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II.
Dacché nel paese la consorteria clericale era stata battuta e il partito nuovo,
degli scomunicati, aveva invaso i seggi del Comune, Spatolino si sentiva come in
mezzo a un campo nemico.
Tutti i suoi compagni di lavoro, come tante pecore, s'erano messi dietro ai
nuovi caporioni; e stretti ora in corporazione, spadroneggiavano.
Con pochi altri operai rimasti fedeli alla santa Chiesa, Spatolino aveva fondato
una Società Cattolica di Mutuo Soccorso tra gl'Indegni Figli della Madonna
Addolorata.
Ma la lotta era impari; e le beffe dei nemici (e anche degli amici) e la rabbia
dell'impotenza avevano fatto perdere a Spatolino il lume degli occhi.
S'era intestato, come presidente di quella Società Cattolica, a promuovere
processioni e luminarie e girandole, nella ricorrenza delle feste religiose,
osservate prima e favorite dall'antico Consiglio Comunale, e tra i fischi, gli
urli e le risate del partito avversario ci aveva rimesso le spese, per S.
Michele Arcangelo, per S. Francesco di Paola, per il Venerdì Santo, per il
Corpus Domini e insomma per tutte le feste principali del calendario
ecclesiastico.
Così il capitaluccio, che gli aveva finora permesso d'assumer qualche lavoro in
appalto, s'era talmente assottigliato, ch'egli prevedeva non lontano il giorno
che da capomastro muratore si sarebbe ridotto a misero giornante.
La moglie, già da un pezzo, non aveva più per lui né rispetto né considerazione:
s'era messa a provvedere da sé ai suoi bisogni e a quelli dei figliuoli,
lavando, cucendo per conto d'altri, facendo ogni sorta di servizii.
Come se lui stesse in ozio per piacere! Ma se la corporazione di quei figli di
cane assumeva tutti i lavori! Che pretendeva la moglie? ch'egli rinunziasse alla
fede, rinnegasse Dio, e andasse a iscriversi al partito di quelli? Ma si sarebbe
fatto tagliar le mani piuttosto!
L'ozio intanto lo divorava, gli faceva di giorno in giorno crescere l'orgasmo e
il puntiglio, e lo inveleniva contro tutti.
Ciancarella, il notajo, non aveva mai parteggiato per nessuno; ma era pur
notoriamente nemico di Dio; ne faceva professione, dacché non esercitava più
quell'altra del notajo. Una volta, aveva osato finanche d'aizzare i cani contro
un santo sacerdote, don Lagàipa, che s'era recato da lui per intercedere in
favore d'alcuni parenti poveri, che morivano addirittura di fame, mentr'egli,
nella splendida villa che s'era fatta costruire all'uscita del paese, viveva da
principe, con la ricchezza accumulata chi sa come e accresciuta da tant'anni
d'usura.
Tutta la notte Spatolino (per fortuna era d'estate), un po' seduto, un po'
passeggiando per il vicoletto deserto, meditò (fififì... fififì... fififì...) su
quell'invito misterioso del Ciancarella.
Poi, sapendo che questi era solito lasciare il letto per tempo, e sentendo che
la moglie già s'eralevata, con l'alba, e sfaccendava per casa, pensò d'avviarsi,
lasciando lì fuori la seggiola ch'era vecchia, e nessuno se la sarebbe presa.
III.
La villa del Ciancarella era tutta murata come una fortezza, e aveva il cancello
su lo stradone provinciale.
Il vecchio, che pareva un rospaccio calzato e vestito, oppresso da una cisti
enorme su la nuca, che lo obbligava a tener sempre giù e piegato da un lato il
testone raso, vi abitava solo, con un servitore; ma aveva molta gente di
campagna ai suoi ordini, armata, e due mastini che incutevano paura, solo a
vederli.
Spatolino sonò la campana. Subito quelle due bestiacce s'avventarono furibonde
alle sbarre del cancello, e non si quietarono neppure quando il servitore
accorse a rincorare Spatolino che non voleva entrare. Bisognò che il padrone, il
quale prendeva il caffè nel chioschetto d'edera, a un lato della villa, in mezzo
al giardino, li chiamasse col fischio.
- Ah, Spatolino! Bravo, - disse il Ciancarella. - Siedi lì.
E gl'indicò uno degli sgabelli di ferro disposti, giro giro, nel chioschetto.
Ma Spatolino rimase in piedi, col cappelluccio roccioso e ingessato tra le mani.
- Tu sei un indegno figlio, è vero?
