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III.
Tutti, a sentirlo parlare, credevano che lo Scala avesse già dimenticato i
dolori passati e non si curasse più di nulla ormai, tranne di quel suo pezzetto
di terra, da cui non si staccava più da anni, nemmeno per un giorno.
Del figliuolo scomparso, sperduto per il mondo, - se qualche volta ne parlava,
perché qualcuno gliene moveva il discorso - si sfogava a dir male, per
l'ingratitudine che gli aveva dimostrata, per il cuor duro di cui aveva dato
prova.
- Se è vivo, - concludeva - è vivo per sé; per me, è morto, e non ci penso più.
Diceva così, ma, intanto, non partiva per l'America da tutti quei dintorni un
contadino, dal quale non si recasse di nascosto, alla vigilia della partenza,
per consegnargli segretamente una lettera indirizzata a quel suo figliuolo.
- Non per qualche cosa, oh! Se niente niente t'avvenisse di vederlo o d'averne
notizia, laggiù.
Molte di quelle lettere gli eran tornate indietro, con gli emigranti rimpatriati
dopo quattro o cinque anni, gualcite, ingiallite, quasi illeggibili ormai.
Nessuno aveva visto Neli, né era riuscito ad averne notizia, né all'Argentina,
né al Brasile, né a gli Stati Uniti.
Egli ascoltava, poi scrollava le spalle:
- E che me n'importa? Da' qua, da' qua. Non mi ricordavo più neanche d'averti
dato questa lettera per lui.
Non voleva mostrare a gli estranei la miseria del suo cuore, l'inganno in cui
sentiva il bisogno di persistere ancora: che il figlio, cioè, fosse là, in
America, in qualche luogo remoto, e che dovesse un giorno o l'altro ritornare,
venendo a sapere ch'egli s'era adattato alla nuova condizione e possedeva una
campagna, dove viveva tranquillo, aspettandolo.
Era poca, veramente, quella terra; ma da parecchi anni don Mattia covava, di
nascosto al Butera, il disegno d'ingrandirla, acquistando la terra d'un suo
vicino, col quale già s'era messo a prezzo e accordato. Quante privazioni,
quanti sacrifizii non s'era imposti, per metter da parte quanto gli bisognava
per attuare quel suo disegno! Era poca, sì, la sua terra; ma da un pezzo egli,
affacciandosi al balcone della cascina, s'era abituato a saltar con gli occhi il
muro di cinta tra il suo podere e quello del vicino e a considerar come sua
tutta quanta quella terra. Raccolta la somma convenuta, aspettava solamente che
il vicino si risolvesse a firmare il contratto e a sloggiare di là.
Gli sapeva mill'anni, allo Scala; ma, per disgrazia, gli era toccato ad aver da
fare con un benedett'uomo! Buono, badiamo, quieto, garbato, remissivo, don
Filippino Lo Cìcero, ma senza dubbio un po' svanito di cervello. Leggeva dalla
mattina alla sera certi libracci latini, e viveva solo in campagna con una
scimmia che gli avevano regalata.
La scimmia si chiamava Tita; era vecchia e tisica per giunta. Don Filippino la
curava come una figliuola, la carezzava, s'assoggettava senza mai ribellarsi a
tutti i capricci di lei; con lei parlava tutto il giorno, certissimo d'esser
compreso. E quando essa, triste per la malattia, se ne stava arrampicata su la
trabacca del letto, ch'era il suo posto preferito, egli, seduto su la poltrona,
si metteva a leggerle qualche squarcio delle Georgiche o delle Bucoliche:
- Tityre, tu patulae...
Ma quella lettura era di tratto in tratto interrotta da certi soprassalti
d'ammirazione curiosissimi: a qualche frase, a qualche espressione, talvolta
anche per una semplice parola, di cui don Filippino comprendeva la squisita
proprietà o gustava la dolcezza, posava il libro su le ginocchia, socchiudeva
gli occhi e si metteva a dire celerissimamente: - Bello! bello! bello! bello!
bello! - abbandonandosi man mano su la spalliera, come se svenisse dal piacere. Tita allora scendeva dalla trabacca e gli montava sul petto, angustiata,
costernata; don Filippino la abbracciava e le diceva, al colmo della gioja:
- Senti, Tita, senti... Bello! bello! bello! bello! bello...
Ora don Mattia Scala voleva la campagna: aveva fretta, cominciava a essere
stufo, e aveva ragione: la somma convenuta era pronta - e notare che quel denaro
a don Filippino avrebbe fatto tanto comodo; ma, Dio benedetto, come avrebbe poi
potuto in città gustar la poesia pastorale e campestre del suo divino Virgilio?
- Abbi pazienza, caro Mattia!
La prima volta che lo Scala s'era sentito rispondere così, aveva sbarrato tanto
d'occhi:
- Mi burlate, o dite sul serio?
Burlare? Ma neanche per sogno! Diceva proprio sul serio, don Filippino.
Certe cose lo Scala, ecco, non le poteva capire. E poi c'era Tita, Tita ch'era
abituata a vivere in campagna, e che forse non avrebbe più saputo farne a meno,
poverina.
Nei giorni belli don Filippino la conduceva a passeggio, un po' facendola
camminare pian pianino coi suoi piedi, un po' reggendola in braccio, come fosse
una bambina; poi sedeva su qualche masso a piè d'un albero; Tita allora
s'arrampicava sui rami e, spenzolandosi, afferrata per la coda, tentava di
ghermirgli la papalina per il fiocco o di acciuffargli la parrucca o di
strappargli il Virgilio dalle mani.
- Bonina, Tita, bonina! Fammi questo piacere, povera Tita!
Povera, povera, sì, perché era condannata, quella cara bestiola. E Mattia Scala,
dunque, doveva avere ancora un po' di pazienza.
- Aspetta almeno, - gli diceva don Filippino - che questa povera bestiola se ne
vada. Poi la campagna sarà tua. Va bene?
Ma era già passato più d'un anno di comporto, e quella brutta bestiaccia non si
risolveva a crepare.
- Vogliamo farla invece guarire? - gli disse un giorno lo Scala. - Ho una
ricetta coi fiocchi!
Don Filippino lo guardò sorridente, ma pure con una cert'ansia, e domandò:
- Mi burli?
- No. Sul serio. Me l'ha data un veterinario che ha studiato a Napoli:
bravissimo.
- Magari, caro Mattia!
- Dunque fate così. Prendete quanto un litro d'olio fino. Ne avete, olio fino?
ma fino, proprio fino?
- Lo compro, anche se dovessi pagarlo sangue di papa.
- Bene. Quanto un litro. Mettetelo a bollire, con tre spicchi d'aglio, dentro.
- Aglio?
- Tre spicchi. Date ascolto a me. Quando l'olio comincerà a muoversi, prima che
alzi il bollo, toglietelo dal fuoco. Prendete allora una buona manata di farina
di Majorca e buttatecela dentro.
- Farina di Majorca?
- Di Majorca, gnorsì. Mestate; poi, quando si sarà ridotta come una pasta molle,
oleosa, applicatela, ancora calda, sul petto e su le spalle di quella brutta
bestia; ricopritela ben bene di bambagia, di molta bambagia, capite?
