonica di presidio a Montelusa.
Quell'unico nostro vanto voleva dunque fiaccare Monsignor Partanna.
Ci guardammo tutti negli occhi, frementi d'ira e di sdegno. Bisognava a ogni
costo impedire che un tal proposito si riducesse a effetto. Ma Come impedirlo?
Parve che da quel giorno il cielo s'incavernasse su Montelusa. La città prese il
lutto. Il Vescovado lassù, ove colui covava il reo disegno e di giorno in giorno
ne avvicinava l'attuazione, ce lo sentimmo tutti come un macigno sul petto.
Nessuno, allora, pur sapendo che Marco Mèola era nipote dello Sclepis,
segretario del vescovo, dubitava della sua fede liberale. Tutti anzi ammiravano
la sua forza d'animo quasi eroica, comprendendo di quanta amarezza dovesse in
fondo esser cagione quella fede per lui, allevato e cresciuto come un figliuolo
da quello zio prete.
I miei concittadini di Montelusa mi domandano adesso con aria di scherno: - Ma
se veramente gli sapeva di sale il pane dello zio prete, perché non si
allibertava lavorando?
E dimenticano che, per esser scappato, giovinetto, dal seminario, lo Sclepis,
che lo voleva a ogni costo prete come lui, lo aveva tolto dagli studii;
dimenticano che tutti allora compiangevamo amaramente che per la bizza d'una
chierica stizzita si dovesse perdere un ingegno di quella sorte.
Io ricordo bene che cori d'approvazione e che applausi e quanta ammirazione,
allorché, sfidando i fulmini del Vescovado e l'indignazione e la vendetta dello
zio, Marco Mèola, facendosi cattedra d'un tavolino del Caffè Pedoca, si mise per
un'ora al giorno a commentare ai Montelusani le opere latine e volgari di
Alfonso Maria de' Liguori, segnatamente i Discorsi sacri e morali per tutte le
domeniche dell'anno e Il libro delle Glorie di Maria.
Ma noi vogliamo far scontare al Mèola le frodi della nostra illusione, le
aberrazioni della nostra deplorabilissima impressionabilità.
Quando il Mèola, un giorno, con aria truce, levando una mano e ponendosela poi
sul petto, ci disse: - «Signori, io prometto e giuro che i liguorini non
torneranno a Montelusa!» - voi, Montelusani, voleste per forza immaginare non so
che diavolerie: mine, bombe, agguati, assalti notturni al Vescovado e Marco
Mèola come Pietro Micca con la miccia in mano pronto a far saltare in aria
vescovo e Liguorini.
Ora questo, con buona pace e sopportazione vostra, vuol dire avere una
concezione dell'eroe alquanto grottesca. Con tali mezzi avrebbe potuto mai il
Mèola liberar Montelusa dalla calata dei Liguorini? Il vero eroismo consiste nel
sapere attemprare i mezzi all'impresa.
E Marco Mèola seppe.
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Sonavano nell'aria che inebriava, satura di tutte le fragranze della nuova
primavera, le campane delle chiese, tra i gridi festivi delle rondini guizzanti
a frotte nel luminoso ardore di quel vespero indimenticabile.
Io e il Mèola passeggiavamo per il nostro viale del Paradiso, muti e assorti nei
nostri pensieri.
Il Mèola a un tratto si fermò e sorrise.
- Senti, - mi disse. - queste campane più prossime? Sono della badia di
Sant'Anna. Se tu sapessi chi le suona!
- Chi le suona?
- Tre campane, tre colombelle!
Mi voltai a guardarlo, stupito del tono e dell'aria con cui aveva proferito
quelle parole.
- Tre monache?
Negò col capo, e mi fe' cenno d'attendere.
- Ascolta, - soggiunse piano. - Ora, appena tutt'e tre finiranno di sonare,
l'ultima, la campanella più piccola e più argentina, batterà tre tocchi, timidi.
Ecco... ascolta bene!
Difatti, lontano, nel silenzio del cielo, rintoccò tre volte - din din din -
quella timida campanella argentina, e parve che il suono di quei tre tintinni si
fondesse beato nell'aurea luminosità del crepuscolo.
- Hai inteso? - mi domandò il Mèola. - Questi tre rintocchi dicono a un felice
mortale: «Io penso a te!».