- Sissignore, e me ne vanto: della Madonna Addolorata. Che comandi ha da darmi?
- Ecco, - disse Ciancarella; ma, invece di seguitare, si recò la tazza alle
labbra e trasse tre sorsi di caffè. - Un tabernacolo - (e un altro sorso).
- Come dice?
- Vorrei costruito da te un tabernacolo - (ancora un sorso).
- Un tabernacolo, Vossignoria?
- Sì, su lo stradone, di fronte al cancello - (altro sorso, l'ultimo; posò la
tazza, e - senza , asciugarsi le labbra - si levò in piedi. Una goccia di caffè
gli scese da un angolo della bocca di tra gl'irti peli della barba non rifatta
da parecchi giorni). - Un tabernacolo, dunque, non tanto piccolo, perché ci ha
da entrare una statua, grande al vero, di Cristo alla colonna. Alle pareti
laterali ci voglio allogare due bei quadri, grandi: di qua, un Calvario; di là,
una Deposizione. Insomma, come un camerotto agiato, su uno zoccolo alto un
metro, col cancelletto di ferro davanti, e la croce su, s'intende. Hai capito?
Spatolino chinò più volte il capo, con gli occhi chiusi; poi, riaprendo gli
occhi e traendo un sospiro, disse:
- Ma Vossignoria scherza, è vero?
- Scherzo? Perché?
- Io credo che Vossignoria voglia scherzare. Mi perdoni. Un tabernacolo,
Vossignoria, all'Ecce Homo?
Ciancarella si provò ad alzare un po' il testone raso, se lo tenne con una mano
e rise in un suo modo speciale, curiosissimo, come se frignasse, per via di quei
malanno che gli opprimeva la nuca.
- Eh che! - disse. - Non ne son forse degno, secondo te?
- Ma nossignore, scusi! - s'affrettò a negare Spatolino, stizzito,
infiammandosi. - Perché dovrebbe Vossignoria commettere così, senza ragione, un
sacrilegio? Si lasci pregare, e mi perdoni se parlo franco. Chi vuol gabbare,
Vossignoria? Dio, no; Dio non lo gabba; Dio vede tutto, e non si lascia gabbare
da Vossignoria. Gli uomini? Ma vedono anche loro e sanno che Vossignoria...
- Che sanno, imbecille? - gli gridò il vecchio, interrompendolo. - E che sai tu
di Dio, verme di terra? Quello che te n'hanno detto i preti! Ma Dio... Vah, vah,
vah, io mi metto a ragionare con te, adesso... Hai fatto colazione?
- Nossignore.
- Brutto vizio, caro mio! dovrei dartela io, ora, eh?
- Nossignore. Non prendo nulla.
- Ah, - esclamò Ciancarella con uno sbadiglio. - Ah! I preti, figliuolo, i preti
ti hanno sconcertato il cervello. Vanno predicando, è vero? che io non credo in
Dio. Ma sai perché? perché non do loro da mangiare. Ebbene, sta' zitto: ne
avranno, quando verranno a consacrare il nostro tabernacolo. Voglio che sia una
bella festa, Spatolino. Perché mi guardi così? Non credi? O vuoi sapere come mi
sia venuto in mente? In sogno, figliuolo! Ho avuto un sogno, l'altra notte. Ora
certo i preti diranno che Dio m'ha toccato il cuore. Dicano pure; non me
n'importa nulla! Dunque, siamo intesi, eh? Parla... smuoviti... Sei allocchito?
- Sissignore, - confessò Spatolino, aprendo le braccia.
Ciancarella, questa volta, si prese la testa con tutt'e due le mani, per ridere
a lungo.
- Bene, - poi disse. - Tu sai com'io tratto. Non voglio impicci di nessun
genere. So che sei un bravo operajo e che fai le cose ammodo e onestamente. Fa'
da te, spese e tutto, senza seccarmi. Quando avrai finito, faremo i conti. Il
tabernacolo... hai capito come lo voglio?
- Sissignore.
- Quando ti metterai all'opera?
- Per me, anche domani.
- E quando potrà esser finito?
Spatolino stette un po' a pensare.
- Eh, - poi disse, - se dev'essere così grande, ci vorrà almeno..., che so, un
mese.
- Sta bene. Andiamo ora a vedere insieme il posto.