- Benissimo: di bambagia; e poi?
- Poi aprite una finestra e buttatela giù.
- Ohooo! - miaolò don Filippino. - Povera Tita!
- Povera campagna, dico io! Voi non ci badate; io debbo guardarla da lontano, e
intanto, pensate: non c'è più vigna; gli alberi aspettano da una diecina d'anni
almeno, la rimonda; i frutici crescono senza innesti, coi polloni sparpagliati,
che si succhian la vita l'un l'altro e par che chiedano ajuto da tutte le parti;
di molti olivi non resta che da far legna. Che debbo comperarmi, alla fine?
Possibile seguitare così?
Don Filippino, a queste rimostranze, faceva una faccia talmente afflitta, che
don Mattia non si sentiva più l'animo d'aggiunger altro.
Con chi parlava, del resto? Quel pover uomo non era di questo mondo. Il sole, il
sole vero, il sole della giornata non era forse mai sorto per lui: per lui
sorgevano ancora i soli del tempo di Virgilio.
Aveva vissuto sempre là, in quella campagna, prima insieme con lo zio prete,
che, morendo, gliel'aveva lasciata in eredità, poi sempre solo. Orfano a tre
anni, era stato accolto e cresciuto da quello zio, appassionato latinista e
cacciatore per la vita. Ma di caccia don Filippino non s'era mai dilettato,
forse per l'esperienza fatta su lo zio, il quale - quantunque prete - era
terribilmente focoso: l'esperienza cioè, di due dita saltate a quella
buon'anima, dalla mano sinistra, nel caricare il fucile. Si era dato tutto al
latino, lui, invece, con passione quieta, contentandosi di svenire dal piacere,
parecchie volte, durante la lettura; mentre l'altro, lo zio prete, si levava in
piedi, nei suoi soprassalti d'ammirazione, infocato in volto, con le vene della
fronte così gonfie che pareva gli volessero scoppiare, e leggeva ad altissima
voce e in fine prorompeva, scaraventando il libro per terra o su la faccia
rimminchionita di don Filippino:
- Sublime, santo diavolo!
Morto di colpo questo zio, don Filippino era rimasto padrone della campagna; ma
padrone per modo di dire.
In vita, lo zio prete aveva anche posseduto una casa nella vicina città, e
questa casa aveva lasciato nel testamento al figliuolo di un'altra sua sorella,
il quale si chiamava Saro Trigona. Ora forse, costui, considerando la propria
condizione di sfortunato sensale di zolfo, di sfortunatissimo padre di famiglia
con una caterva di figliuoli, s'aspettava che lo zio prete lasciasse tutto a
lui, la casa e la campagna, con l'obbligo, si capisce, di prendere con sé e di
mantenere, vita natural durante, il cugino Lo Cìcero, il quale, cresciuto sempre
come un figlio di famiglia, sarebbe stato inetto, per altro, ad amministrar da
sé quella campagna. Ma, poiché lo zio non aveva avuto per lui questa
considerazione, Saro Trigona, non potendo per diritto, cercava di trar profitto
in tutte le maniere anche dell'eredità del cugino, e mungeva spietatamente il
povero don Filippino. Quasi tutti i prodotti della campagna andavano a lui:
frumento, fave, frutta, vino, ortaggi; e, se don Filippino ne vendeva qualche
parte di nascosto, come se non fosse roba sua, il cugino Saro, scoprendo la
vendita, gli piombava in campagna su le furie, quasi avesse scoperto una frode a
suo danno, e invano don Filippino gli dimostrava umilmente che quel denaro gli
serviva per i molti lavori di cui la campagna aveva bisogno. Voleva il denaro:
- O mi uccido! - gli diceva, accennando di cavar la rivoltella dal fodero sotto
la giacca. - Mi uccido qua, davanti a te Filippino, ora stesso! Perché non ne
posso più, credimi! Nove figliuoli, Cristo sacrato, nove figliuoli che mi
piangono per il pane!
E meno male quando veniva solo, in campagna, a far quelle scenate! Certe volte
conduceva con sé la moglie e la caterva dei figliuoli. A don Filippino, abituato
a vivere sempre solo, gli pareva d'andar via col cervello. Quei nove nipoti,
tutti maschi, il maggiore dei quali non aveva ancora quattordici anni,
quantunque «piangenti per il pane» prendevano d'assalto, come nove demonii
scatenati, la tranquilla casa campestre dello zio; gli mettevano tutto sossopra:
ballavano, ballavano proprio quelle stanze, dagli urli, dalle risa, dai pianti,
dalle corse sfrenate; poi s'udiva, immancabilmente, il fracasso, il rovinio di
qualche grossa rottura, almeno almeno di qualche specchio d'armadio andato in
briciole; allora Saro Trigona balzava in piedi, gridando:
- Faccio l'organo! faccio l'organo!
Rincorreva, acciuffava quelle birbe; distribuiva calci, schiaffi, pugni,
sculacciate; poi, com'essi si mettevano a strillare in tutti i toni, li
disponeva in fila, per ordine d'altezza, e così facevano l'organo.
- Fermi là! Belli... belli davvero, guarda, Filippino! Non sono da dipingere?
Che sinfonia!
Don Filippino si turava gli orecchi, chiudeva gli occhi e si metteva a pestare i
piedi dalla disperazione.
- Mandali via! Rompano ogni cosa; si portino via casa, alberi, tutto; ma
lasciatemi in pace per carità!
Aveva torto, però, don Filippino. Perché la cugina, per esempio, non veniva mai
con le mani vuote a trovarlo in campagna: gli portava qualche papalina ricamata,
con un bel fiocco di seta: come no? quella che teneva in capo; o un pajo di
pantofole gli portava, pur ricamate da lei: quelle che teneva ai piedi. E la
parrucca? Dono e attenzione del cugino, per guardarlo dai raffreddori frequenti,
a cui andava soggetto, per la calvizie precoce. Parrucca di Francia! Gli era
costata un occhio, a Saro Trigona. E la scimmia, Tita? Anch'essa, regalo della
cugina: regalo di sorpresa, per rallegrare gli ozii e la solitudine del buon
cugino esiliato in campagna. Come no?
- Somarone, scusate, somarone! - gli gridava don Mattia Scala. - O perché mi
fate ancora aspettare a pigliar possesso? Firmate il contratto, levatevi da
questa schiavitù! Col denaro che vi do io, voi senza vizii, voi con così pochi
bisogni, potreste viver tranquillo, in città, gli anni che vi restano. Siete
pazzo? Se perdete ancora altro tempo per amore di Tita e di Virgilio, vi
ridurrete all'elemosina, vi ridurrete!
Perché don Mattia Scala, non volendo che andasse in malora il podere ch'egli
considerava già come suo, s'era messo ad anticipare al Lo Cìcero parte della
somma convenuta.
- Tanto, per la potatura; tanto per gl'innesti; tanto per la concimazione... Don
Filippino, diffalchiamo!
- Diffalchiamo! - sospirava don Filippino. - Ma lasciami stare qui. In città,
vicino a quei demonii, morirei dopo due giorni. Tanto a te non do ombra. Non sei
tu qua il padrone, caro Mattia? Puoi far quello che ti pare e piace. Io non ti
dico niente. Basta che tu mi lasci star tranquillo...
