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Per questo ora le vicine, sentendo dire a Marastella: «Penso a mio padre», si
scambiarono uno sguardo d'intelligenza, commiserandola in silenzio. No, non
piangeva per il padre, povera ragazza. O forse piangeva, sì, pensando che il
padre, vivo, non avrebbe accettato per lei quel partito, che alla madre, nelle
misere condizioni in cui era rimasta, sembrava ora una fortuna.
Quanto aveva dovuto lottare Mammm'Anto' per vincere l'ostinazione della figlia!
- Mi vedi? sono vecchia ormai: più della morte che della vita. Che speri? che
farai sola domani, senz'ajuto, in mezzo a una strada?
Sì. La madre aveva ragione. Ma tant'altre considerazioni faceva lei, Marastella,
dal suo canto. Brav'uomo, sì, quel don Lisi Chìrico che le volevano dare per
marito, - non lo negava - ma quasi vecchio, e vedovo per giunta. Si
riammogliava, poveretto, più per forza che per amore, dopo un anno appena di
vedovanza, perché aveva bisogno d'una donna lassù, che badasse alla casa e gli
cucinasse la sera. Ecco perché si riammogliava.
- E che te n'importa? - le aveva risposto la madre. - Questo anzi deve
affidarti: pensa da uomo sennato. Vecchio? Non ha ancora quarant'anni. Non ti
farà mancare mai nulla: ha uno stipendio fisso, un buon impiego. Cinque lire al
giorno: una fortuna!
- Ah sì, bell'impiego! bell'impiego!
Qui era l'intoppo: Mamm'Anto' lo aveva capito fin da principio: nella qualità
dell'impiego del Chìrico.
E una bella giornata di maggio aveva invitato alcune vicine - lei, poveretta! -
a una scampagnata lassù, sull'altipiano sovrastante il paese.
Don Lisi Chìrico, dal cancello del piccolo, bianco cimitero che sorge lassù,
sopra il paese, col mare davanti e la campagna dietro, scorgendo la comitiva
delle donne, le aveva invitate a entrare.
- Vedi? Che cos'è? Pare un giardino, con tanti fiori... - aveva detto Mamm'Anto'
a Marastella, dopo la visita al camposanto. - Fiori che non appassiscono mai. E
qui, tutt'intorno, campagna. Se sporgi un po' il capo dal cancello, vedi tutto
il paese ai tuoi piedi; ne senti il rumore, le voci... E hai visto che bella
cameretta bianca, pulita, piena d'aria? Chiudi porta e finestra, la sera;
accendi il lume; e sei a casa tua: una casa come un'altra. Che vai pensando?
E le vicine, dal canto loro:
- Ma si sa! E poi, tutto è abitudine; vedrai: dopo un pajo di giorni, non ti
farà più impressione. I morti, del resto, figliuola, non fanno male; dai vivi
devi guardarti. E tu che sei più piccola di noi, ci avrai tutte qua, a una a
una. Questa è la casa grande, e tu sarai la padrona e la buona guardiana.
Quella visita lassù, nella bella giornata di maggio, era rimasta nell'anima di
Marastella come una visione consolatrice, durante gli undici mesi del
fidanzamento: a essa s'era richiamata col pensiero nelle ore di sconforto,
specialmente al sopravvenire della sera, quando l'anima le si oscurava e le
tremava di paura.
S'asciugava ancora le lagrime, quando don Lisi Chìrico si presentò su la soglia
con due grossi cartocci su le braccia quasi irriconoscibile.
- Madonna! - gridò Mamm'Anto'. - E che avete fatto, santo cristiano?
- Io? Ah sì... La barba... - rispose don Lisi con un sorriso squallido che gli
tremava smarrito sulle larghe e livide labbra nude.
Ma non s'era solamente raso, don Lisi: s'era anche tutto incicciato, tanto
ispida e forte aveva radicata la barba in quelle gote cave, che or gli davano
l'aspetto d'un vecchio capro scorticato.
- Io, io, gliel'ho fatta radere io, - s'affrettò a intromettersi, sopravvenendo
tutta scalmanata, donna Nela, la sorella dello sposo, grassa e impetuosa.
Recava sotto lo scialle alcune bottiglie, e parve, entrando, che ingombrasse
tutta quanta la stanzuccia, con quell'abito di seta verde pisello, che frusciava
come una fontana.
La seguiva il marito, magro come don Lisi, taciturno e imbronciato.
- Ho fatto male? - seguitò quella, liberandosi dello scialle. - Deve dirlo la
sposa. Dov'è? Guarda, Lisi: te lo dicevo io? Piange... Hai ragione, figliuola
mia. Abbiamo troppo tardato. Colpa sua, di Lisi. «Me la rado? Non me la rado?»
Due ore per risolversi. Di' un po', non ti sembra più giovane così? Con quei
pelacci bianchi, il giorno delle nozze...
- Me la farò ricrescere, - disse Chìrico interrompendo la sorella e guardando
triste la giovane sposa. - Sembro vecchio lo stesso e, per giunta, più brutto.