La terra, dall'altra parte dello stradone, apparteneva pure al Ciancarella, che
la lasciava incolta, in abbandono: l'aveva acquistata per non aver soggezioni lì
davanti alla villa; e permetteva che i pecoraj vi conducessero le loro greggiole
a pascolare, come se fosse terra senza padrone. Per costruirvi il tabernacolo
non si doveva dunque chieder licenza a nessuno. Stabilito il posto, lì, proprio
dirimpetto al cancello, il vecchio rientrò nella villa, e Spatolino, rimasto
solo, - fififì... fififì... fififì... - non la finì più. Poi s'avviò. Cammina e
cammina, si ritrovò, quasi senza saperlo, dinanzi la porta di don Lagàipa,
ch'era il suo confessore. Si ricordò, dopo aver bussato, che il prete era da
parecchi giorni a letto, infermo: non avrebbe dovuto disturbarlo con quella
visita mattutina; ma il caso era grave; entrò.
IV.
Don Lagàipa era in piedi e, tra la confusione delle sue donne, la serva e la
nipote, che non sapevano come obbedire agli ordini ch'egli impartiva, stava, in
calzoni e maniche di camicia, in mezzo alla camera a pulire le canne d'un
fucile.
Il naso vasto e carnoso, tutto bucherato dal vajuolo come una spugna, pareva gli
fosse divenuto, dopo la malattia, più abbondante. Di qua e di là, divergenti
quasi per lo spavento di quel naso, gli occhi lucidi, neri, pareva volessero
scappargli dalla faccia gialla, disfatta.
- Mi rovinano, Spatolino, mi rovinano! È venuto poco fa il garzone, baccalà, a
dirmi che la mia campagna è diventata proprietà comune, già! roba di tutti. I
socialisti, capisci? mi rubano l'uva ancora acerba; i fichidindia, tutto! Il tuo
è mio, capisci? Il tuo è mio! Gli mando questo fucile. Alle gambe! gli ho detto;
tira loro alle gambe: cura di piombo, ci vuole! (Rosina, papera, papera, papera,
un altro po' d'aceto t'ho detto, e una pezzuola pulita.) Che volevi dirmi,
figliuolo mio?
Spatolino non sapeva più da che parte cominciare. Appena gli uscì di bocca il
nome di Ciancarella, una furia di male parole; all'accenno della costruzione del
tabernacolo, vide don Lagàipa trasecolare.
- Un tabernacolo?
- Sissignore: all'Ecce Homo. Vorrei sapere da Vostra Reverenza se debbo
farglielo.
- Lo domandi a me? Pezzo d'asino, che gli hai risposto?
Spatolino ripeté quanto aveva detto al Ciancarella e altro aggiunse che non
aveva detto, infervorandosi alle lodi del prete battagliero.
- Benissimo! E lui? Muso di cane!
- Ha avuto un sogno, dice.
- Imbroglione! Non starci a credere! Imbroglione! Se Dio veramente gli avesse
parlato in sogno, gli avrebbe suggerito piuttosto di ajutare un po' quei
poveretti dei Lattuga, che non vuol riconoscere per parenti solo perché son
divoti e fedeli a noi, mentre protegge i Montoro, capisci? quegli atei
socialisti, a cui lascerà tutte le sue ricchezze. Basta. Che vuoi da me? Fagli
il tabernacolo. Se non glielo fai tu, glielo farà un altro. Tanto, per noi, sarà
sempre bene, che un tal peccatore dia segno di volere in qualche modo
riconciliarsi con Dio. Imbroglione! Muso di cane!
Tornato a casa, Spatolino, per tutto quel giorno, disegnò tabernacoli. Verso
sera si recò a provvedere i materiali, due manovali, un ragazzo calcinajo. E il
giorno appresso, all'alba, si mise all'opera.
V.
La gente che passava a piedi o a cavallo o coi carri per lo stradone polveroso,
si fermava a domandare a Spatolino che cosa facesse.
- Un tabernacolo.
- Chi ve l'ha ordinato?
E lui, cupo, alzando un dito al cielo:
- L'Ecce Homo.
Non rispose altrimenti, per tutto il tempo che durò la fabbrica. La gente rideva
o scrollava le spalle.
- Giusto qua? - gli domandava però qualcuno, guardando verso il cancello della
villa.
A nessuno veniva in mente che il notajo potesse avere ordinato quel tabernacolo:
tutti, invece, ignorando che quel pezzo di terra appartenesse pure al
Ciancarella, e conoscendo il fanatismo religioso di Spatolino, pensavano che
questi, o per incarico del vescovo o per voto della Società Cattolica,
costruisse lì quel tabernacolo, per far dispetto al vecchio usurajo. E ne
ridevano.