Tornai a guardarlo. Aveva socchiuso gli occhi, per sospirare, e alzato il mento.
Sotto la folta barba crespa gli s'intravedeva il collo taurino, bianco come
l'avorio.
- Marco! - gli gridai, scotendolo per un braccio.
Egli allora scoppiò a ridere; poi, aggrottando le ciglia, mormorò:
- Mi sacrifico, amico mio, mi sacrifico! Ma sta' pur sicuro che i Liguorini non
torneranno a Montelusa.
Non potei strappargli altro di bocca per molto tempo.
Che relazione poteva esserci tra quei tre rintocchi di campana, che dicevano Io
penso a te, e i Liguorini che non dovevano tornare a Montelusa? E a qual
sacrifizio s'era votato il Mèola per non farli tornare?
Sapevo che nella badia di Sant'Anna egli aveva una zia, sorella dello Sclepis e
della madre; sapevo che tutte le monache delle cinque badie di Montelusa
odiavano anch'esse cordialmente Monsignor Partanna, perché appena insediatosi
vescovo, aveva dato per esse tre disposizioni, una più dell'altra crudele:
1a che non dovessero più né preparare né vendere dolci o rosolii (quei buoni
dolci di miele e di pasta reale, infiocchettati e avvolti in fili d'argento!
quei buoni rosolii, che sapevano d'anice e di cannella!);
2a che non dovessero più ricamare (neanche arredi e paramenti sacri),
ma far soltanto la calzetta;
3a che non dovessero più avere, in fine, un confessore particolare, ma
servirsi tutte, senza distinzione, del Padre della comunità.
Che pianti, che angoscia disperata in tutte e cinque le badie di Montelusa,
specialmente per quest'ultima disposizione! che maneggi per farla revocare!
Ma Monsignor Partanna era stato irremovibile. Forse aveva giurato a se stesso di
far tutto il contrario di quel che aveva fatto il suo Eccell.mo Predecessore.
Largo e cordiale con le monache, Monsignor Vivaldi (Dio l'abbia in gloria!), si
recava a visitarle almeno una volta la settimana, e accettava di gran cuore i
loro trattamenti, lodandone la squisitezza, e si intratteneva a lungo con esse
in lieti e onesti conversari.
Monsignor Partanna, invece, non si era mai recato più d'una volta al mese in
questa o in quella badia, sempre accompagnato dai due segretarii, arcigno e
duro, e non aveva mai voluto accettare, non che una tazza di caffè, neppure un
bicchier d'acqua. Quante riprensioni avevano dovuto fare alle monache e alle
educande le madri badesse e le vicarie per ridurle all'obbedienza e farle
scendere giù nel parlatorio, quando la portinaja per annunziar la visita di
Monsignore strappava a lungo la catena del campanello che strillava come un
cagnolino a cui qualcuno avesse pestato una piota! Ma se le spaventava tutte con
quei segnacci di croce! con quella vociaccia borbottante: - Santa, figlia, - in
risposta al saluto che ciascuna gli porgeva, facendosi innanzi alla doppia
grata, col viso vermiglio e gli occhi bassi:
- Vostra Eccellenza benedica!
Nessun discorso, che non fosse di chiesa. Il giovine segretario don Arturo
Filomarino aveva perduto il posto per aver promesso un giorno nel parlatorio di
Sant'Anna alle educande e alle monacelle più giovani, che se lo mangiavano con
gli occhi dalle grate, una pianticina di fragole da piantare nel giardino della
badia.
Odiava ferocemente le donne, Monsignor Partanna. E la donna, la donna più
pericolosa, la donna umile, tenera e fedele, egli scopriva sotto il manto e le
bende della monaca. Perciò ogni risposta che dava loro era come un colpo di
ferula su le dita. Marco Mèola sapeva, per via dello zio segretario, di
quest'odio di Monsignor Partanna per le donne. E quest'odio gli parve troppo e
che, come tale, dovesse avere una ragione recondita e particolare nell'animo e
nel passato di Monsignore. Si mise a cercare; ma presto troncò le ricerche,
all'arrivo misterioso di una nuova educanda alla badia di Sant'Anna, d'una
povera gobbetta che non poteva neanche reggere sul collo la grossa testa dai
grandi occhi ovati nella macilenza squallida del viso. Questa gobbetta era
nipote di Monsignor Partanna; ma una nipote di cui non sapevano nulla i parenti
di Pisanello. E difatti non era arrivata da Pisanello, ma da un altro paese
dell'interno, ove alcuni anni addietro il Partanna era stato parroco.