- Sì. Ma intanto, - gli rispondeva lo Scala - i beneficii se li gode vostro
cugino!
- Che te ne importa? - gli faceva osservare il Lo Cìcero. - Questo denaro tu
dovresti darmelo tutto in una volta, è vero? Me lo dai invece così, a spizzico;
e ci perdo io, in fondo, perché, diffalcando oggi, diffalcando domani, mi verrà
un giorno a mancare, mentre tu lo avrai speso qua, a beneficar la terra che
allora sarà tua.
IV.
Il ragionamento di don Filippino era senza dubbio convincente; ma che sicuro
aveva intanto lo Scala di quei denari spesi nel fondo di lui? E se don Filippino
fosse venuto a mancare d'un colpo, Dio liberi! senza aver tempo e modo di firmar
l'atto di vendita, per quel tanto che oramai gli toccava, Saro Trigona, suo
unico erede, avrebbe poi riconosciuto quelle spese e il precedente accordo col
cugino?
Questo dubbio sorgeva di tanto in tanto nell'animo di don Mattia; ma poi pensava
che, a voler forzare don Filippino a cedergli il possesso del fondo, a volerlo
mettere alle strette per quei denari anticipati, poteva correre il rischio di
sentirsi rispondere: «O infine, chi t'ha costretto ad anticiparmeli? Per me, il
fondo poteva restar bene com'era e andar anche in malora: non me ne sono mai
curato. Non puoi mica, ora, cacciarmi di casa mia, se io non voglio». Pensava
inoltre lo Scala che aveva da fare con un vero galantuomo, incapace di far male,
neanche a una mosca. Quanto al pericolo che morisse d'un colpo, questo pericolo
non c'era: senza vizii, e viveva così morigeratamente, sempre sano e vegeto, che
prometteva anzi di campar cent'anni. Del resto, il termine del comporto era già
fissato: alla morte della scimmia, che poco più ormai si sarebbe fatta
aspettare.
Era tal fortuna, infine, per lui, il potere acquistar quella terra a così modico
prezzo, che gli conveniva star zitto e fidare; gli conveniva tenervi così, anzi,
la mano sopra, con quei denari che ci veniva spendendo a mano a mano,
quietamente, e come gli pareva e piaceva. Il vero padrone, lì, era lui; stava
più lì, si può dire, che nel suo podere.
- Fate questo; fate quest'altro.
Comandava; s'abbelliva la campagna, e non pagava tasse. Che voleva di più?
Tutto poteva aspettarsi il povero don Mattia, tranne che quella scimmia
maledetta, che tanto lo aveva fatto penare, gli dovesse far l'ultima!
Era solito lo Scala di levarsi prima dell'alba, per vigilare ai preparativi del
lavoro prestabilito la sera avanti col garzone; non voleva che questi, dovendo,
per esempio, attendere alla rimonda, tornasse due o tre volte dalla costa alla
cascina o per la scala, o per la pietra d'affilare la ronca o l'accetta, o per
l'acqua o per la colazione: doveva andarsene munito e provvisto di tutto punto,
per non perder tempo inutilmente.
- Lo ziro, ce l'hai? Il companatico? Tieni, ti do una cipolla. E svelto, mi
raccomando.
Passava quindi, prima che il sole spuntasse, nel podere del Lo Cìcero.
Quel giorno, a causa d'una carbonaja a cui si doveva dar fuoco, lo Scala fece
tardi. Erano già passate le dieci. Intanto, la porta della cascina di don
Filippino era ancora chiusa, insolitamente. Don Mattia picchiò: nessuno gli
rispose: picchiò di nuovo, invano; guardò su ai balconi e alle finestre: chiusi
per notte, ancora.
«Che novità?» pensò, avviandosi alla casa colonica lì vicino, per aver notizie
dalla moglie del garzone.
Ma anche lì trovò chiuso. Il podere pareva abbandonato.
Lo Scala allora si portò le mani alla bocca per farsene portavoce e, rivolto
verso la campagna, chiamò forte il garzone. Come questi, poco dopo, dal fondo
della piaggia, gli diede la voce, don Mattia gli domandò se don Filippino fosse
là con lui. Il garzone gli rispose che non s'era visto. Allora, già con un po'
d'apprensione, lo Scala tornò a picchiare alla cascina; chiamò più volte: - Don
Filippino! Don Filippino! - e, non avendo risposta, né sapendo che pensarne, si
mise a stirarsi con una mano quel suo nasone palpitante.
La sera avanti egli aveva lasciato l'amico in buona salute. Malato, dunque, non
poteva essere, almeno fino al punto di non poter lasciare il letto per un
minuto. Ma forse, ecco, s'era dimenticato di aprir le finestre delle camere
poste sul davanti, ed era uscito per la campagna con la scimmia: il portone
forse lo aveva chiuso, vedendo che nella casa colonica non c'era alcuno di
guardia.
Tranquillatosi con questa riflessione, si mise a cercarlo per la campagna, ma
fermandosi di tratto in tratto qua e là, dove con l'occhio esperto e previdente
dell'agricoltore scorgeva a volo il bisogno di qualche riparo; di tratto in
tratto chiamando:
- Don Filippino, oh don Filippììì...
Si ridusse così in fondo alla piaggia, dove il garzone attendeva con tre
giornanti a zappare la vigna.
- E don Filippino? Che se n'è fatto? Io non lo trovo.
Ripreso dalla costernazione, di fronte all'incertezza di quegli uomini, a cui
pareva strano ch'egli avesse trovata chiusa la villa com'essi la avevano
lasciata nell'avviarsi al lavoro, lo Scala propose di ritornar su tutti insieme
a vedere che fosse accaduto.
- Ho bell'e capito! Questa mattina è infilata male!
- Quando mai, lui! - badava a dire il garzone. - Di solito così mattiniero...
- Ma gli starà male la scimmia, vedrete! - disse uno dei giornanti. - La terrà
in braccio, e non vorrà muoversi per non disturbarla.
- Neanche a sentirsi chiamato, come l'ho chiamato io, non so più quante volte? -
osservò don Mattia. - Va' là! Qualcosa dev'essergli accaduto!
Pervenuti su lo spiazzo innanzi alla cascina, tutti e cinque, ora l'uno ora
l'altro, si provarono a chiamarlo, inutilmente; fecero il giro della cascina;
dal lato di tramontana, trovarono una finestra con gli scuri aperti; si
rincorarono:
- Ah! esclamò il garzone. - Ha aperto, finalmente! È la finestra della cucina.
- Don Filippino! - gridò lo Scala. - Mannaggia a voi! Non ci fate disperare!
Attesero un pezzo coi nasi per aria; tornarono a chiamarlo in tutti i modi; alla
fine, don Mattia, ormai costernatissimo e infuriato, prese una risoluzione.
- Una scala!
Il garzone corse alla casa colonica e ritornò poco dopo con la scala.
- Monto io! - disse don Mattia, pallido e fremente al solito, scostando tutti.