Intanto, come se Dio veramente fosse sdegnato di quella fabbrica, capitarono a
Spatolino, lavorando, tutte le disgrazie. Già, quattro giorni a sterrare, prima
di trovare il pancone per le fondamenta; poi liti lassù alla cava, per la
pietra; liti per la calce, liti col fornaciajo; e infine, nell'assettar la
centina per costruir l'arco, cade la centina e per miracolo non accoppa il
ragazzo calcinajo.
All'ultimo, la bomba. Il Ciancarella, proprio nel giorno che Spatolino doveva
mostrargli il tabernacolo bell'e finito, un colpo apoplettico, di quelli
genuini, e in capo a tre ore, morto.
Nessuno allora poté più levar dal capo a Spatolino che quella morte improvvisa
del notajo fosse la punizione di Dio sdegnato. Ma non credette, dapprima, che lo
sdegno divino dovesse rovesciarsi anche su lui, che - pur di contraggenio -
s'era prestato a innalzare quella fabbrica maledetta.
Lo credette quando, recatosi dai Montoro, eredi del notajo, per aver pagata
l'opera sua, s'udì rispondere che nulla essi ne sapevano e che non volevano
perciò riconoscere quel debito non comprovato da nessun documento.
- Come! - esclamò Spatolino. - E il tabernacolo dunque per chi l'ho fatto io?
- Per l'Ecce Homo.
- Di testa mia?
- Oh insomma, - gli dissero quelli, per cavarselo di torno. - Noi crederemmo di
mancare di rispetto alla memoria di nostro zio supponendo anche per un momento
ch'egli abbia potuto davvero darti un incarico così contrario al suo modo di
pensare e di sentire. Non risulta da nulla. Che vuoi dunque da noi? Tienti il
tabernacolo; e, se non t'accomoda, ricorri al tribunale.
Ma subito, come no? ricorse al tribunale, Spatolino. Poteva forse perdere?
Potevano forse credere sul serio i giudici che egli avesse costruito di testa
sua un tabernacolo? E poi c'era il servo, per testimonio, il servo del
Ciancarella appunto, ch'era venuto a chiamarlo per incarico del padrone; e don
Lagàipa c'era, con cui era andato a consigliarsi quel giorno stesso; c'era la
moglie poi, a cui egli l'aveva detto, e i manovali che avevano lavorato con lui,
tutto quel tempo. Come poteva perdere?
Perdette, perdette, sissignori. Perdette, perché il servo del Ciancarella,
passato ora al servizio dei Montoro, andò a deporre che aveva chiamato sì
Spatolino per incarico del padrone, sant'anima; ma non certo perché il padrone,
sant'anima, avesse in mente di dargli l'incarico di costruire quel tabernacolo
lì, bensì perché dal giardiniere, ora morto, (guarda combinazione!) aveva
sentito dire che Spatolino aveva lui l'intenzione di costruire un tabernacolo
proprio lì, dirimpetto al cancello, e aveva voluto avvertirlo che il pezzo di
terra dall'altra parte dello stradone gli apparteneva, e che dunque si fosse
guardato bene dal costruirvi una minchioneria di quel genere. Soggiunse che
anzi, avendo egli un giorno detto al padrone, sant'anima, che Spatolino, non
ostante il divieto, scavava di là con tre manovali, il padrone, sant'anima, gli
aveva risposto: - E lascialo scavare, non lo sai ch'è matto? Cerca forse il
tesoro per terminare la chiesa di Santa Caterina! - A nulla giovò la
testimonianza di don Lagàipa, notoriamente ispiratore a Spatolino di tante altre
follie. Che più? Gli stessi manovali deposero che non avevano veduto mai il
Ciancarella e che la mercede giornaliera l'avevano ricevuta sempre dal
capomastro.
Spatolino scappò via dalla sala del tribunale come levato di cervello; non tanto
per la perdita del suo capitaluccio, buttato lì, nella costruzione di quel
tabernacolo; non tanto per le spese del processo a cui, per giunta, era stato
condannato; quanto per il crollo della sua fede nella giustizia divina.
- Ma dunque, - andava dicendo, - dunque non c'è più Dio?
Istigato da don Lagàipa, s'appellò. Fu il tracollo. Il giorno che gli arrivò la
notizia che anche in Corte d'appello aveva perduto, Spatolino non fiatò: con gli
ultimi soldi che gli erano rimasti in tasca, comprò un metro e mezzo di tela
bambagina rossa, tre sacchi vecchi e ritornò a casa.
- Fammi una tonaca! - disse alla moglie, buttandole i tre sacchi in grembo.