Lo stesso giorno dell'arrivo di questa nuova educanda alla badia di Sant'Anna,
Marco Mèola gridò solennemente in piazza a tutti noi compagni della sua fede
liberale:
- Signori, io prometto e giuro che i Liguorini non torneranno a Montelusa.
E vedemmo, stupiti, subito dopo quel giuramento solenne, cambiar vita a Marco
Mèola; lo vedemmo ogni domenica e in tutte le feste del calendario ecclesiastico
entrare in chiesa e sentirsi la messa; lo vedemmo a passeggio in compagnia di
preti e di vecchi bigotti; lo vedemmo in gran faccende ogni qual volta si
preparavano le visite pastorali nella Diocesi, che Monsignor Partanna faceva con
la massima vigilanza a' tempi voluti dai Canoni, non ostante la gran difficoltà
delle vie e la mancanza di comunicazioni e di veicoli; e lo vedemmo con lo zio
far parte del seguito in quelle visite.
Tuttavia, io non volli - io solo - credere a un tradimento da parte del Mèola.
Come rispose egli ai primi nostri rimproveri, alle prime nostre rimostranze?
Rispose energicamente:
- Signori, lasciatemi fare!
Voi scrollaste le spalle, indignati; diffidaste di lui; credeste e gridaste al
voltafaccia. Io seguitai a essergli amico e mi ebbi da lui in quel vespro
indimenticabile, quando la timida campanella argentina sonò i tre rintocchi nel
cielo luminoso, quella mezza confessione misteriosa.
Marco Mèola, che non era mai andato più di una volta l'anno a visitare quella
sua zia monaca a Sant'Anna, cominciò a visitarla ogni settimana in compagnia
della madre. La zia monaca, nella badia di Sant'Anna, era preposta alla
sorveglianza delle tre educande. Le tre educande, le tre colombelle, volevano
molto bene alla loro maestra; la seguivano per tutto come i pulcini la chioccia;
la seguivano anche quand'essa era chiamata in parlatorio per la visita della
sorella e del nipote.
E un giorno si vide il miracolo, Monsignor Partanna, che aveva negato alle
monache di quella badia la licenza, che esse avevano sempre avuta, di entrare
due volte l'anno in chiesa, la mattina, a porte chiuse, per pararla con le loro
mani nelle ricorrenze del Corpus Domini e della Madonna del Lume, tolse il veto,
riconcesse la licenza, per le preghiere insistenti delle tre educande e
segnatamente della sua nipote, quella povera gobbetta nuova arrivata.
Veramente, il miracolo si vide dopo: quando venne la festa della Madonna del
Lume.
La sera della vigilia, Marco Mèola si nascose nella chiesa, a tradimento, e
dormì nel confessionale del Padre della comunità. All'alba, una vettura era
pronta nella piazzetta innanzi alla badia; e quando le tre educande, due belle e
vivaci come rondinine in amore, l'altra gobba e asmatica, scesero con la loro
maestra a parar l'altare della Madonna del Lume...
Ecco, voi dite: il Mèola ha rubato; il Mèola s'è arricchito; il Mèola
probabilmente domani si metterà a far l'usurajo. Sì. Ma pensate, signori miei,
pensate che di quelle tre educande non una delle due belle, ma la terza, la
terza, quella misera sbiobbina asmatica e cisposa toccò a Marco Mèola di
rapirsi, quand'era invece amato fervidamente anche dalle altre due! quella,
proprio quella gobbetta, per impedire che i padri Liguorini tornassero a
Montelusa.
Monsignor Partanna infatti - per costringere il Mèola alle nozze con la nipote
rapita - dovette convertire in dote a questa nipote il fondo raccolto per il
ritorno dei padri Liguorini. Monsignor Partanna è vecchio e non avrà più tempo
di rifare quel fondo.
Che aveva promesso Marco Mèola a noi liberali di Montelusa? Che i Liguorini non
sarebbero tornati.
Ebbene, o signori, e non è certo ormai che i Liguorini non torneranno a
Montelusa?
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