Pervenuto all'altezza della finestra, si tolse il cappellaccio bianco, vi cacciò
il pugno e infranse il vetro, poi aprì la finestra e saltò dentro.
Il focolare, lì, in cucina, era spento. Non s'udiva nella casa alcun rumore.
Tutto, là dentro, era ancora come se fosse notte: soltanto dalle fessure delle
imposte traspariva il giorno.
- Don Filippino! - chiamò ancora una volta lo Scala: ma il suono della sua
stessa voce, in quel silenzio strano, gli suscitò un brivido, dai capelli alla
schiena.
Attraversò, a tentoni, alcune stanze; giunse alla camera da letto, anch'essa al
bujo. Appena entrato, s'arrestò di botto. Al tenue barlume che filtrava dalle
imposte, gli parve di scernere qualcosa, come un'ombra, che si moveva sul letto,
strisciando, e dileguava. I capelli gli si drizzarono su la fronte; gli mancò la
voce per gridare. Con un salto fu al balcone, lo aprì, si voltò e spalancò gli
occhi e la bocca, dal raccapriccio, scotendo le mani per aria. Senza fiato,
senza voce, tutto tremante e ristretto in sé dal terrore, corse alla finestra
della cucina.
- Su... su, salite! Ammazzato! Assassinato!
- Assassinato? Come! Che dice? - esclamarono quelli che attendevano
ansiosamente, slanciandosi tutti e quattro insieme per montare. Il garzone volle
andare innanzi agli altri, gridando:
- Piano per la scala! A uno a uno!
Sbalordito, allibito, don Mattia si teneva con tutt'e due le mani la testa,
ancora con la bocca aperta e gli occhi pieni di quell'orrenda vista.
Don Filippino giaceva sul letto col capo rovesciato indietro, affondato nel
guanciale, come per uno stiramento spasmodico, e mostrava la gola squarciata e
sanguinante: teneva ancora alzate le mani, quelle manine che non gli parevano
nemmeno, orrende ora a vederle, così scompostamente irrigidite e livide.
Don Mattia e i quattro contadini lo mirarono un pezzo, atterriti; a un tratto,
trabalzarono tutt'e cinque, a un rumore che venne di sotto al letto: si
guardarono negli occhi; poi, uno di loro si chinò a guardare.
- La scimmia! - disse con un sospiro di sollievo, e quasi gli venne di ridere.
Gli altri quattro, allora, si chinarono anch'essi a guardare.
Tita, accoccolata sotto il letto, con la testa bassa e le braccia incrociate sul
petto, vedendo quei cinque che la esaminavano, giro giro, così chinati e
stravolti, tese le mani alle tavole del letto e saltò più volte a balziculi, poi
accomodò la bocca ad o, ed emise un suono minaccioso:
- Chhhh...
- Guardate! - gridò allora lo Scala. - Sangue... Ha le mani... il petto
insanguinati... essa lo ha ucciso!
Si ricordò di ciò che gli era parso di scernere, entrando, e raffermò, convinto:
- Essa, sì! l'ho veduta io, con gli occhi miei! Stava sul letto...
E mostrò ai quattro contadini inorriditi le scigrigne su le gote e sul mento del
povero morto:
- Guardate!
Ma come mai? La scimmia? Possibile? Quella bestia ch'egli teneva da tanti anni
con sé, notte e giorno?
- Fosse arrabbiata? - osservò uno dei giornanti, spaventato.
Tutt'e cinque, a un tempo, con lo stesso pensiero si scostarono dal letto.
- Aspettate! Un bastone... - disse don Mattia.
E cercò con gli occhi nella camera, se ce ne fosse qualcuno, o se ci fosse
almeno qualche oggetto che potesse farne le veci.
Il garzone prese per la spalliera una seggiola e si chinò; ma gli altri, così
inermi, senza riparo, ebbero paura e gli gridarono:
- Aspetta! Aspetta!
Si munirono di seggiole anche loro. Il garzone allora spinse la sua più volte
sotto il letto: Tita balzò fuori dall'altra parte, s'arrampicò con meravigliosa
agilità su per la trabacca del letto, andò ad accoccolarsi in cima al
padiglione, e lassù, pacificamente, come se nulla fosse, si mise a grattarsi il
ventre, poi a scherzar con le cocche d'un fazzoletto che il povero don Filippino
le aveva legato alla gola.
I cinque uomini stettero a mirare quell'indifferenza bestiale, rimbecilliti.
- Che fare, intanto? - domandò lo Scala, abbassando gli occhi sul cadavere; ma
subito alla vista di quella gola squarciata, voltò la faccia. - Se lo coprissimo
con lo stesso lenzuolo?
- Nossignore! - disse subito il garzone. - Vossignoria dia ascolto a me. Bisogna
lasciarlo così come si trova. Io sono qua, di casa, e non voglio impicci con la
giustizia, io. Anzi mi siete tutti testimoni.
- Che c'entra adesso! - esclamò don Mattia, dando una spallata.
Ma il garzone riprese ponendo avanti le mani:
- Non si sa mai, con la giustizia, padrone mio! Siamo poveretti, nojaltri, e con
noi... so io quel che mi dico...
- Io penso, invece, - gridò don Mattia, esasperato, - penso che lui, là, povero
pazzo, è morto come un minchione, per la sua stolidaggine, e che io, intanto,
più pazzo e più stolido di lui, son bell'e rovinato! Oh, ma - tutti testimoni
davvero, voi qua - che in questa campagna io ho speso i miei denari, il sangue
mio: lo direte... Ora andate ad avvertire quel bel galantuomo di Saro Trigona e
il pretore e il delegato, che vengano a vedere le prodezze di questa...
Maledetta! - urlò, con uno scatto improvviso, strappandosi dal capo il
cappellaccio e lanciandolo contro la scimmia.
Tita lo colse al volo, lo esaminò attentamente, vi stropicciò la faccia, come
per soffiarsi il naso, poi se lo cacciò sotto e vi si pose a sedere. I quattro
contadini scoppiarono a ridere, senza volerlo.
V.
Niente: né un rigo di testamento, né un appunto pur che fosse in qualche
registro o in qualche pezzetto di carta volante.
E non bastava il danno: toccavano per giunta a don Mattia Scala le beffe degli
amici. Eh già, perché infatti, Nocio Butera, per esempio, avrebbe facilmente
immaginato, che don Filippino Lo Cìcero sarebbe morto a quel modo, ucciso dalla
scimmia.
- Tu, Tino Làbiso, che ne dici, eh? Può essere, è vero? Che bestia! che bestia!
che bestia!
E don Mattia si calcava fin sopra gli occhi con le mani afferrate alla tesa il
cappellaccio bianco, e pestava i piedi dalla rabbia.
Saro Trigona, finché il cugino non fu sotterrato, dopo gli accertamenti del
medico e del pretore, non gli volle dare ascolto, protestando che la disgrazia
non gli consentiva di parlar d'affari.
- Sì! Come se la scimmia non gliel'avesse regalata lui, apposta! - si sfogava a
dire lo Scala, di nascosto.