La moglie lo guardò, come se non avesse inteso.
- Che vuoi fare?
- T'ho detto: fammi una tonaca... No? Me la faccio da me.
In men che non si dica, sfondò due sacchi e li cucì insieme, per lungo; fece, a
quello di su, uno spacco davanti; col terzo sacco fece le maniche e le cucì
intorno a due buchi praticati nel primo sacco, a cui chiuse la bocca per un
tratto di qua e di là, per modo che vi restasse il largo per il collo. Ne fece
un fagottino, prese la tela bambagina rossa e, senza salutar nessuno, se n'andò.
Circa un'ora dopo, si sparse per tutto il paese la notizia che Spatolino,
impazzito, s'era impostato da statua di Cristo alla colonna, là, nel tabernacolo
nuovo, su lo stradone, dirimpetto alla villa del Ciancarella.
- Come impostato? che vuol dire?
- Ma sì, lui, da Cristo, là dentro il tabernacolo!
- Dite davvero?
- Davvero!
E tutto un popolo accorse a vederlo, dentro il tabernacolo, dietro il cancello,
insaccato in quella tonaca con le marche del droghiere ancora lì stampate, la
tela bambagia rossa su le spalle a mo' di mantello, una corona di spine in capo,
una canna in mano.
Teneva la testa bassa, inclinata da un lato, e gli occhi a terra. Non si
scompose minimamente né alle risa, né ai fischi, né a gli urli indiavolati della
folla che cresceva a mano a mano. Più d'un monello gli tirò qualche buccia;
parecchi, lì, sotto il naso, gli lanciarono crudelissime ingiurie: lui, sordo,
immobile, come una vera statua; solo che sbatteva di tanto in tanto le palpebre.
Né valsero a smuoverlo le preghiere, prima, le imprecazioni, poi, della moglie
accorsa con le altre donne del vicinato, né il pianto dei figliuoli. Ci volle
l'intervento di due guardie che, per porre fine a quella gazzarra, forzarono il
cancelletto del tabernacolo e trassero Spatolino in arresto.
- Lasciatemi stare! Chi più Cristo di me? - si mise allora a strillare Spatolino,
divincolandosi. - Non vedete come mi beffano e come m'ingiuriano? Chi più Cristo
di me? Lasciatemi! Questa è casa mia! Me la son fatta io, col mio danaro e con
le mie mani! Ci ho buttato il sangue mio! Lasciatemi, giudei!
Ma que' giudei non vollero lasciarlo prima di sera.
- A casa! - gli ordinò il delegato. - A casa, e giudizio, bada!
- Sì, signor Pilato, - gli rispose Spatolino, inchinandosi.
E, quatto quatto, se ne ritornò al tabernacolo. Di nuovo, lì, si parò da Cristo;
vi passò tutta la notte, e più non se ne mosse.
Lo tentarono con la fame; lo tentarono con la paura, con lo scherno; invano.
Finalmente lo lasciarono tranquillo, come un povero matto che non faceva male a
nessuno.
VI.
Ora c'è chi gli porta l'olio per la lampada; c'è chi gli porta da mangiare e da
bere; qualche donnicciola, pian piano, comincia a dirlo santo e va a
raccomandarglisi perché preghi per lei e pe' suoi; qualche altra gli ha recato
una tonaca nuova, men rozza, e gli ha chiesto in compenso tre numeri da giocare
al lotto.
I carrettieri, che passano di notte per lo stradone, si sono abituati a quel
lampadino ch'arde nel tabernacolo, e lo vedono da lontano con piacere; si
fermano un pezzo lì davanti, a conversare col povero Cristo, che sorride
benevolmente a qualche loro lazzo; poi se ne vanno; il rumor dei carri si spegne
a poco a poco nel silenzio; e il povero Cristo si riaddormenta, o scende a fare
i suoi bisogni dietro al muro, senza più pensare in quel momento che è parato da
Cristo, con la tonaca di sacco e il mantello di bambagina rossa.
Spesso però qualche grillo, attirato dal lume, gli schizza addosso e lo sveglia
di soprassalto. Allora egli si rimette a pregare; ma non è raro il caso che,
durante la preghiera, un altro grillo, l'antico grillo canterino si ridesti
ancora in lui. Spatolino si scosta dalla fronte la corona di spine, a cui già
s'è abituato, e - grattandosi lì, dove le spine gli han lasciato il segno - con
gli occhi invagati, si rimette a fischiettare:
- Fififì... fififì... fififì...
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