- L'uomo è uomo, asinaccio, e non è né bello né brutto! - sentenziò allora la
sorella stizzita. - Guarda intanto: l'abito nuovo! Lo incigni adesso, peccato!
E cominciò a dargli manacciate su le maniche per scuoterne via la sfarinatura
delle paste ch'egli reggeva ancora nei due cartocci.
Era già tardi; si doveva andar prima al Municipio, per non fare aspettar
l'assessore, poi in chiesa; e il festino doveva esser finito prima di sera. Don
Lisi, zelantissimo del suo ufficio, si raccomandava, tenuto su le spine
specialmente dalla sorella intrigante e chiassona, massime dopo il pranzo e le
abbondanti libazioni.
- Ci vogliono i suoni! S'è mai sentito uno sposalizio senza suoni? Dobbiamo
ballare! Mandate per Sidoro l'orbo... Chitarre e mandolini!
Strillava tanto, che il fratello dovette chiamarsela in disparte.
- Smettila, Nela, smettila! Avresti dovuto capirlo che non voglio tanto chiasso.
La sorella gli sgranò in faccia due occhi così.
- Come? Anzi! Perché?
Don Lisi aggrottò le ciglia e sospirò profondamente:
- Pensa che è appena un anno che quella poveretta...
- Ci pensi ancora davvero? - lo interruppe donna Nela con una sghignazzata. - Se
stai riprendendo moglie! Oh povera Nunziata!
- Riprendo moglie, - disse don Lisi socchiudendo gli occhi e impallidendo, - ma
non voglio né suoni né balli. Ho tutt'altro nel cuore.
E quando parve a lui che il giorno inchinasse al tramonto, pregò la suocera di
disporre tutto per la partenza.
- Lo sapete, debbo sonare l'avemaria, lassù.
Prima di lasciar la casa, Marastella, aggrappata al collo della madre, scoppiò
di nuovo a piangere, a piangere, che pareva non la volesse finir più. Non se la
sentiva, non se la sentiva di andar lassù, sola con lui...
- T'accompagneremo tutti noi, non piangere, - la confortava la madre. - Non
piangere, sciocchina!
- Ma piangeva anche lei e piangevano anche tant'altre vicine:
- Partenza amara!
Solo donna Nela, la sorella del Chìrico, più rubiconda che mai, non era
commossa: diceva d'aver assistito a dodici sposalizii e che le lagrime alla
fine, come i confetti, non erano mancati mai.
- Piange la figlia nel lasciare la madre; piange la madre nel lasciare la
figlia. Si sa! Un altro bicchierotto per sedare la commozione, e andiamo via ché
Lisi ha fretta.
Si misero in via. Pareva un mortorio, anziché un corteo nuziale. E nel vederlo
passare, la gente, affacciata alle porte, alle finestre, o fermandosi per via,
sospirava: - Povera sposa!
Lassù, sul breve spiazzo innanzi al cancello, gl'invitati si trattennero un
poco, prima di prender commiato, a esortare Marastella a far buon animo. Il sole
tramontava, e il cielo era tutto rosso, di fiamma, e il mare, sotto, ne pareva
arroventato. Dal paese sottostante saliva un vocio incessante, indistinto, come
d'un tumulto lontano, e quelle onde di voci rissose vanivano contro il muro
bianco, grezzo, che cingeva il cimitero perduto lassù nel silenzio.
Lo squillo aereo argentino della campanella sonata da don Lisi per annunziar
l'ave, fu come il segnale della partenza per gli invitati. A tutti parve più
bianco, udendo la campanella, quel muro del camposanto. Forse perché l'aria
s'era fatta più scura. Bisognava andar via per non far tardi. E tutti presero a
licenziarsi, con molti augurii alla sposa.
Restarono con Marastella, stordita e gelata, la madre e due fra le più intime
amiche. Su in alto, le nuvole, prima di fiamma, erano divenute ora fosche, come
di fumo.
- Volete entrare? - disse don Lisi alle donne, dalla soglia del cancello.
Ma subito Mamm'Anto' con una mano gli fece segno di star zitto e d'aspettare.
Marastella piangeva, scongiurandola tra le lagrime di riportarsela giù in paese
con sé.
- Per carità! per carità!
Non gridava; glielo diceva così piano e con tanto tremore nella voce, che la
povera mamma si sentiva strappare il cuore. Il tremore della figlia - lei lo
capiva - era perché dal cancello aveva intraveduto l'interno del camposanto,
tutte quelle croci là, su cui calava l'ombra della sera.
Don Lisi andò ad accendere il lume nella cameretta, a sinistra dell'entrata;
volse intorno uno sguardo per vedere se tutto era in ordine, e rimase un po'
incerto se andare o aspettare che la sposa si lasciasse persuadere dalla madre a
entrare.
Comprendeva e compativa. Aveva coscienza che la sua persona triste, invecchiata,
imbruttita, non poteva ispirare alla sposa né affetto né confidenza: si sentiva
anche lui il cuore pieno di lagrime.