Avrebbe dovuto farle coniare una medaglia d'oro, a quella scimmia, e invece -
ingrato, - l'aveva fatta fucilare: proprio così, fu-ci-la-re, il giorno dopo,
non ostante che il giovane medico, venuto in campagna insieme col pretore,
avesse trovato una graziosa spiegazione del delitto incosciente della bestia.
Tita, malata di tisi, si sentiva forse mancare il respiro, anche a causa,
probabilmente, di quel fazzoletto che il povero don Filippino le aveva legato al
collo, forse un po' troppo stretto, o perché se lo fosse stretto lei stessa
tentando di slegarselo. Ebbene: forse era saltata sul letto per indicare al
padrone dove si sentiva mancare il respiro, lì, al collo, e gliel'aveva preso
con le mani; poi, nell'oppressura, non riuscendo a tirare il fiato, esasperata,
forse s'era messa a scavare con le unghie, lì, nella gola del padrone. Ecco
fatto! Bestia era, infine. Che capiva?
E il pretore, serio serio, accigliato, col testone calvo, rosso, sudato, aveva
fatto ripetuti segni d'approvazione alla rara perspicacia del giovine medico -
tanto carino!
Basta. Sotterrato il cugino, fucilata la scimmia, Saro Trigona si mise a
disposizione di don Mattia Scala.
- Caro don Mattia, discorriamo.
C'era poco da discorrere. Lo Scala, con quel suo fare a scatti, gli espose
brevemente il suo accordo col Lo Cìcero, e come, aspettando di giorno in giorno
che quella maledetta bestiaccia morisse per pigliar possesso, avesse speso nel
podere, in più stagioni, col consenso del Lo Cìcero stesso, beninteso, parecchie
migliaja di lire, che dovevano per conseguenza detrarsi dalla somma convenuta.
Chiaro, eh?
- Chiarissimo! - rispose il Trigona, che aveva ascoltato con molta attenzione il
racconto dello Scala, approvando col capo, serio serio, come il pretore. -
Chiarissimo! E io, dal canto mio, caro don Mattia, sono disposto a rispettare
l'accordo. Fo il sensale; e, voi lo sapete: tempacci! Per collocare una partita
di zolfo ci vuol la mano di Dio: la senseria se ne va in francobolli e in
telegrammi. Questo, per dirvi che io, con la mia professione, non potrei
attendere alla campagna, di cui non so proprio che farmi. Ho poi, come sapete,
caro don Mattia, nove figliuoli maschi, che debbono andare a scuola: bestie, uno
più dell'altro: ma vanno a scuola. Debbo, dunque, per forza stare in città.
Veniamo a noi. C'è un guajo, c'è. Eh, caro don Mattia, pur troppo! Guajo grosso.
Nove figliuoli, dicevamo, e voi non sapete, non potete farvi un'idea di quanto
mi costino: di scarpe soltanto... ma già, è inutile che stia a farvi il conto!
Impazzireste. Per dirvi, caro don Mattia...
- Non me lo dite più, per carità, caro don Mattia, - proruppe lo scala, irritato
di quell'interminabile discorso che non veniva a capo di nulla. - Caro don
Mattia... caro don Mattia... basta! concludiamo! Ho già perso troppo tempo con
la scimmia e con don Filippino!
- Ecco, - riprese il Trigona, senza scomporsi. - Volevo dirvi che ho avuto
sempre bisogno di ricorrere a certi messeri, che Dio ne scampi e liberi, per...
mi spiego? e, si capisce, mi hanno messo i piedi sul collo. Voi sapete chi porta
la bandiera, nel nostro paese, in questa specie d'operazioni...
- Dima Chiarenza? - esclamò subito lo Scala scattando in piedi, pallidissimo.
Scaraventò il cappello per terra, si passò furiosamente una mano sui capelli;
poi, rimanendo con la mano dietro la nuca, sbarrando gli occhi e appuntando
l'indice dell'altra mano, come un'arma, verso il Trigona:
- Voi? - aggiunse. - Voi, da quel boja? da quell'assassino, che mi ha mangiato
vivo? Quanto avete preso?
- Aspettate, vi dirò, - rispose il Trigona, con calma dolente, ponendo innanzi
una mano. - Non io! perché quel boja, come voi dite benissimo, della mia firma
non ha mai voluto saperne...
- E allora... don Filippino? - domandò lo Scala coprendosi il volto con le mani,
come per non veder le parole che gli uscivano di bocca.
- L'avallo... - sospirò il Trigona, tentennando il capo amaramente.
Don Mattia si mise a girar per la stanza, esclamando, con le mani per aria:
- Rovinato! Rovinato! Rovinato!
- Aspettate, - ripeté il Trigona. - Non vi disperate. Vediamo di rimediarla.
Quanto intendevate di dare voi, a Filippino, per la terra?
- Io? - gridò lo Scala, fermandosi di botto, con le mani sul petto. - Diciotto
mila lire, io: contanti! Son circa sei ettari di terra: tre salme giuste, con la
nostra misura: sei mila lire a salma, contanti! Dio sa quel che ho penato per
metterle insieme: e ora, ora mi vedo sfuggir l'affare, la terra sotto i piedi,
la terra che già consideravo mia!
Mentre don Mattia si sfogava così, Saro Trigona si toccava le dita, accigliato,
per farsi i conti:
- Diciotto mila... oh, dunque, si dice...
- Piano, - lo interruppe lo Scala. - Diciotto mila, se la buon'anima m'avesse
lasciato subito il possesso del fondo. Ma più di sei mila già ce l'ho spese. E
questo è conto che si può far subito, sul luogo. Ho i testimoni: quest'anno
stesso, ho piantato due migliaja di vitigni americani, spaventosi! e poi...
Saro Trigona si levò in piedi per troncare quella discussione, dichiarando:
- Ma dodici mila non bastano, caro don Mattia. Gliene debbo più di venti mila a
quel boja, figuratevi!
- Venti mila lire? - esclamò lo Scala, trasecolando. - E che avete mangiato,
denari, voi e i vostri figliuoli?
Il Trigona trasse un lunghissimo sospiro e, battendo una mano sul braccio dello
Scala, disse:
- E le mie disgrazie, don Mattia? Non è ancora un mese, che mi è toccato a pagar
nove mila lire a un negoziante di Licata, per differenza di prezzo su una
partita di zolfo. Lasciatemi stare! Furono le ultime cambiali che mi avallò il
povero Filippino, Dio l'abbia in gloria!
Dopo altre inutili rimostranze, convennero di recarsi quel giorno stesso, con le
dodici mila lire in mano, dal Chiarenza, per tentare un accordo.
VI.
La casa di Dima Chiarenza sorgeva su la piazza principale del paese.
Era una casa antica, a due piani, annerita dal tempo, innanzi alla quale
solevano fermarsi con le loro macchinette fotografiche i forestieri, inglesi e
tedeschi che si recavano a veder le zolfare, destando una certa meraviglia mista
di dileggio o di commiserazione negli abitanti del paese, per i quali quella
casa non era altro che una cupa decrepita stamberga, che guastava l'armonia
della piazza, col palazzo comunale di fronte, stuccato e lucido, che pareva di
marmo, e maestoso anche, con quel loggiato a otto colonne; la Matrice di qua, il
Palazzo della Banca Commerciale di là, che aveva a pianterreno uno splendido
Caffè da una parte, dall'altra il Circolo di Compagnia.