Fino alla sera avanti s'era buttato ginocchioni a piangere come un bambino
davanti a una crocetta di quel camposanto, per licenziarsi dalla sua prima
moglie. Non doveva pensarci più. Ora sarebbe stato tutto di quest'altra, padre e
marito insieme; ma le nuove cure per la sposa non gli avrebbero fatto trascurare
quelle che da tant'anni si prendeva amorosamente di tutti coloro, amici o
ignoti, che dormivano lassù sotto la sua custodia.
Lo aveva promesso a tutte le croci in quel giro notturno, la sera avanti.
Alla fine Marastella si lasciò persuadere a entrare. La madre chiuse subito la
porta quasi per isolar la figlia nell'intimità della cameretta, lasciando fuori
la paura del luogo. E veramente la vista degli oggetti familiari parve
confortasse alquanto Marastella.
- Su, levati lo scialle, - disse Mamm'Anto'. - Aspetta, te lo levo io. Ora sei a
casa tua...
- La padrona, - aggiunse don Lisi, timidamente, con un sorriso mesto e
affettuoso.
- Lo senti? - riprese Mamm'Anto' per incitare il genero a parlare ancora.
- Padrona mia e di tutto, - continuò don Lisi. - Lei deve già saperlo. Avrà qui
uno che la rispetterà e le vorrà bene come la sua stessa mamma. E non deve aver
paura di niente.
- Di niente, di niente, si sa! - incalzò la madre. - Che è forse una bambina
più? Che paura! Le comincerà tanto da fare, adesso... È vero? È vero?
Marastella chinò più volte il capo, affermando; ma appena Mamm'Anto' e le due
vicine si mossero per andar via, ruppe di nuovo in pianto, si buttò di nuovo al
collo della madre, aggrappandosi. Questa, con dolce violenza si sciolse dalle
braccia della figlia, le fece le ultime raccomandazioni d'aver fiducia nello
sposo e in Dio, e andò via con le vicine piangendo anche lei.
Marastella restò presso la porta, che la madre, uscendo, aveva raccostata, e con
le mani sul volto si sforzava di soffocare i singhiozzi irrompenti, quando un
alito d'aria schiuse un poco, silenziosamente, quella porta.
Ancora con le mani sul volto, ella non se n'accorse: le parve invece che tutt'a
un tratto - chi sa perché - le si aprisse dentro come un vuoto delizioso, di
sogno; sentì un lontano, tremulo scampanellio di grilli, una fresca inebriante
fragranza di fiori. Si tolse le mani dagli occhi: intravide nel cimitero un
chiarore, più che d'alba, che pareva incantasse ogni cosa, là immobile e
precisa.
Don Lisi accorse per richiudere la porta. Ma, subito, allora, Marastella,
rabbrividendo e restringendosi nell'angolo tra la porta e il muro, gli gridò:
- Per carità, non mi toccate!
Don Lisi, ferito da quel moto istintivo di ribrezzo, restò.
- Non ti toccavo, - disse. - Volevo richiudere la porta.
- No, no, - riprese subito Marastella, per tenerlo lontano. - Lasciatela pure
aperta. Non ho paura!
- E allora?... - balbettò don Lisi, sentendosi cader le braccia.
Nel silenzio, attraverso la porta semichiusa, giunse il canto lontano d'un
contadino che ritornava spensierato alla campagna, lassù, sotto la luna, nella
frescura tutta impregnata dell'odore del fieno verde, falciato da poco.
- Se vuoi che passi, - riprese don Lisi avvilito, profondamente amareggiato,
vado a richiudere il cancello che è rimasto aperto.
Marastella non si mosse dall'angolo in cui s'era ristretta. Lisi Chìrico si recò
lentamente a richiudere il cancello; stava per rientrare, quando se la vide
venire incontro, come impazzita tutt'a un tratto.
- Dov'è, dov'è mio padre? Ditemelo! Voglio andare da mio padre.
- Eccomi, perché no? è giusto; ti ci conduco, - le rispose egli cupamente. -
Ogni sera, io faccio il giro prima d'andare a letto. Obbligo mio. Questa sera
non lo facevo per te. Andiamo. Non c'è bisogno di lanternino. C'è la lanterna
del cielo.
E andarono per i vialetti inghiajati, tra le siepi di spigo fiorite.
Spiccavano bianche tutt'intorno, nel lume della luna, le tombe gentilizie e nere
per terra, con la loro ombra da un lato, come a giacere le croci di ferro dei
poveri.
Più distinto, più chiaro, veniva dalle campagne vicine il tremulo canto dei
grilli e, da lontano, il borboglio continuo del mare.
- Qua, - disse il Chìrico, indicando una bassa, rustica tomba, su cui era murata
una lapide che ricordava il naufragio e le tre vittime del dovere. - C'è anche
lo Sparti, - aggiunse, vedendo cader Marastella in ginocchio innanzi alla tomba,
singhiozzante. - Tu piangi qua... Io andrò più là; non è lontano...
La luna guardava dal cielo il piccolo camposanto su l'altipiano. Lei sola vide
quelle due ombre nere su la ghiaja gialla d'un vialetto presso due tombe, in
quella dolce notte d'aprile.
Don Lisi, chino su la fossa della prima moglie, singhiozzava:
- Nunzia', Nunzia', mi senti?
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