Il Municipio, secondo i soci di questo Circolo, avrebbe dovuto provvedere a
quello sconcio, obbligando il Chiarenza a dare almeno un intonaco decente alla
sua casa. Avrebbe fatto bene anche a lui, dicevano: gli si sarebbe forse
schiarita un po' la faccia che, da quando era entrato in quella casa, gli era
diventata dello stesso colore. - Però - soggiungevano - volendo esser giusti,
gliel'aveva recata in dote la moglie, quella casa, ed egli, proferendo il sì
sacramentale, s'era forse obbligato a rispettare la doppia antichità.
Don Mattia Scala e Saro Trigona trovarono nella vasta anticamera quasi buja una
ventina di contadini, vestiti tutti, su per giù, allo stesso modo, con un greve
abito di panno turchino scuro; scarponi di cuojo grezzo imbullettati, ai piedi;
in capo, una berretta nera a calza con la nappina in punta: alcuni portavano gli
orecchini; tutti, essendo domenica, rasi di fresco.
- Annunziami, - disse il Trigona al servo che se ne stava seduto presso la
porta, innanzi a un tavolinetto, il cui piano era tutto segnato di cifre e di
nomi.
- Abbiano pazienza un momento, - rispose il servo, che guardava stupito lo
Scala, conoscendo l'antica inimicizia di lui per il suo padrone. - C'è dentro
don Tino Làbiso.
- Anche lui? Disgraziato! - borbottò don Mattia, guardando i contadini in
attesa, stupiti come il servo della presenza di lui in quella casa.
Poco dopo, dall'espressione dei loro volti lo Scala poté facilmente argomentare
chi fra essi veniva a saldare il suo debito, chi recava soltanto una parte della
somma tolta in prestito e aveva già negli occhi la preghiera che avrebbe rivolta
all'usurajo perché avesse pazienza per il resto fino al mese venturo; chi non
portava nulla e pareva schiacciato sotto la minaccia della fame, perché il
Chiarenza lo avrebbe senza misericordia spogliato di tutto e buttato in mezzo a
una strada.
A un tratto, l'uscio del banco s'aprì, e Tino Làbiso, col volto infocato, quasi
paonazzo, con gli occhi lustri, come se avesse pianto, scappò via senza veder
nessuno, tenendo in mano il suo pezzolone a dadi rossi e neri: l'emblema della
sua sfortunata prudenza.
Lo Scala e il Trigona entrarono nella sala del banco.
Era anch'essa quasi buja, con una sola finestra ferrata, che dava su un angusto
vicoletto. Di pieno giorno, il Chiarenza doveva tenere su la scrivania il lume
acceso, riparato da un mantino verde.
Seduto su un vecchio seggiolone di cuojo innanzi alla scrivania, il cui
palchetto a casellario era pieno zeppo di carte, il Chiarenza teneva su le
spalle uno scialletto, in capo una papalina, e un pajo di mezzi guanti di lana
alle mani orribilmente deformate dall'artritide. Quantunque non avesse ancora
quarant'anni, ne mostrava più di cinquanta, la faccia gialla, itterica, i
capelli grigi, fitti, aridi che gli si allungavano come a un malato su le
tempie. Aveva, in quel momento, gli occhiali a staffa rialzati su la fronte
stretta, rugosa, e guardava innanzi a sé con gli occhi torbidi, quasi spenti
sotto le grosse palpebre gravi. Evidentemente, si sforzava di dominare l'interna
agitazione e di apparir calmo di fronte allo Scala.
La coscienza della propria infamità, non gl'ispirava ora che odio, odio cupo e
duro, contro tutti e segnatamente contro il suo antico benefattore, sua prima
vittima. Non sapeva ancora che cosa lo Scala volesse da lui; ma era risoluto a
non concedergli nulla, per non apparire pentito d'una colpa ch'egli aveva sempre
sdegnosamente negata, rappresentando lo Scala come un pazzo.
Questi, che da anni e anni non lo aveva più riveduto, neanche da lontano, rimase
dapprima stupito, a mirarlo. Non lo avrebbe riconosciuto, ridotto in quello
stato, se lo avesse incontrato per via.
«Il castigo di Dio» pensò; e aggrottò le ciglia, comprendendo subito che, così
ridotto, quell'uomo doveva credere d'aver già scontato il delitto e di non
dovergli più, perciò, nessuna riparazione.
Dima Chiarenza, con gli occhi bassi, si pose una mano dietro le reni per tirarsi
su, pian piano, dal seggiolone di cuojo, col volto atteggiato di spasimo; ma
Saro Trigona lo costrinse a rimaner seduto e, subito, col suo solito opprimente
garbuglio di frasi, cominciò a esporre lo scopo della visita: egli, vendendo la
campagna ereditata dal cugino al caro don Mattia lì presente, avrebbe pagato,
subito, dodici mila lire, a scomputo del suo debito, al carissimo don Dima, il
quale, dal canto suo, doveva obbligarsi di non muovere nessuna azione
giudiziaria contro l'eredità Lo Cìcero, aspettando...
- Piano, piano, figliuolo, - lo interruppe a questo punto il Chiarenza,
riponendosi gli occhiali sul naso. - Già l'ho mossa oggi stesso, protestando le
cambiali a firma di vostro cugino, scadute da un pezzo. Le mani avanti!
- E il mio denaro? - scattò allora lo Scala. - Il fondo del Lo Cìcero non valeva
più di diciotto mila lire; ma ora io ce ne ho spese più di sei mila; dunque,
facendolo stimare onestamente, tu non potresti averlo per meno di ventiquattro
mila.
- Bene - rispose, calmissimo, il Chiarenza. - Siccome il Trigona me ne deve
venticinque mila, vuol dire che io, prendendomi il podere, vengo a perdercene
mille, oltre gl'interessi.
- Dunque... venticinque? - esclamò allora don Mattia, rivolto al Trigona, con
gli occhi sbarrati.
Questi si agitò su la seggiola, come su un arnese di tortura, balbettando:
- Ma... co... come?
- Ecco, figlio mio: ve lo faccio vedere, - rispose senza scomporsi il Chiarenza,
ponendosi di nuovo la mano dietro le reni e tirandosi su con pena. - Ci sono i
registri. Parlano chiaro.
- Lascia stare i registri! - gridò lo Scala, facendosi avanti. - Qua ora si
tratta de' miei denari: quelli spesi da me nel podere...
- E che ne so io? - fece il Chiarenza, stringendosi nelle spalle e chiudendo gli
occhi. - Chi ve li ha fatti spendere?
Don Mattia Scala ripeté, su le furie, al Chiarenza il suo accordo col Lo Cìcero.
- Male, - soggiunse, richiudendo gli occhi, il Chiarenza, per la pena che gli
costava la calma che voleva dimostrare; ma quasi non tirava più fiato. - Male.
Vedo che voi, al solito, non sapete trattare gli affari.
- E me lo rinfacci tu? - gridò lo Scala, - tu!
- Non rinfaccio nulla; ma, santo Dio, avreste dovuto almeno sapere, prima di
spendere codesti denari che voi dite, che il Lo Cìcero non poteva più vendere a
nessuno il podere, perché aveva firmato a me tante cambiali per un valore che
sorpassava quello del podere stesso.
- E così, - riprese lo Scala - tu ti approfitterai anche del mio denaro?
- Non mi approfitto di nulla, io, - rispose, pronto, il Chiarenza. - Mi pare di
avervi dimostrato che, anche secondo la stima che voi fate della terra, io vengo
a perderci più di mille lire.
Saro Trigona cercò d'interporsi, facendo balenare al Chiarenza le dodici mila
lire contanti che don Mattia aveva nel portafogli.
- Il denaro è denaro!
- E vola! - aggiunse subito il Chiarenza. - Il meglio impiego del denaro oggi è
su terre, sappiatelo, caro mio. Le cambiali, armi da guerra, a doppio taglio: la
rendita sale e scende; la terra, invece, è là, che non si muove.
Don Mattia ne convenne e, cangiando tono e maniera, parlò al Chiarenza del suo
lungo amore per quella campagna contigua, soggiungendo che non avrebbe saputo
acconciarsi mai a vedersela tolta, dopo tanti stenti durati per essa. Si
contentasse, dunque, il Chiarenza, per il momento, del denaro ch'egli aveva con
sé; avrebbe avuto il resto, fino all'ultimo centesimo, da lui, non più dal
Trigona, tenendo anche ferma la stima di ventiquattro mila lire, come se quelle
sei mila lui non ce le avesse spese, e anche fino al saldo delle venticinque
mila, se voleva, cioè dell'intero debito del Trigona.
- Che posso dirti di più?
Dima Chiarenza ascoltò, con gli occhi chiusi, impassibile, il discorso
appassionato dello Scala. Poi gli disse, assumendo anche lui un altro tono, più
funebre e più grave:
- Sentite, don Mattia. Vedo che vi sta molto a cuore quella terra, e volentieri
ve la lascerei, per farvi piacere, se non mi trovassi in queste condizioni di
salute. Vedete come sto? I medici mi hanno consigliato riposo e aria di
campagna...
- Ah! - esclamò lo Scala fremente. - Te ne verresti là, dunque, accanto a me?
- Per altro, - riprese il Chiarenza - voi ora non mi dareste neanche la metà di
quanto io debbo avere. Chi sa dunque fino a quando dovrei aspettare per esser
pagato; mentre ora, con un lieve sacrificio, prendendomi quella terra, posso
riavere subito il mio e provvedere alla mia salute. Voglio lasciar tutto in
regola, io, ai miei eredi.
- Non dir così! - proruppe lo Scala, indignato e furente. - Tu pensi agli eredi?
Non hai figli, tu! Pensi ai nipoti? Giusto ora? Non ci hai mai pensato. Di'
franco: Voglio nuocerti, come t'ho sempre nociuto! Ah non t'è bastato d'avermi
distrutta la casa, d'avermi quasi uccisa la moglie e messo in fuga per
disperazione l'unico figlio, non t'è bastato d'avermi ridotto là, misero, in
ricompensa del bene ricevuto; anche la terra ora vuoi levarmi, la terra dove io
ho buttato il sangue mio? Ma perché, perché così feroce contro di me? Che t'ho
fatto io? Non ho nemmeno fiatato dopo il tuo tradimento da Giuda: avevo da
pensare alla moglie che mi moriva per causa tua, al figlio scomparso per causa
tua: prove, prove materiali del furto non ne avevo, per mandarti in galera; e
dunque, zitto; me ne sono andato là, in quei tre palmi di terra; mentre qua
tutto il paese, a una voce, t'accusava, ti gridava: Ladro! Giuda! Non io, non
io! Ma Dio c'è, sai? e t'ha punito: guarda le tue mani ladre come sono
ridotte... Te le nascondi? Sei morto! sei morto! e ti ostini ancora a farmi del
male? Oh ma, sai? questa volta, no: tu non ci arrivi! Io t'ho detto i sacrificii
che sarei disposto a fare per quella terra. Alle corte, dunque, rispondi: - Vuoi
lasciarmela?
- No! - gridò, pronto, rabbiosamente, il Chiarenza, torvo, stravolto.
- E allora, né io né tu!
E lo Scala s'avviò per uscire.
- Che farete? - domandò il Chiarenza, rimanendo seduto e aprendo le labbra a un
ghigno squallido.
Lo Scala si voltò, alzò la mano a un violento gesto di minaccia e rispose,
guardandolo fieramente negli occhi:
- Ti brucio!
VII.
Uscito dalla casa del Chiarenza e sbarazzatosi con una furiosa scrollata di
spalle del Trigona che voleva dimostrargli, tutto dolente, la sua buona
intenzione, don Mattia Scala si recò prima in casa d'un suo amico avvocato per
esporgli il caso di cui era vittima e domandargli se, potendo agire
giudiziariamente per il riconoscimento del suo credito, sarebbe riuscito a
impedire al Chiarenza di pigliar possesso del podere.
L'avvocato non comprese nulla in principio, sopraffatto dalla concitazione con
cui lo Scala aveva parlato. Si provò a calmarlo, ma invano.
- Insomma, prove, documenti, ne avete?
- Non ho un corno!
- E allora andate a farvi benedire! Che volete da me?
- Aspettate, - gli disse don Mattia, prima d'andarsene. - Sapreste, per caso,
indicarmi dove sta di casa l'ingegnere Scelzi, della Società delle Zolfare di
Comitini?
L'avvocato gl'indicò la via e il numero della casa, e don Mattia Scala, ormai
deciso, vi andò difilato.
Lo Scelzi era uno di quegli ingegneri che, passando ogni mattina per la via
mulattiera innanzi al cancello della villa per recarsi alle zolfare della
vallata, lo avevano con maggior insistenza sollecitato per la cessione del
sottosuolo. Quante volte lo Scala, per chiasso, non lo aveva minacciato di
chiamare i cani per farlo scappare!
Quantunque di domenica lo Scelzi non ricevesse per affari, si affrettò a lasciar
passare nello studio l'insolito visitatore.
- Voi, don Mattia? Qual buon vento?
Lo Scala con le enormi sopracciglia aggrottate si piantò di fronte al giovine
ingegnere sorridente, lo guardò negli occhi, e rispose:
- Sono pronto.
- Ah! benissimo! Cedete?
- Non cedo. Voglio contrattare. Sentiamo i patti.
- E non li sapete? - esclamò lo Scelzi. - Ve li ho ripetuti tante volte...
- Avete bisogno di far altri rilievi lassù? - domandò don Mattia, cupo,
impetuoso.
- Eh no! Guardate... - rispose l'ingegnere indicando la grande carta geologica
appesa alla parete, ov'era tracciato per cura del R. Corpo delle Miniere tutto
il campo minerale della regione. Fissò col dito un punto nella carta e aggiunse:
- È qui: non c'è bisogno d'altro...
- E allora possiamo contrattare subito?
- Subito?... Domani. Domattina stesso io ne parlerò al Consiglio
d'Amministrazione. Intanto, se volete, qua, ora, possiamo stendere insieme la
proposta, che sarà senza dubbio accettata, se voi non ponete avanti altri patti.
- Ho bisogno di legarmi subito! - scattò lo Scala. - Tutto, tutto distrutto, è
vero?... sarà tutto distrutto lassù?
Lo Scelzi lo guardò meravigliato: conosceva da un pezzo l'indole strana,
impulsiva, dello Scala; ma non ricordava d'averlo mai veduto così.
- Ma i danni del fumo, - disse saranno previsti nel contratto e compensati...
- Lo so! Non me n'importa! - soggiunse lo Scala. - Le campagne, dico, le
campagne, tutte distrutte... è vero?
- Eh... - fece lo Scelzi, stringendosi nelle spalle.
- Questo, questo cerco! questo voglio! - esclamò allora don Mattia, battendo un
pugno sulla scrivania. - Qua, ingegnere: scrivete, scrivete! Né io né lui! Lo
brucio... Scrivete. Non vi curate di quello che dico.
Lo Scelzi sedette innanzi alla scrivania e si mise a scrivere la proposta,
esponendo prima, man mano, i patti vantaggiosi, tante volte già respinti
sdegnosamente dallo Scala, che ora, invece, cupo, accigliato, annuiva col capo,
a ognuno.
Stesa finalmente la proposta, l'ingegnere Scelzi non seppe resistere al
desiderio di conoscere il perché di quella risoluzione improvvisa, inattesa.
- Mal'annata?
- Ma che mal'annata! Quella che verrà, - gli rispose lo Scala - quando avrete
aperto la zolfara!
Sospettò allora lo Scelzi che don Mattia Scala avesse ricevuto tristi notizie
del figliuolo scomparso: sapeva che, alcuni mesi addietro, egli aveva rivolto
una supplica a Roma perché, per mezzo degli agenti consolari, fossero fatte
ricerche dovunque. Ma non volle toccar quel tasto doloroso.
Lo Scala, prima d'andarsene, raccomandò di nuovo allo Scelzi di sbrigar la
faccenda con la massima sollecitudine.
- A tamburo battente, e legatemi bene!
Ma dovettero passar due giorni per la deliberazione del Consiglio della Società
delle zolfare, per la scrittura dell'atto presso il notajo, per la registrazione
dell'atto stesso: due giorni tremendi per don Mattia Scala. Non mangiò, non
dormì, fu come in un continuo delirio, andando di qua e di là dietro allo Scelzi,
a cui ripeteva di continuo:
- Legatemi bene! Legatemi bene!
- Non dubiti, - gli rispondeva sorridendo l'ingegnere. - Adesso non ci scappa
più!
Firmato alla fine e registrato il contratto di cessione, don Mattia Scala uscì
come un pazzo dallo studio notarile; corse al fondaco, all'uscita del paese,
dove, nel venire, tre giorni addietro, aveva lasciato la giumenta; cavalcò e
via.
Il sole era al tramonto. Per lo stradone polveroso don Mattia s'imbatté in una
lunga fila di carri carichi di zolfo, i quali dalle lontane zolfare della
vallata, di là dalla collina che ancora non si scorgeva, si recavano, lenti e
pesanti, alla stazione ferroviaria sotto il paese.
Dall'alto della giumenta, lo Scala lanciò uno sguardo d'odio a tutto quello
zolfo che cigolava e scricchiolava continuamente a gli urti, ai sobbalzi dei
carri senza molle.
Lo stradone era fiancheggiato da due interminabili siepi di fichidindia, le cui
pale, per il continuo transito di quei carri, eran tutte impolverate di zolfo.
Alla loro vista, la nausea di don Mattia si accrebbe. Non si vedeva che zolfo,
da per tutto, in quel paese! Lo zolfo era anche nell'aria che si respirava, e
tagliava il respiro, e bruciava gli occhi.
Finalmente, a una svolta dello stradone, apparve la collina tutta verde. Il sole
la investiva con gli ultimi raggi.
Lo Scala vi fissò gli occhi e strinse nel pugno le briglie fino a farsi male.
Gli parve che il sole salutasse per l'ultima volta il verde della collina. Forse
egli, dall'alto di quello stradone, non avrebbe mai più riveduto la collina,
come ora la vedeva. Fra vent'anni, quelli che sarebbero venuti dopo di lui, da
quel punto dello stradone, avrebbero veduto là un colle calvo, arsiccio, livido,
sforacchiato dalle zolfare.
«E dove sarò io, allora?» pensò, provando un senso di vuoto, che subito lo
richiamò al pensiero del figlio lontano, sperduto, randagio per il mondo, se
pure era ancor vivo. Un impeto di commozione lo vinse, e gli occhi gli
s'empirono di lagrime. Per lui, per lui egli aveva trovato la forza di rialzarsi
dalla miseria in cui lo aveva gettato il Chiarenza, quel ladro infame che ora
gli toglieva la campagna.
- No, no! - ruggì, tra i denti, al pensiero del Chiarenza. - Né io né lui!
E spronò la giumenta, come per volare là a distruggere d'un colpo la campagna
che non poteva più esser sua.
Era già sera, quando pervenne ai piedi della collina. Dové girarla per un
tratto, prima d'imboccar la via mulattiera. Ma era sorta la luna, e pareva che a
mano a mano raggiornasse. I grilli, tutt'intorno, salutavano freneticamente
quell'alba lunare.
Attraversando le campagne, lo Scala si sentì pungere da un acuto rimorso,
pensando ai proprietarii di quelle terre, tutti suoi amici, i quali in quel
momento non sospettavano certo il tradimento ch'egli aveva fatto loro.
Ah, tutte quelle campagne sarebbero scomparse tra breve: neppure un filo d'erba
sarebbe più cresciuto lassù; e lui, lui sarebbe stato il devastatore della verde
collina! Si riportò col pensiero al balcone della sua prossima cascina, rivide
il limite della sua angusta terra, pensò che gli occhi suoi ora avrebbero dovuto
arrestarsi là, senza più scavalcare quel muro di cinta e spaziar lo sguardo
nella terra accanto: e si sentì come in prigione, quasi più senz'aria, senza più
libertà in quel campicello suo, col suo nemico che sarebbe venuto ad abitare là.
No! No!
- Distruzione! distruzione! Né io né lui! Brucino!
E guardò attorno gli alberi, con la gola stretta d'angoscia: quegli olivi
centenarii, dal grigio poderoso tronco stravolto, immobili, come assorti in un
sogno misterioso nel chiarore lunare. Immaginò come tutte quelle foglie, ora
vive, si sarebbero aggricciate ai primi fiati agri della zolfara, aperta lì come
una bocca d'inferno; poi sarebbero cadute; poi gli alberi nudi si sarebbero
anneriti, poi sarebbero morti, attossicati dal fumo dei forni. L'accetta, lì,
allora. Legna da ardere, tutti quegli alberi...
Una brezza lieve si levò, salendo la luna. E allora le foglie di tutti quegli
alberi, come se avessero sentito la loro condanna di morte, si scossero quasi in
un brivido lungo, che si ripercosse su la schiena di don Mattia Scala, curvo su
la giumenta bianca.
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